Categorie
Banche Bolla immobiliare Liquidità Ripresa Unicredit Vigilanza bancaria

A cosa serve aumentare il capitale delle banche.

A cosa serve aumentare il capitale delle banche.

La notizia della ricapitalizzazione di Unicredit, garantita dall’integrale sottoscrizione a cura di un consorzio di banche ha suscitato un po’ di domande maliziose: qualcuno si è chiesto perché così tante banche e qualcun altro si è chiesto cosa sarebbe Unicredit se si chiamasse “Einkredit” ed avesse sede nella Renania-Palatinato. E’ più interessante, probabilmente, anche sulla scorta del riaccendersi del dibattito sul rapporto banca-impresa (che a quanto pare è destinato a nutrire il sottoscritto finché morte non ci separi) provare a capire a cosa serve ricapitalizzare le banche.

Come direbbe qualcuno, questo blog è sempre stato molto realista, nel senso “monarchico” della parola: non abbiamo mai nascosto le simpatie per la Vigilanza e per il compito della Banca d’Italia. E riteniamo che la capitalizzazione sia, anzitutto, un incentivo ad evitare l’azzardo morale, i comportamenti opportunistici di coloro che rischiano solo i soldi degli altri. Da più parti si sono levate voci contro Basilea 3, le cui nuove regole, più stringenti quanto a requisiti di capitale, provocherebbero -anzi, stanno già provocando- un bel credit crunch in tutti i Paesi che le applicano. Nessuno di costoro ha indicato alternative, salvo perorare l’ovvia richiesta di stampare moneta, che se evita che la febbre divenga maligna o mortale, tuttavia non elimina la malattia. La malattia sono i crediti di cattiva qualità, gli impieghi nell’edilizia, le operazioni speculative, i titoli tossici: la malattia sono gli attivi illiquidi. Replica, facile facile: proprio per questo occorre che ci sia una Banca centrale che stampi moneta, la BCE non può farlo, questo, più Basilea 3 etc..provocherà la rovina delle Pmi e del sistema produttivo. Controreplica: c’è uno ed un solo soggetto al quale, in ultima istanza, va rivolta la massima protezione nel decidere che fare, ed è il risparmiatore. Gli attivi illiquidi o eccessivamente rischiosi danneggiano i risparmiatori, che corrono il rischio di non vedersi rimborsati depositi, una volta che si presentino allo sportello.

Questo è il problema, perché ove venisse meno la fiducia nel sistema bancario avverrebbe qualcosa di molto simile ad un infarto nel corpo umano: questo non si può permettere. Quando c’è l’incendio, non si cerca di salvare un quadro o una foto, anche se importanti o molto cari, si corre a spegnere tutto, il prima possibile, per evitare che tutto bruci.

A cosa servono allora gli aumenti di capitale nelle banche, oltre a fare arrabbiare le Borse e fare cadere ulteriormente Unicredit? Si illude chi pensa che debbano servire per dare nuovo credito all’economia, per finanziare i settori che soffrono di più, magari l’edilizia, che andrebbe ridimensionata in prezzi e volumi (e pazienza se i detentori di attività nel settore patiranno qualche perdita, meglio queste liquide che guadagni virtuali e illiquidi). Gli aumenti di capitale nelle banche, soprattutto in questo momento, servono solo ad evitare rischi di liquidità, ad innalzare l’asfittico LCR (liquidity coverage ratio, il rapporto fra attività prontamente liquidabili e fabbisogni per pagamenti e deflussi di cassa a un mese) oltre il minimo sindacale, a garantire i depositanti. Non ad altro. Non avrebbe senso finanziare imprese il cui circolante non circola o che stanno perdendo, perché queste imprese, almeno dal 2007, avrebbero dovuto essere ricapitalizzate. E se non lo vogliono fare i titolari, non è giusto che lo facciano le banche con i soldi dei risparmiatori.

Categorie
Banche Vigilanza bancaria

Compensi trasparenti.

Il Comitato di Basilea per la supervisione del sistema bancario internazionale ha pubblicato oggi un proprio documento, consultabile anche su johnmaynard, che dovrebbe servire a rendere edotti i clienti delle banche sulle politiche retributive in grado di mettere in pericolo l’equilibrio gestionale.

L’intento è sicuramente lodevole, così come era lodevole, illo tempore, l’enunciazione di uno dei pilastri di Basilea 2, il terzo per l’appunto, mai applicato nella pratica. Ora, stante quanto contenuto nel documento, si dovrebbe cominciare a concretizzarlo. Di buone intenzioni sono lastricate le strade che conducono alle caldaie di Satanasso, diceva Kit Carson, l’indimenticabile pard di Tex Willer: anche allora, quando Basilea 2 venne varata, si parlò di fair-play regulation, di disclosure sulle politiche creditizie e sui rischi assunti, sulla combinazione rischio-rendimento e quanto altro. Non si vuole apparire noiosi, ma talvolta si ha l’impressione che l’unica cosa che i banchieri davvero capiscono, perché fa loro davvero male, è l’agire sulla leva del capitale: proprio.

Categorie
Banche USA Vigilanza bancaria

Sic transit Basilea 3.

Alla fine un accordo è stato raggiunto. Basilea 3 vede la luce, sia pure cautamente e molto, molto gradualmente.

Le preoccupazioni espresse dal presidente dell’associazione bancaria europea, Alessandro Profumo, devono avere avuto una qualche eco nella riunione dei banchieri centrali che hanno stabilito che i requisiti di capitale debbano sì raddoppiare, ma nell’arco di ben 8/10 anni.

I nuovi requisiti sono più severi, il Tier 1 viene incrementato del 50%, il capitale di qualità primaria passa dal 2% al 4,5% ed oltre ai requisiti attuali dovrà essere stanziato un ulteriore buffer, o cuscinetto, di capitale del 2,5%, con evidente funzione anti-ciclica. Se si considera che in aggiunta a quanto evidenziato, sarà inasprito il regime delle deduzioni degli elementi non computabili, il quadro risulta indubbiamente più serio e più severo. Serietà, purtroppo per chi scrive, malauguratamente attenuata dalla constatazione che, fra una proroga e l’altra, le nuove regole entreranno in vigore fra il 2020 ed il 2023 (sic). Non resta che sperare che quanto contenuto nell’accordo di questa sera non risulti, nel frattempo, superato da nuove crisi e, soprattutto, da nuovi, innovativi, comportamenti di moral hazard. Comunicato_Comitato_Basilea_inglese

Categorie
Banche Crisi finanziaria USA Vigilanza bancaria

Credit crunch prossimo venturo.

Lorenzo Bini Smaghi tranquillizza, sul Sole 24 Ore dei giorni scorsi, rispetto agli effetti di Basilea 3, ovvero la revisione degli accordi di Basilea 2, in fieri in questi giorni. Nello stesso giornale, venerdì 29, Alessandro Graziani riporta i timori di Morgan Stanley la quale, in un’analisi resa pubblica in questi giorni, sostiene che il sistema bancario europeo avrà bisogno, entro il 2012, di 83 miliardi di capitale in più. Oppure, stanti gli attuali quozienti a copertura del rischio di credito, dovrà ridurre l’attivo di 1000 miliardi di euro. Paradossalmente, pare che i nuovi criteri allo studio avvantaggino maggiormente le banche USA, nell’immaginario collettivo e non solo, principali colpevoli della crisi, rispetto alle innocenti -nell’immaginario collettivo ma non solo- banche europee: fra le quali le banche italiane sarebbero vieppiù penalizzate dal fatto che le grandi banche annoverano fra i principali azionisti le Fondazioni, ovvero soggetti attenti al territorio. Lasciando stare per ora i commenti sull’applicazione concreta delle nuove norme (si potrebbero per esempio ipotizzare maggiori accantonamenti per il rischio derivante dall’attività finanziaria rispetto a quello derivante dall’esercizio del credito), le riflessioni indotte dalla notizia sono varie.

La prima riguarda la presunzione di innocenza delle banche europee, non solo indimostrabile, ma comprovata dai numerosi salvataggi effettuati dalle autorità inglesi, francesi, tedesche, olandesi e belghe. E quanto a moral hazard, non scherziamo neppure in Italia, vista ricapitalizzazione di Unicredit ed il massiccio ricorso a Tremonti.-bond di Banco Popolare e di Banca Popolare di Milano.

La seconda riguarda i timori di un credit crunch epocale: è vero che il capitale di rischio è per definizione una risorsa scarsa, in banca, ma le prediche fatte al sistema delle imprese perché aumenti la propria dotazione di mezzi propri valgono solo in una direzione? Gli azionisti delle banche sono tutti diventati pezzenti?

La terza questione: affamando la bestia, ovvero, riducendo il credito alle imprese, in concomitanza con il rientro dei capitali scudati, si potrebbe immaginare, come abbiamo già scritto, che le imprese, finalmente, ricapitalizzino in maniera significativa, riducendo di quasi la metà gli impieghi del sistema bancario a breve termine. Senza danni per l’economia, riequilibrando le strutture finanziarie, sgravando i conti economici dal peso degli oneri finanziari.

Infine, le fondazioni. Riesce difficile immaginarle come verginelle, vestali e custodi del genius loci, tutte protese al benessere locale. I CEO delle banche da esse possedute li hanno nominati e plauditi loro, li hanno confermati in funzione dei ROE, li hanno discussi, ipocritamente, solo quando i buoi erano fuggiti dalla stalla. Un po’ di dieta fa bene a tutti, non solo ai cardiopatici.

Categorie
Crisi finanziaria

Troppi speculatori?

Il primo ministro greco, George Papandreou, intervistato dal Sole 24 Ore (29 gennaio 2010), afferma che la speculazione sta orchestrando un attacco contro la zona euro, “di cui la Grecia è l’anello debole”. Senza scomodare la teoria dell’agenzia, con tutta la bellissima costruzione dell’agent, del principal e degli incentivi, se avessi studenti, greci o no, ai quali illustrare la questione definirei le lamentele del simpatico primo ministro moral hazard, comportamento opportunistico. La Grecia assomiglia ad un pater familiae, tutt’altro che bonus, il quale anziché rafforzare porte e finestre, chiamare il fabbro e mettere nuovi chiavistelli, spende i soldi per andare in vacanza -magari a Santorini-: e poi si lamenta perché nel suo quartiere ci sono troppi ladri e, ahilui, prendono di mira la sua casa.

N.B.: stanno organizzando il salvataggio di questi allegri custodi della civiltà occidentale, l’Unione europea. Quindi andate in vacanza tranquilli.

N.B.2: la Grecia è un paese meraviglioso, come la Sicilia. Come la Sicilia, sa fare benissimo il frocio con il culo degli altri.

Categorie
Borsa Crisi finanziaria Mariella Burani

Tu vuo’ fa’ l’americano.

Quando di pensa che non ci sia più nulla da dire, in realtà si scopre che mancavano delle tessere a completamento del puzzle.

Fabio Pavesi, in un articolo comparso sul Sole 24 Ore on line, illustra con dovizia di particolari le pratiche molto made in USA -di ciò che non vorremmo imparare dagli States– della famiglia di Cavriago. Sapevamo di pratiche analoghe in blasonate banche d’affari: riesce difficile immaginarlo in provincia di Reggio Emilia, se non ripensando che il moral hazard ha un nome molto british, ma una declinazione globale.

Categorie
Banche Ripresa Vigilanza bancaria

Ciclo & pro-ciclo.

Fonte: lavoce.info

Corrado Passera, nel corso di un intervento a un convegno svoltosi a Milano, ha avanzato l’ipotesi di ridurre i coefficienti prudenziali di capitale -noti al pubblico come i requisiti di Basilea 2- al fine di agevolare la ripresa e l’erogazione di credito all’economia. L’ipotesi avanzata da Passera si accompagna a quella di incrementare, innalzando i requisiti stessi, il patrimonio di vigilanza nei momenti di ciclo economico positivo, in modo da “mettere fieno in cascina.”

La proposta ha una sua dignità, e non solo perché proviene da uno dei principali banchieri italiani, AD peraltro dell’unica banca definita “di sistema” del nostro Paese. Non è il caso ora di soffermarsi sui tecnicismi da risolvere in caso di applicazione della proposta, dal momento che occorrerebbe trovare una definizione valida di ciclo, individuare delle soglie che innescano il rialzo o la riduzione delle soglie di capitale. E, alla luce di quanto emerso durante la crisi, che non incentivino comportamenti opportunistici delle banche. Il problema vero, rimane, a mio parere, quello evidenziato già a suo tempo dal Maestro di tanti di noi, il prof.Roberto Ruozi, in un suo lavoro magistrale, redatto a quattro mani con Zara, dal titolo “Il futuro del credito alle imprese.” Si era in anni lontani, distanti dalla crisi, il ciclo era positivo. Eppure Ruozi, con ben maggiore autorevolezza del sottoscritto, evidenziava che il problema vero di Basilea 2 è la sua interpretazione, ciò che davvero ne hanno fatto le banche, ovvero un paravento dietro al quale celare politiche non già di gestione del rischio, ma di avversione al rischio. E non di qualunque tipo di rischio, ma di quello la cui assunzione è più costosa, quello degli impieghi economici, dei prestiti alle imprese. Finchè non si risolverà questo equivoco, che è prima di tutto culturale, non vi sarà proposta tecnica che potrà, profittevolmente, far ripartire le relazioni di clientela.

Categorie
Banche Giulio Tremonti Sud Sviluppo

Due distorsioni del mercato non lo raddrizzano.

Ferdinando IV di Borbone

Giulio Tremonti ha ragione, naturalmente. E’ vero che il mercato bancario italiano è fortemente concentrato (le prime due banche hanno una quota di mercato del 30 per cento, le prime cinque del 55 per cento). E’ vero che i costi bancari sono nettamente superiori alla media europea. E’ vero che le grandi banche con la testa al Nord prestano poco e senza entusiasmo, al Sud. Ed è vero che il Mezzogiorno è l’unica grande regione europea senza un “suo” istituto di credito. Sulla diagnosi c’è poco da discutere: è sulla prognosi, che sorgono i dubbi. Anzitutto perché bisogna andare alle cause ultime (o prime).

Se il mercato bancario è concentrato, è anche perché prima era troppo frammentato, e grazie a un processo di consolidamento a cui la politica non è stata estranea. Se i costi bancari sono alti, è per un deficit di concorrenza che dipende, spesso, dalla rigidità degli assetti proprietari e dagli ostacoli che la politica ha frapposto alla nascita di un vero mercato del credito. Se le banche padane sono poco attratte dal Meridione, forse è conseguenza di quanto sopra, ma anche del fatto che il Sud è poco attraente in generale: e lo è, tra l’altro, perché nell’orizzonte meridionale c’è poco mercato e molto Stato. Da ultimo, l’assenza di una banca “propria” è solo una, e probabilmente non la più grave, delle anomalie che affliggono il Mezzogiorno. La sensazione è che la tremontiana Banca del Mezzogiorno non risponda a nessuno di questi problemi, ma che ne crei di nuovi – che è un altro modo di esprimere gli stessi dubbi di Michele Boldrin http://www.ilfoglio.it/duepiudue/139. E’ quanto meno irrituale che la nascita di un istituto di credito venga decisa per legge, e che i suoi soci siano cooptati dall’esecutivo. Al di là di tutti i potenziali pregi di questo strumento – che potrebbero esserci – la sua genesi politica costituisce una sorta di peccato originale difficile da lavare. A questo si aggiunge la partecipazione pubblica che, per quanto minoritaria, non è irrilevante: in un paese dove le azioni non solo si contano, ma si pesano anche, il pacchetto in mano al Tesoro è un elemento di preoccupazione. Che razza di “moral hazard” può derivare da tutto questo? Non meno preoccupante è il contributo di Poste Italiane al progetto, che merita un piccolo approfondimento. Da un lato, si tratta di un’azienda pubblica, il cui operato dunque – tanto più in un passaggio eticamente sensibile come questo – non può che essere visto come la prosecuzione della politica con altri mezzi. Dall’altro, le attività bancarie di Poste – che non sono solo al centro degli strali dell’Abi, ma pure nel mirino dell’antitrust – si alimentano tramite quello che gli economisti chiamano “sussidio incrociato”. Cioè, Poste fa leva sull’assenza di concorrenza nel suo core business e sugli svariati contributi pubblici, diretti e indiretti, che percepisce, per fare concorrenza sleale alle banche. Nel momento in cui l’azienda guidata da Massimo Sarmi si presta a un’operazione meridionale, è legittimo il sospetto che ciò sia funzionale a mantenere la sua posizione monopolistica (alla vigilia della piena liberalizzazione, teoricamente attesa per il 2011).

Si potrebbe obiettare che, a fronte di tali problemi (e di quelli, in parte collaterali, denunciati su 2+2 da Queequeg), la Banca del Mezzogiorno abbia anche dei meriti. Di certo, la reazione rabbiose dei ministri meridionali avvalora questa tesi. Ed è probabilmente corretto, come ha scritto Oscar Giannino, che lanciare la Banca del Mezzogiorno sul mercato sarà anche un metodo poco prosaico di agitare le acque, ma quello deve fare e quello fa.

Resta l’amaro in bocca su due faccende, essenzialmente, che in fin dei conti fanno pendere la bilancia dalla parte dello scetticismo. La prima è che due distorsioni del mercato non ne raddrizzano le sorti: poiché, in assoluto, la Banca del Mezzogiorno appartiene senza dubbio a tale categoria, è discutibile che il suo risultato ultimo possa essere quello di liberalizzare un settore che finora si è rivelato impermeabile alla concorrenza e coeso contro i tentativi di introdurla. La seconda è che, dichiaratamente, la Banca del Mezzogiorno è uno strumento di politica industriale. Ancora una volta, vale la pena concedere qualche attenzione all’argomento
filo-tremontiano per cui l’oggetto del dibattito politico non è se, ma come, perseguire queste finalità; e che, in tale ottica, la Banca del Mezzogiorno è più razionale e meno arbitraria dei sussidi a pioggia. Non disponiamo del controfattuale per negarlo, sebbene – rispetto almeno allo status quo – la Bdm sia ben poco difendibile.

Rimane però la sensazione di un’occasione persa: se il massimo a cui i liberisti di questo paese possono aspirare è un modesto rallentamento dell’avanzata statalista, perfino in un settore (quello bancario) e in un territorio (il Sud) che dello statalismo sono vittime al di là di ogni ragionevole dubbio, siamo senza speranza. Alla fine, morire schiacciati dal peso della spesa pubblica, o stritolati dai tentacoli di un sistema bancario dove le imperfezioni regolatorie si amplificano a vicenda, non fa poi una grande differenza.

Carlo Stagnaro, Il Foglio

Categorie
Akerlof Banche Fiat

Nepotismo: i vizi dei padri tramandati ai nipoti.

John_Elkann

Il Corriere della Sera di oggi riporta in un servizio che John Elkann ha annunciato che “Fideuram è un’opportunità ed il risparmio gestito ci interessa.”

Il Gruppo Fiat, inoltre, a detta dell’erede dell’Avvocato, ha sempre diversificato e dunque l’attenzione di Exor verso Fideuram è presto spiegata.

A prescindere da cose che il pur giovane John non può ignorare, quali per esempio le molte vicende di diversificazioni andate male e, non ultime, le attenzioni del tutto fuori luogo che il Gruppo rivolgeva al di fuori dell’industria, vedi caso verso le banche, proprio alla vigilia di una delle periodiche e cicliche crisi attraversate, a prescindere da tutto questo, dicevamo: ma gli incentivi all’auto, che portano più di un commentatore a parlare di “auto di Stato”, che da sempre ogni italiano pro-quota paga per sostenere l’industria di Torino, ecco, quegli incentivi lì, non dovrebbero servire a rafforzare il settore auto con il suo indotto occupazionale etc etc…? E quanto alle nuove acquisizioni, la storia dovrebbe avere insegnato che distrarsi dal core-business non è mai stato premiante. Oppure anche in questo caso, come per le banche, si può parlare di moral hazard, o comportamento opportunistico, ma nessuno lo dice perché quello che va bene per la Fiat va bene anche per il Paese?

Categorie
Banche Liquidità Rischi

Banche & speculazione: un binomio davvero inscindibile?

Banchieri centrali, vecchi e nuovi
Banchieri centrali, vecchi e nuovi

L’intervista di Claudio Gatti all’ex presidente della FED ed attuale consigliere di Barack Obama, Paul Volcker, offre spunti di riflessione non solo per quanto concerne il contenuto dell’intervista stessa ma anche relativamente alla notizia, riportata nell’articolo di Morya Longo sul Sole 24Ore di oggi, che dalla speculazione provengono il 59% degli utili delle banche.

La prima riflessione riguarda toni e contenuti di un post di qualche tempo fa, dei quali faccio ammenda con Massimo Sideri, che commentava proprio l’uso, in verità assai spregiudicato, che le banche di tutto il mondo fanno dell’immensa liquidità messa a loro disposizione. Ciò che, da parte mia, è stato sottolineato con eccesso di sarcasmo, dal momento che le banche, ci piaccia o no, sono imprese e come tali devono fare gli utili. E’ noto, del resto, che non credo alla divisione manichea del mondo economico in buoni e cattivi ma questo non era nè doveva essere motivo di, appunto, eccessi.

Dato atto di questo, mi sembra interessante rilevare che, in modo singolare, la risposta alle preoccupazioni di Morya Longo è contenuta nell’intervista a Volcker del giorno precedente, laddove egli afferma che “si devono trattare le banche in modo diverso dalle altre istituzioni finanziarie. E si devono limitare le loro attività. Le banche non dovrebbero essere proprietarie di hedge fund o di fondi azionari e le loro attività di trading dovrebbero essere circoscritte. Un’istituzione che produce il grosso del suo reddito con il trading non dovrebbe avere la licenza bancaria.”

Volcker dice anche altre cose, il cui realismo sarebbe bene divenisse patrimonio maggiormente diffuso fra operatori, commentatori e regolatori: per esempio che, con riguardo ai tetti ai compensi dei banchieri “troverebbero il modo per aggirarli.” Il che non significa, evidentemente, decidere di non fare nulla, ma evitare velleitarismi moralistici in cui forse si sta eccedendo.

La proposta del ritiro della licenza bancaria per gli intermediari creditizi che traggano dall’intermediazione mobiliare la maggior parte dei loro ricavi mi pare un buon punto di partenza, oltre che una proposta ragionevole. In Italia si potrebbe modificare la legge bancaria, senza troppi sussulti: oppure, ancora, si potrebbero irrigidire i parametri patrimoniali imposti dalla Vigilanza, rendendo più oneroso il dedicarsi al trading stesso.

Infine, non va dimenticato un particolare non secondario: che il trend in atto sia quello descritto, non c’è dubbio. Ma sul fatto che possa durare, mi permetto di esprimere serie perplessità.

Da un lato, infatti, gli spread non possono mantenersi in eterno a questi livelli, tali cioè da rendere convenienti i comportamenti opportunistici delle banche, il cui moral hazard consiste nel ricevere risparmi dal pubblico a vista per investirli a medio-lungo termine. Moral hazard, peraltro, che si manifesta anche nei confronti di una missione troppo spesso sbandierata, ma non praticata, ovvero quella di finanziare lo sviluppo e sostenere le imprese.

Dall’altro lato, infine, ci sono evidenti considerazioni di tipo economico: per quanto tempo, infatti, potranno reggersi i conti economici di intermediari creditizi la cui struttura sul territorio è, tuttora, basata sulla filiale tradizionale che -grazie al Cielo, aggiungerei- fonda la propria operatività sul costo del personale? Il principale dei costi operativi di un intermediario è il capitale umano: all’impiego efficiente e coerente di tale risorsa forse sarebbe bene dedicare maggiore riflessione.