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Crisi finanziaria Disoccupazione fiducia Imprese

Se ne occupa il ragioniere, io resto sempre un falegname.

Se ne occupa il ragioniere, io resto sempre un falegname.

Un bel pezzo di Mario Gerevini sul Corriere del giorno di San Silvestro accende i riflettori, rigorosamente tenuti spenti dal coraggioso quotidiano locale, Il Resto del Carlino, sul riminese Luigi Valentini, uno dei più grandi produttori europei di mobili in kit. Valentini, le cui industrie metteranno lunedì prossimo 215 dipendenti in CIG, ha “scudato” la modica cifra di 20 milioni di euro, serviti, a quanto pare, per investire nella INVAG e attraverso una fiduciaria sammarinese in un significativo pacchetto di azioni Generali (1,35%). Suggeriamo all’ottimo Gerevini di approfondire ulteriori interessanti aspetti del capitalismo relazionale all’italiana. Quello per cui lo stesso Valentini è socio della principale impresa di costruzioni di Rimini, quella che non risente mai di crisi di sorta, la Ge.Cos. spa, quella che ha realizzato la Darsena (ma soprattutto la parte commerciale della medesima), quella che trasforma in oro tutto ciò che tocca: quella che riuscirebbe a costruire sopra Atlantide, se mai la ritrovassero. Quella alla quale nessuna amministrazione, rigorosamente democratica, della capitale del turismo, ha mai negato alcuna autorizzazione ad edificare. Valentini, alle domande maliziose del giornalista sulle fiduciarie, ha risposto che lui non se ne occupa, se ne occupa il ragioniere, lui resta un falegname.  Ah, il Rettore dell’università di Urbino, quella che gli ha conferito la laurea honoris causa, è un politico riminese, il Magnifico e Chiarissimo prof.Sergio Pivato.

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Imprese

Il fascino discreto della Marsigliese.

Il fascino discreto della Marsigliese.

Nicolas Sarkozy

Groupama, Bollorè, Lactalis, EDF, LVMH etc…: la France partout.

Hermann und Dorothea è un poema epico di Goethe, scritto tra il 1796 e il 1797. E’ ambientato nel 1793, all’inizio delle guerre rivoluzionarie, durante le quali l’esercito francese invase e occupò una parte del Palatinato. In questo paesaggio di guerra si svolge l’azione del poema che vede Hermann, figlio di un ricco locandiere di una cittadina vicino a Mainz, innamorarsi di Dorothea, una giovane profuga, che ha incontrato durante un’azione umanitaria in soccorso dei rifugiati scacciati dai francesi. L’umile ragazza, di straordinaria bontà, non è gradita al padre di Hermann che vuole per il figlio una sposa di alto lignaggio. La madre, però, constatata la sincerità della passione di Hermann, riesce a convincere il marito a dare il suo beneplacito al matrimonio.
Questo soggetto, trattato da Goethe nella forma di un incantevole idillio, entusiasmò Schumann quando, nel 1851, glielo propose il poeta Moritz Horn, che aveva già scritto per lui il testo della cantata Il pellegrinaggio della rosa. Il progetto era quello di un Singspiel, e all’esecuzione in teatro Schumann pensò, quando concepì l’Ouverture come introduzione alla prima scena che doveva rappresentare, probabilmente, l’arrivo dei rifugiati nel corso della guerra innescata dall’invasione francese. Ecco dunque risuonare il tema della Marsigliese che costituisce un segnale ricorrente, sorta di motivo conduttore dallo spiccato profilo ritmico e sonoro: squilla in una fanfara dei legni sostenuta dalle scansioni del tamburo militare, e riappare periodicamente entro un discorso assai fluido, caratterizzato da un movimento ondulatorio, affettuosamente cullante. Schumann aveva già citato il tema dell’inno francese nel Carnevale di Vienna op. 26 e nel Lied Die beiden Grenadiere op. 49 n. 1 come motivo pittoresco, atto a evocare, in modo serio o ironico, particolari condizioni storiche o suggestioni militari. I motivi di questa Ouverture, poco spiccati dal punto di vista melodico, danno luogo ad un flusso sinfonico condotto con naturalezza: il periodico ritorno della Marsigliese suggerisce, all’ascolto, una forma di rondò che termina in modo poco conclusivo, come se la musica si sospendesse, lasciando all’apertura del sipario e all’inizio dell’opera il compito di proseguire l’Ouverture senza soluzione di continuità.
Paolo Gallarati

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Borsa

Vanno strette a Generali le esigenze di controllo di Mediobanca (il bambino con l’alano).

Alano con bimbo, dalla rete.

Sono tornati in auge i rumors sulle possibili evoluzioni del rapporto tra Mediobanca e Generali. Se ne parla da vent’anni, ma il cambio di presidenza è sempre una buona occasione per rinverdire il dibattito. Come sette anni fa, quando Vincenzo Maranghi fu detronizzato proprio per la questione presidenza e controllo di Generali. Tre gli scenari: tutto rimane com’è; fusione; o separazione. Pro e contro dello status quo sono noti. Mediobanca ha scarsa capacità di raccolta (attività totali per 61 miliardi: per una banca europea, sono dimensioni da bassa classifica), ma può indirizzare le ingenti risorse di Generali, che di fatto controlla con il 14%, per portare a termine operazioni altrimenti fuori portata. Tempo fa ho paragonato il duo a un bambino (Mediobanca), che portando a spasso un gigantesco alano, ottiene il rispetto e la considerazione altrui. Lo svantaggio per Mediobanca è che in questo modo penalizza il proprio titolo. Tenendo immobilizzata in Generali una fetta consistente del patrimonio, Mediobanca viene considerata dal mercato come una specie di holding (fare il socio stabile di un’assicurazione e il banchiere di investimento sono cose molto diverse), e paga il relativo sconto. Lo svantaggio per Generali è che le esigenze di controllo di Mediobanca limitano la sua capacità di crescita e l’efficienza dei suoi investimenti. Anche per questo, sono 15 anni che il titolo Generali, pur con ampie oscillazioni, fa costantemente peggio del mercato in generale: oltre il 50% in meno sia dell’indice italiano che europeo. E sono anni che gli investitori comprano Generali perché appare sottovalutata. In questo modo, l’andamento di Generali finisce per penalizzare anche il titolo Mediobanca. Ma tutti gli svantaggi dello status quo penalizzano solo gli azionisti di minoranza delle due società, che non contano molto. Dunque, lo status quo rimane l’ipotesi più plausibile. Un’alternativa è la fusione. Agli azionisti di Mediobanca vengono dati titoli Generali. Quelli del patto di sindacato, ai prezzi di mercato, otterrebbero poco più del 9% dell’assicurazione, che unito al 10% circa degli altri soci rilevanti già presenti, potrebbero garantirne l’italianità, conditio sine qua non. Generali si ritroverebbe con il 14% di azioni proprie, da ricollocare o eliminare. Tutte le attività bancarie e di capital markets (con relativi debiti) verrebbero accorpate con quelle di Banca Generali, quotata. La nuova Mediobanca sarebbe focalizzata su tutte le attività caratteristiche di banca (di investimento e commerciale), e si espanderebbe nell’asset management. Il nuovo gruppo non avrebbe i problemi di convivenza tra reti di distribuzione che hanno messo in crisi molti casi di banca-assicurazione; Mediobanca guadagnerebbe in focalizzazione; Generali valorizzerebbe la propria partecipazione in Mediobanca; e si guadagnerebbe in semplificazione. Ci sono margini quindi perché una fusione crei valore, anche se non sono enormi. Ma il patto di sindacato in Mediobanca perderebbero potere, diluiti in Generali: l’alano comincerebbe a trascinare a zonzo il bambino, e addio timore riverenziale.

Infine, la separazione. Se fatta con una holding che detiene le partecipazioni sarebbe inefficiente: quella in Generali assorbirebbe metà del patrimonio attuale di Mediobanca. Se invece si volesse conferire alla holding anche parte dei debiti, si aprirebbe un contenzioso coi creditori. Meglio distribuire le azioni Generali direttamente ai soci Mediobanca. Quelli del sindacato continuerebbero a governare la banca e, come nella fusione, unirebbero le forze con gli italiani già in Generali per assicurarne il controllo. Il principale vantaggio sarebbe l’indipendenza reciproca che eliminerebbe le penalizzazioni in borsa e i vincoli alla crescita. Ma il bambino perderebbe l’alano e Mediobanca i benefici del controllo di Generali. Benefici che il mercato non valorizza, ma patto di sindacato e manager sì. Se fossi un bookmaker, la darei 18 a 1.

Alessandro Penati, La Repubblica, 17 aprile

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Banche Unicredit

Banchieri democratici.

Alessandro Profumo, A.D.di Unicredit

Le notizie che riempiono i quotidiani economici e le pagine di finanza dei principali quotidiani, Corriere della Sera in testa, se appassionano molto i giornalisti -e probabilmente anche molti lettori- si riflettono sull’economia reale in misura molto meno intrigante degli sviluppi delle lotte per il potere. Di Cesare Geronzi, appena designato alla presidenza di Generali, banchiere democristiano devoto ad Antonio Fazio, si ricordano i magistrali finanziamenti fatti, alla testa di Capitalia, alla famiglia Sensi per le necessità della A.S.Roma Calcio: finanziamenti talmente oculati che Unicredit, che li ha rilevati, ha messo la famiglia a rientro (ed incaglio) per circa 300 milioni di euro.

Cesare Geronzi

Quanto ad Alessandro Profumo, banchiere democratico e progressista, Paola Picca sempre sul Corriere, parla di “Scene private di una superbanca”, con riferimento alle preoccupazioni dei manager di Unicredit, timorosi di perdere il già -a quanto pare- modesto di cui godono. Profumo, in effetti, amministratore delegato di una banca internazionale, riveste di fatto -e impropriamente- anche la carica di direttore generale- con evidenti allungamenti della catena di comando. Difficile stare vicini al cliente ed al territorio con una struttura così accentrata. Ma se qualcuno dentro Unicredit pensa ancora che sia sufficiente cambiare vestito per modificare il modo di fare banca, dovrebbe riflettere sui danni al territorio apportati dall’assorbimento delle tante banche locali pre-esistenti ad Unicredit. E chiedersi se ne valeva la pena.

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Borsa Energia, trasporti e infrastrutture Indebitamento delle imprese

Capitalismo telefonico e piccoli cavalieri bianchi.

Dopo le ipotesi di un rafforzamento di Telco, azionista di controllo di Telecom, avanzate sul Corriere di ieri, oggi è la penna ben più autorevole di Massimo Mucchetti a far svanire i sogni e le fantasie che avevano riacceso l’interesse sull’ex-monopolista delle Tlc italiane. L’articolo, non disponibile on-line, andrebbe letto integralmente per non disperderne l’efficacia, la sintesi e la capacità di giudizio. In sintesi: Telco ha un socio forte, Téléfonica, che non può procedere a mostrare la sua forza perché diverrebbe troppo ingombrante, in quanto spagnolo, all’interno di una società italiana; d’altra parte il CEO spagnolo, César Alierta, non intenderebbe neppure prendere in considerazione l’ipotesi di ricapitalizzare adeguatamente Telco, per poi procedere alla fusione di Telecom, perché questa scelta penalizzerebbe gli azionisti spagnoli, fra cui lui personalmente, titolare di ricchissime stock-option; Telco, peraltro, è un soggetto, cito testualmente, “strutturalmente incapace di rimborsare il debito. Il che rende il creditore azionista di fatto”, dal momento che i dividendi della partecipata non pareggiano gli interessi passivi sul debito Non si deve dimenticare che gli altri azionisti forti di Telco sono Mediobanca, Intesa e Generali, che non hanno, secondo tradizione dei nuclei di controllo di Telecom, nessuna intenzione di mettere denaro fresco.

Last but not least: Telecom quota meno della metà del suo valore di libro, per gli amanti della perfida Albione, il book value. Andando indietro nel tempo, si ritorna alla madre di tutte le scalate, all’OPA su Telecom lanciata dai “capitani coraggiosi” (la definizione è del perdente del derby delle cime di rapa del PD pugliese, on.Massimo D’Alema) di Roberto Colaninno, la cui conseguenza è stata l’enorme carico di debiti su Telecom. Comprata da Marco Tronchetti Provera a prezzi d’affezione, venduta a Telco su pressione del candidato (?) sindaco di Bologna, prof.Romano Prodi, Telecom ha di fronte una montagna di debiti non scalabili. Téléfonica è stato un piccolo cavaliere bianco perché il governo Prodi voleva salvare una grande azienda italiana, ma voleva umiliare Tronchetti Provera. Così l’ingresso dei nuovi soci non è stato né carne, né pesce, inutile per risanare la società, inutile per un serio piano di rilancio. Ha buon gioco Massimo Mucchetti ad affermare che “il bilancio di Telco dipende da Telecom. Se qualche consigliere indipendente cominciasse finalmente a contestare la congruità dei 44 miliardi di avviamenti, un’enormità, oltre la metà dell’attivo, metterebbe in luce la pesante eredità di un passato con cui questa espressione del capitalismo relazionale italiano non ha mai voluto fare i conti.” Ha buon gioco, ma non sarebbe male rileggersi le espressioni usate in passato, non solo da Massimo D’Alema, per definire la madre di tutte le scalate, dai principali giornali italiani, Corriere compreso. Senza dimenticare gli intrecci azionari che vedono fra i principali azionisti del Corriere stesso, ma non solo, anche i protagonisti delle vicende di Telco.

Anyway, per la cronaca, i consiglieri indipendenti di Telecom sono: Paolo Baratta, Roland Berger, Jean-Paul Fitussi e, udite udite, Luigi Zingales. L’unico consigliere indipendente di Telco è Enrico Giliberti. Gli altri, cavalcano.