Categorie
Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria

Casse di risparmio di tutta la Romagna, unitevi!

Casse di risparmio di tutta la Romagna, unitevi!

Matrimonio_aug1926

Il grido, poco proletario, sembra provenire dalle dichiarazioni rilasciate dai soci delle principali Casse di Risparmio della Romagna, perlomeno di quelle rimaste indipendenti. E’ da notare appena incidentalmente che Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna esiste già, ma solo come scatola vuota, contenitore della cosiddetta Banca dei territori con la quale il gruppo Intesa a suo tempo ha tentato di salvaguardare un’identità localistica venuta meno con l’allargarsi del perimetro del gruppo stesso. Non ha importanza, un nome si troverà. Appare tuttavia evidente che il processo di fusione delle residue casse rimaste sole, non può essere definito come un matrimonio d’amore, dove gli sposi, come nella canzone di Brassens tradotta da De Andrè, vanno avanti a tutti i costi a dispetto del meteo e degli déi. Il matrimonio in questione sembra quasi la tradizionale imposizione di genitori nobili (magari decaduti) a figlioli riluttanti e, forse, un po’ scapestrati. Tant’è: poiché non si può cavare il sangue dalle rape, non resta che augurarsi che il processo di fusione che sembra avviarsi (e del quale su queste colonne si era già data notizia) sia l’occasione per ripensare all’identità di una banca autenticamente locale, in grado di servire territori nei quali le uniche banche di prossimità sembrano essere rimaste le banche di credito cooperativo.

Buon divertimento!

Categorie
ABI Banca d'Italia Banche

Il silenzio degli innocenti (le colpe dell’affaire #MPS).

Il silenzio degli innocenti (le colpe dell’affaire #MPS).

hannibal-lecter-ne-il-silenzio-degli-innocenti

Il caso MontePaschi capita durante la chiusura delle lezioni per la sessione invernale degli esami; ma se fossimo durante il semestre, si potrebbe usare la vicenda per molte e molte ore di lezione su casi aziendali di moral hazard, benefici privati, malfunzionamento della teoria dell’agenzia, efficacia e pervasività dell’attività di vigilanza sui sistemi finanziari etc…

Dei legami tra politica e banche mi annoio persino a parlare, ricordando le nottate -ai bei tempi del centro-sinistra- nel corso delle quali il Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio (CICR) nominava amministratori delegati e presidenti di tutte le banche pubbliche italiane, ovvero tutte le più importanti. E al Monte dei Paschi, che io ricordi, non è mai andato un bel democristiano doc, che so, uno come Ferdinando Ventriglia: no, solo compagni comunisti, di sicura fede. Questo accadeva prima della Legge Amato-Carli, quella che privatizzava, sui generis, le banche italiane, obbligando queste ultime a creare una spa, con la Fondazione a monte, secondo il ben noto meccanismo che vige in Unicredit, Intesa e lo stesso Monte dei Paschi. La politica, uscita dalle porte delle banche spa, è rientrata dalle finestre delle Fondazioni: le quali, come insegna la vicenda riminese della Carim, non agiscono secondo logiche propriamente economiche, nè di “sana” gestione no-profit, ma nuovamente e unicamente politiche, sia pure con una forte connotazione localistica.

Anche in MontePaschi sembra di poter rinvenire i medesimi comportamenti: la Banca è stata usata come mucca da mungere per gli interessi dell’azionista di maggioranza, talmente legato a doppio filo al proprio unico e non diversificato investimento, da non potersi permettere di scendere sotto il 51%, anche a pena di un indebitamento crescente. La Fondazione MontePaschi non solo non ha minimamente controllato l’origine e la natura delle performance (invero pessime) del proprio asset principale, ma ha compiuto scelte antieconomiche nel nome di un mantenimento del controllo che può ben essere definito finalizzato esclusivamente all’ottenimento di benefici privati. Ascoltando Focus Economia su Radio 24 ieri sera, in macchina, ho udito Fabio Pavesi ripercorrere la vicenda MPS accennando in modo velato a colpe e mancanze di Consob e Banca d’Italia. Su Consob mi permetto solo di rammentare che l’autorità è garante del funzionamento dei mercati mobiliari, non dei ribassi o dei rialzi: e che non le compete il controllo sui bilanci delle quotate. Altro discorso è quello riguardante Banca d’Italia. Mi rendo conto che è facile individuare un colpevole nel vigilatore, che non vigilerà, ovviamente, mai abbastanza, soprattutto se si deve polemizzare, come alcuni pessimi esponenti del PdL stanno facendo, dimentichi dei guai di Popolare Milano e dei banchieri legati alla Lega (oltre che di altre tante situazioni che in scala ridotta riproducono schemi analoghi di malgoverno e di ingerenza). E si potrebbe andare avanti, ma è inutile, oltre che, appunto, noioso. La questione della vigilanza è ampia e complessa, non può essere risolta da un richiamo ad una maggiore pervasività: posso immaginare le vestali dei tagli alla spesa pubblica stracciarsi le vesti medesime alla notizia di nuove assunzioni da parte dell’Ispettorato di Bankitalia. Se si guarda al passato, in URSS e in Cina non ci sono mai state crisi bancarie, per la buona ragione che la dittatura comunista garantiva (e in Cina tuttora garantisce) il controllo su ogni attività economica: d’altra parte Francisco Franco, con la dittatura, ha da parte sua garantito lo sviluppo di Santander e BBVA, libere dai condizionamenti della concorrenza. Il massimo di controlli corrisponde al minimo della libertà economica oltre che essere, appunto, assai costoso: ed il Collegio sindacale è gravato, da ultimo, da compiti che il profano neppure immagina, per complicatezza, ambiguità e rischio professionale. Da ultimo, affidarsi fideisticamente ai controlli genera irresponsabilità ed evita la fatica: la fatica dell’azionista di chiedere conto, al di là dei risultati, di ciò che gli viene presentato, la fatica degli stakeholder di valutare complessivamente le performance. E, da ultimo, la fatica dei manager di conseguire risultati che dicano, al di là dei numeri, di una strategia condivisibile e condivisa. Se il dibattito di queste ore provasse a ripartire di qua, forse si potrebbe anche sperare che una vicenda così grave e triste possa avere qualche esito positivo. Forse.

Categorie
Banca d'Italia Banche Imprese PMI

Più imprese, meno case (cosa deve fare #Carim, banca del territorio).

Più imprese, meno case (cosa deve fare #Carim, banca del territorio).

La telenovela Carim pare essersi conclusa ieri, con la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione e la fine del commissariamento più lungo che a memoria di prof io ricordi di aver visto.

La fine della triste vicenda dovrebbe recare qualche insegnamento, al di fuori dei facili schematismi del “dopo” e delle petizioni di principio che già affollano i servizi giornalistici: uno su tutti, lo slogan della locandina di un giornale locale “Meno soldi per case ed alberghi” che, se fosse vero (ma Carim si è affrettata a smentire), dovrebbe stimolare solo brindisi di gioia ed un corale “finalmente!”.
Delle tante questioni che il ritorno in bonis di Carim mette sul tappeto, le due principali mi paiono quelle riguardanti il credito alle imprese del territorio, da una parte e, dall’altra, il ruolo dell’azionista di maggioranza, la Fondazione, negli scorsi ottusamente cieca ed ignava di fronte allo scempio della banca fatto dagli uomini da lei stessa nominati (solo gli ingenui possono pensare che Carim sia stata commissariata due anni per colpa della ex-controllata sanmarinese CIS).

Se Carim sarà davvero attenta alle esigenze del territorio, non concederà credito per alimentare la rendita immobiliare o turistica, ma accompagnerà quello che, molto ambiziosamente, il Sindaco Gnassi definisce piano di riqualificazione dell’offerta turistica: vaste programme, varrà la pena riparlarne. Quanto alla Fondazione, che conta i giorni che la separano dal 2015 (data prevista per il ritorno del dividendo: ma il piano strategico è tutto da fare), non sarebbe male se riflettesse, in tutte le sue componenti, su quanto possa far male intromettersi senza vigilare, decidere senza controllare, chiedere ritorni senza esigere responsabilità. Il commissariamento morale della Fondazione Carim è nei fatti, prenderne atto sarebbe un gesto di sano realismo.

Categorie
Banca d'Italia Banche Università

Chi guiderà la #Carim

Chi guiderà la #Carim

La lettura dei nomi dei candidati alla  carica di consiglieri di amministrazione di Banca Carim, così come appare oggi sulla stampa locale,  fornisce più di un motivo di riflessione non solo sulle Fondazioni Bancarie e sui loro processi di governo interni, ma anche su come si debba interpretare, in questo momento storico, l’atteggiamento della Banca d’Italia rispetto alla soluzione delle crisi degli intermediari creditizi.

Anche evitando facili battute sul governo dei professori, non si puo’ evitare di notare che il più lungo commissariamento della storia bancaria recente si concluda con l’imposizione, da parte di Banca d’Italia, di nomi di tecnici quasi del tutto slegati (con l’eccezione della prof.ssa Brighi) dal territorio,  e soprattutto, molto legati alla Vigilanza stessa. Si pensi al riguardo ai nomi del presidente in pectore, Bonfatti ed al vice-presidente, Vera Zamagni. Per il resto, scarseggiano gli imprenditori, il che per una banca a vocazione locale non e’propriamente commendevole: al contrario, l’abbondanza di liberi professionisti  dovrebbe far riflettere sui meccanismi che, all’interno delle Fondazioni Bancarie, regolano i meccanismi decisionali. Rebus sic stantibus il nuovo CdA di Carim e’fatto  per tranquillizzare Banca d’Italia, non certamente per percorrere sentieri di gloria. E, paradossalmente, proprio questo forse e’il limite che più di altri ricorda il passato (un CdA che lasciava fare ad una direzione megalomane e fuori controllo): il direttore generale designato, probabilmente, avra’ le redini della banca, all’interno di un percorso che di strategico avrà ben poco, perché il risanamento avrà la priorità, su qualunque altro discorso, compresi quelli dello sviluppo del territorio. Ad ogni modo, buon lavoro.

Categorie
Banca d'Italia Banche

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

La notizia della fine prossima ventura del commissariamento da record di Banca Carim, a soli tre giorni dal compimento dei due anni di procedura, va salutata con sollievo e con soddisfazione, perché la città ed il territorio si vedono restituiti uno dei principali protagonisti della sfera economica e sociale.

Il 27 settembre saranno nominati i membri del Consiglio di Amministrazione e così la banca tornerà in bonis. Proprio allora si “parrà la nobilitate” di idee, persone, strategie, che non sono state comunicate in sede di assemblea straordinaria e che attendono tuttora di essere declinate nelle scelte di un azionista di maggioranza, la Fondazione, sfiancato da questi mesi di segregazione e, soprattutto, ormai privo di risorse finanziarie. Se Dante e Virgilio, usciti dai gironi infernali, rivedono le stelle, tuttavia devono poi passare dal Purgatorio, una strettoia che attende anche la Carim e la città stessa, che della sua banca principale non può fare a meno ancora a lungo. Le scelte delle persone designate a fare parte del Consiglio di Amministrazione diranno già molto del futuro della banca: se si tratterà di semplici gestori, persone perbene ma senza esperienza o competenze specifiche (come nel caso di altre banche uscite dalla crisi ma, di fatto, messe in quarantena dalla Banca d’Italia), allora il futuro di Carim, presto o tardi, è segnato ed è destinato a concludersi con una fusione, più o meno mascherata. Se, come sarebbe auspicabile, si trattasse di soggetti qualificati, che non si limitino a gestire l’esistente e a non fare danni, ma che tentino di progettare il futuro, allora il futuro sarebbe certamente più impegnativo ma, nello stesso tempo, certamente più rischioso ed entusiasmante per un territorio che, di entusiasmante, ultimamente ha visto solo il Meeting ed il concerto di Ennio Morricone.

Categorie
Alessandro Berti Banca d'Italia Banche

(Quasi ) intervista sulla Carim

(Quasi) intervista sulla Carim

http://www.linkiesta.it/carim-commissari-restano-prestito-obbligazionario-subordinato#ixzz20IGGB5GU

Categorie
Banca d'Italia Banche

1 anno e 9 mesi (il commissariamento Carim, per ora).

1 anno e 9 mesi (il commissariamento Carim, per ora)

Banca Carim è stata commissariata il 29 settembre del 2010. Sono passati un anno e nove mesi. Nel frattempo l’azionista, per ora, di maggioranza, non ha saputo prendere atto di una realtà che lo vede incapace di coagulare, sul territorio, intorno ad un progetto ed un piano industriali credibili, partner economici e finanziari. La Fondazione parla di prestito subordinato (quello che dovrebbe sostituire il capitale vero di primo livello, per dir così schifato dagli azionisti, che non hanno risposto alla mozione degli affetti della Fondazione stessa) come se fosse una scelta fior da fiore, una specie di shopping finanziario, una formalità, tra un investitore ed un altro, che si possono scegliere.
Nel frattempo la banca è commissariata da quasi due anni e nessuno, in Fondazione, nelle istituzioni, nella società civile, si è fatto qualche domanda sul perché a Rimini la banca dei cioccolatai stia battendo ogni record di durata su questo fronte. Sul perché Bankitalia, che non ha interesse alcuno a mantenere una banca commissariata (per la stabilità del sistema sarebbe molto meglio una soluzione del tipo Banca di Rimini, ovvero, una sorta di nuova compagine azionaria e di Consiglio di Amministrazione sotto tutela, non in grado di fare alcunchè perché troppo impegnati a leccarsi le ferite, oltre che controllati da Bologna) continui il commissariamento, ovvero quali siano le ragioni straordinarie che nell’interesse dei risparmiatori e del mercato conducono a sospendere la normale vita di un società per azioni, non è dato di sapere. E’ molto probabile che il c.d. piano industriale, nato morto perché presentato da dei morti, senza alcuna prospettiva reale di attuazione, sia stato modificato e rimaneggiato in peggio, mentre avanzava la crisi, per una ragione molto banale e molto semplice: l’emergere di nuove, ulteriori partite deteriorate nel portafoglio prestiti, riconducibili all’edilizia ed alla mala gestio che ha preceduto il commissariamento. Nel frattempo l’economia riminese, già provata di suo dal pesante livello di concentrazione settoriale (edilizia e turismo) e dalle difficoltà dei suoi comparti più tradizionali, non riesce ad esprimere forze e risorse in grado di salvare l’unica vera grande istituzione finanziaria del territorio. Che nel frattempo, è negletto, e non appena in termini finanziari. E’ negletto in termini umani e culturali. E mostra la necessità di riprendere in mano, anzitutto, un progetto che dietro una strategia mostri l’ambizione di una cultura e di una educazione per il popolo. Ma ci vuole coraggio, anzitutto: e quello, come diceva don Abbondio, nessuno se lo può dare.

Categorie
Banche Vigilanza bancaria

Come i risultati delle elezioni dai seggi siciliani.

Come i risultati delle elezioni dai seggi siciliani.

Con la stessa velocità con la quale arrivano i risultati dai seggi dell’ex Regno delle Due Sicilia sono arrivati gli esiti della ricapitalizzazione di Banca Carim. Mancano 43 milioni di €, mancano molti vecchi azionisti, mancano tante cose. Manca anche la sincerità, merce rara per dei cioccolatai, di ammettere un sostanziale flop; facendo finta che un prestito obbligazionario subordinato (in vista del 2019 sempre meno utile ai fini del rispetto dei regolamenti prudenziali di Basilea 3) sia assimilabile al capitale facente parte del c.d.Tier 1. Si attendono le mirabilia del nuovo CdA, confidando (contro ogni speranza) che non sia formato da addetti alla sepoltura della fu principale-banca-del-territorio-della-provincia-di-Rimini. Au revoir.

Categorie
Banca d'Italia Banche

Quota salvezza (?)

Quota salvezza (?)

Così titola la locandina di un tabloid locale, che commenta la chiusura dell’operazione di aumento di capitale di Banca Carim.

Sarebbe stato il Presidente della Fondazione ad affermare di ritenere di avere buone ragioni per pensare che la soglia di sicurezza sia stata superata. Al di là dei giri di parole, e in attesa dei dati definitivi (strano però che una banca, nel 2012, non abbia questo dato in tempo reale: a fine giornata le quadrature di cassa devono pur farle, non sarà complicato quadrare un aumento di capitale: o no?) non disponendo dei dati degli  exit-poll ma parlando come se fossimo al bar, si possono tirare due o tre conclusioni:

  1. l’aumento di capitale non è stato interamente sottoscritto: si può almanaccare quanto si vuole sulla circostanza, ma ciò significa, molto banalmente, che Carim non ha saputo attrarre le risorse di cui necessitava, sia per la mancanza di un piano industriale, sia per la scarsa chiarezza sulle prospettive future; in Borsa, un aumento di capitale non interamente sottoscritto (e privo di consorzio di garanzia, circostanza da non dimenticare) non passerebbe in cavalleria;
  2. raggiungere la quota salvezza significa non finire in serie B, e fin qui ci si potrebbe rallegrare. Tuttavia, per un gruppo bancario, per giunta internazionale, che aspirava a ben altre posizioni su base perlomeno interregionale, è un po’ come consolarsi per non disputare neppure l’Intertoto, visto che così si può curare l’allenamento in vista del campionato;
  3. quale campionato disputerà la Carim? dipende dalle risorse raccolte, obviously. Ma non si deve mai dimenticare che se una banca deve aumentare il patrimonio, ciò avviene a causa della cattiva qualità dell’attivo, verosimilmente non ancora del tutto emersa dall’ispezione e dal commissariamento. L’impressione è che aver raggiunto la quota salvezza, nel caso specifico, serva solo a vendere meglio il marchio, a Cassa Risparmio di Cesena o Banca Marche che sia. L’attivo, come per tutte le banche d’Italia, non ha ancora finito di deteriorarsi. E se è così, il problema, dopo aver raggiunto la salvezza, diventerà quello di non essere retrocessi l’anno prossimo.
  4. Bisognerebbe dire, a questo punto, “in bocca al lupo!” Già, ma a chi? A un territorio che non è stato capace di esprimere né una leadership, né un management all’altezza della situazione? Alla Fondazione, in tutte le sue espressioni politiche e sociali, passate e presenti, incapace storicamente di vigilare sul proprio principale asset e sulla sua valorizzazione? Ai dipendenti, probabilmente, ed anche ai piccoli azionisti, a loro sì: perché non si facciano ingabbiare nel consueto tran tran e siano vigili e presenti, nel lavoro e nella compagine sociale. Poi, che ognuno faccia il suo.
Categorie
Banche Consob

L’aumento di capitale Carim, ovvero i rischi di ricapitalizzare la banca dei cioccolatai.

L’aumento di capitale Carim, ovvero i rischi di ricapitalizzare la banca dei cioccolatai.

Ci voleva la Consob per fare scendere dal pero dei sogni e della lontananza della realtà tutti coloro che parlano della ricapitalizzazione di banca Carim come di una formalità, che grazie alla Fondazione, agli industriali etc…consentirà di mantenere la banca in mani riminesi, riprendere il lavoro a favore del territorio e tante altre belle cose. Consob menziona ben 24 fattori di rischio, come riportato dall’ottimo Paolo Facciotto sulla Voce di Rimini di oggi, in relazione “alla partecipazione nel CIS e al piano industriale futuro. Confermato che non ci sarà il consorzio di garanzia e messo in luce il fatto che la volontà della Fondazione di mantenere la maggioranza rappresenta un fattore di debolezza.”

Anche sorvolando sul fatto che fino al 2016 non si parlerà di dividendi (chissà cosa farà la Fondazione? Metterà i dipendenti in cassa integrazione? Chiuderanno per ferie?), fra i fattori di rischio si evidenziano le multe e addirittura possibili risarcimenti per 54,5 mln.di €. JM non è mai stato molto tenero nei confronti di una Banca seduta sulla scontatezza del proprio prestigio, gestita come un ufficio postale di periferia o una banchetta di campagna dedita al piccolo cabotaggio e la lettura del comunicato Consob conferma quanto si è sempre detto sul blog. Mi pare tuttavia che la cosa davvero grave, ciò che davvero dovrebbe rappresentare IL fattore di rischio, ciò di cui nessuno ha ancora parlato, nemmeno a livello di voci, è il piano industriale. Che ovviamente manca, mancando il CdA ed essendo ancora presenti i commissari Bankitalia. In sostanza, la questione vera è la governance, una governance sulla quale l’azionista di maggioranza, la Fondazione Carim. ha mostrato tutti i limiti di una gestione consociativa e politicizzata. C’è da chiedersi cosa accadrà, dopo. La Consob non può dirlo, ma accanto al rischio che rimanga socia di maggioranza la Fondazione, forse ne andrebbe evidenziato un altro: che rimanga socia tout court, continuando ad esercitarsi nell’arte, finora insuperata, di fare la figura del cioccolataio.