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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Contrordine compagni! Le difficoltà non sono più un problema.

Contrordine compagni! Le difficoltà non sono più un problema.

Contrariamente a quanto evidenziato ieri sul blog, anzi, in concomitanza all’uscita del post, la Commissione europea ha stabilito che lo stato di difficoltà accertato alla data del 31 dicembre 2019 valga solo nel caso che la società medesima sia assoggettata a procedura di insolvenza o a un piano di ristrutturazione. Ci sarà di che gioire, forse, per le piccole e le microimprese, destinatarie dei prestiti Covid-19: ma per farci un’idea, appena abbozzata, di cosa questo significhi, mettete insieme tante piccole Alitalia sparse per lo Stivale, e il gioco è fatto. Bene, ma non benissimo.

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Fabbisogno finanziario d'impresa Giulio Tremonti Imprese PMI

Nessuno vuole ciaccare il ferro.

Nessuno vuole ciaccare il ferro.

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Mentre chiacchiero, in una pausa del Meeting (straordinario anche quest’anno), con un amico abruzzese con il quale stiamo organizzando un corso per nuovi imprenditori, ragioniamo sui dati delle cosiddette start-up, citati anche dal ministro Delrio durante il suo intervento, soprattutto nel Mezzogiorno. Ed entrambi dubitiamo, non tanto della bontà dei dati stessi,quanto piuttosto del loro vero significato: così lui, alla mia osservazione sul terziario arretrato, ovvero bar, ristoranti, esercizi commerciali etc…se ne esce con questa frase meravigliosa, che mi fa pensare a due o tre cose.

La prima è molto stringente in termini economici ed è persino banale ripeterla, ma purtroppo riguarda e continua a riguardare tutto il Paese, con l’eccezione, forse, dell’Alto Adige, dove la Provincia Autonoma gestisce ed indirizza la concorrenza: tutti i settori dove non vi sono barriere all’ingresso e dove è relativamente facile entrare per assenza di elevati livelli di capitale investito sono anche quelli che crescono, innovano ed investono meno. Soprattutto, sono i settori a minore valore aggiunto ed a bassa redditività.

Se di investimenti (e di incentivi) si deve parlare, allora, forse sarebbe il caso di ricordare il deleterio contributo della Tremonti alla bolla immobiliare e la cronica assenza di politica industriale: una qualunque, purché politica industriale. D’altra parte siamo e rimaniamo un Paese ad elevata tassazione su famiglie ed imprese, con le distorsioni conseguenti (si investe solo in presenza di incentivi).

Infine, ed è evidentemente un problema culturalmente connesso al precedente, si fa fatica a pensare alla manifattura, si fa fatica a pensare alla fatica: non solo perché impiantare la manifattura è più difficile e costoso ma, appunto, perchè più faticoso. E se la questione è culturale, non c’è incentivo che tenga.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Bisogna fare sviluppo.

Bisogna fare sviluppo.

SviluppoIn uno strano mese di luglio, denso di lavoro inframmezzato da ferie (poche: per chi fosse interessato a come è andata, si rimanda a twitter), mi è capitato più volte di esaminare aziende che prima di compiere un passo vogliono verificarne la fattibilità, con un atteggiamento certamente molto diverso dal passato, recente e non. Allo stesso modo, e quasi in parallelo, più di un bancario, ma ovviamente anche dirigenti ed amministratori, mi ha dichiarato che “bisogna fare sviluppo“, togliendo il freno a mano che ha finora bloccato l’erogazione di prestiti.

Sembrano buone notizie, sembrano i primi passi di un modo finalmente “sano” di intendere le relazioni di clientela, improntato a ragionevolezza: al punto che una Bcc del Sud mi ha chiesto cosa pensassi di un’impresa della quale si dubitava ma che, in qualunque regione del Centro-Nord, sarebbe stata affidata immediatamente. Tuttavia, appunto, “bisogna fare sviluppo“: ovvero, si deve fare crescere il margine di interesse, si deve fare credito alle imprese, si devono cercare nuovi clienti.

Tutto bene? Anzi, sbrighiamoci a fare credito, perché è già tardi? In realtà “fare sviluppo” richiede molto di più di una mera disponibilità ad erogare risorse finanziarie. Mentre le categorie continuano la litania dei lamenti (non perché ci sia da ridere se un’impresa chiude, ma è semplicemente il mercato, bellezza!), mostrando tutti i limiti tecnici e culturali dei modelli associativi italiani, la questione che emerge è proprio quella della selezione: parola sgradevole probabilmente, ma anche l’unica che dovrebbero avere a cuore gli imprenditori seri e le banche che li finanziano o vogliono finanziarli. Senza selezione le risorse finanziarie saranno distribuite, ovvero allocate, in maniera sempre meno efficiente, L’efficienza allocativa, ossia l’efficienza nel modo con cui il mercato seleziona gli impieghi meritevoli di credito rispetto a quelli scadenti, è uno dei concetti che più di tutti mi hanno affascinato della materia che studio ed insegno. Ma, nel contempo, è uno dei concetti più desueti e distorti e, proprio per questo, più teorici ed inattuati. La valutazione del merito di credito basata sulle garanzie o sulle conoscenze, sulla “storicità” del rapporto o sull’esistenza di proprietà immobiliari, anziché rispetto ai fondamentali dell’equilibrio economico e finanziario, ne è un triste esempio.

Se si è coscienti di questo, “bisogna fare sviluppo“può diventare non una mera parola d’ordine di stampo commerciale o lo slogan dell’ufficio marketing, ma qualcosa di molto più interessante. Può diventare la partenza di un modo di fare banca che si confronti con la realtà in modo duro, serio ed impegnativo, che chiami le imprese a scegliere e farsi scegliere, valorizzando la cultura d’impresa e castigando la rendita. C’è solo un modo per fare tutto questo, a dispetto delle scelte di tante grandi (purtroppo non solo loro) banche: valorizzare il capitale umano, investire su di esso, svilupparne le competenze e la cultura d’impresa. Proprio per questo, la sfida è ancora più grande.

 

 

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Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Bar-collando: drink yourself (and enjoy your debt).

Bar-collando: drink yourself (and enjoy your debt).

rimini marina centro chiuso il bar barcollando

Cuore, settimanale satirico d’antan, aveva una rubrica intitolata, se non erro “Fotografa l’insegna più idiota di un negozio della tua città”.  Non so se l’insegna in questione, vista nel corso di una passeggiata di salute (letteralmente) avrebbe concorso degnamente per il titolo.

A me ha fatto riflettere, insieme alle due aperture contestuali (sabato 21 nel pomeriggio) di ben due nuovi bar in una città che fatica a tenere dietro alle chiusure di altri bar, gelaterie, ristoranti etc… Sarebbe interessante sapere se le due new-co in questione (con rispetto parlando per le new-co) abbiano fatto il tutto a debito oppure ci siano dei capitali: conoscendo il terziario arretrato riminese (e fanno due debiti di citazioni a Michele Serra) penso che il quoziente di indebitamento sia elevato e dunque ardua la riuscita.

Forse sarebbe il caso di ricordare (già… ma a chi? associazioni di catagoria? consulenti? commercialisti?) che le imprese neo-costituite hanno una mortalità elevatissima nei primi tre anni di vita a causa, nell’ordine di: mancato raggiungimento del punto di pareggio, carenza di pianificazione finanziaria e assenza di business plan, scarsità di capitale di rischio ed eccesso di indebitamento, volontà di creazione dell’impresa fondata sulla creazione di uno o più posti di lavoro per il titolare/i. Ovvero, ciò che in questo momento viene magnificato come eroico, anche da qualche spot ruffiano…

Il realismo, virtù cristiana anche a Natale, imporrebbe di chiamare le cose col loro nome: stiamo parlando di neo-imprese marginali, destinate a fare a cazzotti con chi è già presente su un mercato saturo ed a gonfiare, almeno in nuce, la lista degli iscritti al movimento dei forconi. Lo stesso realismo che mi fa dire, Dio mi perdoni, che la colpa per una volta tanto è davvero delle banche: che al terziario arretrato non dovrebbero più dare un centesimo.

Per scegliere solo gente con progetti callosi, mani ruvide, primario e secondario che sia: ma che producano qualcosa, qualsiasi cosa.

Buon Natale!

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Capitalismo Crisi finanziaria Disoccupazione fiducia Indebitamento delle imprese PMI

Forconi, imprese marginali e altre storie.

Forconi, imprese marginali e altre storie.

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A me sembra, viste le categorie partecipanti, che questi non ce la fanno più a tenere la concorrenza e le tasse che cominciano finalmente a pagare sono la botta finale.
Però non è quello che li sta mandando in rovina. Un esempio su tutti: gli autotrasportatori tedeschi fanno lavorare i TIR 24h al giorno con turni a scorrimento: dopo 2 o 3 anni il camion viene sostituito, quindi tir sempre nuovi, logistica all’avanguardia, e impiegati che ottimizzano non facendo viaggiare mai vuoti i camion. Il padroncino Italiano anche sta sveglio 24h a lavorare non ce la può fare, anche senza pagare le tasse non ce la può fare. E ci credo poveraccio che vuol tornare a 20 anni fa, con mercati chiusi e protetti. Lo stesso si può dire di negozianti, tassisti agricoltori. Mi spiace per loro ma sono destinati economicamente a scomparire, è il capitalismo baby, se vi piace è così.. un grande con il barbone vi aveva avvertito che o diventavi un boss mondiale…o ciao
.”

BOBROCK3 dal sito de IlSole24Ore.com

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Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese Mutui e tassi di interesse Relazioni di clientela

Deterioramenti (downgrading creditworthiness).

Deterioramenti (downgrading creditworthiness).

La segnalazione da parte di Banca d’Italia dei rischi connessi all’aumento delle sofferenze e dei crediti deteriorati viene ricondotta, nello sbrigativo riassunto del Sole 24 Ore, alla contrazione dell’attività economica ed all’aumento dei tassi (questi ultimi dovrebbero crescere in funzione dell’accresciuta rischiosità dei prenditori, non il contrario). Singolarmente, ma non troppo, il bollettino economico della Banca d’Italia viene pubblicato nello stesso giorno in cui le imprese italiane più prestigiose (Generali ed Eni) subiscono il downgrading “per il collegato disposto” dell’abbassamento del rating tricolore. Sul downgrading di Generali e di Eni ci sarebbe da discutere, perché è realmente discutibile che uno Stato Sovrano estenda la sua presunta peggiorata capacità di restituzione del debito a due imprese, due delle poche, multinazionali. Ma tant’è, come ha detto il Presidente del Consiglio dobbiamo imparare a conviverci e, in finale, ad essere consapevoli di quello che valiamo. Dimostrandolo, infine, vista la bontà d’animo della signora Merkel (sia fin d’ora maledetto chiunque, fra qualche tempo, verrà a dirci che, come la Tatcher, “però era buona”), intenzionata a tirare la corda quanto più possibile.

Quanto alle sofferenze, il discorso è ben diverso e peggiore. Mentre per il rating del Paese possiamo pensare, con qualche ragione, che i giurati del nostro beauty contest si siano sbagliati o siano al soldo di un’altra concorrente, maggiormente dotata di noi, per le imprese, soprattutto per le Pmi, la questione a mio parere è più grave. I giurati, ovvero le banche, tanto per rimanere all’esempio del concorso di bellezza, stanno facendo finta di non vedere, o non vedono. Le imprese sorridono nervosamente, facendo finta che le cose vadano bene, facendo finta di essere belle: chi ha immobili non li vende, per non rendere liquida una minusvalenza preferisce contabilizzare una plusvalenza di carta. Chi ha capitali non li mette, chi ha bisogno di liquidità presenta piani di rientro che spostano tutto in avanti, senza mettere in discussione l’unica cosa che dovrebbe essere rivista, la formula competitiva. Non sai cantare, non sai ballare, non sai neppure l’italiano e sei pure bruttina: ma non vuoi uscire dalle selezioni e, per giunta, non vuoi neppure studiare. Chi ha margini ridicoli, come i benzinai, protesta perché la concorrenza favorita dalle liberalizzazioni li metterà sul lastrico; bene, ma è difficile non chiedersi chi glielo faccia fare. Perché fare tanta fatica per due soldi? A tacere di quei benzinai, veri e propri “criminali economici”, che accettano dai camionisti -altra categoria a rischio- pagamenti con postdatati ed altre amenità. Bene, abbiamo appreso che il profitto da fame di 2 centesimi a litro sarà difeso con soli 7 giorni di chiusura. Magari chiudessero, ne chiudessero di più. Ma non lo faranno, perché neppure sanno quello che fanno. Stanno difendendo il nulla. Come si dice su twitter #sapevatelo.

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ABI Banche Bolla immobiliare CdO Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Morire d’impresa.

Morire d’impresa.

L’imprenditore che si è dato la morte qualche giorno fa in Veneto non è morto perché gli strozzini lo avevano messo alle corde o perché le banche gli avevano revocato gli affidamenti, non è morto perché lavorava nel settore delle costruzioni, drammaticamente e strutturalmente in crisi. E’ morto perché non lo pagavano: non lo pagava, probabilmente, lo Stato ma anche (e questo si dice molto poco o molto meno) non lo pagavano i suoi clienti, non lo pagavano i committenti. Altre piccole e medie imprese, probabilmente anche grandi imprese, ma non lo pagavano: ed ha scelto, come gli altri di cui anche su JM si è parlato, di farla finita, incapace di sopportare il peso di dover licenziare. Si dovrebbe tacere in questi casi di fronte a chi compie una scelta estrema, e pregare per lui. E si dovrebbe provare a capire cosa si possa fare perché la crisi d’impresa non diventi qualcosa di talmente traumatico da diventare inaccettabile.

Hanno ragione coloro che hanno parlato di “fatto culturale”: fa parte della cultura della gente veneta l’operosità, la laboriosità, il tenerci a quello che si fa, il farsi carico fino all’ultimo delle proprie scelte. Ma quando questa cultura non riesce ad accettare il fallimento, quando una persona, ognuno di noi, accetta di essere misurato solo sul successo, di essere definito solo dalla riuscita, si diventa protestanti, nel senso religioso e culturale del termine: ed il successo o l’insuccesso sono un’attribuzione divina, contro la quale non serve opporsi.

Si può provare ad uscire dalle angustie terribili di questo schema, anzitutto umanamente? Perché se anzitutto la questione è culturale, significa che riguarda il cuore dell’uomo, la sua concezione della vita, il suo essere definito da qualcosa che sia oltre sé, più grande delle proprie misure. E allora si dovrebbe cominciare a dire anzitutto che l’impresa non ci appartiene, che essa non è nostra, anche se noi ne portiamo la responsabilità, come ci insegna la Scuola d’Impresa (se ne fa sempre troppo poca): che gestirne le sorti è un mestiere impegnativo e bellissimo, ma che nessuno ci toglierà la fatica, mai, neppure quando tutto stia andando bene. E che, dunque, anzitutto, gestire l’impresa significa avere a cuore che prosegua, che continui, che dia benessere a chi ci lavora, che faccia “cose belle”: ma non a tutti i costi, perché gli esiti non ci appartengono. E perché il realismo è una virtù, non solo cristiana.

Last but not least, le nostre associazioni di categoria (tutte, compresa quella di Emma, compresi i piccoli, compresa l’ABI) forse hanno dimenticato che se solo alla fine del 2011 entrerà a pieno regime l’applicazione di quella direttiva che prevede che chiunque non paghi quanto dovuto dopo 180 giorni sia segnalato come inadempiente in Centrale Rischi ed il relativo credito messo ad incaglio o sofferenza, con un ritardo stratosferico rispetto al resto d’Europa, forse la colpa non è del Governo o di qualche altro “cattivo” d’Oltreoceano. Non sarebbe difficile adottare in Italia la normativa francese, per esempio, che prevede che la sola firma sulla bolla d’accompagnamento da parte del cliente che accetta la merce rappresenta titolo esecutivo per riscuotere il dovuto. Non sarebbe difficile, ma se non lo si è fatto, non è difficile immaginare come ed in che modo abbiano lavorato le lobbies: a cui, in finale, un sistema simile fa molto comodo. Alle associazioni di categoria, perché evita l’espulsione dal mercato delle imprese subprime, che pagano i contributi associativi; alle banche, perché evita di dover accrescere il monte delle sofferenze; alle grandi imprese, perché continuano a fare quello che vogliono sul mercato del credito commerciale. Su Twitter c’è un utente, si chiama “limprenditore”, che non lavora più con lo Stato, e secondo me fa bene: e sarebbe anche ora di cominciare a scegliere le imprese per le quali lavorare.

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Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa fiducia Indebitamento delle imprese PMI

Aspettando il 5 dicembre.

Aspettando il 5 dicembre.

Mentre si aspetta il d-day, il Consiglio dei Ministri che salverà l’Italia, si moltiplicano i segnali di difficoltà da parte delle imprese, sempre più a corto di liquidità, sempre più razionate dalle banche. Un gran bel post di Fabio Bolognini spiega a chiare lettere quale sia il problema, ovvero ridurre la dipendenza dal debito bancario. Obiettivo per raggiungere il quale serve solo una cura, il capitale di rischio, il grande assente dal dibattito, il grande assente nella sezione di destra dello stato patrimoniale delle imprese; e così si ritorna a parlare di Confidi e di ricette, e di imprese mal(mai) pagate dallo Stato e dalle grandi imprese. Problemi reali, per carità: ma vivaddio, non si può sempre parlare dello Stato che non paga e delle grandi imprese-canaglia. Si potrebbe anche decidere di non lavorare per lo Stato, non è obbligatorio farlo, accettando il fatto che, se non paga, probabilmente è assimilabile ad una di quelle imprese che, sulla via del default, cominciano a non pagare i fornitori. E poiché non tutte le Pmi lavorano per le grandi imprese-canaglia (e non sono tutte canaglia, grazie a Dio), si potrebbe cominciare a pensare a qualche rimedio, anche da parte bancaria, per tutte le altre imprese che non vogliono (o non possono) ricapitalizzare e non ce la fanno: ristrutturazioni del debito e piani attestati possono servire, l’accanimento terapeutico no. Il guaio delle banche, in questo come in altri casi, è la distanza dalla realtà: e questa distanza, paradossalmente, la mostrano maggiormente le banche locali, le nostre impareggiabili Bcc. Da sempre abituate ad accogliere tutti, a non dire mai di no, sono diventate incapaci di scegliere, di selezionare in base al merito, di spiegare i dinieghi o di valutare le ipotesi di ristrutturazione. Non si salvano le imprese scegliendo di non decidere, tenendo in portafoglio prestiti irrecuperabili ed aspettando Godot-Mario Monti.

I provvedimenti del CdM del 5 dicembre stanno arrivando, ma non conterranno né la soluzione della crisi, né la ricapitalizzazione delle Pmi. Occorrono, come ha detto il grande Oscar Giannino, alla ripresa non servono soldi, ma uomini.

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Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Imprese PMI

Imprese subprime.

Imprese subprime.

Nel 2007 abbiamo scoperto, e manifestato per questo grande deplorazione, che le banche americane avevano nei loro attivi molti prestiti di pessima qualità, i mutui cosiddetti subprime, erogati a prenditori incapaci di restituirli. Abbiamo criticato e stigmatizzato che si fossero dati mutui a persone prive di capacità di reddito, per cupidigia, per il pensiero che tanto poi le garanzie immobiliari avrebbero supplito, rivalutandosi: abbiamo trovato i colpevoli nella cattiva finanza, nelle idee dei democratici USA, nel keynesismo. Con i mutui subprime è stata data la possibilità di comperare casa a chi probabilmente non l’avrebbe mai avuta ed ora tutti costoro, ahiloro, sono fuori, davanti alla loro abitazione è scritto bank-owned.

Nel 2011, ma purtroppo il fenomeno non è affatto recente e risale almeno al 2008, cominciamo a scoprire i subprime di casa nostra; che non sono famiglie povere che hanno comperato case che non potevano permettersi, ma imprese marginali. Che hanno contratto debiti che non potevano pagare, che non possono pagare, che non potranno mai pagare. Perché sono, appunto, marginali: non hanno redditività operativa, quand’anche l’avessero avuta in passato era modestissima, incapace di sopportare il benché minimo peso di oneri finanziari. Operano in settori dove la concorrenza è altissima, vivono di paghe in nero, di evasione, di clientela marginale. Ora quella redditività non c’è più. In compenso i prestiti ci sono ancora, servono a consentire i prelievi dei titolari, a condurre vite poco sopra la sussistenza, in un quadro che vede le banche, soprattutto quelle di credito cooperativo, sostituirsi impropriamente alla previdenza sociale, alle istituzioni benefiche, alla Caritas. Quei denari non saranno mai resi; e poiché le perdite graveranno sugli istituti e sui loro depositanti, forse sarebbe il caso di chiedersi fino a quando le banche potranno tenersi prestiti illiquidi, che rendono la banca a sua volta illiquida? Fino alla prossima ispezione di Bankitalia? Senza dimenticare che le imprese subprime, ci piaccia o no, sottraggono risorse alle altre imprese, a quelle che potrebbero crescere, assumere, creare ricchezza. Non è uno scandalo che esistano le imprese subprime, è uno scandalo che siano state finanziate, ovvero illuse, di poter restare in piedi, semplicemente grazie ai debiti bancari. Le banche sono i becchini del sistema economico: ma se le salme rimangono all’aperto, il contagio è per chiunque.

Ha ragione il prof.Ripani, quando dice che “allora siamo tutti più poveri: e l’emigrazione ricomincia ad essere una risorsa“. Ma dovremmo anche aggiungere, perché il problema è di educazione, che non siamo ancora abbastanza seri: e che il problema ci riguarda tutti. Buon lavoro.

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Crisi finanziaria Disoccupazione Lavoro

Le paghe miserrime mantengono in vita settori moribondi.

Le paghe miserrime mantengono in vita settori moribondi.

Madonna della Catena che proteggi gli schiavi, proteggi i lavoratori dal giornalista neoschiavista Gian Antonio Stella. Sul Corriere della Sera, il giornale dei faraoni, si compiace del fatto che in Italia nello scorso biennio gli immigrati sono aumentati di ben ottocentomila unità: “Riducono il costo del lavoro”. Certo che lo riducono. Lo riducono talmente bene che a Prato gli operai cinesi per sopravvivere sono costretti a lavorare sedici ore al giorno e a Barletta le operaie italiane lavorano in nero per meno di quattro euri l’ora, come si è scoperto. Oltre al dramma dei singoli, quello della nazione: le paghe miserrime mantengono in vita settori moribondi, senza futuro, e distraggono gli imprenditori da settori nuovi dove più delle braccia conti il cervello (qualcuno ha mai sentito parlare di problemi circa il costo del lavoro in Apple o in Google?). Madonna della Catena, libera dai ceppi i nuovi schiavi e schiaccia il neoschiavismo del Corriere della Sera, il giornale dei proprietari di piantagioni di cotone.

Camillo Langone, Il Foglio, 12 ottobre 2011.