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ABI Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Bollino blu.

Con un articolo di Isidoro Trovato il CorrierEconomia di ieri ci dà notizia dell’arrivo del “bollino blu” dei commercialisti, a certificare il bilancio delle Pmi. Con un accordo fra ABI, Unioncamere ed Ordine si dovrebbe “agevolare” l’accesso ai finanziamenti, mediante un apposito disegno di legge.

Soprattutto tenuto conto, come ci ricorda Trovato, che “le imprese con meno di dieci addetti rappresentano il 94,8% delle aziende e che forniscono il 47,4% dell’occupazione“. Appunto, il tema meriterebbe più attenzione. La proposta non è nuova: e non è, purtroppo, neppure risolutiva. La certificazione del bilancio implica, semplicemente, una valutazione di conformità delle prassi e delle procedure contabili seguite nel redigerlo, da parte di professionisti che dovrebbero obbligatoriamente assicurarsi. Contro cosa? Contro il rischio di insolvenza? Certificare un bilancio non significa attestare il merito di credito. E molti bilanci di società fallite erano certificati: il merito di credito sta nel merito, negli hard numbers, non nel metodo, anche se il metodo è importante. Che farebbero i Dott.Comm., il lavoro al posto delle banche? Non mi pare realistico, a prescindere da considerazioni di processo del credito, che Banca d’Italia accetti l’ipotesi: anche se, come afferma Marcello Danisi, curatore della proposta di legge, i professionisti dovrebbero essere formati a “leggere e certificare i bilanci delle micro-imprese” il lavoro di valutazione del merito di credito non potrebbe che spettare alle banche.

Infine, è quantomeno discutibile l’affermazione che “il rischio di credito cali in presenza di bilanci certificati“: e, d’altra parte, le imprese continuano a chiedere di essere “guardate negli occhi”, come afferma il direttore generale di CNA, Sergio Silvestrini. Conoscendo i bilanci di tante micro e piccole imprese, il rischio è che guardarsi nelle palle degli occhi serva a non guardare i numeri.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Unicredit

Ancora sugli intangibles (esibizionisti contabili).

Roberto Nicastro, vice A.D. di Unicredit Group

Un confortante articolo di Isidoro Trovato, sul Corriere Economia di lunedì 1 marzo, ci informa che se “(..) i conti sono in rosso e la liquidità non arriva”, per Nicastro (Unicredit) “siamo pronti a fronteggiare l’emergenza”. Nicastro prosegue affermando che “per le aziende con meno di 3 milioni di euro di fatturato il bilancio incide per il 20% nella nostra valutazione”. Non è dato di sapere a cosa sia imputato il rimanente 80%, che non è poco, ma questi sono dettagli. L’articolo prosegue con inquietante ingenuità (?), individuando quale punto cruciale del rapporto banca-impresa nel prossimo futuro la capacità di “giudicare al meglio i piani industriali e le prospettive di business”, per la quale “serve personale competente e radicato sul territorio”. Anche per questo problema Nicastro ha la soluzione:”(..) E’ uno scenario che avevamo previsto da tempo, (..) non a caso negli ultimi due anni abbiamo ridotto al minimo (sic) gli spostamenti dei nostri funzionari in modo che potessero radicarsi sul territorio. Con ciò non significa che dimenticheremo il nostro ruolo e regole del sistema, prima di tutto quelle che fanno capo a Basilea.”

L’aver evocato le regole di Basilea serve a Trovato per introdurre, sorprendentemente, la seconda parte dell’articolo, quella nella quale si afferma che se gli imprenditori temono l’applicazione troppo rigida di regole troppo severe, anche a questo c’è rimedio. Un rimedio talmente innovativo da

Clara De Braud, segretaria generale AICIB

preoccupare chiunque abbia a cuore la serietà delle relazioni di clientela in Italia. Clara De Braud, segretaria generale di AICIB (Associazione Italiana Corporate & Investment Banking), a sorpresa, tira fuori dal cilindro gli intangibles. Proprio quelli che rappresentano i driver del valore, quelli che, per dirla con De Braud, consentono “di cogliere con anticipo la possibile evoluzione dei conti aziendali negli esercizi futuri.”

La conclusione è sorprendente e preoccupante, non tanto e non appena per l’ingenuità che la sottende, quanto per l’astrazione e la lontananza non solo dal mondo reale delle imprese, ma da quello della valutazione del merito di credito e dalla concretezza delle relazioni di clientela. Che altro si può dire, infatti, nell’apprendere che “quando un’azienda, anche in difficoltà economica, riesce a esibire (!) alle banche un sano capitale intangibile diventa più probabile riuscire ad alleggerire un rating negativo o le conseguenze di un bilancio passivo”?