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Alessandro Berti Banche BCE Mario Draghi Moratoria dei debiti Vigilanza bancaria

Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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Alessandro Berti

Con i ministri non succede mai nulla (una giornata al #meeting14).

Con i ministri non succede mai nulla (una giornata al #meeting14).

PD ASSEMBLEA NAZIONALE AMMINISTRATORI

Andando a dare una mano al Meeting di Rimini come volontario capita che ti tocchi accompagnare personalità, più o meno importanti, in visita ai padiglioni della Fiera. Si chiama “Relazioni Esterne”, ma in realtà è fare sentire l’ospite accolto: ed è un lavoro bellissimo, perché mette in gioco la persona nei rapporti con qualcun altro.

Solo che, di solito, con i ministri non succede nulla: di solito sono rapiti via e accompagnati in giro da altri politici, o stanno con altri politici, o semplicemente fanno una visita di cortesia. Non si compromettono, non si mettono in gioco, cercano di finire in fretta: spesso mi è accaduto così.

Con Maurizio Martina, Ministro dell’Agricoltura del Governo Renzi, no. E’ accaduta una disponibilità straordinaria, una cordialità non formale, una simpatia immediata. Sempre gentile ed affabile con chiunque, ha dialogato con tutti, non ha mai detto di no a nessuno. Ma, soprattutto, ha mostrato che aveva voglia di stare in mezzo alle persone del Meeting, di non avere un pregiudizio sulla realtà. E quello che ha fatto ha meravigliato anche me, che invece avevo la mia bella idea pre-confezionata. Per questo gli dico grazie, prima di tutto per me stesso. Alla prossima.

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Banca d'Italia Banche

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

La notizia della fine prossima ventura del commissariamento da record di Banca Carim, a soli tre giorni dal compimento dei due anni di procedura, va salutata con sollievo e con soddisfazione, perché la città ed il territorio si vedono restituiti uno dei principali protagonisti della sfera economica e sociale.

Il 27 settembre saranno nominati i membri del Consiglio di Amministrazione e così la banca tornerà in bonis. Proprio allora si “parrà la nobilitate” di idee, persone, strategie, che non sono state comunicate in sede di assemblea straordinaria e che attendono tuttora di essere declinate nelle scelte di un azionista di maggioranza, la Fondazione, sfiancato da questi mesi di segregazione e, soprattutto, ormai privo di risorse finanziarie. Se Dante e Virgilio, usciti dai gironi infernali, rivedono le stelle, tuttavia devono poi passare dal Purgatorio, una strettoia che attende anche la Carim e la città stessa, che della sua banca principale non può fare a meno ancora a lungo. Le scelte delle persone designate a fare parte del Consiglio di Amministrazione diranno già molto del futuro della banca: se si tratterà di semplici gestori, persone perbene ma senza esperienza o competenze specifiche (come nel caso di altre banche uscite dalla crisi ma, di fatto, messe in quarantena dalla Banca d’Italia), allora il futuro di Carim, presto o tardi, è segnato ed è destinato a concludersi con una fusione, più o meno mascherata. Se, come sarebbe auspicabile, si trattasse di soggetti qualificati, che non si limitino a gestire l’esistente e a non fare danni, ma che tentino di progettare il futuro, allora il futuro sarebbe certamente più impegnativo ma, nello stesso tempo, certamente più rischioso ed entusiasmante per un territorio che, di entusiasmante, ultimamente ha visto solo il Meeting ed il concerto di Ennio Morricone.

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Alessandro Berti Crisi finanziaria don Giussani Educazione

Twittando dal #meeting 2012.

Twittando dal #meeting 2012.

L’incontro inaugurale del Meeting 2012 lo trovate qua su YouTube.

e non serve che io aggiunga nulla. Fare il volontario nel settore dove lo faccio io consente di partecipare agli incontri, almeno a quelli dove vanno coloro che accompagni o quelli dove serve che tu aiuti; e così è stato. Mi ha colpito, per l’impeto di libertà e per la domanda che pone alla politica ciò che ha detto Giorgio Vittadini, invocando libertà di educazione, di impresa, di iniziativa, in tutti i settori. E mi ha colpito, anche se ho fatto l’università con lui e lo conosco da trent’anni, il suo voler costruire, il suo essere positivo, il suo porre in risalto tutto ciò che di buono sappiamo fare, abbiamo fatto e possiamo fare. Così invito a vedere la Mostra sui giovani da lui curata, e di cui ha parlato il Sole 24 Ore qualche giorno fa.

Il Presidente del Consiglio, con il suo linguaggio, ha detto cose che servono a costruire, decodificando, anche in chiave culturale, il momento attuale e vedendo l’uscita alla fine del tunnel: può non piacere ciò che ha detto, ma l’uomo c’è tutto, ed è sul pezzo. Ed ha fatto cose che né il Presidente del Milan, né il suo ineffabile Ministro dell’Economia, che aveva parlato lo scorso anno, si sono mai sognati di fare. Anyway, il discorso è lì, su YouTube.

Mi ha colpito, infine, anche la violenza esarcebata di molti, mai sentiti né visti prima, che su twitter, reagendo, hanno scritto cose tristi non tanto per il contenuto, né per il linguaggio, ma perché mostravano solo chiusura e pregiudizio. Nella migliore delle ipotesi, molto moralismo, un’etica del tutto distaccata dalla realtà. La cosa migliore da fare, in tutti i sensi, è invitarli al Meeting: venire a vedere perché valga la pena impegnarsi (e spendere, tempo, denaro, ferie) per fare il volontario. Testimoniando quell’inesorabile positività del reale che don Giussani ci ha insegnato. Se qualcuno vuole venire, mi cerchi, qua o su twitter: sarei felice di incontrarlo.

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Crisi finanziaria don Giussani Educazione

Irriducibili e protagonisti (La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito #Meeting 2012).

Irriducibili e protagonisti (La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito #Meeting 2012).

“La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”. La crisi non imporrebbe richiami più concreti?

No, anzi. proprio perché c’è la crisi diciamo che l’uomo non può lasciarsi determinare dalle circostanze. Nè rassegnati né ribelli, dobbiamo invece essere irriducibili e protagonisti di fronte agli eventi. Abbiamo vissuto per troppi anni al di sopra delle nostre possibilità e al di sotto delle nostre responsabilità.

Dall’intervista di A.Senesi a B.Scholz, Corriere della Sera, 18 agosto 2012.

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Alessandro Berti Educazione PMI

John Maynard alla 3 giorni del Sangiovese.

John Maynard alla 3 giorni del Sangiovese.

Dietro invito fraterno, mi invitano a parlare alla serata di gala, nonché inaugurale, della 3 giorni del Sangiovese, a Predappio. Non sottovaluto la cosa, ma penso vagamente ad una sagra di paese, con stand gastronomici, vino etc…: sono stato arruolato per parlare insieme con enologi, rappresentanti Slow Food, ristoratori famosi e con il rappresentante per il Nord-Est della Rauscedo, ovvero il leader mondiale del vivaismo viticolo.

Mi avevano chiesto di sparigliare un po’ le carte, di provocare, di far riflettere: ma in realtà, mi sentivo un po’ fuori posto, colletto bianco in mezzo a gente che le mani se le sporca e lavora duramente per fare un prodotto bellissimo e molto buono, ciononostante misconosciuto o ignoto (pochi sanno che il Chianti, il Morellino di Scansano ma, soprattutto, il Brunello di Montalcino nascono da vitigni di Sangiovese).

Lo stesso giorno vado a fare la spesa e sbircio il carrello di chi mi precede alla cassa: ha comprato tutto ciò che può costare più caro, all’interno di una scelta che prevede prezzi più o meno elevati, ma quanto al vino mette nei sacchetti quattro bei bric di “Rosso Conad”. Mi si è accesa una lampadina e, parlando con gli altri relatori, era quella giusta. Il problema è di cultura e di educazione, di conoscenza, di gusto del mangiare e del bere, di fare la fatica di imparare la bellezza di ciò che non è seriale ed appartiene ad una storia di territori, di uomini, di imprese.

Vi sarebbero molte cose da dire di ieri sera, senza fermarsi appena alla simpatia ed alla cordialità dei correlatori, alla presenza di tanta gente (caldo africano, niente aria condizionata, nessun incentivo a venire lì se non un rinfresco alla fine), agli applausi. Me ne restano due. La Riviera romagnola, croce e delizia della regione, perché ha contribuito a generare un tipo di turismo rozzo ed incolto, anche gastronomicamente; e se la mitica Pensione Iris con vista ferrovia ne rappresenta l’archetipo, il prezzo della pensione completa a 29 € fa capire perché vada bene il Rosso Conad. La seconda l’hanno fatta vedere gli imprenditori che hanno partecipato (uno, riminese, l’ho ritrovato oggi alla Coop: e mi dava ragione…), tosti, determinati, decisi a fare le cose bene. Ai quali ho detto, come più efficacemente di me ha fatto Bernhard Scholz dal palco del Meeting di Rimini, di smettere di chiedere allo Stato o alla politica. Ma di darsi da fare, di mettere insieme forze, idee, di fare magari un distretto e ragionare, cooperando, perché anche nel fare impresa puoi non essere solo.

Spero che mi invitino ancora, per adesso li ringrazio tantissimo.

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Capitalismo Educazione

Ragliare con gli asini e ballare con i lupi.

Ragliare con gli asini e ballare con i lupi.

La modernità consisteva nel rendere completamente immanente e antropocentrica la speranza cristiana. La postmodernità consiste nel proporre false trascendenze, un falso trasumanar, per riprendere il meologismo formato da Dante, e dunque ancora parodie del paradiso. La tecnica non è cattiva in sé, al contrario; fin dall’origine il Dio della Bibbia comanda di dominare la terra e di sottometterla. Ma il tecnicismo interpreta questo dominio non come il compito di accogliere e prolungare il dato naturale di un’azione di grazia, ma come l’orgoglio di sfruttarlo e deformarlo secondo i nostri capricci. Parimenti l’ecologia non è cattiva in sé, al contrario: l’uomo è chiamato, come nei Salmi, a lodare l’Eterno con la creazione tutta intera, dal sasso all’angelo, dalla formica alla Vergine Santa. Ma l’ecologismo interpreta questa lode come una regressione allo stadio animale che consiste nel ragliare con gli asini e ballare con i lupi.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

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Felicità PIL Rischi welfare

Non siamo padroni del nostro destino.

Non siamo padroni del nostro destino.

L’incertezza ci si presenta così come una sorta di “precariato” dell’esistenza: ma se da un lato noi continuiamo ad aspettarci dalla tecno-scienza un controllo previsionale della natura fisica, e a rivendicare dallo Stato la tutela dei nostri diritti individuali e sociali; dall’altro lato queste aspettative e queste rivendicazioni finiscono forse con il coprire quel livello più radicale e più inquietante che sempre, poco o tanto, l’insicurezza rende evidente, e cioè che non siamo i padroni del nostro destino. Ma allora si pone una domanda: la mancanza di certezza coincide totalmente ed esclusivamente con la nostra incapacità a far fronte agli imprevisti della vita, ai casi della natura e agli accidenti della storia? Se la risposta è sì, allora l’incertezza è solo il riverbero di uno scacco, di una condanna, qualcosa come una maledizione. Ma se guardiamo più attentamente, essa è in grado di attestare anche qualcos’altro, vale a dire il nostro essere-esposti costitutivamente a ciò che accade, che ci raggiunge, ci tocca, e per ciò stesso ci spiazza, ci provoca, ci chiama in causa.
Costantino Esposito, Meeting di Rimini,23 agosto 2011

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Felicità Rischi welfare

Un continuo e incurabile stato d’incertezza.

Un continuo e incurabile stato d’incertezza.

A livello di esperienza individuale, sono cambiate soprattutto le nostre preoccupazioni e le nostre ansie rispetto all’incapacità di far fronte con i nostri mezzi alle minacce dell’imponderabile e del caso: «A farci sentire un’incertezza più orrenda e devastante che in passato sono la novità nella percezione della nostra impotenza e i nuovi sospetti che essa sia incurabile» . Da un lato dunque l’incertezza appare insuperabile; dall’altro lato, però, questo non significa – come ci si aspetterebbe – una rinuncia a trovare assicurazioni per l’esistenza: e da tale contrasto nasce una sempre più diffusa paura.
Così l’organizzazione sociale, che nell’epoca moderna era stata pensata come un argine rispetto all’instabilità e alla conflittualità della natura (pensiamo per esempio a Hobbes), finisce per amplificare e moltiplicare i motivi dell’incertezza. Le soluzioni che finora lo Stato sociale e assistenziale presumeva di poter garantire ai cittadini sono state scaricate sulla capacità dei singoli a trovare risposte individuali a problemi di ordine sociale ; e tuttavia il più delle volte tale capacità appare come una finzione, perché non ci sembra proprio di possedere la conoscenza e la potenza adeguate per far fronte ai pericoli e agli imprevisti della vita. E questo ha come esito «perdita di autostima, vergogna per essere inadeguati di fronte al compito e umiliazione». E quasi a suggello di questa breve storia dell’insicurezza moderna, Bauman conclude: «Tutto ciò concorre all’esperienza di un continuo e incurabile stato di incertezza, cioè l’incapacità di assumere il controllo della propria vita, venendo così condannati a una condizione non diversa da quella del plancton, battuto da onde di origine, ritmo, direzione e intensità sconosciuti».

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

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Crisi finanziaria Felicità Rischi

Contingenza, casualità, ambiguità e irregolarità sono caratteristiche inalienabili di tutto ciò che esiste.

Contingenza, casualità, ambiguità e irregolarità sono caratteristiche inalienabili di tutto ciò che esiste.

(..) Tuttavia, questa strategia di controllo non riuscì vittoriosa come si sperava. Ancora nel XVIII e nel XIX secolo si pensava che la mancanza della vittoria definitiva sull’incertezza dipendesse da una serie di problemi non ancora scientificamente affrontati, ma che, con il progresso della scienza, alla fine essi sarebbero stati risolti. La vera novità, il cambiamento drastico, secondo Bauman, è arrivato invece negli ultimi cinquant’anni (ma io direi anche prima), quando ha cominciato a mutare lo stesso significato attribuito alla “contingenza”, cioè alla nostra condizione di essere finiti, e dunque dipendenti dai casi della natura e dagli eventi della storia. Se in precedenza, infatti, ciò che era puramente casuale, imprevisto o incontrollabile era considerato come un fenomeno marginale di disturbo, a partire dalla seconda metà del XX secolo è come se tutto invece convergesse verso la precarietà: dalla conoscenza del cosmo all’analisi dell’io individuale, dalle strutture elementari della materia alla dinamica delle società complesse, i fenomeni collaterali di disturbo venivano interpretati come «attributi primari della realtà e sua principale spiegazione». Così, «[o]ggi ci stiamo rendendo conto che contingenza, casualità, ambiguità e irregolarità sono caratteristiche inalienabili di tutto ciò che esiste, e pertanto sono irremovibili anche dalla vita sociale e individuale degli esseri umani».

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011