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Disoccupazione Economisti Lavoro Università

(In)sicurezza sociale.

Il New York Times si occupa della disoccupazione giovanile ed intellettuale italiana, intervistando la 29enne Francesca Esposito, che da Lecce lamenta la propria condizione di laureata in legge, con master e cinque lingue parlate e nessun lavoro serio: anzi, Francesca ha appena abbandonato un lavoro non pagato presso la Sicurezza Sociale -si presume l’INPS- italiana, probabilmente uno stage. Il New York Times, da posizioni notoriamente liberal, dice cose che in Italia sarebbero ben poco liberal, anzi, decisamente contrarie all’ortodossia del welfare à l’italienne, secondo la sinistra ed una buona parte del sindacato. Il NYT parla infatti di crescita modesta e di corrosiva mancanza di meritocrazia, concetto quest’ultimo tuttora scarsamente digeribile nel nostro Paese, alla luce delle proteste sulle riforma Gelmini. Laurence J.Kotlikoff, un economista citato dal quotidiano americano, parla addirittura di schema Ponzi, con riferimento al (mal)funzionamento della previdenza sociale italiana, nella quale i giovani consentono ai vecchi, con un patto intergenerazionale fasullo ed imposto, di godere di prestazioni pensionistiche nella realtà insostenibili. Ma si potrebbe parlare di schema Ponzi anche per le posizioni del sindacato italiano, soprattutto la CGIL, che ha sempre difeso i diritti degli occupati attuali e dei pensionati, certamente a scapito dei giovani. Non a caso il NYT prende di mira le tasse sul lavoro e gli elevati costi necessari all’inquadramento regolare di un neo-assunto, tasse da tutti deprecate a parole, mai effettivamente abbassate. L’articolo non lascia molte speranze, ampliando il panorama al resto dei Paesi del Sud Europa i segnali sono tutti scoraggianti; e le politiche di rientro dal deficit pubblico non potranno che lasciare segni anche su questo versante. D’altra parte, sia il progressivo imporsi delle posizioni di Sinistra e Libertà all’interno dello schieramento di sinistra (al punto da sconsigliare a Bersani di indire le primarie, per paura della vittoria di Vendola), sia le posizioni degli studenti in lotta contro la riforma Gelmini, a loro volta sono i segnali, assai preoccupanti, di un velleitarismo utopico del tutto privo di realismo. L’unica cosa di cui ci sarebbe veramente bisogno.

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Educazione Regno Unito Università

Né veline, né tronisti (questioni morali).

Una di queste studentesse – occhi limpidi e lentiggini sparse – avanzava fieramente fra la folla brandendo un cartello con la scritta: “E va bene, vorrà dire che farò la spogliarellista”. Lo slogan, molto più sintetico in inglese, intendeva essere graffiante ma rivela lo spirito intrinseco della sua generazione. Migliaia di sue coetanee sono state inconsapevolmente educate dalla società commerciale britannica ad affollare catene come Primark o Topshop (a seconda del ceto) che si fanno un vanto della dicotomia “ama la moda, odia i prezzi”. Pavlovianamente rispondono a questi principii: tutto dev’essere acquistabile, siano dei jeans fucsia o la laurea in lettere antiche; bisogna pretendere sempre di comprare il meglio; bisogna trovare una maniera di pagarlo il meno possibile; se non si ha denaro per l’acquisto bisogna barcamenarsi a tirarlo su in ogni maniera, facendo lezioni private o la spogliarellista. Bene, andate a dirlo ai pari età italiani, che a Pavia ho visto agitare cartelli con su scritto “Né veline né tronisti”. Costoro rispondevano all’impulso opposto, allineandosi alla seriosa retorica genitoriale del non-si-fa, applicata a ogni risultato che possa essere conseguito non con lacrime sudore e dedizione ma con una strada scintillante di lustrini.
Fondete i cortei italiani e britannici e vedrete che dopo mezz’ora inizieranno a darsele di santa ragione, avendo scoperto che pur rassomigliandosi protestano per ragioni opposte: gli italiani per l’ideale che la cultura non si compri, i britannici perché esigono un forte ribasso. In particolare sarebbe interessante mettere faccia a faccia la studentessa che a Pavia brandiva la scritta “Il futuro non è un marito ricco” con quella che a Londra protestava: “Se non vado all’università non incontrerò mai il mio principe azzurro”.

Antonio Gurrado, Il Foglio 11 dicembre 2010

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Regno Unito Università

Questioni monetarie.

(..) In realtà questi episodi, lungi dall’essere frutto di una pianificazione, sono degli atti mancati di squisito freudismo, espressione esasperata delle differenti pulsioni sottostanti alle proteste dei giovani italiani e dei britannici. Per comprendere la distanza incolmabile che intercorre fra loro basta leggere i manifesti che hanno portato in piazza. A Londra, ai teppisti incappucciati che montavano sul tetto dei furgoni della polizia si sono affiancate candidissime liceali in divisa, preoccupate dall’eliminazione del tetto massimo alle tasse universitarie: se iscrivendosi l’anno scorso avrebbero pagato 3.200 sterline annue sia iscrivendosi a Oxford o Cambridge sia consegnandosi nelle spire della più scassata università del Regno, ora per ottenere il meglio dell’accademia inglese dovranno sborsare forse anche il triplo.
Antonio Gurrado, Il Foglio, 11 dicembre 2010