Categorie
Barack Obama Giulio Tremonti PIL USA

Empire State downgrading.

Empire State downgrading.

La notizia della perdita della tripla A da parte degli USA ha fatto arrabbiare Barack Obama, i cinesi e, probabilmente, farà arrabbiare anche molti altri, politici e non, che soprattutto in Europa pensano che le agenzie di rating dovrebbero tacere, non dovrebbero dare notizie, insomma, farebbero meglio a chiudere. La disonestà intellettuale di molti, tuttavia, non può impedire di vedere quello che S&P, Fitch, Moody’s e le altre agenzie si limitano a constatare. Cioè che se una nazione è troppo indebitata, come gli USA e l’Italia, e non prende provvedimenti per ridurre e normalizzare il suo debito, in assenza di crescita (e di provvedimenti per lo sviluppo), il debito si allargherà sempre di più e diventerà sempre più difficile rimborsarlo. Tutto qua. Se un provvedimento legale facesse sparire le agenzie di rating, l’economia dell’informazione produrrebbe comunque le notizie che attribuiscono agli Stati (ed alle imprese), maggiore o minore solvibilità. E gran parte dei giudizi sull’accordo fra Obama e la Camera dei rappresentanti scontava già ciò che S&P ha scritto con un voto. Ci si può arrabbiare se la febbre sale, così come gettare il termometro, ignorando i sintomi e lasciando che le cause non siano minimamente intaccate. Oppure si può provare a fare qualcosa; perfino Tremonti, affermando che “in un mese tutto è cambiato” se n’è accorto. Buon lavoro a tutti noi.

Categorie
Crisi finanziaria Rischi Stato Strumenti finanziari

Febbre e termometri.

Febbre e termometri.

Dunque qualcosa si sta muovendo intorno alla riforma dell’attività delle agenzie di rating. Se da un lato si intende crearne una europea, dall’altra si vuole ampliare il termine di preavviso (da 12 ore a 3 giorni) entro il quale un emittente ha diritto di conoscere le variazioni del suo rating. Ma è lo stesso Morya Longo, sul Sole 24 Ore di oggi a ricordarci che le dichiarazioni dei politici destabilizzano come quelle delle agenzie. E che dunque, anche se le si vuole regolamentare, ciò che le agenzie dicono è semplicemente una presa d’atto della realtà che chiunque può fare. Leggendo i resoconti delle agenzie si ha invece un’impressione: quella che si voglia gettare via il termometro, incolpandolo della febbre.

Categorie
ABI Banche Consob Rischi Unicredit

Swap wars (i rischi del mestiere).

Il Sole 24 Ore di domenica dà ampio spazio a quella che viene chiamata la “guerra degli swap“, registrando l’aumento dei ricorsi e la crescente litigiosità manifestata da Comuni, Province, Regioni. Nello stesso giorno, sullo stesso giornale e nella stessa pagina, Mario Sarcinelli, Presidente di Dexia-Crediop -ovvero una delle banche maggiormente attiva nella vendita di tale genere di strumenti- afferma che “non possono essere i giudici a sciogliere problemi tecnici“, lamentando sostanzialmente la disinformazione e la scarsa preparazione dei consulenti degli Enti Pubblici che hanno stipulato questi contratti. Gli enti, ovviamente, lamentano i costi occulti e la scarsa trasparenza dei contratti, tali da dar luogo ad addebiti alla sola Regione Lazio per 82 milioni.

Nel frattempo, scorrendo le pagine del principale quotidiano economico italiano, si ha notizia del prossimo convegno di Unicredit, (18 gennaio 2011 a Torino) avente per titolo “I rischi del mestiere” e come sottotitolo “La gestione del rischio di cambio e gli strumenti di copertura finanziaria nei momenti di discontinuità economica“. Fatti i complimenti al copy, e in generale all’ignoto inventore di titolo e contenuti, non sarebbe male ricordare che:

  1. le nozze non si fanno con i fichi secchi (gli strumenti di copertura sono strumenti assicurativi, non si è mai visto che siano gratuiti); magari tenere il bilancio pubblico un po’ più a dieta, pagare meno qualche compagnia di teatro all’avanguardia e chiedere pareri seri?
  2. appunto: i consulenti degli enti pubblici chi sono? Esistono davvero, sono professionisti, o colleghi preparati sul tema o si è tentato di risparmiare anche su di essi, oltre che sui tassi?
  3. ancora: per quale strana ragione un ente pubblico dovrebbe pensare che uno strumento contrattuale che prevede, simmetricamente alla perdita di uno dei contraenti, l’utile dell’altro, sia venduto dalle banche? Per perdere? Per senso civico?
  4. se perfino ABI chiede a Consob di definire delle regole, forse è davvero grande la confusione sotto il cielo, perché evidentemente le banche temono i rischi di azioni legali che le porrebbero facilmente in una luce sfavorevole, con giurisprudenza spesso a sfavore;
  5. infine, per non saper né leggere, né scrivere, Moody’s è pronta a declassare il rating del Comune di Firenze se questo non dovesse pagare le obbligazioni derivanti dallo swap, aggiungendo le beffe di un nuovo danno a quello già patito.

Anche tralasciando le affermazioni di Mario Sarcinelli, che predica pro domo sua, le lamentazioni degli enti pubblici ricordano troppo quelle di un bambino che giocando troppo col fuoco finisce per scottarsi. Solo che la pelle non è (solo) la sua.

Categorie
Banche Banche di credito cooperativo Bolla immobiliare Rischi

Gli immobili si ri(s)valutano sempre.

Moody’s ha declassato a -D, ovvero ad emittente di titoli speculativi, il rating della Bcc Alta Padovana. Fabio Pavesi, su Plus 24 del Sole di ieri ripercorre le vicende che hanno portato la banca di Campodarsego ad iscrivere accantonamenti per crediti incagliati per oltre 46 milioni, in gran parte legati al settore edile ed immobiliare, che ha assorbito il 50% circa degli impieghi della banca. La prima, triste constatazione che sorge, leggendo la notizia, riguarda il fatto che ben più di Cirio, Argentina e Parmalat poté il mattone, che da Nord a Sud continua a mietere vittime. E su questo, come è capitato sovente di ricordare nel corso di numerosi incontri e conferenze, le banche locali avrebbero dovuto evitare di accodarsi, come troppo spesso accaduto, alla tendenza generale. Se la vocazione della banca locale è servire le Pmi del territorio, questo dovrebbe significare avere a cuore sviluppo ed occupazione delle imprese del territorio, non il finanziamento di una componente speculativa, pur molto popolare, delle scelte imprenditoriali.

Nell’augurare alla Bcc dell’Alta Padovana di saper uscire rapidamente dalla crisi, anche in onore alla sua storia ultracentenaria, non si devono tuttavia dimenticare due aspetti, senza i quali il giudizio rischierebbe di essere parziale.

In primo luogo le imprese edili sono da sempre una delle componenti settoriali più significative delle Pmi italiane, venete e non: dunque è facile immaginare che la Bcc di Campodarsego non abbia fatto altro che assecondare le scelte imprenditoriali di una grande quota della propria clientela, che non poteva essere semplicemente lasciata andare a fare le stesse cose altrove.

In secondo luogo, e non si tratta di un aspetto di poco conto, le Bcc italiane hanno messo a punto un sistema di tutela e salvaguardia incrociata delle obbligazioni di propria emissione, in grado di garantire i clienti sulla solvibilità delle banche che, a livello nazionale, sono coordinate e guidate da Federcasse. Non esistono meccanismi simili nelle banche di maggiori dimensioni, anzi la crisi ha evidenziato i comportamenti opportunistici di coloro che presentavano garanzie collaterali poi rivelatesi inconsistenti. Senza dimenticare che, per nota prassi di Banca d’Italia e per solidarietà mutualistica, le Bcc, di norma, si salvano da sole e responsabilmente, senza gravare sui bilanci di alcuno.

Categorie
Banche Unicredit

I rating delle banche.

Da un articolo del Sole 24 Ore on line apprendiamo che “Il settore bancario italiano secondo Moody’s si merita nel complesso un rating “C” che indica un’adeguata «forza finanziaria intrinseca». La media del comparto, ponderata per le dimensioni, «è fortemente influenzata dai rating più elevati di Unicredit (C) e Intesa Sanpaolo (B-). La media non ponderata dei rating Bfsr delle banche italiane è «C-» segno che la maggioranza delle banche è vulnerabile alle avversità». Il livello di rating, relativamente solido, delle due banche maggiori secondo Moody’s fa eccezione in quanto, nonostante una qualità degli attivi non forte, riflette la forza della rete commerciale.

Qui si deve confessare la propria ignoranza: sinceramente non si era giunti a pensare che, nonostante una “qualità degli attivi non forte“, si potesse tuttavia confidare nella “forza della rete commerciale“.

Sarebbe interessante spiegare lo stesso concetto ai molti titolari di Pmi che stanno assistendo al razionamento del credito verso le loro imprese in questo periodo. Ma sarebbe anche interessante sapere che cosa si intende veramente per “forza della rete commerciale”: per esempio, la forza di saper vendere derivati come se fossero caramelle?

Categorie
Banche Bolla immobiliare Borsa Crisi finanziaria Rischi Risparmio e investimenti

Oracoli e realismo (ovvero quello che nemmeno Warren Buffett riesce ad indovinare).

Un articolo del Sole 24 Ore di Vittorio Carlini stigmatizza comportamenti e frasi di Warren Buffett il quale, da azionista “di peso” di Moody’s, mostra di non conoscere i problemi di professionalità e la soluzione, invero insoddisfacente a quanto pare, data ai conflitti di interesse. Berkshire Hathaway, in effetti, possiede azioni di moltissime società quotidianamente scrutinate dai rating di Moody’s e delle altre agenzie, le quali parrebbero mosse da intenti tutt’altro che neutrali e professionali nell’assegnazione dei voti di affidabilità.

Che si possa, anzi si debba, regolamentare l’attività delle agenzie di rating, vigilandone le prassi e le modalità di assegnazione del giudizio, ovvero di una notizia price sensitive, è un dato acclarato, richiamato anche dal Governatore Draghi nella sua relazione di fine maggio. Pare invece più complesso e, soprattutto, velleitario, attribuire ad un azionista, sia pure di spessore e di grande peso specifico, responsabilità che non gli competono e che, se attribuite, farebbero scomparire o renderebbero molto labili i contorni della responsabilità dei sindaci, dei revisori ma, in particolare, dei manager. E, d’altra parte, Buffett risponde della creazione di valore rispetto ai suoi azionisti -ai quali è andata bene anche nei momenti peggiori della crisi- non della tutela dei valori. Altrimenti, più che un oracolo, sarebbe onnisciente e preveggente.

Categorie
Banche Banche di credito cooperativo Vigilanza bancaria

Una vecchia conoscenza: il trade off efficienza/stabilità.

L’agenzia Moody’s ha analizzato l’impatto finale delle modifiche agli accordi noti come Basilea 2, tesi a rafforzare la stabilità e la solidità degli intermediari creditizi, soprattutto in situazioni di crisi.

Dall’analisi emergono 4 punti rilevanti: il capitale, inteso come buffer –o cuscinetto- dovrà essere più elevato; il profilo di rischio dovrà essere allineato alla tolleranza al rischio (in altre parole, non ci si potrà assumere rischi che non si è in grado di fronteggiare); le Autorità di Vigilanza, dotate di maggiori poteri, perciò stesso dovrebbero meglio vigilare e reprimere (con il permesso di Moody’s, avanzerei qualche dubbio al riguardo); da ultimo, in applicazione di uno dei pilastri della “vecchia” Basilea 2, le banche dovrebbero fornire agli investitori maggiori e più approfondite informazioni sul loro profilo complessivo di rischio.

Il lavoro di Moody’s, inoltre, sottolinea il diverso impatto delle nuove regole sulle diverse tipologie di banche, più marcato per “le grandi banche con grandi attività finanziarie”, meno evidente per le banche retail. Ovvero, in ossequio al vecchio e sempre vero adagio della finanza che recita che esiste un trade off fra efficienza e stabilità, un return on equity o ROE più ridotto e penalizzato.

A prescindere dal fatto che, come la stessa Moody’s ha notato, le conseguenze prospettate dipendono molto da come le nuove regole saranno effettivamente applicate, è interessante notare che le nuove regole potrebbero mettere in discussione il modello stesso della grande banca di transazione, a favore del modello, tutto italiano, ma non solo, della banca di relazione, in specie se banca locale. Tanto più che, proprio le lezioni degli ultimi anni, insegnano che le grandi aggregazioni, i processi di fusione e di concentrazione avviati nel sistema bancario, se generano economie di scala e di scopo, non generano tuttavia ritorni per la clientela ma solo creazione di valore di per l’azionista.