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Uomini da tenersi stretti (grazie Stefano).

Uomini da tenersi stretti (grazie Stefano).

“In quegli anni vivevo il mio mestiere in modo aggressivo, atletico, con un’esigenza compilativa che oggi reputo  senza senso: bere o acquistare una bottiglia premiata m’illudeva di essere un assaggiatore migliore, finendo spesso col sentirmi come il Giovanni Drogo di Dino Buzzati, impaziente di raggiungere la mia grandiosa Fortezza Bastiani, salvo accorgermi, una volta arrivato, che si trattava solo di una costruzione vecchia e superata”.“Nella vita forse no, ma nel vino il pareggio esiste e può non essere noioso. Nel caso di Stefano Berti è perfino divertente”. 
Uomini da tenersi stretti

Pietro Nenni, romagnolo di Faenza, diceva che i giovani spesso sono superficiali perché credono sempre che il mondo inizi e finisca con loro. È quindi assai probabile che non avesse mai incontrato uno come Stefano Berti, romagnolo di Forlì, che fin da ragazzo è sempre stato profondo, “centrato” e forse perfino calvo. Conosco Stefano da tantissimi anni, tanti quanti sono i giorni e i mesi che mi occupo di vino per lavoro, e ai miei occhi non è mai cambiato. Non solo per la precoce calvizie, ma per almeno tre qualità che è impossibile non riconoscergli (anche perché inconsuete): l’ironia, l’indulgenza e la libertà di essere sé stesso.
Oggi che la libertà reale è in forte contrazione ovunque, che gli spazi riservati all’intelligenza cedono via via il passo alla topografia della banalità oppure alle esigenze del denaro, c’è sempre più bisogno di uomini pensanti, capaci di dare un peso (e un senso) alle parole e ai gesti, di lasciare tracce personali e non allineate. Insomma, gli uomini come Stefano Berti è meglio tenerseli stretti, ora più che mai.

Il Maestro

I suoi colleghi lo stimano e a molti di loro ho sentito dire che “senza il Maestro, la Romagna (del vino) non sarebbe la stessa”. Hanno ragione. Non dico che sia insostituibile (Churchill diceva che i cimiteri sono pieni di gente insostituibile), ma necessario sì.
Necessario è il suo volto, che ispira complicità, invita alla confidenza e strappa un sorriso anche a dispetto di rughe profonde come ferite. Necessario è il suo piglio sornione, che maschera un’intelligenza sottile, di chi non tiene banco con parole superflue: semmai alle chiacchiere preferisce le immagini (merito di uno spiccato talento per la fotografia). Necessaria è la sua visione del vino (e forse del mondo), pragmatica e senza astratte intransigenze.

La prima volta

Mi ricordo bene, della prima volta che incontrai Stefano. Era stata appena pubblicata l’edizione 2003 della Guida del Gambero Rosso e tra gli outsider insigniti dell’allora ambitissimo “Tre Bicchieri” figurava Calisto 2001, alla seconda uscita commerciale. Incuriosito, andai a trovarne l’artefice in cantina. In quegli anni vivevo il mio mestiere in modo aggressivo, atletico, con un’esigenza compilativa che oggi trovo senza senso: bere o acquistare una bottiglia premiata m’illudeva di essere un assaggiatore migliore, finendo spesso col sentirmi come il Giovanni Drogo di Dino Buzzati, impaziente di raggiungere la mia grandiosa Fortezza Bastiani, salvo accorgermi, una volta arrivato, che si trattava solo di una costruzione vecchia e superata.
In verità quella volta il vino “tribicchierato” non era affatto male, ma a colpirmi fu soprattutto Stefano. A cui da allora mi sento legato da autentica stima, una stima senza riserve, sebbene nel tempo qualche divergenza d’opinione non sia affatto mancata. E vivaddio, aggiungo.

Le Virtù

Mi piace come Stefano si sia sempre dimostrato capace di tenere ferma la bussola dei buoni principi (in campagna, in cantina e credo nella vita) evitando i radicalismi, misurandosi con i fatti e dissimulando il peso di ogni riflessione attraverso una bella dose di leggerezza. Mi piace, di Stefano, l’umiltà con cui si racconta, la trasparenza, l’onestà, la misura: non si sente un artista né un salvatore del pianeta, ma un produttore di vino il cui percorso professionale è in continuo dialogo con le esigenze del mercato, senza con questo mai apparire, nemmeno lontanamente, prono al mercantilismo. Sono tempi in cui va di moda la rassicurazione a ogni costo, l’occultamento delle difficoltà, le promesse dell’impossibile, ma Stefano non ci casca e continua a comportarsi dignitosamente, con onestà, adeguandosi ai suoi mezzi e alle sue capacità.
Nella vita forse no, ma nel vino il pareggio esiste e può non essere noioso. Nel caso di Stefano Berti è perfino divertente.

Ravaldino in Monte


Stefano Berti, classe 1959, è figlio di Urbano, impiegato, e di Margherita Fusconi, casalinga. La tenuta che oggi raccoglie la casa, la cantina e l’intero vigneto di proprietà, fu acquistata dal papà nel 1963. Siamo nella campagna di Ravaldino in Monte, ombelico di un triangolo che unisce Forlì, Meldola e Predappio, in una fetta di Romagna intermedia tra la prima e la seconda quinta collinare, tra gli appennini e il mare, dove il clima è prettamente continentale e le argille assumono colorazioni variegate, dall’azzurro al rosso passando attraverso tonalità ocra. Il podere era frequentato dalla famiglia Berti in modo perlopiù occasionale e rappresentava un’alternativa campestre alla residenza in città: vi si coltivava un po’ di tutto, senza ambizioni imprenditoriali. Spettò a Stefano, nel 1982, con un diploma di perito agrario appena conseguito all’Istituto Statale Garibaldi di Cesena, il compito di trasformarla in una vera abitazione “Scelsi di lasciare la città per starmene da solo, mi sentivo un privilegiato, ho sempre amato la libertà e l’indipendenza”. In verità cinque anni dopo smise i panni del lupo solitario e sposò Renata, insegnante: dalla loro unione nacque Clara, che ha di recente intrapreso una promettente carriera universitaria nell’ambito delle scienze internazionali e diplomatiche.
 
L’azienda

Nel 2000 Stefano Berti fonda l’intrapresa enoica che porta il suo nome. E inaugura la sua attività di vignaiolo lavorando le uve di un vecchio impianto di Sangiovese che ha sempre regalato rossi dalla mole generosa.
Questa è l’origine delle prime due etichette commercializzate tra il 2001 e il 2002: Ravaldo e Calisto. Due vini ottenuti principalmente da un vigneto del 1968 (produttivo ancora oggi, benché penalizzato da numerose fallanze), a cui progressivamente sono stati affiancati altri appezzamenti più moderni e performanti, scegliendo densità fitte, cloni di ultima generazione e portainnesti qualitativi.
Quelli sono anni di fermento in Romagna, pensate che nel triennio 1998/1999/2000 nascono ben tredici aziende di buon valore (Ancarani, Berti, Bissoni, Ca’ dei Quattro Archi, Francesconi, Gallegati, Il Pratello, La Grotta, Morini, Tenuta Casali, Tenuta La Viola, Vigne dei Boschi e Zavalloni) e che in assoluto dal 1994 al 2004 i nuovi marchi romagnoli superano le cinquanta unità, ovvero  la fetta di gran lunga più consistente dell’attuale produzione regionale.
Attratto dal lavoro di Michele Satta a Bolgheri e più in generale dal dinamismo dei piccoli produttori di Montalcino e del Chianti Classico, Stefano sceglie subito una consulenza toscana per curare al meglio gli aspetti tecnici in cantina e in campagna: il Gruppo Matura capitanato da Attilio Pagli. Non è l’unico: prima e dopo di lui si affidano a consulenti  toscani (per periodi più o meno lunghi) Castelluccio, Fattoria Zerbina, Drei Donà La Palazza, Giovanna Madonia, Calonga, San Valentino, La Berta, Tenuta Santini, Fattoria Paradiso, Campo del Sole, Tenuta Casali,  Villa Trentola e Balia di Zola.

La gamma

Le prime uscite di Calisto e Ravaldo riscuotono notevole successo in regione: si tratta di vini maturati in legni di piccola di taglia, privi di defaillance dal punto di vista tecnico, estroversi e accalorati, solidi e carnosi. Se Ravaldo è più terroso e gastronomico, Calisto ama invece esibire il muscolo e qualche fronzolo lussuoso, alternando annate davvero ipertrofiche a versioni di maggiore armonia. Dal punto di vista produttivo e stilistico qualcosa è cambiato rispetto agli esordi, la confezione enologica è un po’ meno evidente, e ciò che si è sacrificato sul piano formale trova un parziale riscatto sul versante della fruibilità e del carattere. Un carattere che è geneticamente affine al DNA di Predappio, una delle sottozone romagnole di più accertata vocazione, nella quale la località di Ravaldino in Monte è stata giustamente inserita.
A partire dalla vendemmia 2005 il catalogo si arricchisce di una terza referenza: il Bartimeo, che senza smarrire l’ossatura tipica delle argille predappiesi, predilige un consumo più quotidiano.
Dopodiché tocca al versatile Nonà, ultimogenito tra i rossi “bertiani”, nato (senza solfiti aggiunti) nel 2013 e fin da subito capace di alleggerire la portata strutturale dell’intera proposta in virtù di una frugalità espressiva che non scade mai nella diluizione.
Chiude la serie il Sangiovese Rosato “Cipria”, all’esordio con la bella vendemmia 2016 e in uscita sul mercato proprio in questi ultimi sgoccioli d’inverno.

 
Gli assaggi

Il mio ultimo giro di ricognizione tra le colline di Ravaldino, propedeutico a questa monografia, è datato dicembre 2016, una dozzina di giorni prima di Natale. In quell’occasione, grazie all’impagabile complicità del padrone di casa, ho potuto stappare e assaggiare una vastissima panoramica di Sangiovese prodotti dal 2000 a oggi. Un’intera carriera distillata in poche ore e un percorso che rivela, al netto delle tipologie e delle annate prese in rassegna, la forte identità romagnola della proposta; se per romagnola s’intende, in modo più o meno condiviso, rossi dotati di notevole frutto (benché non particolarmente ricco di sfumature) e di impianto gustativo solido, la cui articolazione, appena percettibile in gioventù, risulta più evidente dopo un congruo affinamento in bottiglia.
Certo, gli osservatori più attenti sanno bene che esistono parecchie eccezioni espressive in regione, ma si tratta appunto di eccezioni, talvolta legate alle peculiarità specifiche di un territorio, talatra all’interpretazione del produttore. In chiusura di articolo segnalo le bottiglie più significative degustate in quella ridente mattina di metà dicembre, mite e soleggiata, che ricorderò a lungo.
 
In breve

Stefano Berti
Via La Scagna 18
Località Ravaldino in

Le cinque declinazioni del Sangiovese attualmente in commercio: Forlì Sangiovese Rosato IGP Cipria 2016 (100% sangiovese; acciaio; primo anno 2016); Romagna Sangiovese Bartimeo 2015 (100% sangiovese; acciaio; primo anno 2005); Romagna Sangiovese Superiore Senza Solfiti Nonà 2015 (100% sangiovese; acciaio; primo anno 2013); Romagna Sangiovese Predappio Ravaldo 2015(100% sangiovese; tonneau; primo anno 2000); Romagna Sangiovese Predappio Riserva Calisto 2013 (92% sangiovese, 8% cabernet sauvignon; tonneau e barrique; primo anno 2000).

Le otto bottiglie da non perdere

Calisto 2013: Versione ben più ariosa e agevole rispetto alle precedenti edizioni, impeccabile nelle proporzioni, di minuzie sapide inusuali nella storia dell’etichetta. Il Calisto più elegante di sempre.
Ravaldo 2013: Se il patrimonio odoroso è ancora tutto da sviluppare, il sorso è invece privo di esitazioni, foderato quanto basta per evitare spigoli e ruvidezze eccessive. Chiude succoso, guardando con fiducia al futuro.
Bartimeo 2011: Carattere minerale tipico delle argille più tenaci e nitido ricordo di piccoli frutti rossi e neri. Bocca pressante e ben armonizzata, dal finale tonico nonostante una leggera sbavatura amarognola. Il migliore tra i Bartimeo finora prodotti.
Calisto 2009: La spontaneità non è la sua qualità migliore, in compenso possiede una struttura integerrima, scolpita da tannini fitti, maturi e innegabilmente predappiesi. Buon rapporto con l’ossigeno.
Calisto 2005: La quota di Cabernet Sauvignon è più varietale del solito e rende i profumi fin da subito gratificanti. Sorso invece assai “sangiovesista”, di pregevole ossatura, la dinamica è animata di bei contrasti, con un bonus di acidità e ritmo tipici del millesimo.
Ravaldo 2005: Vive un’evoluzione autentica e lo fa giocando su un registro di prevalente freschezza, tra la ciliegia, le radici e il sottobosco. Palato in sintonia, sapido, energico e allo stesso tempo accomodante, garbato. Una bella sorpresa.
Ravaldo 2002: È l’unica referenza commercializzata di una stagione tanto complicata quanto sorprendente alla prova del tempo. Per chi scrive si tratta del più buon rosso prodotto da Stefano Berti nella sua carriera (insieme a Calisto 2001, non presente in questa retrospettiva) e in assoluto il miglior Sangiovese romagnolo in quel millesimo di apocalittica piovosità. Naso e bocca perfettamente proporzionati, cilindrata sapida trascinante e chiusura piena zeppa di sapore. E chi se lo dimentica?
Calisto 2000: Non brilla per raffinatezza e originalità, la presenza del legno evoca gli stereotipi degli anni ’90, eppure si lascia bere con piacere, portando in superficie tutta la carnosa esoticità di un’annata calda ma non torrida – né eccessivamente asciutta. L’epilogo di questa carrellata è per contro l’inizio della carriera di Stefano Berti. Una carriera che ci auguriamo ancora molto lunga e ricca di successi. Grazie Maestro.

Francesco Falcone

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Educazione Imprese PMI

Fare impresa è soprattutto questione di posizione umana: personale.

Fare impresa è soprattutto questione di posizione umana: personale.

Florin Cristea nella sua bottega di Castagneto Carducci

Mi manda un sms oggi Florin Cristea, il sarto romeno che ho conosciuto qualche tempo fa e di cui ho parlato nel blog. Gli avevo segnalato il post e lui mi ha risposto così:

Bel commento. La ringrazio e mi scuso del ritardo con cui ho letto. Accendiamo il pc di rado…lo ha scritto così bene che stento a credere che si tratta di me. Mi trova d’accordo con le Sue riflessioni e spero che gli uomini di buona volontà e buon senso lo useranno per tutti. Florin

Non si sarebbe nulla da aggiungere a quello che ha detto il sig.Cristea, se non che, proprio oggi, pensando a quante persone in difficoltà hanno scelto il gesto estremo del suicidio per sfuggire alla disperazione che li attanagliava, riflettevo sul fatto che fare impresa è anzitutto questione di avere una posizione umana. Ovvero di avere qualcosa che tenga di fronte alle avversità, all’essere la realtà diversa da come ce la immaginiamo, ai problemi.  L’esperienza del sig.Florin, che andrebbe raccontata di più e più spesso, mostra che si può avere una posizione umana che tiene: e che averla è una questione di educazione, per sè e per gli altri.

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Cultura finanziaria Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa PMI Sviluppo Università

C’è un grosso limite 3 (bisogna nascere imparati).

C’è un grosso limite 3 (bisogna nascere imparati).


Il problema, qui, più che di persone è di ambizioni delle persone: «Spesso ci troviamo di fronte a uomini e donne con buone idee ma con grosse difficoltà a trasformarle in impresa», dice il presidente di Quantica Sgr, Roberto Mazzei, come a ricordare uno dei peccati originali degli innovatori di inizio millennio. Un peccato che pesa, però, perché come ricorda ancora Mazzei «nel venture capital spesso si finanzia non tanto l’impresa quanto l’imprenditore». E se quest’ultimo non funziona al meglio, l’investimento non parte neanche: «Serve una maggiore competenza, ma anche una più convinta sensibilità manageriale». In pratica: imprenditori che vogliono fare gli imprenditori, e hanno definitivamente sgombrato il campo da possibili alternative accademiche o consulenziali.
Anche perché, ormai superata la fase pionieristica, gli investitori stanno gradualmente alzando l’asticella. Vale per i fondi, ma anche per i business angels, i privati specializzati in operazioni di taglia compresa tra i 50 e i 200mila euro. «È vero, abbiamo iniziato a stringere le maglie», conferma Tomaso Marzotto Caotorta, segretario dell’Iban, l’associazione degli angels italiani: «Vogliamo vedere meno idee, ma migliori».

L’articolo di Ferrando è assolutamente interessante e andrebbe letto in un’aula universitaria prima di cominciare la lezione o le lezioni sugli investitori istituzionali in capitale di rischio.  Ma “uomini e donne con buone idee ma con grosse difficoltà a trasformarle in impresa” sono la regola, non l’eccezione. Il lamento di Mazzei, che per giunta invoca “maggiore competenza” e una “più convinta sensibilità manageriale” sembra davvero l’espressione di uno schema sulla realtà, più che di un sano realismo, che può nascere soltanto dall’osservazione. Ma se gli imprenditori, come suol dirsi, “nascessero imparati“, per quale motivo dovrebbero rivolgersi agli investitori istituzionali in capitale di rischio? E per quale motivo si dovrebbero servire di soggetti che si differenziano dagli altri finanziatori proprio per il loro bagaglio di competenze manageriali? Se tutti i neo-imprenditori dovessero per forza uscire dalla Bocconi o dalla Cattolica, per gli altri che si fa? Non si finisce mai di fare fatica, ma soprattutto non si finisce mai di imparare.

Mentre Mazzei si lamenta, qualcuno lavora facendo la Scuola d’Impresa, per esempio, provando a dare, prima ancora che strumenti e metodi, i criteri.

Buon lavoro.

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Cultura finanziaria Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese informazione PMI Sviluppo Università

C’è un grosso limite 2 (ecosistemi e mondi perfetti).

C’è un grosso limite 2.

Dunque sul tavolo c’è mezzo miliardo, non poco per un paese «in cui gli operatori sono pochi ed è sempre difficile raccogliere capitali», come fa notare ancora Gervasoni. Il problema, semmai, è quello di paracadutarlo su iniziative interessanti, che facciano crescere le imprese e remunerino il capitale investito. «È già un miracolo quando ci viene sottoposta una realtà che supera il mezzo milione di fatturato, la soglia minima oltre la quale si può effettivamente parlare di impresa – aggiunge ancora Campanella –. L’ecosistema è troppo frammentato, scandito da logiche individualistiche. E spesso si assiste a investimenti dettati più dalle relazioni personali che dall’effettiva qualità del business plan presentato».

In un mondo perfetto le università sfornerebbero innovazioni non troppo lontane dal mercato e innovatori capaci di fare i manager, i fondi darebbero prova di sensibilità tecnologica e massima trasparenza, le istituzioni promuoverebbero l’efficienza del sistema attraverso pochi strumenti, ma buoni. Evidentemente l’Italia – ma non solo – è piuttosto indietro, e tutti al momento hanno buoni motivi per lamentarsi. Come uscirne? «Imparando a dotarci di un approccio italiano al venture capital, e smettendola di mutuare modelli altrui», suggerisce ancora la direttrice Aifi. «Tutti dobbiamo cambiare i nostri mantra», scherza Gervasoni.

Forse Gervasoni non stava scherzando mentre parlava con Marco Ferrando. E poiché insegnando contemporaneamente lavora nello stesso mondo del quale parla, sa bene che i mondi perfetti esistono solo per dimostrare principi inapplicabili; e gli eco-sistemi forse sarebbe meglio lasciarli ai naturalisti. Altrimenti si cercano le stelle alpine sulla spiaggia di Viserbella, trovando, tutt’al più, pensioni con vista ferrovia.

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Borsa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Seduzioni.

Un articolo di Piero Gnudi, Presidente di Emittenti Titoli, si pone il problema di come rendere “attrattiva” la Borsa Italiana per le Pmi. Gnudi sottolinea che “gran parte dei collocamenti fatti sia dai privati che dallo stato, però, non sono stati effettuati per reperire risorse finanziarie per le aziende ma per far cassa per gli azionisti. Una delle eccezioni più importanti è data dall’aumento di capitale dell’Enel di 8 miliardi del 2009 che fu fatto, invece, per finanziare parzialmente l’acquisto di Endesa.
Emittenti titoli ha promosso una ricerca che fornisce un quadro a luci e ombre su costi e qualità dei servizi di listing, trading, post-trading e regolatori in Europa e in particolare in Italia.
Avere allora una struttura di Borsa che sia più efficiente e meno costosa, certamente è un passo importante, ma occorre anche creare le condizioni perché le imprese richiedano la quotazione. Penso sia utile ripristinare agevolazioni fiscali e forse anche ripensare a un’imposta simile alla Dit che prevedeva un onere d’imposta inferiore per le imprese che aumentavano il patrimonio netto“.

Gnudi coglie nel segno quando ricorda che lo scarso peso di Borsa Italiana sul Pil nazionale è una questione che riguarda il lato dell’offerta, non della domanda di titoli. Riguarda, appunto, gli emittenti, della cui associazione non a caso l’autore dell’articolo citato è Presidente. Che si quotano quasi sempre, Italia oppure no, piaccia o no a Gnudi, per fare cassa e non per “crescere, ridurre l’indebitamento, disporre di risorse fresche per fare investimenti etc…” ovvero la ben nota e ormai stanca vulgata accademica in materia. Viene il dubbio che agevolare la quotazione, mediante una fiscalità di vantaggio o proposte simili non si risolva in altro che in nuove quotazioni, destinate a rendere liquidi patrimoni degli azionisti senior. In Italia questo aspetto è accentuato, ma ipotizzare che regole meno rigide e prezzi più economici servano a rendere più etico e capace di rischio e responsabilità il nostro capitalismo è quantomeno velleitario, perché evita la questione culturale del fare impresa. Ovvero, che senso abbia farlo e perché, se è vero che l’azienda non ci appartiene.

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Economisti Imprese

Li trovavo avulsi dalla realtà.

(..) in genere gli scritti dei socialisti mi ripugnavano e mi attraevano nello stesso tempo, perché li trovavo avulsi dalla realtà (..). Nessun sistema socialista, per quanto avanzato, sembra prendere adeguati provvedimenti per mantenere alto lo spirito imprenditoriale, e individuale, né promette uno sviluppo abbastanza rapido degli impianti industriali e degli altri strumenti materiali di produzione… Mi sembra che a fare progressi in direzione del lontano obiettivo di un’organizzazione sociale idealmente perfetta siano stati soprattutto coloro che si sono impegnati ad affrontare problemi specifici, piuttosto che a sprecare energie nel tentativo di tirare dritto senza risolverli.

Alfred Marshall, Industry and Trade

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Banche Bolla immobiliare Crisi finanziaria

Se i capannoni vuoti non sono solo un problema estetico.

Dario Di Vico, parlando di “capannoni vuoti a Nordest”, individua con la consueta lucidità uno degli aspetti anche esteriormente più visibili della crisi, la sfilata dei capannoni vuoti ed abbandonati del Nordest. Il problema, tuttavia, come si evince dalla citazione seguente, sembra solo di tipo estetico-urbanistico.

“Del resto ai tempi della crescita facile non c’era piano regolatore comunale che non prevedesse una zona industriale, una artigianale e una commerciale. Non partiva nemmeno la concorrenza tra i Comuni, tanto ce n’era per tutti, le aree nel giro di qualche anno raddoppiavano il loro prezzo e gli uffici urbanistica delle Unioni Industriali erano presi d`assalto dai Piccoli per le pratiche edilizie. Gli stessi artigiani usavano poi il capannone come leva finanziaria per avere udienza e credito dalle banche. Ma il troppo stroppia e anche in casa leghísta oggi ci si pone il problema del paesaggio da tutelare. I maligni sostengono che in questo modo il Carroccio vuole evitare che i capannoni diventino grandi abitazioni zeppe di immigrati, ma più probabilmente è maturata una nuova intransigenza verso il consumo indiscriminato del suolo. Un vero censimento dei capannoni sfitti o in vendita nell`intero Nord-Est non c`è. È troppo presto. Alla mancanza di numeri certi viene in soccorso il colpo d’occhio. C`è chi per evocare un paragone tira in ballo gli scenari alla Philip K. Dick e il suo algido pessimismo post-moderno. Per operare, invece, un raffronto più prosaico e vicino a noi, il Nord-est dei capannoni vuoti è assai differente dalla cintura della ruggine attorno a Brescia, con le grandi cattedrali della siderurgia ormai svuotate che fanno mostra di sé a mo’ di dinosauri.”

L’archeologia industriale è certamente interessante e l’urbanistica, anche se vivo in una città che nemmeno sa cosa significhi la parola, mi affascina.

Però la vera questione, al di là del problema estetico ed architettonico, è decisamente un’altra: a cosa sono serviti tutti quei capannoni, ora vuoti? Siamo certi che la loro realizzazione sia così lontana nel tempo e non sia, al contrario, frutto della dissennata bolla immobiliare degli ultimi anni? E, infine, siamo certi che quei soldi non potessero essere spesi meglio, per esempio in tecnologie e capitale umano?

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Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (3a e ultima parte).

Esiste un vincolo finanziario allo sviluppo, la letteratura economica se n’è occupata tante volte, specialmente nel nostro Paese. Il vincolo finanziario definisce il rapporto fra le risorse disponibili -scarse- e la necessità di impiegarne quantità elevate -almeno normalmente- per crescere, svilupparsi, fare investimenti.

Il vincolo finanziario non è risolvibile esclusivamente dal lato bancario: è impensabile che le banche si facciano carico, più di quanto già accade, del sostegno al fabbisogno finanziario di imprese il cui rischio operativo ricadrebbe, in tal modo, esclusivamente sul finanziatore. E il finanziato, l’imprenditore, non può pensare che un’operazione stia in piedi solo perché una banca la finanzia. Le banche sbagliano, ma quando se ne accorgono non abbandonano sportivamente la partita, richiedono il dovuto.

La crescita è costosa, bisogna potersela permettere, non appena trovando la copertura per i propri fabbisogni, ma verificando che le scelte che si compiono consentano di ritrarre utili adeguati, non appena nominalmente sufficienti. Nessuno può togliere il rischio di impresa, né ai piccoli, né ai grandi imprenditori. Ma se prima di agire si valutassero le conseguenze delle proprie scelte, forse ci si farebbe meno male, evitando dolorosi bagni di sangue, indebitamenti insostenibili, tristi chiusure. Permettersi la crescita significa sia verificare la convenienza e la fattibilità di piani e programmi, come già si è illustrato, ma anche ipotizzare, finalmente, di impiegare capitale proprio, capitale di rischio. Non è appena una questione di garanzie, le garanzie, per quanto valgano, non producono né reddito, né liquidità, non garantiscono altro che il debito a fronte del quale sono state prestate, non assicurano lo sviluppo. Se non si tratta di garanzie, e neppure di banche “cattive”, è una questione, molto più semplicemente, di farsi qualche domanda sul senso di quello che si sta facendo.

(Fine).

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Bolla immobiliare Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (2a parte).

La dimensione aziendale, dunque. Non esiste una dimensione ideale, va ricercata caso per caso. Ma non c’è dimensione che possa consentire all’azienda di andare avanti se non si produce sufficiente reddito per ripagare gli investimenti: in altre parole se il rendimento del capitale non è superiore al costo del capitale, dunque se il risultato operativo=risultato della gestione caratteristica non è superiore agli oneri finanziari=interessi passivi.

Su questo punto è bene essere chiari: il rendimento del capitale non può in alcun modo essere inteso come plusvalenza “latente”, ovvero “implicita” nella valutazione di immobili, terreni, etc… In altre parole, che la terra costi moltissimo, così come gli immobili, per esempio ad uso alberghiero, non significa che il prezzo sostenuto sarà ripagato da ritorni adeguati, bensì che è in atto un fenomeno di gonfiamento artificioso e speculativo dei prezzi, che li spinge in su, in maniera del tutto irrazionale. Nella simpatica Riviera riminese, dalla quale abbiamo esportato in Regione il vice-sindaco Melucci (che ha affermato che a sua volta esporterà il modello riminese in Regione: auguri…) il fenomeno della bolla è palese nell’ambito delle valutazioni degli alberghi e degli stabilimenti balneari. In altre parole, che ci sia qualcuno che vende gli alberghi -o un bagno al mare- a prezzi d’affezione, ciò non significa che quel bene sia in grado di ripagare l’investimento, ma solo che esiste un fenomeno speculativo che ha una conseguenza molto semplice: si rientra dell’investimento solo quando e se si riesce a vendere, a propria volta. Non è difficile immaginare che lo stesso ragionamento valga anche per le aziende agricole, in Sicilia, in Toscana, ovunque.

Fare debiti per immobili che poi “si rivalutano sempre” o per comprare aziende che consentiranno il rientro dell’investimento solo in decenni, è del tutto irrazionale e privo di compatibilità finanziaria, tanto più se l’operazione viene effettuata a debito. Se venisse effettuata con denari propri sarebbe parimenti irrazionale, ma almeno il rischio sarebbe inferiore.

Nel concreto, di qualunque azienda si tratti, la dimensione dovrà consentire di generare reddito, compatibilmente con due esigenze:

  1. quella di generare liquidità sufficiente al mantenimento di condizioni di vita adeguate per tutti coloro che dall’azienda traggono sostegno, ovvero l’imprenditore, i soci, i familiari;
  2. che questa liquidità sia sufficiente anche a mantenere solvibile l’azienda in condizioni di normalità, ovvero che si paghino i debiti contratti alle scadenze pattuite.

Ogni altra situazione genera squilibri: se per pagare debiti vecchi devo farne dei nuovi, il problema non consiste nel trovare nuovi finanziatori, magari imprecando se sono di manica corta, bensì nel chiedersi come mai l’azienda non stia in piedi. La vera questione, infatti, non è mai quella della copertura del fabbisogno (chi mi dà i quattrini), quanto piuttosto della sua sostenibilità (sono capace di restituirli).

(segue)

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Analisi finanziaria e di bilancio Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (1a parte).

Piccolo è bello è una semplificazione giornalistica, di derivazione sociologica. La capacità immaginifica di Giuseppe De Rita e del Censis, in anni passati fecero il resto, facendo la fortuna di una definizione che nella sua sintesi, tuttavia, fa torto alla complessità della realtà.

Siamo la patria delle piccole e medie imprese, forse sarebbe meglio dire delle micro-imprese, quelle fino 5 addetti, che presidiano, con maggioranze bulgare, l’anagrafe tenuta dalle Camere di Commercio. La media impresa, come studi più o meno recenti hanno dimostrato, è tale proprio perché non più affetta dei difetti della piccola: la media impresa sta già diventando grande, si organizza, si struttura, si dota di risorse, di capitali, di management.

A scanso di equivoci, diciamo che si parla di piccole e di micro.

La prima questione da affrontare è metodologica: non esiste una dimensione ideale, perché la dimensione è nello stesso tempo uno strumento per il raggiungimento di determinati obiettivi -difficile immaginare di costruire una mini-acciaieria o un mini-cantiere navale per costruire petroliere-, dall’altra la dimensione è imposta dalla necessità di rimanere competitivi di fronte a quello che richiede il mercato. Il mercato, ovvero i clienti, i concorrenti, quello che accade intorno a noi.

Le coordinate della dimensione sono di due tipi: da un lato il capitale fisso -impianti, macchinari, attrezzature, la terra, un fabbricato etc…- e quello circolante -clienti, scorte e fornitori- cioè il capitale necessario per fare il lavoro che si è scelto di fare. Dall’altra anche il fatturato, ovvero le vendite realizzate grazie all’impiego del capitale necessario, rappresenta una modalità di misurare le dimensioni aziendali. Capitale investito e fatturato sono coordinate che non possono essere trattate disgiuntamente, perché sebbene il fatturato sia vanità (Cino Ripani docet), senza di esso non si possono generare utili (la verità) e la cassa (la realtà).

Il vero problema è in quale modo avviene tutto questo.

Di qualunque cosa si occupi l’impresa, dal fare le piadine al costruire mobili, dal vendere giocattoli al pulire gli uffici e qualunque sia l’origine dell’imprenditore (i.e.: imprenditore “per caso”, imprenditore “ereditario”, imprenditore “che-si-è-costruito-un-posto-di-lavoro-da-solo”, imprenditore che “so fare solo questo” oppure “faccio questo da sempre”, imprenditore che “lo-faccio-per-autonomia” o “perché-le cose-fatte-con-le proprie-mani-sono-più-belle” deve fare i conti con la realtà, ovvero con la necessità di mantenersi in equilibrio economico e finanziario.

Si tratta di due dati di realtà che non possono essere mai ignorati: l’equilibrio economico, ovvero la capacità della gestione di generare un volume di ricavi sufficiente a coprire i costi è sempre necessario, non può mai mancare, salvo situazioni particolari e assolutamente  temporanee (i.e. la crisi). L’equilibrio finanziario, ovvero la capacità della gestione di generare risorse finanziarie -la parola autofinanziamento definisce bene il concetto- può talvolta venir meno, ma solo temporaneamente, in presenza di esigenze di crescita, investimento, sviluppo. Bisogna ricordare che l’autofinanziamento dipende dagli utili, ovvero dal reddito: se un’azienda perde, mancherà sempre la liquidità, e ne mancherà anche se la banca supplisce, aumentando i fidi (e i debiti). Ma, soprattutto, l’autofinanziamento è l’unica misura della compatibilità di qualunque scelta aziendale: con l’autofinanziamento posso ripagare gli investimenti, i debiti contratti per effettuarli, consentire che l’imprenditore, i soci ed i loro familiari possano avere di che mantenersi. (segue)