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Banca d'Italia Banche Unicredit

Assedi (fortini contendibili).

Massimo Mucchetti, sul CorrierEconomia di lunedì, parla di Unicredit come di un fortino, che si scopre scalabile. E sottolinea i dubbi della Banca d’Italia, stretta fra diritto di gradimento (da riesumare) e discrezionalità (insieme alla moral suasion, uno dei massimi strumenti di vigilanza strutturale). La sensazione che si trae dalla lettura dell’articolo, oltre che dalle considerazioni del Collega Resti, dell’Università Bocconi, intervistato in breve, è che le scalate siano buone e facciano tanto “mercato contendibile dei diritti di proprietà“, dunque molto british: ma solo se riguardano poteri sgraditi o ai quali non si è vicini. In attesa di capire se il nuovo management di Unicredit sarà all’altezza di quello vecchio e, inoltre, se si debba salutare con favore la difesa dell’italianità di Piazza Cordusio, viene immediato ricordare quanto ampiamente deprecato dal Corriere stesso, oltre 5 anni fa, in occasione delle scalate alle banche ed al tentativo di Stefano Ricucci di salire in RCS.

I diritti di proprietà, in effetti, devono essere contendibili: ma non troppo.

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Borsa Indebitamento delle imprese IPO Rischi Risparmio e investimenti USA

A cosa serve la Borsa.

Sulla scorta della Relazione Consob per il 2009 Massimo Mucchetti sul Corriere Economia di oggi (“Se la Borsa non serve alle imprese“)  riflette sulle finalità della Borsa stessa. Mucchetti ricorda che le funzioni del mercato sono quelle di fissare il prezzo degli strumenti quotati, favorire la riallocazione dei diritti proprietari sulle imprese e consentire l’incontro fra datori di fondi (risparmiatori) e prenditori di fondi (le imprese). Tutto vero, come da manuale. Meno comprensibile appare la riflessione riguardante Cardia, presidente uscente della Consob, che “non si pone il problema di come i mercati finanziari non siano stati in grado di valutare il rischio implicito nell’assunzione smodata di debito da parte di imprese e famiglie“. Aggiunge Mucchetti che “i debiti si vedevano“.

Ora, sarebbe utile capirsi anzitutto sul concetto di mercati finanziari, un’entità nebulosa ed astratta, di volta in volta malvagia o saggia, (quando i mercati speculano al ribasso sono malvagi, soprattutto se prendono di mira gli stati sovrani del PIGS, quando selezionano -già, quando?- buone opportunità di investimento sono saggi). Ma a parte provare ad intendersi sulla definizione di “mercati”, talvolta democraticamente evocata, talaltra furbescamente demonizzata, sarebbe utile fermarsi a pensare se i mercati siano razionali. Basterebbe scorrere i grafici dei listini degli ultimi dieci/quindici anni per capire che si tratta di un’affermazione velleitaria, come peraltro documentato da una letteratura scientifica ormai sterminata. Chi doveva vedere i debiti? I mercati, o forse le banche, che avevano contribuito ad alimentarli?

E allora? Mucchetti, forse costretto dallo spazio, arriva rapidamente alla conclusione che “le Borse hanno fallito il compito primario di fare i prezzi, e l’italiana più delle altre”. Sì, ma quali prezzi? Quelli efficienti? Chi decide se i prezzi siano efficienti? Non certamente la Consob, così come nessuna autorithy; quando i prezzi sono decisi da qualche autorità, non è mai un bel segnale, la democrazia economica non viaggia mai da sola. D’altra parte, per il solo fatto che uno scambio avvenga, a quel prezzo, il prezzo non solo viene fatto ma consente di incrociare preferenze contrapposte, dunque la Borsa non ha fallito, i prezzi sono stati segnati, gli scambi effettuati.

Mucchetti giustamente sottolinea che la conseguenza del malfunzionamento della Borsa Italiana è rappresentata principalmente dal non aver favorito “l’afflusso di capitali dai soci vecchi e nuovi alle imprese quotate, ma esattamente il contrario.” In sostanza, dividendi e buy-back, che peraltro non sono un’esclusiva tricolore, sono sempre più elevati in rapporto alle risorse raccolte, come se la Borsa assolvesse il suo compito al contrario.

Ma se il problema, come giustamente Mucchetti adombra nella sua conclusione, è “cambiare motore modificando in radice la finanza d’impresa”, ovvero se la questione è culturale, perché non dire che il problema della Borsa Italiana, a dispetto, appunto, di tanta retorica -la cui matrice accademica è ben nota, con libri e contributi pseudo-scientifici di una banalità sconvolgente- perché non dire che il problema è dal lato dell’offerta, ovvero delle imprese? E, soprattutto, perché non dire che il problema non è appena italiano, ma mondiale? Fare a meno del moralismo non significa necessariamente meno regole, significa solo essere più realisti e non credere nel potere taumaturgico delle regole. La SEC che ha fatto “sputare” indietro i compensi ed i superbonus dei manager USA, non fissa prezzi, non decide sugli ingressi in Borsa, non vaglia le intenzioni di imprese e risparmiatori. Aspettarsi che più regole rendano più attrattivo e meno speculativo e volatile il mercato mobiliare italiano, gestito peraltro da una società privata e per azioni, è come pensare che il codice penale non serva più a nulla perché vige la pena di morte. Come insegnano proprio gli USA, non è così. Proprio per questo c’è solo un modo per realizzare ciò che auspica Mucchetti, ovvero il cambiamento in radice. Ma si realizza non con le regole, ma con una concezione del fare impresa e del risparmio che rimetta al centro questioni dimenticate. Ovvero che l’impresa non mi appartiene, che ha uno scopo che va oltre la speculazione ed il profitto; e che il risparmio è sacrificio, non azzardo. Per tutto questo occorre tempo e lavoro, sui giornali, nelle università, nelle scuole, nelle aule di formazione, perché la questione, come sempre, è personale.

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Energia, trasporti e infrastrutture Giulio Tremonti Sviluppo

Come quintuplicare il costo della bolletta energetica.

Massimo Mucchetti, sul Corriere di oggi, riporta la storia, assai istruttiva per chi si interessi di energia e del suo inevitabile legame con lo sviluppo, raccontata nel blog di Chicco Testa.

Mucchetti, che è condirettore di un giornale che è pur sempre il paladino di tutto quanto sia politically correct, forse non è stato letto con attenzione dai suoi azionisti di riferimento e, soprattutto, dal grande giornalista collettivo, ecologista, verde e pacifista: altrimenti non sarebbe neppure a pag.29, nella pagina delle lettere a Sergio Romano (bisogna provare a leggerne un po’ per rattristarsi fino in fondo sul destino del Paese), forse sarebbe accanto alle previsioni del tempo. In sostanza, la storia riportata sul Corriere fa capire quanta ideologia ci sia dietro un affare che, molto redditizio per alcuni, rischierebbe di costare carissimo al contribuente italiano. Il che, oltre a far riflettere sui già paventati rischi di flop per chi sposa ad occhi chiusi la causa del fotovoltaico, mi fa sperare, ed è tutto dire, nella chiusura dei cordoni della borsa da parte di Tremonti.

Anyway, le conclusioni di Mucchetti dovrebbero bastare: “(..) tra timori del vecchio monopolio e compiacenza verso i furbetti dell’ecologia, la green economy in salsa di pomodoro sta rinnovando gli orrori del Cip 6, che arricchì petrolieri ed industriali vari con gli aiuti di Stato alla produzione elettrica.”

Continuiamo a riparlarne, per intanto c’è il link permanente al blog di Chicco Testa.

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Banche Borsa Regno Unito Unicredit

Business Square

Piazza Affari, Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa italiana

Stefano Micossi direttore generale di Assonime, intervistato da Massimo Sideri sul Corriere di oggi ha avuto dichiarazioni di fuoco sulle “svendita della Borsa Italiana agli inglesi del London Stock Exchange (LSE): «La sostanza di quello che è accaduto è che il management di Borsa Italiana si è venduto la Borsa italiana con l’acquiescenza, a quel tempo, degli azionisti bancari che non hanno capito cosa stesse accadendo». E nemmeno Massimo Mucchetti le manda a dire, facendo nomi e cognomi di coloro che hanno consentito la svendita, ovvero quel nucleo forte di azionisti frutto dell’originaria privatizzazione, Intesa, Unicredit e MontePaschi. Leggendo l’articolo di Mucchetti si apprendono cose da rabbrividire, che non fanno onore neppure a Massimo Capuano (ex a.d.di Borsa Italiana, ora fuori dal board dell’LSE), il quale non poteva non sapere di fondersi con una società, l’LSE stessa, che presentava un patrimonio netto negativo di 300 milioni di sterline, con prelievi e dividendi straordinari a favore degli azionisti inglesi. Ai quali la fusione, con l’emersione del relativo avviamento, è servita ad evitare aumenti di capitale, mantenendo il comando. Fino all’epilogo di questi giorni. Una storia edificante, che mostra la consueta miopia delle banche italiane, che non hanno mai amato un mercato potenzialmente per esse alternativo, in quanto fattore di disintermediazione: da azionisti come questi, difficile attendersi una conclusione diversa. Ma anche una storia sulla quale sarebbe interessante ascoltare il parere di tutti coloro, e in Italia non sono pochi, che giudicano malamente tutto ciò che è fatto nel nostro Paese, invocando comportamenti e regole anglosassoni, dove le cose funzionano a dovere. Resta una domanda: se una nefandezza simile l’avesse commessa Silvio Berlusconi, il Financial Times come avrebbe titolato?

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Imprese

Il fine ultimo dell’impresa.

La Grande Crisi avrà effetti sul fine ultimo dell’impresa? Qualche sera fa ne ho ragionato con un amico, Mario Barozzi, che, dopo aver lavorato nella banca americana Chase e all’Enel, ora investe cifre importanti nel private equity. Il fine dell’impresa appartiene alla libera scelta dell’imprenditore, ma questa è influenzata dallo spirito del tempo e dei luoghi. Se ai primi del Novecento, la compagnia di navigazione del Reno aveva come scopo principale quello di collegare le città rivierasche, alla fine del secolo il fine era diventato quello di creare valore per i soci. Del resto, se la proprietà non è rappresentata da un armatore ma da un azionariato diffuso ovvero da un fondo speculativo, e se i marinai non sono più una corporazione sindacalizzata ma un coacervo casuale di umanità migrante, anche l’impresa non è più la stessa. E quando gli ho chiesto se fosse bello tutto ciò, il mio amico mi ha invitato a conoscere Nicolò Branca, che guida la celebre azienda del fernet.

La Fratelli Branca Distillerie vende dal 1845 un amaro ricavato dall’infusione di una quarantina di erbe e radici provenienti dai 5 continenti secondo le proporzioni elaborate da Beniamino Branca. La ricetta, tuttora manoscritta, viene tramandata dal leader della famiglia al suo successore. Solo il direttore di produzione condivide il segreto. La mescola è regolata da computer inaccessibili agli hacker. A metà Ottocento, il direttore del Fatebenefratelli, padre Nappi, riscontrò benefici effetti del fernet contro il colera asiatico. Nell’America del proibizionismo, il Fernet Branca era regolarmente in vendita perché medicamentoso. Il prodotto è immutabile, ma il modo di berlo cambia, e oggi il primo mercato è l’Argentina, dove i ragazzi lo diluiscono con la Coca Cola in un cocktail chiamato Fernandito. La storia dell’azienda, che faceva marketing quando la materia non era ancora insegnata, è conservata nel museo dello stabilimento di Milano, un vecchio immobile costantemente riadattato. Qui figurano anche le memorie delle rare acquisizioni: Borghetti, Carpano, Candolini. Con 250 dipendenti, la Branca fa 153 miliardi di ricavi, per il 65% all’estero; ha un margine operativo lordo di 33,6 milioni e un utile di 18,4 dopo 12 milioni di imposte; il patrimonio netto è di 188 milioni, 99 milioni sono titoli e cassa, zero debiti in banca. Il professor Branca sa perfettamente che, se spostasse la fabbrica fuori città, valorizzerebbe l’area e che, con il cash flow che genera senza interruzioni da decenni, più stabile dell’Enel, potrebbe estrarre molto valore della società indebitandola, ma trova tutto ciò un po’ greedy, un po’ avido. A lui sta a cuore la continuità

dell’azienda. Durare vale più di guadagnare. Sulla durata si costruiscono relazioni e saperi, e per durare ci vuole equilibrio. Il mio amico sorridendo dice: «Noi dei private equity dovremmo starci alla larga: con aziende come queste guadagneremmo facile ma poi le ruberemmo l’anima».

Massimo Mucchetti

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Borsa Energia, trasporti e infrastrutture Indebitamento delle imprese

Capitalismo telefonico e piccoli cavalieri bianchi.

Dopo le ipotesi di un rafforzamento di Telco, azionista di controllo di Telecom, avanzate sul Corriere di ieri, oggi è la penna ben più autorevole di Massimo Mucchetti a far svanire i sogni e le fantasie che avevano riacceso l’interesse sull’ex-monopolista delle Tlc italiane. L’articolo, non disponibile on-line, andrebbe letto integralmente per non disperderne l’efficacia, la sintesi e la capacità di giudizio. In sintesi: Telco ha un socio forte, Téléfonica, che non può procedere a mostrare la sua forza perché diverrebbe troppo ingombrante, in quanto spagnolo, all’interno di una società italiana; d’altra parte il CEO spagnolo, César Alierta, non intenderebbe neppure prendere in considerazione l’ipotesi di ricapitalizzare adeguatamente Telco, per poi procedere alla fusione di Telecom, perché questa scelta penalizzerebbe gli azionisti spagnoli, fra cui lui personalmente, titolare di ricchissime stock-option; Telco, peraltro, è un soggetto, cito testualmente, “strutturalmente incapace di rimborsare il debito. Il che rende il creditore azionista di fatto”, dal momento che i dividendi della partecipata non pareggiano gli interessi passivi sul debito Non si deve dimenticare che gli altri azionisti forti di Telco sono Mediobanca, Intesa e Generali, che non hanno, secondo tradizione dei nuclei di controllo di Telecom, nessuna intenzione di mettere denaro fresco.

Last but not least: Telecom quota meno della metà del suo valore di libro, per gli amanti della perfida Albione, il book value. Andando indietro nel tempo, si ritorna alla madre di tutte le scalate, all’OPA su Telecom lanciata dai “capitani coraggiosi” (la definizione è del perdente del derby delle cime di rapa del PD pugliese, on.Massimo D’Alema) di Roberto Colaninno, la cui conseguenza è stata l’enorme carico di debiti su Telecom. Comprata da Marco Tronchetti Provera a prezzi d’affezione, venduta a Telco su pressione del candidato (?) sindaco di Bologna, prof.Romano Prodi, Telecom ha di fronte una montagna di debiti non scalabili. Téléfonica è stato un piccolo cavaliere bianco perché il governo Prodi voleva salvare una grande azienda italiana, ma voleva umiliare Tronchetti Provera. Così l’ingresso dei nuovi soci non è stato né carne, né pesce, inutile per risanare la società, inutile per un serio piano di rilancio. Ha buon gioco Massimo Mucchetti ad affermare che “il bilancio di Telco dipende da Telecom. Se qualche consigliere indipendente cominciasse finalmente a contestare la congruità dei 44 miliardi di avviamenti, un’enormità, oltre la metà dell’attivo, metterebbe in luce la pesante eredità di un passato con cui questa espressione del capitalismo relazionale italiano non ha mai voluto fare i conti.” Ha buon gioco, ma non sarebbe male rileggersi le espressioni usate in passato, non solo da Massimo D’Alema, per definire la madre di tutte le scalate, dai principali giornali italiani, Corriere compreso. Senza dimenticare gli intrecci azionari che vedono fra i principali azionisti del Corriere stesso, ma non solo, anche i protagonisti delle vicende di Telco.

Anyway, per la cronaca, i consiglieri indipendenti di Telecom sono: Paolo Baratta, Roland Berger, Jean-Paul Fitussi e, udite udite, Luigi Zingales. L’unico consigliere indipendente di Telco è Enrico Giliberti. Gli altri, cavalcano.

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Felicità Lavoro USA

Volevano solo essere felici.

Giorgio De Chirico, Enigma dell'ora.

Una rincorsa alla felicità perduta attraverso l’indebitamento: questa sembra essere l’idea alla base di uno studio del prof.Stefano Bartolini, dell’Università di Siena, ripreso da Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di lunedì scorso. Bartolini, che insegna economia politica, nel suo studio, di prossima pubblicazione presso Donzelli, parla solo degli Stati Uniti, ma le domande che ci si pone dopo aver riflettuto sulle sue conclusioni non possono essere ignorate, solo perché siamo un Paese non anglosassone, mediterraneo, magari anche cattolico, dove la famiglia riveste importanza, dove c’è poca mobilità. Premesso che qualcuno dovrebbe spiegare perché, a seconda delle convenienze polemiche, l’essere l’Italia quello che è sia considerato, di volta in volta, virtuoso, segnale di arretratezza, esempio da seguire, ignominia da additare, la questione posta da Bartolini fa riflettere anche da noi. Il problema non è la giustificazione del debito delle famiglie, ad evidenza, cresciuto peraltro anche nel nostro Paese, come ricerche, pubblicistica e tesi di laurea, con relazione del sottoscritto, si sono autorevolmente ed approfonditamente impegnate ad evidenziare. Il problema, negli USA e in Italia, resta quello del senso e del significato di quello che si fa. Mucchetti, nel commentare il lavoro di Bartolini, evidenzia che “il lavoro assatanato esalta la competizione fino al ferino homo homini lupus. La paura del prossimo è diventata (..) alta (..). E’ la spia di un generalizzato declino della fiducia verso tutte le istituzioni (..). Ma questa, con buona pace di Bartolini e di tutti quelli che pensano che gli USA siano peggio, non è altro che la conseguenza di qualcosa che viene prima, ed è la mancanza di senso per tutto quello che si fa: per la vita privata come per il lavoro, per il risparmio, il mettere su famiglia, fare sacrifici, andare via di casa. Negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, in Francia come in Germania, in Spagna come da noi. Può essere che la trasformazione degli stili di vita esiga più denaro e che le persone manchino di “beni relazionali”. Ma è proprio perché l’uomo non basta a sé stesso che si fanno regole, sempre più cavillose e dettagliate, che non evitano né le crisi, né i debiti. Accendiamo, come dice Mucchetti, il faro sull’origine comportamentale del PIL: ma prima o poi qualche domanda sul perché dei comportamenti, che non sia solo sociologica, dovremo pur farcela.

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Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria Educazione Vigilanza bancaria

La cultura del cambiamento e le regole: cosa (non) ha insegnato la crisi.

Massimo Mucchetti, in un editoriale di grande spessore sul Corriere on-line di oggi, stigmatizza la “finanza che non cambia”. Che macina profitti come prima e come se niente fosse, che vede infastidita l’ipotesi di una regolazione più stringente invocata dalla FSA inglese, che mette all’angolo i produttori e l’economia reale.

E invoca, in finale, almeno una regolamentazione più stringente, il ritorno del Glass-Steagall Act, in generale qualcosa che, almeno a livello normativo, possa evitare che cassandre come Nouriel Roubini abbiano, in ultimo, ragione.

Probabilmente è vero. Probabilmente ha ragione Mucchetti, ha ragione il Gran Borghese Guido Rossi, hanno ragione quelli della FSA. Ma ci sarebbe da fare un lavoro sottotraccia, più importante di mille regole e di nuova legislazione. E’ il lavoro, che solo può portare al cambiamento, sulla cultura e sulla mentalità, è un lavoro di educazione. Che parte dalle scuole e non finisce nell’università: perchè poi diventa il lavoro della vita.