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Borsa calcio minore Indebitamento delle imprese IPO Silvio Berlusconi

Quotare un po’ di debiti: e poi?

Quotare un po’ di debiti: e poi?

Quotazione o cessione di una minoranza. Due ipotesi per il futuro prossimo dell’Ac Milan, dopo la sentenza del Tribunale di Appello di Milano che ha condannato la Fininvest della famiglia Berlusconi, proprietaria del club rossonero, a risarcire con 560 milioni di euro la Cir di Carlo De Benedetti. L’Ipo, secondo indiscrezioni, sarebbe una delle idee sul tavolo con destinazione l’Hong Kong Stock Exchange, dove già il Manchester United debutterà con l’obiettivo di raccogliere 1,7 miliardi di sterline. Secondo indiscrezioni i dirigenti della Borsa asiatica, dove già si è quotata Prada e che punta ad attrarre marchi italiani conosciuti in tutto il mondo, avrebbero mostrato interesse per l’Ipo del Milan. Quest’ultimo resta un brand tra i più noti in Asia dove può contare su milioni di tifosi.

Altra opzione potrebbe vedere la Fininvest cedere una minoranza corposa del Milan in aumento di capitale. La holding dei Berlusconi potrebbe restare in maggioranza, ma il club avrebbe le risorse necessarie agli investimenti grazie al nuovo socio. In passato si erano avvicinati al dossier investitori arabi e il gruppo petrolifero russo Gazprom. Proprio la strada russa sembra ipotizzabile viste le buone relazioni tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin e altri oligarchi di Mosca. L’opzione di un disinvestimento della Fininvest circolava in ambienti finanziari, ormai da alcune settimane, in prossimità della decisione del Tribunale di Appello di Milano.

Così Carlo Festa su Finanza e Mercati del 12 luglio. JM è notoriamente di sponda nerazzurra, ma ricorda bene i bilanci pre-IPO di Lazio e Juve, per non parlare della Roma. Furono quotazioni fatte per fare cassa, debiti venduti al mercato, senza neppure prospettive reali di sviluppo. Solo la Juve sta completando l’investimento nello stadio di proprietà che tuttavia, dal punto di vista del gioco, ha lo stesso effetto che ha sulla qualità dei prodotti la proprietà del capannone dove ha sede la manifattura. Perché il merchandising e tutto il resto sono una gran bella cosa, ma non c’è garanzia di buon calcio e risultati solo con lo stadio di proprietà. D’altra parte, lo stesso Manchester che si quota a Hong Kong non riuscendo a pagare gli stipendi chiese ai suoi stessi campioni di sottoscrivere propri bond.

Silvio Berlusconi ha già venduto una volta i suoi debiti al mercato, grazie a Cesare Geronzi. Ma era la Fininvest e si tratta di un’azienda che soddisfazioni agli azionisti ne ha date. Il Milan ha dato purtroppo soddisfazioni ai suoi tifosi, ma il bilancio piange un profondo rosso, di oltre 69 milioni di euro. Perché comprare azioni di una società che difficilmente distribuirebbe dividendi? Infine, l’ipotesi della cessione della minority potrebbe avere senso se accompagnata alla quotazione, per rendere liquido l’investimento: ma chi avrebbe interesse ad acquistare una società dove il Presidente quando si sveglia la mattina vede nello specchio il suo ego smisurato e lo idolatra? Quale oligarca farebbe il portatore di borracce a Galliani? E quale sceicco? Il calcio è un bellissimo giocattolo, ma se ti diverti vincendo, devi anche sapere che è costoso, irrimediabilmente. Si possono fare soldi nel calcio, come Pozzo o come Cellino: ma non si vincono mai scudetti.

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E ora sono sulle spese, in balìa degli usurai.

E ora sono sulle spese, in balìa degli usurai.

Remo Ruffini, Moncler

Grazie alla solerzia di uno studente riceviamo e pubblichiamo, dal Sole 24 Ore di ieri, letto troppo distrattamente, notizia e commento.

CREDITO DALLE BANCHE  – La casa di moda remunera i soci con un extra dividendo e porta la posizione finanziaria in negativo per 300 milioni di euro

Moncler s’indebiterà per pagare un assegno da 125 milioni ai suoi azionisti. Dalla griffe dei piumini, che avrebbe dovuto sbarcare in Borsa ma ha fatto retromarcia prima di iniziare il road show per essere venduta ai francesi di Eurazeo, è in arrivo un dividendo straordinario che sarà pagato entro l’autunno. Sulla storica griffe, celebre in Italia negli anni ’80 e ora di nuovo tornata ai fasti di un tempo, grava un debito pre-esistente di 150 milioni: post-acquisizione da parte dei francesi, l’azienda avrà un debito complessivo di 300 milioni.
A beneficiare della cedola non saranno però i nuovi proprietari d’Oltralpe (futuri soci di maggioranza relativa col 48%), ma la vecchia …”

Si vede che anche Carlyle e Ruffini hanno le comunioni dei figli in questo periodo. Faccio ancora più fatica, a questo punto, a capire con quali presupposti il fondo neo-acquirente Eurazeo abbia acquisito il 45% di Moncler ad un prezzo più elevato rispetto alla disponibilità del mercato.

JM aggiunge solo un’ipotesi, come nel caso della canzone di Celentano: che Carlyle e Ruffini si siano rovinati per amore.

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Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO profitto

Moncler, mon cher!

Moncler, mon cher!

Moncler rinuncia alla quotazione

Il fondo Eurazeo rileva il 45% per 418 milioni – I francesi pagano 12 volte il Mol –  Carlyle ha venduto circa il 30% ed è uscito dal capitale, mentre gli altri azionisti hanno limato le partecipazioni

Salta la quotazione in Borsa di Moncler. A Piazza Affari non va in porto nemmeno l’attesa terza matricola: dopo i dietrofont di Philogen e di Rhiag, la griffe dei piumini sportivi avrebbe dovuto essere la prima società del 2011 a sbarcare sul listino. Ma ieri la doccia fredda: Moncler rinuncia allo sbarco in Borsa e la maggioranza, attualmente in mano al fondo Carlyle di Marco De Benedetti e all’imprenditore stilista Remo Ruffini, passa al fondo francese Eurazeo (che avrà il mentre l’imprenditore rimane col 32% e Carlyle con una quota di minoranza). I francesi, azionisti di Banca Leonardo in Italia, hanno pagato 418 milioni per diventare i primi azionisti col 45%.

A differenza di Rhiag, che ha detto addio il giorno prima del debutto, Moncler non ha nemmeno fatto partire il road show. Già nel fine settimana sono comparsi i primi dubbi: lo slittamento del road show, che sarebbe dovuto partire ieri, non è un segnale che lasciava ben sperare. Fin dai primi giorni di pre-marketing, il nodo è stato il prezzo: per i venditori Moncler non valeva meno di un miliardo; dal mercato, invece, sarebbe arrivata un’indicazione di forchetta tra i 700 e gli 800 milioni. Le borse sono ricettive, come dimostrano le stratosferiche Ipo negli Stati Uniti, ma almeno a Piazza Affari gli investitori non sono disposti a strapagare le aziende. I fondi, invece, riescono a offrire prezzi molto più generosi: nel caso di Moncler addirittura 12 volte il Mol che equivale 1,2 miliardi di euro di valorizzazione, ossia il massimo della forchetta stimata da Banca Imi (global sponsor della fallita quotazione). Ovvio che i venditori, specie se, come nel caso di Carlyle in Moncler, sono dei finanzieri puri, di fronte a valutazioni così alte hanno scelto la strada del secondary buy-out, lasciando l’amaro in bocca a Borsa Italiana.

Piazza Affari troppo avara o fondi bulimici? Di certo sul mercato c’è un eccesso di liquidità che crea distorsioni: la presenza di un private equity, poi, ha fatto prevalere la natura più finanziaria. Ceduta a Eurazeo, assistita da Lazard, Moncler riprende la via della Francia, dopo quasi venti anni: la storica casa è nata Oltralpe, a Grenoble, nel 1952. Dopo il periodo d’oro a metà degli anni ’80, sulla scia del fenomeno, tutto italiano, dei Paninari, il marchio era finito in declino. L’accoppiata Ruffini-De Benedetti l’ha riportata ai fasti di un tempo, ma dietro l’ennesima retromarcia di un’azienda da Piazza Affari, secondo indiscrezioni, ci sarebbe stato anche un animato scontro tra i due soci, proprio nel fine settimana: nonostante le valutazioni più basse del previsto Ruffini sarebbe stato intenzionato ad andare avanti lo stesso con la quotazione. La Borsa rappresentava infatti l’approdo di un cammino industriale e aveva anche finalità commerciali (l’Ipo sarebbe stata usata per coinvolgere partner, clienti e fornitori). Secondo quanto si apprende, avrebbe anche accettato un prezzo nella parte bassa della forchetta, anche per garantire al titolo un rialzo post-quotazione (andando incontro anche ai desiderata del mercato). In più giocava anche la constatazione che Ruffini, dopo l’Ipo, sarebbe rimasto il principale azionista, visto che a vendere era soprattutto il fondo.

A Carlyle, un private equity di dimensioni mondiali mosso da logiche di ritorno sugli investimenti e di rendimenti da garantire ai propri sottoscrittori, lo sconto chiesto dal mercato era inaccettabile. Soprattutto se c’era già pronto un compratore privato disposto a riconoscere quel prezzo che il mercato azionario rifiutava. Chiaro che, nonostante tutto si sia deciso nel giro del fine settimana, Eurazeo non è comparso all’improvviso e che Moncler ha giocato su due tavoli contemporaneamente. La politica del doppio binario sta ormai diventando una prassi: Rhiag sta facendo lo stesso col fondo Pamplona. Dopo due quotazioni saltate, a Piazza Affari l’umore verso i private equity non è dei migliori: Salvatore Ferragamo, la prossima aspirante matricola, è un’azienda familiare. Si spera che sarà per davvero la prima matricola del 2011.

Così Il Sole 24 Ore sulla mancata e cara quotazione di Moncler. Ma vivaddio, perché dobbiamo fremere per ogni nuova o mancata quotazione? Le vecchie società quotate annoiano? Bisogna trovare nuovi temi di interesse? Il capitalismo è diventato un parco giochi, dove si cerca di ammazzare il tempo: a quanto pare, senza matricole, il tempo passa più lentamente. Fino al punto di far dire che “l’eccesso di liquidità crea distorsioni“. Va bene, ne abbiamo ascoltate tante, ascoltiamo anche questa. Chiedere, soprattutto ai giornalisti (ma anche a Vincenzo Boccia, ad Emma Marcegaglia, a Giuseppe Vegas etc…) la decenza di piantarla con le lamentazioni sulla mancanza di liquidità e sulla limitatezza della Borsa, è troppo?

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Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Morya Longo, Il Sole 24 Ore

Potremmo chiamarla la «crisi del quinto anno», come nei matrimoni (ma con due anni d’anticipo). Oppure potremmo puntare il dito sull’eccesso di liquidità, pompata dalle banche centrali, che alimenta le bolle. Sta di fatto che i fondi di private equity sono tornati a comprare e vendere aziende agli stessi valori del 2007. Quell’anno, passato alla storia per essere l’apice della «bolla» del private equity, i fondi in Italia acquisivano società valutandole mediamente 11,7 volte il margine operativo lordo. Oggi quei prezzi sono tornati. Proprio ieri i fondi Eurazeo hanno rilevato il 45% di Moncler valorizzando la società 12 volte il Mol: più della media del 2007. Pochi giorni fa Rhiag, di proprietà del fondo Alpha, non ha convinto gli investitori in Borsa, ma ha trovato un altro fondo disposto ad acquistarla ai prezzi che per Piazza Affari erano troppo elevati. Di recente i grandi magazzini Coin sono stati venduti dal fondo Pai a Bc Partners. Aziende che passano da un fondo all’altro, a valutazioni sempre più elevate, come fossero figurine. Sembra di rivedere il film del 2007.

Un deja vù che alcuni operatori spiegano con «la crisi del quinto anno». I fondi di private equity hanno una “vita” decennale: prima raccolgono soldi dagli investitori, poi hanno cinque anni di tempo per investirli, rilevando aziende, e infine hanno altri cinque anni per disinvestirli rivendendo le società a prezzi più elevati. Tra il 2006 e il 2007 sono state racimolate enormi quantità di denaro, ma poi i fondi non sono riusciti a usarle a causa della crisi. Dentro i fondi di tutto il mondo, stima di Morgan Stanley, c’è la bellezza di 434 miliardi di dollari non utilizzati.

Ecco, dunque, il problema: per chi ha raccolto denari tra il 2006 e il 2007, i cinque anni per l’investimento stanno per scadere. Questi fondi dunque devono, a qualunque costo, comprare qualcosa: anche perché, allo scadere dei cinque anni, perderebbero una buona fetta di commissioni pagate loro dagli investitori se non hanno investito i soldi loro affidati. Il bisogno di alcuni di comprare s’incontra poi con quello di altri di vendere: cioè i fondi che hanno acquisito società negli anni della bolla (2006 e 2007) e che ora devono rivenderle partendo da una base di prezzo già alta. È l’eterna legge del mercato.

Se la Borsa, dove pure c’è tanta liquidità, non è disposta a strapagare le aziende, come dimostrano i casi di Rhiag e Moncler, l’unica via d’uscita è di vendere le aziende ad altri fondi: quelli disposti a pagare qualsiasi cifra pur di fare operazioni. Il fenomeno è globale. E, probabilmente, anche italiano. Nella Penisola – calcola Morgan Stanley – tra gennaio e maggio 2011 sono state effettuate acquisizioni per 3,3 miliardi: poco sotto i 3,9 dell’intero 2010. Sta aumentano anche la leva: le banche stanno tornando a finanziare con crediti sempre più elevati le acquisizioni.

Siamo dunque di fronte a una nuova bolla? Molti ne sono convinti. Che succederà quando i fondi, che oggi comprano, dovranno rivendere tra qualche anno e dovranno farlo a prezzi ancor più alti? Non tutti però cedono agli allarmismi: il multiplo di 12 volte il Mol pagato per Moncler, per esempio, è in linea col mondo della moda (dove si vedono multipli anche più alti). C’è una logica dei numeri, si dice. Può darsi. Il problema è che queste giustificazioni si sono già sentite. Nel 2007.

L’ottimo articolo di Morya Longo dimentica di dire ciò che con cadenza martellante ripete Confindustria, Consob e chiunque pensi di avere qualcosa da dire sul capitalismo italiano, compresi i redattori di molti manuali e gli autori di molti libri sui mercati mobiliari: in effetti, abbiamo anche sentito, e non nel 2007, ma molto tempo prima, senza interruzione, che ci vuole più finanza mobiliare, più capitale di rischio, più strumenti innovativi di capitale. Adesso che scopriamo che c’è troppa liquidità, qualcuno vuole dirci dov’è l’errore?

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Borsa IPO Regno Unito

Ma davvero?

Ma davvero?

L’annuncio dell’offerta pubblica di vendita di Glencore sembra aver ottenuto effetti di trasparenza informativa, sia pure a posteriori, davvero notevoli, se, come nota un articolo di Luca Davi sul Sole 24 Ore del 26 aprile “(..) mentre in Russia e Ucraina la siccità e gli incendi mandavano in fumo gran parte dei raccolti, sui mercati c’era chi siglava una serie di scommesse speculative sull’ulteriore rincaro dei prezzi. E a farle non era un operatore qualsiasi bensì Glencore, la prima società al mondo di commercio di commodity. A rivelare ciò che accadeva sui mercati agricoli nel corso dell’estate 2010, quando i prezzi di grano e mais schizzarono ai livelli record del 2008, è stata la stessa società elvetica, le cui operazioni di trading – da sempre coperte da una stretta riservatezza – stanno ora venendo allo scoperto grazie all’avvio della procedura di Ipo, prevista per maggio. Glencore avrebbe infatti comunicato i suoi movimenti di “proprietary trading” a Ubs, una delle banche coinvolte nello sbarco in borsa del gruppo: operazioni di per sè lecite, che però possono procurare forte imbarazzo soprattutto se lette alla luce degli eventi di allora. Secondo il Financial Times, infatti, se da una parte la società svizzera assumeva posizioni speculative sull’aumento dei prezzi, dall’altra parte i manager elvetici chiedevano a gran voce a Mosca di bloccare temporaneamente l’export di grano.

Le notizie vanno date e commentate, ed è ciò che fanno i giornalisti. Ciò che qui viene messo in discussione, tuttavia, non riguarda il mestiere altrui, né tantomeno il rilievo dell’operazione, di ammontare davvero inusitato, too big to ignore, ma la solerzia di commentatori che rivelano che un big mondiale delle materie prime ha effettuato movimenti di proprietary trading. Non deve sembrare cinismo ma, in tutta franchezza, la notizia sembra l’equivalente di certi servizi dei Tg estivi, quando gli ascoltatori scoprono, guardando la televisione, ciò che avvertono quotidianamente sulla loro pelle: c’è l’afa.

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Banche Borsa IPO

Vorrei, ma non ce la posso fare.

Per la seconda volta nel giro di 3 anni, la Philogen s.p.a. di Siena, società attiva nel settore farmaceutico, ha fermato le macchine della quotazione ed ha revocato il collocamento.

La ragione dichiarata, indubbiamente validissima, risiede nel fatto che la Bayer Schering, principale cliente (pressoché unico, con il 94,5% del fatturato della società senese) ha risolto il contratto di fornitura, a quanto pare non avendo gradito l’evidenziazione, nel prospetto informativo, del marchio Bayer, a mo’ di lustrino o di medaglietta. Il Corriere della Sera non manca di sottolineare la pessima figura che avrebbero fatto Consob e Borsa Italiana se la risoluzione del contratto fosse intervenuta ad IPO ormai fatta e si chiede che management sia quello di un’impresa che non si rende conto che l’unico cliente sta evaporando.

Si potrebbe aggiungere che il management è in buona compagnia: quella di Banca Imi e di UBS, che hanno curato e coordinato il collocamento. Non c’era bisogno di aver fatto un Master per capire che il rischio di concentrazione del fatturato -pure correttamente evidenziato nel prospetto informativo- era elevatissimo. E che, anche senza la quotazione di Borsa, qualunque studente di Economia Applicata avrebbe sottolineato la situazione di un terzista, sia pure high-tech, tenuto in pugno dal principale cliente. Ma in tutta questa vicenda quelli che rischiavano meno erano i banchieri e, probabilmente, in finale avranno anche guadagnato. O forse sapevano tutto, sia i banchieri, sia il management: semplicemente, dal loro punto di vista, Philogen era perfetta per essere quotata e, soprattutto, era perfetta, per consentire che i soci senior facessero cassa. Peccato che i tedeschi…

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Borsa Energia, trasporti e infrastrutture IPO

A cosa serve la Borsa 2.

Il processo che ha preceduto la quotazione in Borsa delle azioni Enel Green Power e quanto avvenuto il primo giorno di quotazione, con il titolo sceso al disotto del prezzo di offerta dell’IPO e risalito, solo in chiusura, alla pari, consentono alcune riflessioni finalmente libere dal consueto schema da manuale, per cui obiettivo-della-quotazione-è-raccogliere-capitali-freschi-per-crescere.

Alcune considerazioni tratte da un articolo del Sole 24 Ore possono aiutare a fare chiarezza.

“(..) L’intervento in extremis del consorzio di collocamento che ha permesso a Enel green power (Egp) di chiudere la seduta al prezzo dell’Ipo non salva il bilancio del primo giorno di Borsa della matricola. Occorre ripercorrere gli step che hanno portato Egp in Piazza Affari per capire le dinamiche di quest’esordio stentato. Enel aveva bisogno dei 3 miliardi di questo collocamento per centrare il target del debito a fine dicembre. Ed era quindi poco propensa a “svendere”. Quando è stata proposta la forchetta che individuava in 1,8 euro il prezzo minimo, gli investitori istituzionali avevano storto il naso, anche perchè per dimensioni il “boccone” era impegnativo in queste condizioni di mercato. «Così non compriamo», avevano fatto sapere, «a 1,6 sì». Ma Enel ha tenuto duro, convinta che se avesse abbassato il prezzo il mercato l’avrebbe abbassato ancora di più. Anche gli investitori istituzionali però hanno tenuto duro e a tre giorni dal termine dell’offerta, rimasta aperta sull’arco di due settimane, avevano prenotato solo il 5% del quantitativo da collocare. Il giorno prima della scadenza Enel si è decisa quindi a ridurre il prezzo minimo a 1,6 euro. Ma a quel punto, anche chi tra gli istituzionali era interessato all’acquisto ha preferito aspettare, nella convinzione di poter comprare i titoli in Borsa a un prezzo ancora inferiore.”

Viva la chiarezza e, soprattutto, viva la sincerità: varrebbe la pena avere questi due concetti sempre chiari, dentro di sé, quando parliamo di nuove quotazioni.

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Borsa Fabbisogno finanziario d'impresa IPO Regno Unito Risparmio e investimenti

Regole di seduzione.

Audrey Hepburn

Antonella Olivieri, sul Sole di mercoledì 11 agosto, rileva la perdita di appeal di Piazza Affari, che anche dopo la fusione con la Borsa di Londra continua a quotare meno di 300 imprese e che vede gli scambi dominati dai day-trader, ovviamente concentrati sui titoli più liquidi. Seguendo un ritornello già molto ascoltato e già molto in voga negli anni passati, Olivieri, riportando il pensiero di Michele Calzolari, presidente di Assosim, non si sottrae dallo stigmatizzare che le “società di media capitalizzazione sono trascurate e questo è indubbiamente un freno alle nuove quotazioni, considerato il nostro tessuto industriale“. Neppure la presenza a Londra di fondi specializzati in Pmi sembra essere risolutiva.

Poiché dunque manca l’appeal, sarebbe il caso di farsi l’unica domanda che nessuno si fa mai: perché non gli/le piaccio? Oppure, meglio ancora, siamo sicuri che sia interessato/a? Come ben pochi studiosi hanno rilevato in tempi non sospetti (di Toro, per intenderci), il problema della Borsa Italiana non pare essere né il mercato in quanto tale -ormai caratterizzato da requisiti molto blandi per la quotazione- né i capitali in caccia di opportunità di investimento: il vero problema è di offerta. Ovvero di quante imprese abbiano, e soprattutto perché, voglia di quotarsi. Perché se mancano le aspiranti Miss, che ci va a fare il pubblico al concorso di bellezza?

Anche

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Borsa Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Mariella Burani

Quotarsi un po’…(2)

L’ottimo Fabio Pavesi, sempre sul supplemento Plus 24 di sabato scorso, offre qualche buon consiglio a chi voglia investire in azioni di società neo-quotate. Consigli dettati dal buon senso e sostenuti da evidenze empiriche, che avrebbero meritato più spazio. Ma è noto che quando si vogliono inforcare gli occhiali rosa, poi si finisce per farsi male.

Aggiungerei qualche notazione a quanto scritto nell’articolo, sulla scorta di quanto emerso qualche anno fa in un convegno organizzato a Jesi dal dottorato delle tre università marchigiane alle quali aderisce anche la mia facoltà. In quel convegno, al quale partecipavano amministratori delegati e/o direttori finanziari delle società marchigiane quotate, venne affermato che quasi sempre le motivazioni per le quali si va in Borsa sono, banalmente, quelle di consentire ai soci senior di fare cassa, offrendo altresì ai medesimi la possibilità di smobilizzare, in seguito, i propri pacchetti azionari. In definitiva, il mercato secondario sembrerebbe servire più ai soci senior che ai nuovi investitori.

D’altra parte, se è vero ciò che dice Pavesi circa la necessità di indagare sulle motivazioni per le quali ci si quota, nella realtà nessuno è in grado di sapere, ex-ante, quello che accadrà ex-post: ovvero se i fondi raccolti serviranno per ripagare i debiti bancari (è accaduto nel caso di Mediaset ed è stata una storia molto positiva, per l’azienda e per i risparmiatori) oppure per fare nuovi investimenti, crescere (ma contemporaneamente fare cassa, ripianare, almeno temporaneamente, vecchi debiti, ricchi premi et cotillons) e poi fallire, come nel caso di Mariella Burani. Il vero problema è che i soldi, come dice Pavesi, dovrebbero essere investiti quando servono alle necessità dell’azienda, e non ai vecchi proprietari. Solo che nessuno è in grado di farlo prima e il mercato, spesso e volentieri, non se ne accorge.

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Quotarsi un po’…

Il supplemento di sabato del Sole 24 Ore, Plus 24, si sofferma sulle IPO a venire, definendo il 2010 l’anno delle quotazioni. Marco Liera, nel titolare che di 569 imprese quotate ne sono rimaste 272, sottolinea anzitutto le aspettative di venditori e compratori, “molteplici ed a volte in conflitto”. In particolare chi colloca dovrebbe non soltanto puntare a massimizzare l’incasso, ma anche a “individuare un prezzo equo che lasci spazio per un’ulteriore remunerazione ai soci (…).” Al contrario, chi acquista o è mosso da puro intento speculativo oppure è un cassettista. Pur comprendendo le necessità della scrittura giornalistica, è difficile sottrarsi al dubbio dell’eccesso semplicistico acuito, purtroppo, da una lunga esperienza accademica e di studi. Le Initial Public Offering (IPO) rammentano i luccichii ed i brillantini, lo strass e la moltiplicazione dei riflessi utilizzati per attrarre. Quasi che l’interesse -o la ragion d’essere di un mercato mobiliare- si esaurisse nel consentire nuove quotazioni. I giornali, economici e non, in questi casi fanno sempre titoli che riflettono, si ritiene erroneamente, una concezione per la quale ci si stanca subito di qualunque cosa. La Borsa è interessante solo se i ballerini e le danze cambiano, la novità muove i risparmi, i fondamentali sembrano perdere di valore. La borsa, in buona soatanza, è un punto SNAI (o B-win), dove si scommette.

A parte le considerazioni circa l’educazione finanziaria dei risparmiatori, le affermazioni di Liera sembrano un po’ ingenue: i collocatori mirerebbero, tutti indistintamente, a massimizzare gli incassi, ma fra di essi gli interessi delle banche d’affari e dei soci senior sono notoriamente in contrasto. Le une vorrebbero un prezzo che consenta di fare il pieno di adesioni, gli altri vogliono massimizzare i flussi in entrata, subito. E ancora: i compratori, anche i più sprovveduti, sono a conoscenza del noto fenomeno dell’undepricing, in forza del quale chi ottiene le azioni in fase di IPO nella quasi totalità dei casi otterrà lauti guadagni rivendendo subito dopo, dal momento che il prezzo iniziale di quotazione risulta essere sempre inferiore a quello di mercato, perlomeno per un certo lasso di tempo iniziale. Poi, come insegna la ricca letteratura citata da Liera, i prezzi vanno giù, ma nel frattempo chi ha ottenuto le azioni in fase di IPO fa, o avrebbe dovuto fare, cassa (se non l’ha fatto, come insegna la saggezza popolare romagnola, “dormiva nella paglia”).

L’editoriale è interessante, sia ben chiaro: ed andrebbe letto con attenzione dai miei studenti e non solo. Inoltre, e di questo vale la pena occuparsi a parte, l’articolista richiama l’importanza per l’investitore di seguire nel tempo le vicende delle società di cui si è azionisti, valutandone i fondamentali, le scelte strategiche, i mutamenti negli assetti proprietari. Un lavoro meno semplice di quanto sembri: e, soprattutto, per il quale sono richieste competenze e capacità specifiche, e non solo. Sempre più quello che manca è l’educazione finanziaria.