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Fare il tagliando ai debiti.

Questa è l’espressione usata, secondo quanto scritto in un ottimo articolo sul Corriere della Sera di oggi di Mario Gerevini, per descrivere, minimizzandolo, lo stato dell’arte intorno al Gruppo Romano Acqua Marcia. Se si tratti di un tagliando o di una vera e propria ristrutturazione del debito non è difficile giudicare ove si rifletta sul fatto che il gruppo ha chiesto una moratoria dei pagamenti fino al 31 gennaio, fissando per il 14 dello stesso mese un incontro per illustrare i dati del piano industriale. Nel descrivere la situazione di Acqua Marcia si usano termini molto in voga in questo periodo -per esempio per SEAT Pagine Gialle- ovvero “ingolfamento di debiti” o “ingolfamento di scadenze“. Espressioni del gergo motoristico, ma che richiamano, in finale, lo stesso concetto: manca la liquidità per rimborsare i prestiti, occorre una moratoria e un bel piano di ristrutturazione, per spostare in avanti il problema. Le cui dimensioni sono ben circostanziate nell’articolo di Gerevini: 259 milioni di fatturato nell’esercizio 2009 (erano 302 nel 2008), 400mila euro di utili, debiti bancari per oltre 900 milioni, di cui 150 milioni a breve termine. In altre parole, i debiti finanziari sono pari a quasi 4 volte il fatturato. Come se non bastasse, anche le garanzie sono ingolfate: il patrimonio è stimato in 2,5 miliardi, ma su di esso e sugli snodi immobiliari e azionari gravano pegni ed ipoteche, fra le quali la più significativa è quella triplice iscritta da BNL sulla sede di Roma.

Più che a un tagliando, sarebbe il caso di pensare, se non ad una rottamazione, a quelle situazioni nelle quali ci si compra una Porsche per metterla a gas: o, se si preferisce, non si hanno i denari per fare il pieno. Figuriamoci un tagliando.

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Traduzioni.

Mario Gerevini, in un divertente e singolare articolo comparso sul Corriere Economia di ieri, parla di un caso trattato dall’Antitrust, relativo a due fratelli che con il medesimo nome, la stessa insegna e lo stesso oggetto sociale -pompe funebri- si fanno concorrenza sleale.

Riportando il commento di uno dei due fratelli al tentativo di conciliazione, Gerevini cita uno dei due, Massimo, che afferma:”Ho tentato di trovare un accordo con Fabio, ma lui mi ha detto “te me ciavi (mi abbindoli, ndr)” ed è finita lì.”

Sulla questione della concorrenza, non mi sentirei di esprimere pareri. Su quella linguistica, ho qualche perplessità sulla traduzione di Gerevini, che mi sembra soavemente molto lontana dalla realtà. Se crede, potrebbe provare a proporre ad una signora, veneta, se volesse essere, per l’appunto, abbindolata. Temo che riceverebbe uno schiaffone.