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ABI Alessandro Berti Banche Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI

EBA, abbiamo un problema (e non sono le banche).

Della straordinario discorso di Mario Draghi e del suo arrivo al Governo di questo Paese merita parlare dedicando tempo e modo adeguati.

Nel frattempo maiora premunt, ad iniziare dal lavoro, sempre più intenso, che racconta di come le banche si stiano preparando (e in buona parte già lo sono) ad accogliere nella loro strumentazione e nella loro metodologia le indicazioni, assai prescrittive, degli Orientamenti EBA in materia di concessione del credito. Appunto, le banche: ma le imprese? Le PMI?

Credo che queste ultime, e non solo per i loro limiti oggettivi, siano molto indietro nella preparazione all’appuntamento del 30 giugno. Sta per arrivare la rivoluzione (dei rapporti banca-impresa) e non ho niente da mettermi. Ne proviamo a discutere nel webinar R&A Consulting, accreditato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti di Milano, venerdì 26 febbraio; la scheda per iscriversi è qua sotto, coraggio.

http://www.reaconsulting.com/news/approfondimenti/webinar-il-rapporto-banca-impresa

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI

La tempesta perfetta o la tempesta in un bicchiere d’acqua? Istruzioni per non affogare.

Stanchi di Covid-19 e con il vaccino alle viste, anche se solo Arcuri è stato capace di ordinare la quantità più elevata presso la multinazionale di Big Pharma meno preparata, ci si comincia a guardare intorno per parlare di altro e proporre nuovi problemi e questioni, possibilmente lamentandosi. Tale appare, per esempio, in una nota di La Presse di qualche minuto fa, la posizione di tutte le associazioni di categoria che esprimono “una forte richiesta di intervenire urgentemente su alcune norme in materia bancaria che, pensate in un contesto completamente diverso da quello attuale e caratterizzate da un eccesso di automatismi, rischiano di compromettere irrimediabilmente le prospettive di recupero dell’economia italiana ed europea“.

Devono essere, probabilmente, gli stessi “automatismi” che solo 8 mesi fa portavano un improvvido commercialista a lamentarsi, sul Sole 24 Ore, delle richieste “lunari” della banca, che per concedere fido per quasi 5 milioni di € a fronte di investimenti pretendeva, perbacco, un business plan, il bilancio al 31.12.2019 e una situazione intermedia.

Ne abbiamo già parlato su queste colonne, non resta che continuare a meravigliarsi della meraviglia. Una cosa è certa: non è mai l’ora di mettere le mani al rapporto banca-impresa, si doveva rinviare il Codice delle Crisi di Impresa, si doveva rinviare il revisore, rinviare rinviare, rinviare. Tutto va bene così come è, dateci i ristori, perché crucciarsi degli adeguati assetti organizzativi, amministrativi, contabili, perché preoccuparsi degli Orientamenti EBA in arrivo sul primo binario al 30 giugno dell’anno venturo?

In attesa di vederci da Mario, per parlare di imprese zombie, cioè di imprese che non dovrebbero stare sul mercato e invece ci restano e sono per giunta sussidiate a spese di quelle sane, rilanciamo e parliamo di “Adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili” e dei relativi riflessi sul rapporto banca-impresa in queste date http://www.reaconsulting.com/news/approfondimenti/save+the+date+rapporto+banca+impresa

Per non affogare, per non perderci in un bicchiere d’acqua, per provare a riflettere e ragionare seriamente. Per provare, finalmente, a costruire qualcosa insieme, banche, imprese, professionisti.

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Alessandro Berti Banche Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI

Ci vediamo da Mario

Non è semplicemente un facile accostamento con una delle più belle canzoni del mio amato Liga, è un richiamo alla realtà che giunge attraverso un documento del Gruppo dei Trenta (Group of Thirty), firmato tra gli altri, appunto, dall’ex Presidente della BCE e da molti altri illustri economisti, tra cui Janet Yellen (ex Presidente della FED), Paul Krugman e Raghuran Rajan (autore, insieme a Zingales, di Salvare il capitalismo dai capitalisti).

Il documento si intitola Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, e interviene a 360° sui temi della ripresa post pandemia, individuando alcune priorità, anzitutto metodologiche, tra le quali mi piace ricordare quelle che lo stesso documento chiama unpopular choices tra le quali:

Reducing broad support of businesses and moving to more targeted measures focused on those firms that need support but are expected to be viable in the post-Covid 19 economy“;

E, ancora:

Investing in equity and quasi-equity fo businesses“, “Be mindful of moral hazard issues without undermining the core objectives“.

Si potrebbe andare avanti ma il documento è, a mio parere, troppo ben fatto ed importante da meritare una lettura tipo Selezione del Reader’s Digest. Lo trovate qui.

https://group30.org/publications/detail/4820

Ne riparleremo, dopo il 1 gennaio, terminati i non-festeggiamenti, ci sarà molto da lavorare, non cè solo il 30 giugno alle porte e gli Orientamenti EBA. C’è da rifondare, insieme a un sistema produttivo, un sistema di relazioni, anche e soprattutto con la banca.

Ancora Buon Natale, Buon Anno e tanti auguri a tutti.

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Alessandro Berti Banche BCE Mario Draghi Moratoria dei debiti Vigilanza bancaria

Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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Banche e Covid: un’intervista e qualche riflessione.

Banche e Covid: un’intervista e qualche riflessione.

LPN-FOCUS Banche e Covid, studio Cisl: Ferite, ma anche anticorpi. Tengono ricavi.

di Laura Carcano
Torino, 8 ago. (LaPresse) – Banche “graffiate dalla pandemia”, ma il Covid non morde. E’ uno studio del sindacato First Cisl a mettere sotto la lente le semestrali dei primi cinque istituti di credito italiani. Tengono i ricavi, aumenta il patrimonio.
“Le ferite ci sono ma il sistema bancario dimostra di avere anticorpi solidi contro la crisi per il Coronavirus”: l’analisi fotografa una “tenuta dei ricavi operativi (- 4,2% rispetto a giugno 2019)”. Ancora più contenuta è la riduzione del margine primario per dipendente (- 2,5%), nonostante il lungo lockdown.
E dopo aver fatto i conti in tasca alle banche, arriva l’affondo del sindacato: “non sono accettabili nuovi tagli all’occupazione dopo che il personale è stato ridotto di 5mila addetti, con una conseguente contrazione dei costi operativi ( – 2,1%) e la chiusura di oltre 500 filiali. Questa riduzione dei costi ricomprende una diminuzione delle spese per il personale del 2,1%”.
Il risultato netto aggregato – sottolinea First Cils – ha chiuso in territorio negativo, ma vanno evidenziati l’aumento eccezionale (+ 72%) e l’incidenza delle rettifiche su crediti alla clientela (5,3 miliardi). In larga misura (2,7  miliardi) accantonamenti per fronteggiare il futuro impatto della pandemia: “senza di essi il dato sarebbe stato ampiamente positivo”.
Spicca poi “la maggiore solidità patrimoniale dell’insieme aggregato”.  Nell’analisi emerge che il CET1 Ratio phased-in passa dal 13.6% del dicembre 2019 al 14.4%. Ciò, “porta a stimare un’eccedenza patrimoniale sui requisiti minimi di oltre 46 miliardi, con un aumento di circa il 43% rispetto ai dati di fine anno”.
Per lo studio del sindacato “le banche non sembrano poi aver colto appieno l’opportunità offerta dalle garanzie statali: i prestiti alla clientela ordinaria crescono meno di un punto percentuale (+ 10 miliardi circa nel periodo considerato)”. E si riduce ancora l’incidenza netta dei crediti deteriorati (3.3%).
“Il coronavirus – afferma il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani – non ha scosso il sistema, che anzi ha dimostrato grande resilienza. Adesso il credito alle imprese ed alle famiglie deve aumentare. L’ampia dote di capitale disponibile e la liquidità garantita dalla Bce costituiscono la premessa, insieme alle garanzie statali sui crediti, su cui fondare il rilancio”. Per Colombani “la rotta è quella indicata da Mario Draghi: le banche come strumenti di politica pubblica” e “la presenza dello Stato nel sistema bancario smetta di essere tabù”.
Ma la tesi dello “Stato come banchiere” per Alessandro Berti, professore associato di tecnica bancaria e finanza aziendale presso la Scuola di Economia dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo, non è certo la lezione di Draghi. Lo è invece “la necessità di politiche keynesiane per fronteggiare la crisi economica indotta dalla pandemìa”. “Non abbiamo bisogno di uno Stato banchiere, se non in casi estremi – sottolinea – e questo in Italia non sta accadendo. Non ha mai dato buona prova di sé quale manager. Anzi, se il sistema bancario è resiliente, a maggior ragione l’allocazione delle risorse pubbliche deve essere prioritariamente assegnata ad altri comparti economici”. Quanto all’aumento patrimoniale, la spiegazione è che “il regolatore ha abbassato il livello dei requisiti patrimoniali”.
“Inoltre – fa notare Berti – le semestrali dicono che molte banche hanno fatto gli utili con il trading e se il credito a famiglie e imprese non è aumentato non è colpa degli istituti, quanto piuttosto di un sistema di erogazione dei prestiti Covid-19 che non ha assicurato la tutela penale alle banche e agli addetti, dando per scontato che la garanzia pubblica (SACE o FCG) funzionasse quasi in autonomia, mentre necessita della massima diligenza. Il contributo dei lavoratori bancari durante l’emergenza è stato sotto questo punto di vista fondamentale, soprattutto per evitare improvvide operazione di sussidio con ricadute sul sistema finanziario”.
Questo il sunto della mia opinione, apparso sull’intervista che mi è stata gentilmente richiesta da Laura Carcano di lapresse.it. Di seguito il mio pensiero in maniera meno concisa.
Il Segretario Colombani afferma che non si deve più considerare la presenza dello Stato nel sistema bancario un tabù e lo afferma alla luce della “rotta indicata da Mario Draghi”: penso che con questa affermazione voglia riferirsi all’intervento dell’ex Presidente BCE sul Financial Times di qualche tempo fa, ma il problema è che questa indicazione, a mio parere, Mario Draghi non l’ha mai data, mentre ha certamente richiamato la necessità di politiche keynesiane da parte dei governi per fronteggiare la crisi economica indotta dalla pandemìa. Non abbiamo bisogno di uno Stato banchiere, se non in casi estremi, e questo grazie a Dio in Italia non sta accadendo: oltretutto lo Stato banchiere non ha mai dato buona prova di sé quale manager, e questo è agli atti dei bilanci delle banche di interesse nazionale e di tutte quelle che, in seguito, sono state privatizzate. Anzi, se il sistema bancario è resiliente, a maggior ragione l’allocazione delle risorse pubbliche deve essere prioritariamente assegnata ad altri comparti della nostra economia.
Quanto ai risultati dello studio First Cisl, è perlomeno paradossale, se non ingenuo, affermare che il CET1 ratio delle banche si è rafforzato se si è consapevoli che questo è avvenuto non perché si è ridotta la rischiosità media degli attivi o perché si è accresciuta la qualità del patrimonio di vigilanza, quanto piuttosto perché il regolatore ha abbassato il livello dei requisiti patrimoniali. Come quando si allentano i parametri che decidono quanto sia inquinato il mare e così appare che tutte le nostre coste sono paradisiache per la limpidezza cristallina delle acque.
La lezione che si trae dalla lettura delle semestrali è, piuttosto, che molte banche hanno fatto gli utili con il trading (cfr.Unicredit di Mustier) e che se il credito a famiglie e imprese non è aumentato non è colpa delle banche, quanto piuttosto di un sistema di erogazione dei prestiti Covid-19 che non ha assicurato la tutela penale agli istituti e agli addetti, dando per scontato che la garanzia pubblica (SACE o FCG) funzionasse quasi in autonomia, mentre necessitava e continua a necessitare la massima diligenza. Il contributo dei lavoratori bancari durante l’emergenza è stato sotto questo punto di vista fondamentale, soprattutto per evitare che si facessero improvvide operazione di sussidio che poi sarebbero inevitabilmente ricadute sul sistema finanziario e sugli stessi soggetti sussidiati (il Fondo centrale di garanzia recupera direttamente emettendo ruoli quanto dovuto dal debitore). Credo da ultimo che sia necessario ripensare al sistema delle relazioni di clientela in Italia che, in barba alla digitalizzazione, ha fatto con il Decreto Liquidità un salto all’indietro di 60 anni, facendoci ritornare al vecchio sistema del multifido e della prassi garantista, mai abbastanza stigmatizzato: i lavoratori bancari hanno bisogno di maggiore e più qualificata formazione per essere capaci di valutare sempre meglio le imprese, che necessitano di un partner finanziario, non di un fornitore. Questa è la grande sfida, insieme alla progettualità dei piani strategici delle banche per il prossimo futuro, che ci attende per la ricostruzione.
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Crisi finanziaria Germania Mario Draghi

Senza polemiche, senza zizzania, senza por tempo in mezzo.

Senza polemiche, senza zizzania, senza por tempo in mezzo.

©Minima Moralia

Non c’è tempo da perdere, questa proposta può essere certamente migliorata ma è un ragionevole e intelligente punto di partenza per affrontare non il dopo, ma l’oggi, l’istante. Senza polemiche, senza zizzania, come dice Luca Sofri. E mercoledì 8 aprile, alle ore 18 su Facebook riparliamo di Fare impresa in tempi di lockdown, affrontando il tema della redditività e della liquidità.

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ABI Banche BCE Mario Draghi Silvio Berlusconi

L’oroscopo 2017 del Mago Alex per banche, banchieri, bancari, governatori: ovvero cosa ci salverà dal disastro prossimo venturo?

L’oroscopo 2017 del Mago Alex per banche, banchieri, bancari, governatori: ovvero cosa ci salverà dal disastro prossimo venturo?

wizardofid

In ritardo di un solo giorno, ma in fin dei conti puntuale come un Frecciabianca, ecco l’Oroscopo 2017 del Mago Alex per banche, banchieri, bancari e governatori.

Perché non più solo i bancari e perché non più segni zodiacali? Perché con soli 35 anni di ritardo si avvera -di più: viene superata- la profezia del prof.Mazzocchi, Università Cattolica, anno 1978, corso di Politica Economica: “Prima o poi anche in Italia il lavoro dei bancari sarà, come negli USA, un lavoro per donne e per neri”, ovvero sottopagato, dequalificato, da ultimo reso addirittura seriale e dis-umanizzato dal robot e dalla filiale virtuale. A che serve parlare d’amore e di carriera ad un robot? A una filiale virtuale? A una postazione video?

E dunque…

uforobot

Banche: secondo molti idioti, peraltro, mi duole dirlo, assai votati, le banche sono al Governo, in Italia, in Europa, in Germania, praticamente ovunque (magari ci fosse Goldman Sachs al governo: dove si firma per Lloyd Blankfein Presidente?). Quindi bisognava votare loro contro, quindi la vittoria del NO. Bravi. Complimenti. Sono gli stessi genii che sventolavano gli striscioni a Montecitorio con su scritto “La casa non si tocca”, quando si tentava di rendere più veloci le procedure di recupero dei crediti; mi piacerebbe assistere all’esame di Tecnica Bancaria fatto da qualcuno di costoro, per chiedere come pensano di difendere il risparmio, tutelato dalla nostra immarcescibile costituzione? La madre degli imbecilli è sempre incinta.

Di overbanking ha parlato Mario Draghi, scrivendo lui l’oroscopo per le banche e ponendo fine a decenni di discussioni accademiche se sia meglio la banca grande o la banca piccola; di una sostanziale soppressione delle banche locali parla da tempo il suo mediocre successore Ignazio Visco.

Concentrazione è la parola scritta nelle stelle: meno banche.

E meno banchieri: poiché le cadregh si riducono si cerca disperatamente di sedersi su quelle superstiti, man mano che il gioco crudele della sedia/concentrazione settoriale ne toglie una alla volta: a chi fosse sfuggito, importiamo banchieri (Mustier a Unicredit ne è l’esempio più solare): mentre la categoria è rappresentata da un gagliardo giovanetto, di nome Patuelli, che fu nella Prima Repubblica segretario del PLI (!). Tancredi Bianchi si rivolta nella tomba.

Foto Federico Bernini - LaPresse 12 11 2015 Torino cronaca Fondazione Ugo La Malfa. Piemonte industriale in trasformazione. Ruolo del credito, dell'innovazione, delle start-up. Grattacielo Intesa San Paolo. Nella foto: Antonio Patuelli, presidente ABI
Foto Federico Bernini – LaPresse

Impressiona la parabola della categoria professionale del bancario, specie in via di estinzione e di cui nessuno sente la necessità di patrocinare la protezione. Non esiste nessun Landini in banca, la felpa della FABI, se mai è esistita, viene usata come pigiamino.

E poiché le banche si stanno ritirando dai business rischiosi perché sono costosi (i.e. il credito), o ne accettano solo quote che consentano di ridurre il costo operativo per eccellenza, il personale, il nostro bancario non ha grandi prospettive, perlomeno a breve termine. O diventa capace di vendere di tutto, e sarà valorizzato per quello, o rischierà il peggiore dei mismatching, quello tra competenze acquisite e competenze richieste. La chiusura delle filiali e gli esuberi, da una parte, l’esternalizzazione e la vendita di prodotti “fabbricati” altrove -le polizze- dall’altra, sono due facce della stessa medaglia: l’impresa bancaria, impresa di servizi ad alta intensità di fattore lavoro, sceglie di robotizzare i processi, riducendo l’intensità del fattore lavoro. Che evidentemente non potrà più essere de-qualificato, perché quel tipo di lavoro lì lo faranno i robot, non ci sarà più.

I Governatori, da parte loro, soprattutto il nostro, in questo frangente storico mostrano di assomigliare sempre più alla Sindaca di Roma: sono etero-diretti, sostanzialmente irrilevanti. Per nostra fortuna a Francoforte non c’è la Casaleggio e Associati, ma non c’è motivazione intrinseca all’esistenza di Via Nazionale se non quella di essere un’agenzia al servizio di Eurotower.

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Il futuro, dunque, non è roseo, non serviva il Mago Alex per dirlo. Qualcuno vagheggia un mondo senza banche, qualcuno, anche di recente (SB, innominabile) è arrivato a dire che l’euro non va bene e che ci vorrebbe una doppia circolazione monetaria, come nel 1945, con le AM lire.

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Una sola cosa, realisticamente, ci può salvare, ed è quella che ci ha portato close to the edge: il credito deteriorato. Perchè di una tale montagna di quattrini si tratta,  e di un problema di così ampia portata, che ci vogliono ancora troppe persone e, soprattutto, troppo denaro, per risolverlo. Nemmeno Salvini, Brunetta, Di Maio, Dibba, M.me LePen hanno soluzioni magiche, anche se le spacciano come tali.

Coraggio fratelli, le sofferenze salveranno le banche.

Buon 2017 a tutti (e buon ascolto: non c’è nemmeno la pubblicità).

Il Mago Alex

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La misurazione del rischio di credito: finale di stagione (arrivederci su Fox Crime).

La misurazione del rischio di credito: finale di stagione (arrivederci su Fox Crime).

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Il tema del razionamento o credit crunch ha tenuto banco tra gli addetti ai lavori praticamente dall’inizio della crisi, con punte particolarmente accese nella prima fase delle operazioni di LTRO della Banca Centrale Europea, quelle che hanno fatto dire a taluni geni della finanza che le banche si tenevano i soldi anziché destinarli alle imprese. Ricordo in proposito una esemplificazione, peraltro assai efficace, apparsa sul Sole 24 Ore, che stimava nel 2 per mille il residuo effettivamente a disposizione del mondo delle imprese, una volta terminati tutti i passaggi di 1000 euri messi a disposizione da parte della BCE.
Effettivamente un po’ pochini, se si guarda alla proporzione, in realtà, probabilmente quello che ci voleva perché il sistema non andasse al collasso e si materializzasse l’incubo (quello che tutti fingono di dimenticare quando parli loro di salvataggi bancari) del bank run o corsa agli sportelli.
Mentre si salvavano le banche –o meglio, si metteva in sicurezza il sistema finanziario europeo, del che si deve ringraziare Mario Draghi, che Dio ce lo conservi a lungo- si irrobustivano i requisiti di capitale, con buona pace di Sebastiano Barisoni e si sistemavano le regole. Del che abbiamo dato conto nelle puntate precedenti di questa serie di considerazioni incentrate sulla misurazione del rischio di credito.
Ora la tentazione potrebbe essere quella di dire “Bene, siamo a posto, tutto è come deve essere, a questo punto nulla più può ostacolare l’afflusso di credito alle imprese”. Probabilmente qualcuno lo ha già detto o lo sta dicendo. Niente di più sbagliato.
Le regole, e con loro l’ispessimento dei requisiti di capitale per le banche, non fanno la cultura del rischio; non garantiscono una cultura delle relazioni di clientela basta sulla trasparenza reciproca; non impediscono a imprenditori avventati di compiere passi più lunghi della gamba, non in omaggio agli spiriti animali, ma molto più banalmente alla ricerca di scorciatoie per la ricchezza o di sistemazioni personali o di capannoni inutili; soprattutto le regole non possono impedire che il mercato faccia il suo lavoro, ovvero cacci via le imprese decotte, inefficienti, incapaci.
Non si può invocare il mercato nei giorni pari ed in quelli dispari, come hanno fatto i c.d. “forconi”, chiedere interventi statali, sussidi, finanziamenti bancari. Se a qualcuno piace ancora il mercato, ricordi quanto diceva Schumpeter circa le banche “agenti della contabilità sociale” nonché, più recentemente, Zingales descrivendole efficacemente come “beccamorti del sistema economico.”
Le banche devono fare istruttorie fatte bene, molto migliori di quelle attuali, per non parlare di quelle in cui siamo stati abituati in tempi passati: e devono scegliere, dicendo dei sì e dicendo dei no, ma anche spiegandoli. E devono, molto più velocemente che in passato, far saltare le imprese a cui hanno prestato denari che non ritorneranno.
Ma le imprese devono mettere le banche in condizioni di sceglierle, ovvero devono raccontare sé stesse ed i propri progetti.
E per spiegare sé stesse c’è solo un sistema: capire a che punto si è, valutare seriamente e realisticamente quello che si sta facendo, misurare la correttezza del proprio operato confrontandosi. Non c’è insieme di regole che possa far nascere la cultura d’impresa, per soggetti che pensano che il mercato sia far nascere 10 bar nel giro di 200 mt. (provare per credere, basta venire nel mio quartiere a Rimini. N.B.: non sto al mare…) pensando che tutti sopravviveranno tra ricchi premi et cotillons. Non ci sono regole, per quanto bene scritte, che possano impedire a qualcuno di sognare che acquistare un tabacchino, un’edicola, la pensione Iris-con-vista-ferrovia, una rosticceria o un bar: ci possono essere solo i no delle banche, ma ad evidenza non possono bastare.
Su questo punto, soprattutto pensando alle Pmi, la palla è nel campo di professionisti ed associazioni: e, a quanto pare, è ancora tutto da dissodare.

Ultima puntata. La puntata precedente è stata pubblicata il 2 luglio 2014)

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Se misurare la febbre non basta.

Se misurare la febbre non basta.

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Per la prima volta dopo un po’ di anni di frequentazione assidua, non ho potuto partecipare all’Assemblea Generale di Banca d’Italia. Il che ha fornito lo spunto per discussioni che, intrecciate alle considerazioni finali del Governatore Ignazio Visco, hanno visto il sottoscritto ed i suoi due compagni di avventure lavorativo-bancarie questionare su tutto senza trovarsi d’accordo (quasi) su niente, in particolare in materia di crisi d’impresa, ruolo e compito delle banche, e come al solito leninianamente sul “che fare?”. Sulle discussioni sarà il caso di ritornare, anche se la sensazione ricevuta da molti incontri in questo periodo è sempre quella, una sola ed unica domanda:”Diteci cosa dobbiamo fare, qualunque cosa sia.”  Domanda che mi sono sentito rivolgere indifferentemente da amministratori, soprattutto di banche locali, direttori generali, preposti, addetti all’area credito, risk controller ed addetti al monitoraggio, oltre che, ovviamente, da imprenditori: tutta la pletora di coloro che maneggiano i problemi dle credito deteriorato. Proprio da questa domanda continua e insistente nasce il disagio per un’affermazione lapidaria fatta propria dal Governatore ieri.

A fronte del deterioramento dei prestiti, la Banca d’Italia ha intensificato il vaglio sull’adeguatezza delle rettifiche di valore effettuate dagli intermediari. Sono state condotte verifiche a distanza e in loco, chiedendo alle banche di vagliare nel continuo l’adeguatezza del tasso di copertura dei prestiti deteriorati e, quando necessario, sollecitando interventi correttivi. Questa azione continuerà, anche in collegamento con gli analoghi esercizi concordati in sede internazionale, in vista della vigilanza unica europea.

Intensificare il vaglio sull’adeguatezza delle rettifiche di valore, ovvero sollecitare la corretta e tempestiva appostazione a voce propria di osservazioni, incagli e sofferenze (i tre gradini della scala del rischio di credito) e, di conseguenza, verificarne la copertura in termini patrimoniali, sembra l’unica preoccupazione dell’ex-prestatore di ultima istanza (il lender of last resort della teoria finanziaria anglosassone). Che privato della facoltà di battere moneta e, ad evidenza, superato nel suo ruolo di regulator da Francoforte (e grazie a Dio, dall’attivismo di Mario Draghi),  si limita a misurare la febbre, ovvero la consistenza del credito deteriorato. Senza poi avere, almeno all’apparenza, altre mosse che quelle di ispezionare, sanzionare e, rimpinguando il triste bottino della voce 130 del conto economico bancario (le rettifiche di valore, appunto), constatare il decesso. Forse Mario Draghi ha più strumenti per avere più fantasia: ma il ruolo che Via Nazionale ha deciso di giocare nella crisi assomiglia sempre più a quello del coroner, quella figura legale del diritto USA e UK che, sopraggiunta sul luogo del delitto, certifica il trapasso del de cuius. Ruolo fondamentale, ma passivo, compito doveroso e ingrato, necessario e triste, ma insufficiente (e infatti poi arrivano CSI, Law and Order, le unità speciali del Bureau etc..). Perché alla fine ciò che si dovrebbe intensificare sono le cure, non il numero di volte in cui gli infermieri passano a prendere la temperatura: alla fine, sempre più spesso, sarà stata l’ultima.

 

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Lo scopo sociale della zecca di Stato.

Lo scopo sociale della zecca di Stato.

Un bel pezzo di Marco Valerio Lo Prete sul Foglio affronta la questione del quantitative easing (QE), ovvero delle iniezioni di liquidità effettuate dalle banche centrali per stabilizzare i sistemi finanziari nelle situazioni di crisi come questa. Nel richiamare un articolo di Anatole Kaletsky sull’International Herald Tribune, Lo Prete  auspica una nuova definizione del QE, ovvero il QEP (quantitative easing for people), quello che finora non è stata fatto, quello che andrebbe finalmente a iniettare liquidità utile per la ripresa, liquidità della quale, al contrario, hanno beneficiato solo Governi e banche.

La questione ripropone, in altri termini, il tema ben più noto e popolare del dilemma delle banche centrali e dei Governi, incerti tra il salvare le banche insieme ai banchieri, che si vorrebbero invece castigati in omaggio ad un’opinione pubblica che talvolta, senza riflettere, invoca anche fallimenti bancari. La tentazione di fare a meno delle banche è suggestiva, come se il circuito finanziario potesse funzionare solo nel modo diretto, collegando datori di fondi e prenditori di fondi senza intermediazione: ma, soprattutto, come se il problema non riguardasse anche le imprese, alle quali, si dice, non arrivano denari a sufficienza, ma che nel frattempo gravano con esposizioni insopportabili sui portafogli di tante banche.

Lo scopo sociale della Zecca, a qualunque Paese ci si riferisca, non può essere limitato ad un sia pur commendevole impegno verso le famiglie consumatrici; le soluzioni che tengono conto solo di alcuni fattori della realtà sono, appunto, parziali, e perciò stesso insoddisfacenti. Continua a mancare, nel dibattito sul QE, in qualunque forma lo si voglia attuare, una riflessione seria su cosa accadrebbe veramente ad un sistema finanziario che assista senza far nulla ad uno o più fallimenti bancari: dimentichi, probabilmente, che la crisi, 5 anni fa, è deflagrata proprio per l’insolvenza di una banca.