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E ora sono sulle spese, in balìa degli usurai.

E ora sono sulle spese, in balìa degli usurai.

Remo Ruffini, Moncler

Grazie alla solerzia di uno studente riceviamo e pubblichiamo, dal Sole 24 Ore di ieri, letto troppo distrattamente, notizia e commento.

CREDITO DALLE BANCHE  – La casa di moda remunera i soci con un extra dividendo e porta la posizione finanziaria in negativo per 300 milioni di euro

Moncler s’indebiterà per pagare un assegno da 125 milioni ai suoi azionisti. Dalla griffe dei piumini, che avrebbe dovuto sbarcare in Borsa ma ha fatto retromarcia prima di iniziare il road show per essere venduta ai francesi di Eurazeo, è in arrivo un dividendo straordinario che sarà pagato entro l’autunno. Sulla storica griffe, celebre in Italia negli anni ’80 e ora di nuovo tornata ai fasti di un tempo, grava un debito pre-esistente di 150 milioni: post-acquisizione da parte dei francesi, l’azienda avrà un debito complessivo di 300 milioni.
A beneficiare della cedola non saranno però i nuovi proprietari d’Oltralpe (futuri soci di maggioranza relativa col 48%), ma la vecchia …”

Si vede che anche Carlyle e Ruffini hanno le comunioni dei figli in questo periodo. Faccio ancora più fatica, a questo punto, a capire con quali presupposti il fondo neo-acquirente Eurazeo abbia acquisito il 45% di Moncler ad un prezzo più elevato rispetto alla disponibilità del mercato.

JM aggiunge solo un’ipotesi, come nel caso della canzone di Celentano: che Carlyle e Ruffini si siano rovinati per amore.

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Moncler, mon cher!

Moncler, mon cher!

Moncler rinuncia alla quotazione

Il fondo Eurazeo rileva il 45% per 418 milioni – I francesi pagano 12 volte il Mol –  Carlyle ha venduto circa il 30% ed è uscito dal capitale, mentre gli altri azionisti hanno limato le partecipazioni

Salta la quotazione in Borsa di Moncler. A Piazza Affari non va in porto nemmeno l’attesa terza matricola: dopo i dietrofont di Philogen e di Rhiag, la griffe dei piumini sportivi avrebbe dovuto essere la prima società del 2011 a sbarcare sul listino. Ma ieri la doccia fredda: Moncler rinuncia allo sbarco in Borsa e la maggioranza, attualmente in mano al fondo Carlyle di Marco De Benedetti e all’imprenditore stilista Remo Ruffini, passa al fondo francese Eurazeo (che avrà il mentre l’imprenditore rimane col 32% e Carlyle con una quota di minoranza). I francesi, azionisti di Banca Leonardo in Italia, hanno pagato 418 milioni per diventare i primi azionisti col 45%.

A differenza di Rhiag, che ha detto addio il giorno prima del debutto, Moncler non ha nemmeno fatto partire il road show. Già nel fine settimana sono comparsi i primi dubbi: lo slittamento del road show, che sarebbe dovuto partire ieri, non è un segnale che lasciava ben sperare. Fin dai primi giorni di pre-marketing, il nodo è stato il prezzo: per i venditori Moncler non valeva meno di un miliardo; dal mercato, invece, sarebbe arrivata un’indicazione di forchetta tra i 700 e gli 800 milioni. Le borse sono ricettive, come dimostrano le stratosferiche Ipo negli Stati Uniti, ma almeno a Piazza Affari gli investitori non sono disposti a strapagare le aziende. I fondi, invece, riescono a offrire prezzi molto più generosi: nel caso di Moncler addirittura 12 volte il Mol che equivale 1,2 miliardi di euro di valorizzazione, ossia il massimo della forchetta stimata da Banca Imi (global sponsor della fallita quotazione). Ovvio che i venditori, specie se, come nel caso di Carlyle in Moncler, sono dei finanzieri puri, di fronte a valutazioni così alte hanno scelto la strada del secondary buy-out, lasciando l’amaro in bocca a Borsa Italiana.

Piazza Affari troppo avara o fondi bulimici? Di certo sul mercato c’è un eccesso di liquidità che crea distorsioni: la presenza di un private equity, poi, ha fatto prevalere la natura più finanziaria. Ceduta a Eurazeo, assistita da Lazard, Moncler riprende la via della Francia, dopo quasi venti anni: la storica casa è nata Oltralpe, a Grenoble, nel 1952. Dopo il periodo d’oro a metà degli anni ’80, sulla scia del fenomeno, tutto italiano, dei Paninari, il marchio era finito in declino. L’accoppiata Ruffini-De Benedetti l’ha riportata ai fasti di un tempo, ma dietro l’ennesima retromarcia di un’azienda da Piazza Affari, secondo indiscrezioni, ci sarebbe stato anche un animato scontro tra i due soci, proprio nel fine settimana: nonostante le valutazioni più basse del previsto Ruffini sarebbe stato intenzionato ad andare avanti lo stesso con la quotazione. La Borsa rappresentava infatti l’approdo di un cammino industriale e aveva anche finalità commerciali (l’Ipo sarebbe stata usata per coinvolgere partner, clienti e fornitori). Secondo quanto si apprende, avrebbe anche accettato un prezzo nella parte bassa della forchetta, anche per garantire al titolo un rialzo post-quotazione (andando incontro anche ai desiderata del mercato). In più giocava anche la constatazione che Ruffini, dopo l’Ipo, sarebbe rimasto il principale azionista, visto che a vendere era soprattutto il fondo.

A Carlyle, un private equity di dimensioni mondiali mosso da logiche di ritorno sugli investimenti e di rendimenti da garantire ai propri sottoscrittori, lo sconto chiesto dal mercato era inaccettabile. Soprattutto se c’era già pronto un compratore privato disposto a riconoscere quel prezzo che il mercato azionario rifiutava. Chiaro che, nonostante tutto si sia deciso nel giro del fine settimana, Eurazeo non è comparso all’improvviso e che Moncler ha giocato su due tavoli contemporaneamente. La politica del doppio binario sta ormai diventando una prassi: Rhiag sta facendo lo stesso col fondo Pamplona. Dopo due quotazioni saltate, a Piazza Affari l’umore verso i private equity non è dei migliori: Salvatore Ferragamo, la prossima aspirante matricola, è un’azienda familiare. Si spera che sarà per davvero la prima matricola del 2011.

Così Il Sole 24 Ore sulla mancata e cara quotazione di Moncler. Ma vivaddio, perché dobbiamo fremere per ogni nuova o mancata quotazione? Le vecchie società quotate annoiano? Bisogna trovare nuovi temi di interesse? Il capitalismo è diventato un parco giochi, dove si cerca di ammazzare il tempo: a quanto pare, senza matricole, il tempo passa più lentamente. Fino al punto di far dire che “l’eccesso di liquidità crea distorsioni“. Va bene, ne abbiamo ascoltate tante, ascoltiamo anche questa. Chiedere, soprattutto ai giornalisti (ma anche a Vincenzo Boccia, ad Emma Marcegaglia, a Giuseppe Vegas etc…) la decenza di piantarla con le lamentazioni sulla mancanza di liquidità e sulla limitatezza della Borsa, è troppo?

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Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Morya Longo, Il Sole 24 Ore

Potremmo chiamarla la «crisi del quinto anno», come nei matrimoni (ma con due anni d’anticipo). Oppure potremmo puntare il dito sull’eccesso di liquidità, pompata dalle banche centrali, che alimenta le bolle. Sta di fatto che i fondi di private equity sono tornati a comprare e vendere aziende agli stessi valori del 2007. Quell’anno, passato alla storia per essere l’apice della «bolla» del private equity, i fondi in Italia acquisivano società valutandole mediamente 11,7 volte il margine operativo lordo. Oggi quei prezzi sono tornati. Proprio ieri i fondi Eurazeo hanno rilevato il 45% di Moncler valorizzando la società 12 volte il Mol: più della media del 2007. Pochi giorni fa Rhiag, di proprietà del fondo Alpha, non ha convinto gli investitori in Borsa, ma ha trovato un altro fondo disposto ad acquistarla ai prezzi che per Piazza Affari erano troppo elevati. Di recente i grandi magazzini Coin sono stati venduti dal fondo Pai a Bc Partners. Aziende che passano da un fondo all’altro, a valutazioni sempre più elevate, come fossero figurine. Sembra di rivedere il film del 2007.

Un deja vù che alcuni operatori spiegano con «la crisi del quinto anno». I fondi di private equity hanno una “vita” decennale: prima raccolgono soldi dagli investitori, poi hanno cinque anni di tempo per investirli, rilevando aziende, e infine hanno altri cinque anni per disinvestirli rivendendo le società a prezzi più elevati. Tra il 2006 e il 2007 sono state racimolate enormi quantità di denaro, ma poi i fondi non sono riusciti a usarle a causa della crisi. Dentro i fondi di tutto il mondo, stima di Morgan Stanley, c’è la bellezza di 434 miliardi di dollari non utilizzati.

Ecco, dunque, il problema: per chi ha raccolto denari tra il 2006 e il 2007, i cinque anni per l’investimento stanno per scadere. Questi fondi dunque devono, a qualunque costo, comprare qualcosa: anche perché, allo scadere dei cinque anni, perderebbero una buona fetta di commissioni pagate loro dagli investitori se non hanno investito i soldi loro affidati. Il bisogno di alcuni di comprare s’incontra poi con quello di altri di vendere: cioè i fondi che hanno acquisito società negli anni della bolla (2006 e 2007) e che ora devono rivenderle partendo da una base di prezzo già alta. È l’eterna legge del mercato.

Se la Borsa, dove pure c’è tanta liquidità, non è disposta a strapagare le aziende, come dimostrano i casi di Rhiag e Moncler, l’unica via d’uscita è di vendere le aziende ad altri fondi: quelli disposti a pagare qualsiasi cifra pur di fare operazioni. Il fenomeno è globale. E, probabilmente, anche italiano. Nella Penisola – calcola Morgan Stanley – tra gennaio e maggio 2011 sono state effettuate acquisizioni per 3,3 miliardi: poco sotto i 3,9 dell’intero 2010. Sta aumentano anche la leva: le banche stanno tornando a finanziare con crediti sempre più elevati le acquisizioni.

Siamo dunque di fronte a una nuova bolla? Molti ne sono convinti. Che succederà quando i fondi, che oggi comprano, dovranno rivendere tra qualche anno e dovranno farlo a prezzi ancor più alti? Non tutti però cedono agli allarmismi: il multiplo di 12 volte il Mol pagato per Moncler, per esempio, è in linea col mondo della moda (dove si vedono multipli anche più alti). C’è una logica dei numeri, si dice. Può darsi. Il problema è che queste giustificazioni si sono già sentite. Nel 2007.

L’ottimo articolo di Morya Longo dimentica di dire ciò che con cadenza martellante ripete Confindustria, Consob e chiunque pensi di avere qualcosa da dire sul capitalismo italiano, compresi i redattori di molti manuali e gli autori di molti libri sui mercati mobiliari: in effetti, abbiamo anche sentito, e non nel 2007, ma molto tempo prima, senza interruzione, che ci vuole più finanza mobiliare, più capitale di rischio, più strumenti innovativi di capitale. Adesso che scopriamo che c’è troppa liquidità, qualcuno vuole dirci dov’è l’errore?