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Banca d'Italia Banche BCE Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Se il mercato del credito non dipende solo dai tassi bassi (best practices e costi operativi).

Se il mercato del credito non dipende solo dai tassi bassi (best practices e costi operativi).

Un bell’articolo di Vito Lops e Isabella Bufacchi sul Sole24Ore di oggi esamina con attenzione e spirito critico la questione dei target di inflazione della BCE (ma anche della stessa Federal Reserve americana), ponendo l’accento, tra le altre cose, sul fatto che i tassi così bassi lasciano sul mercato le imprese marginali, quelle che dovrebbero essere espulse in quanto più rischiose e che, se pagassero il debito con il pricing corretto uscirebbero dal mercato. Ora, a parte che l’esempio dei lemons del buon vecchio Akerlof rimane valido, oltre che per il mercato delle auto usate, anche per quello del credito, il ragionamento che essi fanno presuppone un legame un po’ troppo automatico tra selezione del merito di credito e tassi di interesse. Ovvero, i tassi sono bassi, non ci sono barriere all’entrata per i cattivi prenditori e, al massimo, ci sarà un po’ di sussidio incrociato tra buoni e cattivi prenditori, con un tasso mediamente un po’ più alto per i primi e mediamente un po’ più basso per i secondi. Si tratterà comunque di tassi bassissimi, come gli attuali. Può essere che sia così ma questo presupporrebbe, nonostante dieci anni di crisi finanziaria alle spalle, che le banche valutino ancora il merito di credito sulla base delle garanzie e dei modelli anziché sui flussi di cassa, sull’Ebitda e sul DSCR: e forse è proprio su questo punto che si dovrebbe dare meno per scontato che il comportamento delle banche sia improntato a canoni di best practices, per un semplice motivo: le cose fatte bene sono costose.

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Crisi finanziaria Energia, trasporti e infrastrutture Ripresa USA

Shock (?) oil.

Shock (?) oil.

Caroline Baum, con la consueta acutezza, esprime su Bloomberg le sue condivisibili perplessità riguardo agli allarmi lanciati riguardo al prezzo del petrolio. La Baum, nel titolare che il petrolio a 100 $ ha per effetto quello di uccidere le cellule cerebrali, parla di HOPS o high oil price syndrome, ovvero della sindrome che affligge tutti coloro che collegano automaticamente il rialzo dei prezzi del petrolio all’inflazione. Le considerazioni della Baum sono interessanti e vale la pena leggersele, anche per apprezzarne la secchezza e l’efficacia. Varrebbe la pena che su di esse riflettessero anche tutti coloro (i.e. il direttore generale di Confindustria Galli, ma anche tutti i “guardiani” dei tassi di interesse) che fino a qualche tempo fa paventavano la recessione e che ora, strillando più forte, temono l’inflazione. Dimenticando che avere tassi di interesse bassi, costi delle materie prime in diminuzione, piena occupazione, Borse in crescita, profitti pure, assomiglia un po’ troppo al Paese dei balocchi: è una favola.

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Banca d'Italia Crisi finanziaria Disoccupazione Ripresa USA

Too low inflation.

Ben Bernanke o “Ben Helicopter”, come è soprannominato dopo le sue note dichiarazioni circa la necessità di “bombardare” con pacchi di dollari l’economia USA per stimolarne la crescita, ha dichiarato: “(the) risk of deflation is higher than desirable. (..) High unemployment is currently forecast to persist for some time.

Per questo l’affermazione di Maurizio Sacconi sui dati emersi dall’ultimo Bollettino Economico di Bankitalia “Commento solo i dati dell’Eurostat (il centro sudi dell’Unione europea) e non quelli esoterici” pare ben più astratta e distante, esoterica appunto, di ciò che vuole criticare.

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Banche Bolla immobiliare Economisti Regno Unito USA Vigilanza bancaria

Alibi

(..) Per l’autorità che controlla il mercato, lo speculatore è un operatore come un altro e viene colpito (o dovrebbe essere colpito) solo se manipola il processo di formazione dei prezzi.

La grande variabilità dei prezzi è determinata anche dallo squilibrio fra le quantità trattate sui mercati e la produzione effettiva e questo squilibrio può addirittura essere accentuato dall’esistenza di un mercato regolamentato ed efficiente, come è dimostrato dal fatto che in poche ore a New York oggi si contrattano più barili di petrolio di quanti vengano materialmente prodotti in un intero anno.

(..) qual è la causa ultima della variabilità eccessiva di certi prezzi, cioè chi fornisce le armi agli speculatori? Qui non ci sono dubbi: da almeno due decenni, si è creata un’enorme liquidità che di volta in volta si scarica su vari mercati. Prima le azioni, poi gli immobili, poi titoli di paesi sovrani, ma anche il petrolio, il grano e qualunque asset o bene che sia in grado di assicurare rendimenti di breve periodo elevati. E come è noto questo eccesso di liquidità non solo non è stato riassorbito, ma è stato ulteriormente dilatato dalle politiche monetarie ultra-accomodanti che si sono rese necessarie per salvare il sistema finanziario mondiale dal disastro.

Ritornare a condizioni vagamente normali richiede tempi lunghi, che si dilatano quanto più si allontanano le prospettive di riforma sostanziale del sistema finanziario. Basti pensare al rinvio (non a caso festeggiato sui mercati come la vittoria di un mondiale di calcio) dell’introduzione di limiti all’indebitamento complessivo delle banche, che avrebbe potuto favorire un ridimensionamento dei grandi intermediari e dunque anche della loro capacità di alimentare direttamente o indirettamente eccessi speculativi di ogni sorta. Oppure, come accade nel Regno Unito, si proclama l’obiettivo ambizioso di riportare il sistema bancario al ruolo d’infrastruttura al servizio della produzione e degli investimenti, e si formulano proposte tanto coraggiose quanto d’improbabile attuazione. In questo quadro, gli speculatori non sono i veri colpevoli: sono uno splendido alibi.

Marco Onado, Il Sole 24 Ore, 13 agosto 2010

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Borsa Ripresa Risparmio e investimenti USA

Crollo (?) della Borsa e buone notizie.

Non c’è solo il cosiddetto “crollo” della Borsa, anzi delle Borse mondiali, registrato nella giornata di venerdì: e comunque, si tratterebbe, per quanto riguarda Milano, di un meno 3%. Ne abbiamo viste di peggio.

Non si tratta di ottimismo di maniera, né di sorrisi di circostanza. La Borsa è tuttora dominata dalla speculazione, che ha fatto proprie, con le relative prese di beneficio, le plusvalenze maturate negli ultimi mesi. I risparmiatori, quelli che stanno a cuore a tutti, i “poveri” piccoli risparmiatori, coloro che sono “ignoranti” nel senso latino della parola, ovvero non sanno, dei concetti relativi alla combinazione rischio-rendimento, insomma la specie protetta per antonomasia del sistema finanziario italiano, sono in questo momento molto lontani dalla Borsa e piuttosto propensi alla detenzione di strumenti liquidi e di titoli di Stato (come peraltro suggerito loro in un libro di cui si è dato conto in questo blog).

Che la speculazione faccia quello che ha sempre fatto e che sempre continuerà a fare non significa che i fondamentali siano, parallelamente, negativi e che debbano indurre al pessimismo. Le notizie provenienti dagli USA, sulla fiducia dei consumatori, o dall’Europa e dall’Italia, sull’inflazione, sono buone notizie vere: che la Borsa, o meglio, coloro che in questo momento vi regnano incontrastati, cerchino come sempre di anticipare gli andamenti non è una notizia, è un’ovvietà. La Borsa non provoca la crisi, semmai la registra o la anticipa: e chi opera in essa, come è noto, non opera sempre in base all’applicazione dei principi della piena razionalità e dell’efficienza allocativa. Sono ovvietà, ma non sarebbe male ricordarsene. Così come non sarebbe male, finalmente, provare a costruire guardando al positivo.

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Akerlof Disoccupazione Shiller USA

Se (cala il Pil)

Se la teoria del tasso naturale è corretta, implica gravi conseguenze per la politica monetaria. Se è corretta, abbiamo poco da perdere ponendoci obiettivi di inflazione molto bassi. Con un target di inflazione pari a zero, la stabilità a lungo termine si può ottenere senza conseguenze negative permanenti. In media, in un lungo arco di tempo la disoccupazione non influenzata dalla scelta del target di inflazione.

Se invece la teoria del tasso naturale non è corretta, ed esiste una relazione inversa nel lungo periodo tra inflazione e disoccupazione, allora un target di inflazione pari a zero è una cattiva politica economica. L’aumento dell’1,5% calcolato nel tasso di disoccupazione farebbe una grande differenza. In temrini umani, per gli Stati Uniti un aumento del genere renderebbe disoccupate 2,3 milioni di persone: più di tutti gli abitanti -uomini, donne e bambini- delle città di Boston, Detroit e San Francisco messe insieme. Farebbe calare il Pil di oltre 400 miliardi di dollari all’anno.

G.A.Akerlof, Robert J.Shiller, Spiriti Animali, Rizzoli

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BCE

Illusioni monetarie e realtà

C’è una ragione chiara per cui la Bce non rialza il saggio di interesse di riferimento.

Per la prima volta dalla fine del 1998 questo è inferiore a quello dell’inflazione core.

Milano Finanza, 19 settembre 2009

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Keynes

Compagna inflazione

Foto dalla rete
Foto dalla rete

“Lenin ha detto, pare, che la via migliore per distruggere il sistema capitalistico è svilire la moneta. Mediante un continuo processo di inflazione i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una grossa parte della ricchezza dei loro cittadini. (..) Lenin aveva certamente ragione.”

John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace, Adelphi 2007