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Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Se c’è una cosa di cui essere grati al proprio Maestro, il prof.Giampaoli, è la diffidenza che mi ha insegnato nei confronti delle frasi fatte. Il titolo del post le riassume quasi tutte, manca solo “tesoretto” ma ci ha pensato Victor Massiah a tirarla fuori, nel presentare l’aggiornamento al piano industriale di UBI e nel definire come ostile e non concordata la proposta di Intesa. Tutto come da copione o quasi, salvo un chiaro atteggiamento a mio parere puramente difensivo (Intesa crescerà in Italia ma non all’estero, la fusione non crea valore per gli azionisti etc…) e, soprattutto, povero di argomenti veri. Le slides, scaricabili dal sito parlano più che altro di dividendi: e alla voce costo del lavoro si intuisce en passant che comunque, a prescindere dalla fusione, sarebbe un discreto bagno di sangue. Il vero argomento o, se si preferisce, la ciliegina sulla torta, è rappresentata  dal fatto che “si evidenzia un excess capital di circa €840 milioni di € che potranno essere distribuiti, corrispondenti a un cumulato di oltre 73 centesimi di euro per azione nel triennio. (…) . La crescita del monte dividendi disponibili rende inoltre evidente agli azionisti la dimensione del valore intrinseco della loro Banca.” 

Negli anni precedenti al 2008 Alessandro Profumo, parlava di free capital per fare acquisizioni, cresceva  e remunerava comunque gli azionisti: chissà cosa risulta a Massiah e al board di UBI simulando una bella fusione con MPS?

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Casse di risparmio di tutta la Romagna, unitevi!

Casse di risparmio di tutta la Romagna, unitevi!

Matrimonio_aug1926

Il grido, poco proletario, sembra provenire dalle dichiarazioni rilasciate dai soci delle principali Casse di Risparmio della Romagna, perlomeno di quelle rimaste indipendenti. E’ da notare appena incidentalmente che Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna esiste già, ma solo come scatola vuota, contenitore della cosiddetta Banca dei territori con la quale il gruppo Intesa a suo tempo ha tentato di salvaguardare un’identità localistica venuta meno con l’allargarsi del perimetro del gruppo stesso. Non ha importanza, un nome si troverà. Appare tuttavia evidente che il processo di fusione delle residue casse rimaste sole, non può essere definito come un matrimonio d’amore, dove gli sposi, come nella canzone di Brassens tradotta da De Andrè, vanno avanti a tutti i costi a dispetto del meteo e degli déi. Il matrimonio in questione sembra quasi la tradizionale imposizione di genitori nobili (magari decaduti) a figlioli riluttanti e, forse, un po’ scapestrati. Tant’è: poiché non si può cavare il sangue dalle rape, non resta che augurarsi che il processo di fusione che sembra avviarsi (e del quale su queste colonne si era già data notizia) sia l’occasione per ripensare all’identità di una banca autenticamente locale, in grado di servire territori nei quali le uniche banche di prossimità sembrano essere rimaste le banche di credito cooperativo.

Buon divertimento!