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Se la questione non è lo stadio (il capannone) di proprietà.

Dal Sole 24 Ore si apprende che Rosella Sensi, Presidente della Roma “nata in una culla d’oro”, è ancora riluttante a cedere il pacchetto di controllo della squadra, nonostante l’indebitamento del gruppo presieduto da lei e dalle sorelle ammonti ad oltre 400 milioni, di cui 325 sono dovuti ad Unicredit e la parte rimanente a Montepaschi. Il bilancio è in profondo rosso e l’ammontare dei ricavi, pari a circa 100 milioni (e tutti da verificare nella loro consistenza liquida, come sempre nel caso di società di calcio) poiché è di gran lunga inferiore al debito mostra che l’attuale gestione, rebus sic stantibus, è insostenibile, e che servono capitali freschi.

Adriano Galliani, presidente A.C.MIlan

Con buona pace di Adriano Galliani, il problema non sembra risolvibile con l’acquisizione della proprietà degli stadi. Se giochi bene a calcio lo fai in qualunque stadio, proprio o in affitto: e se giochi male, non disputi neppure la finale della Champions League programmata nel tuo stesso stadio, che possiedi e gestisci. Forse sarebbe opportuno ridirlo: con il calcio non si fanno i soldi, quelli li fanno i calciatori ed i presidenti-raiders, come Cellino e Zamparini. Per tutti gli altri occorre avere capitali ed avere voglia, sostanzialmente, di buttarli.

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Se i capannoni vuoti non sono solo un problema estetico.

Dario Di Vico, parlando di “capannoni vuoti a Nordest”, individua con la consueta lucidità uno degli aspetti anche esteriormente più visibili della crisi, la sfilata dei capannoni vuoti ed abbandonati del Nordest. Il problema, tuttavia, come si evince dalla citazione seguente, sembra solo di tipo estetico-urbanistico.

“Del resto ai tempi della crescita facile non c’era piano regolatore comunale che non prevedesse una zona industriale, una artigianale e una commerciale. Non partiva nemmeno la concorrenza tra i Comuni, tanto ce n’era per tutti, le aree nel giro di qualche anno raddoppiavano il loro prezzo e gli uffici urbanistica delle Unioni Industriali erano presi d`assalto dai Piccoli per le pratiche edilizie. Gli stessi artigiani usavano poi il capannone come leva finanziaria per avere udienza e credito dalle banche. Ma il troppo stroppia e anche in casa leghísta oggi ci si pone il problema del paesaggio da tutelare. I maligni sostengono che in questo modo il Carroccio vuole evitare che i capannoni diventino grandi abitazioni zeppe di immigrati, ma più probabilmente è maturata una nuova intransigenza verso il consumo indiscriminato del suolo. Un vero censimento dei capannoni sfitti o in vendita nell`intero Nord-Est non c`è. È troppo presto. Alla mancanza di numeri certi viene in soccorso il colpo d’occhio. C`è chi per evocare un paragone tira in ballo gli scenari alla Philip K. Dick e il suo algido pessimismo post-moderno. Per operare, invece, un raffronto più prosaico e vicino a noi, il Nord-est dei capannoni vuoti è assai differente dalla cintura della ruggine attorno a Brescia, con le grandi cattedrali della siderurgia ormai svuotate che fanno mostra di sé a mo’ di dinosauri.”

L’archeologia industriale è certamente interessante e l’urbanistica, anche se vivo in una città che nemmeno sa cosa significhi la parola, mi affascina.

Però la vera questione, al di là del problema estetico ed architettonico, è decisamente un’altra: a cosa sono serviti tutti quei capannoni, ora vuoti? Siamo certi che la loro realizzazione sia così lontana nel tempo e non sia, al contrario, frutto della dissennata bolla immobiliare degli ultimi anni? E, infine, siamo certi che quei soldi non potessero essere spesi meglio, per esempio in tecnologie e capitale umano?

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Bolla immobiliare Crisi finanziaria

Mattonate.

Carlo Cimbri e Carlo Salvatori, rispettivamente neo amministratore delegato, l’uno, a.d.uscente l’altro, venerdì a mercati chiusi hanno comunicato che “in linea con le indicazioni dei regolatori (la Vigilanza di Banca d’Italia: ndr) al fine di migliorare i ratio patrimoniali” il gruppo Ugf (Unipol) chiederà ai propri azionisti la modica cifra di 500 milioni.

Stefano Elli, sul Sole 24 Ore di sabato ricostruisce gli affidamenti finiti sotto la lente di Via Nazionale ed ai quali, fra gli altri, è da ascrivere un ammontare di 19,5 milioni di sofferenze, 154,7 di incagli e 32,2 milioni di perdite stimate e partite anomale pari, al 30 giugno 2009, al 28% dell’erogato. Bene, si tratta di aziende riconducibili alla Immobiliare Aedes (Via Larga srl, Via Calzoni srl, Via Stalingrado srl e Turati Properties srl). Dunque i danni della sbornia post bolla immobiliare proseguono, estendendosi alla finanza rossa e democratica. Sull’apodittica affermazione che gli immobili si rivalutano sempre  sarebbe forse ora di stendere un pietoso velo di silenzio.

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Gli immobili si rivalutano sempre!

The Trump Hotel. Dubai

Si rivalutano talmente tanto che la notizia della pazzesca esposizione delle banche europee nel settore del real estate a Dubai ha fatto crollare le Borse di mezzo mondo. Con l’aggravante, se possibile, che la bolla immobiliare di Dubai non si riferisce a qualche appartamento in palazzine da 4 o 6 unità, riscaldamento autonomo, garage e giardino sul retro. Prima o poi questo tipo di immobili, anche in un mercato alterato e distorto come quello della Riviera di Rimini, trovano un compratore. La bolla di Dubai si riferisce ad appartamenti e realizzazioni di lusso, per immobili di ampia metratura, il cui mercato non è mai troppo liquido in tempi normali, figurarsi in questi tempi.

Più d’uno farebbe bene a riflettere sul fatto che gli immobili non sono esenti dall’illusione monetaria. E mentre un’azione, anche la più scalcinata, consente una exit way, magari in perdita, ma liquida, anche nei momenti peggiori, chi comprerà le faraoniche realizzazioni degli sceicchi?