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Alessandro Berti Banche Fabbisogno finanziario d'impresa

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio…

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio…

No, non penso che mi piacerebbe l’odore del napalm al mattino e non gioco a golf, memore peraltro dell’ammonimento di G.B.Shaw. Ma la citazione vera, quella che mi viene in mente mentre il lavoro sta diventando sempre di più ascoltare qualcuno che ti chiede di rappresentare come situazioni “sostenibili” quelle che già non lo erano, anche prima del 2019, la citazione è quella del filo del rasoio e della lumaca.

Perché non c’è un’impresa che non abbia richiesto il prestito Covid cash da 25 o 30mila euro che non si ritrovi, adesso, a chiederne molti, molti di più: dovendo presentare business plan che non ha (che non ha mai fatto, che non sa fare, che non vuole fare, perché costano…) a banche che nel frattempo non possono smettere di fare il loro lavoro. Non perché lo dice l’European Banking Authority, l’EBA, e lo dice, lo ha detto anche di recente, delineando il processo di valutazione e monitoraggio del rischio di credito a far data dal 30 giugno prossimo: la vera questione è che tu non puoi smettere di pensare alle inadempienze probabili perché il fabbisogno finanziario delle imprese è sempre lì. Dapprima da sole perdite Covid (magari con altre perdite dormienti nel magazzino, as usual), poi per altre perdite, perché ho riaperto ma non raggiungo il punto di pareggio. Perdo di nuovo, come versare l’acqua nella sabbia. Il fabbisogno finanziario aumenta e la questione non è il prestito garantito dal Fondo Centrale di Garanzia e neppure la moratoria. La questione è che io non ho i soldi per pagare le bollette, i fornitori, e a dicembre la CIG finisce. Come una lumaca sul filo del rasoio.

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio, e’ un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere.” Monologo del Colonnello Kurtz, Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola, 1979.

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Quadri.

Quadri.

“(…) Ma è davvero questo il quadro più realistico? Secondo Equita no. L’Eba per ammissione esplicita non considera ad esempio i potenziali effetti benefici legati alle moratorie e alla garanzie, che di certo rallentano il processo di deterioramento del credito. Da qua il tentativo della Sim di incorporare il set di «indicazioni, input e feedback ricevuti durante questi mesi senza precedenti al fine di produrre la stima più accurata, affidabile e realistica degli effetti» dell’improvviso crollo del sistema, si legge nell’analisi.

Lo studio è partito dall’assunto che, nell’incertezza sugli effetti da Coronavirus, la cosa più ragionevole è che ciò che «era traballante prima del Covid-19, cada a causa della crisi». L’attenzione in particolare si è concentrata sui «prestiti ad alto rischio», quelli che più realisticamente passeranno a default. Lo stock di prestiti che secondo Equita è in bilico è pari a 184 miliardi, ovvero il 13% del portafoglio prestiti, bacino che comprende i prestiti in bonis “forborne” (che evidenziano primi segnali di difficoltà), gli Unlikely to pay e i prestiti oggetto di moratoria.

Ipotizzando che il 50% dei forborne diventi Utp, che ci sia un raddoppio del tasso di decadimento rispetto al 2019 (ovvero del passaggio da Utp a sofferenza) e che il 10% dei prestiti in moratoria diventi Utp, dalla crisi potrebbero dunque emergere per Equita 22 miliardi di crediti malati in più, con un Npe ratio che passerebbe dal 6,9% attuale all’8,4%. Da qua, la necessità come detto di 12 miliardi di accantonamenti extra, pari a 75 punti di Cet 1.

Così l’ottimo Luca Davi sul Sole 24 Ore on line di oggi, in relazione a un report di Equita Sim sugli effetti della pandemia. Difficile non concordare su un assunto incontrovertibile a parere di chi scrive: la crisi impatterà, anzi, ha già impattato in maniera devastante su chi, già prima del suo verificarsi, presentava andamenti economici incerti, indebitamento elevato, insostenibilità degli impegni assunti. Il Governo attualmente in carica, nel tentativo disperato di buttare la palla in tribuna, ha vietato i licenziamenti, i fallimenti e già che c’era, ha vietato pure la classificazione a sofferenza delle posizioni che tali sarebbero. Leggere nel report di Equita Sim, il cui contenuto sarebbe più ottimistico delle stime dell’EBA, che i prestiti in Bonis forborne manifestano già segnali di difficoltà significa evidenziare quello che ha già detto qualcuno parlando in generale del cosiddetto  new normal, ovvero che non saremo migliori, “perché gli uomini non imparano mai” (Francesco Guccini).
Un prestito classificato forborne, come è noto, è tale perché la concessione, l’aiuto, la forbearance che dir si voglia è stata concessa in relazione a difficoltà temporanee (o presunte tali) che grazie al prestito potrebbero essere superate. Il buon senso, prima ancora che le buone prassi, imporrebbero che tale status (forborne e in bonis) sia assegnato sulla base di documenti, carte, piani, progetti, business plan, budget di tesoreria che documentino, appunto la temporaneità. Temo che, come nel 2008 e a seguire, nulla di tutto questo si sia verificato. E temo che, questa volta molto più velocemente di allora, il credito deteriorato emergerà, perché le regole sono molto più chiare e stringenti, senza dimenticare che l’impatto del Covid non è solo sui livelli del CET1 ratio ma anche sulla liquidità (dunque non solo ICAAP ma anche ILAAP). Occorrerà una soluzione di sistema, a livello europeo e internazionale, certamente: la ricapitalizzazione, anche solo “formale” delle banche -attraverso i ratios patrimoniali- è comunque un problema di policy. Ma come si eroga credito in questo momento e come lo si valuta, resta un problema di best practices, che, a quanto pare, nessun decreto riesce a imporre.
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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Imprese Liquidità PMI

Informare male, fa male: non giudicare è peggio (ancora su banche e imprese).

Informare male, fa male: non giudicare è peggio (ancora su banche e imprese).

Stefano Elli scrive sul Sole 24 Ore di oggi, 10 maggio 2020.

Impresa di abbigliamento (chiusa). Fa richiesta in banca dei 25mila euro del decreto liquidità. La banca nega: posizione segnalata in Centrale rischi. Quindi niente soldi. Richiesta analoga da agenzia turistica (inattiva). Domanda respinta. Stessa motivazione. Padroncino autotrasportatore (fermo). Chiede finanziamento. Negato: medesima ragione. Non si contano più le mail giunte al Sole24 Ore che rappresentano lo stesso umiliante canovaccio. Chi non ha pagato rate, leasing, affitti, per più di due mesi consecutivi si ritrova sul capo la fiammella segnalatrice di elevato rischio creditizio. Una pentecoste debitoria che significa una cosa sola niente soldi. Almeno per coloro che si trovavano in difficoltà già prima del Covid-19. Perché per gli “investiti” dal tornado coronavirus almeno uno scudo c’è: le linee guida dell’Abi ,sulla scorta di quanto previsto dal decreto liquidità, prevedono che la garanzia venga concessa anche in favore dei debitori sofferenti o deteriorati purché tale classificazione non sia precedente al 31 gennaio 2020. Oltre a questo per finanziamenti sino a 25mila euro non si prevede alcuna attività istruttoria.

D’altra parte il titolo dell’articolo è Una odissea per 2 milioni di cattivi pagatori. Sottotitolo. Molte Pmi sono escluse dai crediti garantiti perché erano in crisi prima del Covid.

Da quando è cominciata la crisi da Covid-19, Il Sole 24 Ore, probabilmente per un riflesso pavloviano, si lamenta per conto delle imprese, deprecando la qualunque: con questo articolo, unitamente alla lamentela pubblicata su Sosliquidità l’altro giorno del famoso (famigerato?) commercialista che parlava di richieste lunari, si sale in un crescendo che dimentica, con disinvoltura eccezionale, i mille discorsi fatti sul mercato e la concorrenza.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un imprenditore che ha chiuso e che è stato segnalato in CR come sofferenza prima del 31.1.2020 deve essere finanziato da qualche altra banca: perché?? Dove è scritto che alle banche competa la previdenza sociale? L’articolo prosegue, sulla scorta di molti che ho letto in questo periodo, parlando di non necessità di istruttoria per le pratiche di fido inferiori a 25.000 €. Non è vero. Non è così. Anche per questa, che è pura e semplice beneficenza travestita da operazione di prestito, la banca dovrebbe fare un’istruttoria (e grazie a Dio, a mia notizia e per i contatti che ho, la fa e spesso dice di no); per chi non è convinto, basti andare a leggere l’orientamento dell’Autorità bancaria Europea o ABE (EBA per gli anglofoni) che fa chiaramente capire che, tanto più in un’ottica di medio termine, non si può che chiedere business plan, progetti, bilanci numeri. Perché i progetti vanno selezionati, le imprese vanno scrutinate, tanto più adesso. Non si possono finanziare le perdite di chi perdeva già senza neppure chiedergli come pensa di fare per non perdere più.

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ABI Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Imprese Indebitamento delle imprese Mario Draghi PMI Vigilanza bancaria

L’arte del regolatore e la sega elettrica.

L’arte del regolatore e la sega elettrica.

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Mi ero tenuto alla larga dal dibattito (invero non proprio di spessore) sul Monte Paschi, pur potendo vantare un track record di post, scritti in tempi non sospetti, che facevano ben comprendere quanto io abbia avuto in simpatia la conduzione manageriale di quella banca. Ma se il Governatore Visco dedica 5 pagine su 17 del suo intervento di ieri al Forex, stimolati da cotanto pulpito, forse vale la pena spendere due parole.

Ignazio Visco, anzitutto, ha ben spiegato che il regolatore non è un giustiziere: e che vigilare sulle banche non è qualcosa di molto simile a un linciaggio, piuttosto che al lavoro di un giustiziere fatto in casa come Dexter. Il Governatore ha puntigliosamente ricordato che notizie false e non verificate possono danneggiare banche e soprattutto risparmiatori, questi ultimi, peraltro, notoriamente tutelati dalla “più bella del mondo“. Non si commissaria una banca al primo stormire di fronde né, d’altra parte, la Vigilanza ha i poteri per sostituire gli amministratori; per quanto mi riguarda, non solo dubito che sia una buona idea, ma sono scettico sul fatto che, nonostante questa sia stata la lettura dei giornali ieri, lo abbia chiesto lo stesso Visco. Sullo sfondo esiste il concetto di libertà e di democrazia economica che qualcuno vorrebbe sempre nelle mani di un bel commissario del popolo e che invece va difeso e tutelato, anzitutto con coscienza e responsabilità.
Infine, come ho rilevato su twitter, il Governatore ha messo al centro del suo intervento non Monte Paschi, cui pure doveva dare risalto (e lo ha fatto, fin dalle prime righe della relazione), ma il concetto di efficienza, per le banche e, per quanto mi riguarda, soprattutto, per le imprese.

Le banche sono da almeno un anno sotto la lente di ingrandimento, anche in via amministrativa, per quanto riguarda compensi, impegno degli amministratori, preparazione tecnica, riduzione dei costi: e il cenno fatto durante l’esposizione alla patrimonializzazione delle Bcc non deve trarre in inganno sul fatto che anche esse siano al centro di un imponente lavoro di revisione dei modelli di governo e, cito testualmente, di focus sulla “qualità del capitale umano“, che va rafforzata, in quanto”cruciale nelle attività di valutazione del merito di credito e nella gestione dei rischi.” D’altra parte, per ritornare a banche di più grandi dimensioni, Alessandro Profumo era in prima linea, ieri, a guardarsi la punta delle dita mentre Visco sottolineava che i compensi, buonuscite comprese, dovranno essere legati a componenti reddituali certe, anche in prospettiva. Per quanto riguarda le imprese e le Pmi in particolare, il Governatore ha fatto passaggi che sia la stampa, sia la rete si sono ben guardati dal rilanciare: per quel che vale lo faccio io.

Se il mantenimento in equilibrio dei conti pubblici è la precondizione e non l’ostacolo per il risanamento, il Governatore ha ricordato al mondo delle imprese che non sono i denari ad essere mancati (le cifre delle due moratorie e delle garanzie messe in campo da Cassa DDPP sono impressionanti), ma la serietà nel continuare a sostenere iniziative imprenditoriali “con precaria situazione finanziaria e prive di prospettive di sviluppo.”

Si chiama allocazione efficiente delle risorse ed è un concetto che insegnamo fin dalle prime lezioni nei corsi di economia della banca o di economia degli intermediari finanziari: ma, soprattutto, è un concetto che non può essere appaltato in esclusiva al sistema bancario, quasi che le imprese siano tutte, senza distinzioni, partecipanti a un concorso di bellezza nel quale la più brutta assomiglia a Monica Bellucci e dunque i giurati, ovvero le banche, siano degli incapaci. Le banche non sono tutte uguali, e devono poter scegliere e farsi scegliere; ma lo stesso vale per le imprese, e non è un diritto divino.

Come sempre, il lavoro più impegnativo è quello culturale.

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Banche Crisi finanziaria Mutui e tassi di interesse USA

Whether and when.

Whether and when.

Cosa fare se il prezzo della casa che hai comperato discende al di sotto del valore del mutuo che hai sottoscritto? A quanto scrive Bloomberg, le idee non sono chiare nemmeno nel sistema capitalistico più avanzato al mondo, quello americano. La storia della richiesta di rinegoziazione del mutuo da parte di Mr.Javier Gonzalez, che racconta che “the bank laughed when I said I wanted a principal reduction” è abbastanza significativa. Il columnist riassume efficacemente il problema quando afferma che “three years after the collapse of the housing bubble, one of the questions weighing on the real estate market is whether and when to write down the value of outstanding mortgages. Millions of houses, including almost a third of California’s mortgaged homes, are worth less than what was borrowed on them, according to CoreLogic, a real estate data company in Santa Ana, California.

Il problema non sembra molto diverso in Italia, anche se l’atteggiamento delle banche sembra più morbido: ma accanto al write-down, le banche statunitensi hanno già fatto in molti casi anche il write-off, ovvero hanno registrato la perdita e messo le case all’asta. In Italia siamo lontani anni luce dagli Stati Uniti, nel bene e nel male. Il mercato immobiliare è fermo, con le banche ed i proprietari insolventi che si guardano, senza che nulla accada. Nel frattempo, sta per scadere la moratoria: ne faremo un’altra? Quando?

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Banche Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Giulio Tremonti Indebitamento delle imprese PMI

Sane e indebitate.

Isabella Bufacchi, sul Sole 24 Ore on line riporta i dati relativi all’utilizzo del plafond di Cassa Depositi e Prestiti, pari a 8 miliardi.

Questo bacino di liquidità, a condizioni favorevoli rispetto ai tassi di mercato, è stato messo a disposizione delle piccole e medie imprese sane dalla Cassa fin dal settembre del 2009, tramite la rete del sistema bancario. Dopo un avvio lento, la macchina ora va a pieni giri. Dei fondi finora impegnati dalle banche, pari a circa 5,5 miliardi, a fine 2010 ne risultavano erogati per 2,8 miliardi. Entro la fine di febbraio, la quota dei “tiraggi” arriverà a 3,5 miliardi: il target è di chiudere il 2011 con oltre 5 miliardi stanziati, utilizzando l’intero importo impegnato dal sistema creditizio. L’incremento dei prestiti richiesti e concessi alle Pmi sfruttando i tassi favorevoli della Cdp – che vengono aggiornati in tempo reale in base alle condizioni di mercato – è un segnale importante della ripresa economica in atto: non basta infatti mettere la liquidità a disposizione delle banche, sono le imprese che devono presentare piani sostenibilità di sviluppo, di crescita, di investimenti e di internazionalizzazione.”

Dunque, tutto va bene, i segnali di ripresa ci sono, se la domanda di credito cresce, significa che le imprese investono, che ci sono ordinativi, che cresce la domanda. Sorge anche una domanda, di altro tenore: se questo è il plafond per le imprese sane, che accade delle altre? Le tante sleeping beauties che, prima o poi, usciranno dalla sanatoria ma non dalle difficoltà? Che ne sarà di loro?

Senza dimenticare che il fabbisogno finanziario che la crisi ha evidenziato è, soprattutto, fabbisogno finanziario di capitale circolante, legato alle difficoltà nei pagamenti, non è -dunque- fabbisogno per investimenti, non ci si può non domandare che ne sarà delle altre, che sono tante, le cui difficoltà pongono problemi sociali, legati alla disoccupazione, alla CIG, alle probabili perdite su crediti generate nei bilanci bancari. E, infine, senza indulgere al pessimismo, ma semplicemente tenendo a mente le tante situazioni viste negli ultimi tre anni, rimane il dubbio sulla sostenibilità dei piani (piani?) presentati; che come accade per il fotovoltaico, sono sostenibili perché c’è copertura e contributo pubblico.

Sane, forse; indebitate, di sicuro.

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Operazioni lunghe e costose.

Scrive Dario Di Vico, sul Corriere del 18 gennaio, a proposito della possibilità che si proceda -ed a quali condizioni- al prolungamento che “un passaggio qualificante di quest’ ipotetico patto per lo sviluppo è quello di una partnership tra le associazioni di categoria e il sistema bancario per migliorare il rating dei Piccoli, il cosiddetto merito di credito. Per una banca conoscere in profondità lo stato di salute di una piccola azienda è un’ operazione lunga e costosa, se invece questo gap informativo viene colmato da una rapporto costante con le associazioni e i Confidi, le banche possono conoscere di volta in volta meglio le esigenze dei clienti, le particolarità dei territori e nel contempo mettere a punto i prodotti più congeniali. La partnership è propedeutica ad affrontare il tema della crescita dimensionale dei Piccoli (se non ora, quando?), del rafforzamento delle competenze interne alle aziende e dell’ internazionalizzazione.

L’articolo è di grande respiro e tocca, con la consueta (ed insolita, in un giornalista) capacità di approfondimento di Di Vico, molte delle questioni che il rapporto banca-Pmi da sempre sollecita in Italia. Nel contempo, pur consapevoli che il dibattito e le numerose iniziative di conoscenza e di approfondimento che si devono al vice-direttore del Corriere sono assi meritori e degni di ripresa- non si può non nutrire qualche perplessità. Non certamente su internazionalizzazione, creazione di partnership sul territorio, aggregazioni distrettuali e non, spinta verso l’export etc… No, il punto non è questo.

Il punto dolente riguarda, al solito, la spasmodica ricerca, soprattutto, da parte delle imprese, e non solo Pmi, di quelli che Di Vico chiama “strumenti più congeniali“. Ovvero, riprendendo un tema caro a Piccola Industria di Confindustria, troviamo il modo di mettere capitali senza tirare fuori un soldo, oppure facciamoli mettere a qualcun altro, Stato, distretto o Confidi che sia. Il capitalismo italiano, condannato ad essere straccione a qualunque livello dimensionale, sembra girare a vuoto, fra parole d’ordine e petizioni di principio, senza riuscire ad andare al nocciolo dei problemi e, peraltro, confondendo(si) spesso le idee.

Che per le banche sia costoso conoscere le imprese, è ben noto: ma è anche noto che dovrebbe essere il loro mestiere, per il quale sono lautamente pagate, quello di saper pesare e valutare il rischio. Il gap informativo non può venire colmato dal rapporto con Associazioni e Confidi il cui ruolo sindacale e di lobbying li pone in evidente conflitto di interessi con la banca, né quest’ultima può pensare di delegare il proprio lavoro al soggetto, affidato o affidando, e/o ai suoi rappresentanti. Le banche sono alle prese con problemi di margini, difficile pensare che abbiano voglia di fare investimenti, soprattutto se si tratta di investimenti in capitale umano, pur con la lodevole eccezione delle Bcc. Forse sarebbe il caso che le imprese riprendessero in mano l’iniziativa, non appena nel senso della lamentazione, per la quale non hanno bisogno di stimoli, quanto piuttosto in quello della proposizione. Consapevoli che non si può essere capiti se non si è i primi a capire come si sta lavorando, da dove origina il proprio fabbisogno finanziario, perché manchi così spesso la liquidità; e che il problema non è quello della copertura, ma della sostenibilità. Solo allora, potremmo anche immaginare che si possa cominciare a scegliere, fra banche che non sono tutte uguali, quella con cui instaurare un rapporto di partnership. Si può chiedere tanto solo se si offre tanto, mantenendo il tiro alto: e non è appena un questione tecnica, è anche culturale. Non mancano i progetti in questo campo, né difettano le iniziative: ma finché si continuerà a parlare di nuovi strumenti, senza affrontare il nodo del fabbisogno finanziario d’impresa, continueremo a parlare di vestiti senza aver preso le misure al cliente. E senza sapere se potrà pagare l’abito che gli abbiamo cucito addosso.

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ABI Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Sleeping beauties.

E’ della Vigilia di Natale la notizia che l’accordo per prorogare la moratoria sui debiti delle imprese è slittata. Dei problemi posti dalla moratoria si è già parlato su JM, sottolineando il carattere sostanzialmente dilatorio e non risolutivo dell’accordo fra ABI ed associazioni imprenditoriali. Non è difficile immaginare, peraltro, che la proroga possa essere approvata e che i problemi tecnici che essa pone -come quelli della segnalazione dei mutui in Centrale Rischi, nelle more della reiterazione dell’accordo- possano essere agevolmente risolti. Le banche non hanno interesse ad attivare procedure di recupero esecutivo lunghe e complesse, che produrrebbero, nell’immediato, ulteriori perdite ed accantonamenti, da spesare in bilanci che non possono permetterselo. D’altra parte, nonostante lo scoppio della bolla, il mercato immobiliare avrà anche avuto qualche flessione ma è fermo, ovvero illiquido: dunque l’escussione delle garanzie rischierebbe di essere poco più che virtuale.

Se il problema non è il prolungamento tecnico dell’accordo, la vera questione riguarda le tante imprese, belle addormentate, che hanno fruito della moratoria, sovente in assenza di istruttoria o con istruttorie poco più che formali. Quando prima o poi l’accordo scadrà, tutte costoro saranno baciate (per la parte del principe si può scegliere, Mussari o Tremonti), ma non tutte si risveglieranno. E quelle che non si sveglieranno chiuderanno, o falliranno, saranno comunque costrette ad uscire dal mercato. E’ doloroso, ma è fisiologico che accada dopo una crisi così vasta ed imponente come quella che ha attraversato la nostra economia. Si concretizzeranno, allora, perdite su crediti e svalutazioni, accantonamenti ed “aggressioni” al patrimonio per molte banche, che forse lo avranno previsto, o forse no, che forse avranno patrimonio a sufficienza, o forse no. Ma nel frattempo -sarebbe proprio il caso di dire, nelle more- ossia, già a partire dal primo accordo, non si sarebbe dovuto procedere a rimboccarsi le maniche, tagliando costi e facendo investimenti, cercando nuove combinazioni produttive, nuovi mercati e nuovi prodotti? Quante banche hanno fatto questa verifica, hanno spronato i clienti a non sedersi, aspettando che passasse la nuttata? Questo è il grande interrogativo che lascia aperto la moratoria, prolungata o no. Ed è anche la sfida per il rapporto banca-impresa nei prossimi mesi.

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Banche Bolla immobiliare Liquidità Moratoria dei debiti

Fare il tagliando ai debiti.

Questa è l’espressione usata, secondo quanto scritto in un ottimo articolo sul Corriere della Sera di oggi di Mario Gerevini, per descrivere, minimizzandolo, lo stato dell’arte intorno al Gruppo Romano Acqua Marcia. Se si tratti di un tagliando o di una vera e propria ristrutturazione del debito non è difficile giudicare ove si rifletta sul fatto che il gruppo ha chiesto una moratoria dei pagamenti fino al 31 gennaio, fissando per il 14 dello stesso mese un incontro per illustrare i dati del piano industriale. Nel descrivere la situazione di Acqua Marcia si usano termini molto in voga in questo periodo -per esempio per SEAT Pagine Gialle- ovvero “ingolfamento di debiti” o “ingolfamento di scadenze“. Espressioni del gergo motoristico, ma che richiamano, in finale, lo stesso concetto: manca la liquidità per rimborsare i prestiti, occorre una moratoria e un bel piano di ristrutturazione, per spostare in avanti il problema. Le cui dimensioni sono ben circostanziate nell’articolo di Gerevini: 259 milioni di fatturato nell’esercizio 2009 (erano 302 nel 2008), 400mila euro di utili, debiti bancari per oltre 900 milioni, di cui 150 milioni a breve termine. In altre parole, i debiti finanziari sono pari a quasi 4 volte il fatturato. Come se non bastasse, anche le garanzie sono ingolfate: il patrimonio è stimato in 2,5 miliardi, ma su di esso e sugli snodi immobiliari e azionari gravano pegni ed ipoteche, fra le quali la più significativa è quella triplice iscritta da BNL sulla sede di Roma.

Più che a un tagliando, sarebbe il caso di pensare, se non ad una rottamazione, a quelle situazioni nelle quali ci si compra una Porsche per metterla a gas: o, se si preferisce, non si hanno i denari per fare il pieno. Figuriamoci un tagliando.

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Il treno (non) era in orario.

Edward Hopper, The El Station

Da un’indagine di Confindustria su un campione di circa 2000 Pmi emerge che quasi un’impresa su due è interessata alla moratoria dei debiti verso le banche, ma anche che il tasso di rigetto si colloca intorno all’8,5% e che fra queste ultime, nella motivazione del rifiuto, quella relativa alla mancanza di adeguate prospettive economiche è certamente minoritaria (il 12%: sul totale delle domande presentate si tratta solo di poco più dell’1% del totale). La lettura dei risultati dell’indagine lascia perplessi laddove emerge che la maggior parte delle domande di moratoria riguarda i mutui (59,5% dei casi), mentre solo nel 5,8% dei casi le imprese hanno chiesto finanziamenti connessi alla patrimonializzazione. Gli ultimi due dati sembrano connessi, in altre parole, alle conseguenze dell’onda lunga dello scoppio della bolla immobiliare, da un lato, alla cronica sottocapitalizzazione delle Pmi italiane, dall’altro.

Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, peraltro, ha rilevato che “preannunciare misure più restrittive per i coefficienti patrimoniali potrebbe accentuare la prociclicità di Basilea 2”. Come a dire: alle imprese non interessa ricapitalizzarsi, le banche non importa che lo facciano, anzi. E se proprio dovessero farlo, meglio aspettare a chiedere requisiti più stringenti, meglio allungare ancora un po’ l’orario di arrivo del treno.

La prociclicità di Basilea 2 è un falso problema, come più volte su questo blog si è tentato di illustrare. Il vero problema, banche a parte, riguarda le imprese, poiché l’onere di dimostrare che vale la pena aspettare il loro treno spetta alle imprese stesse. Chi, se non l’imprenditore, può essere in grado, certamente con opportuno aiuto e supporto consulenziale, di dimostrare che la sua impresa possiede adeguate prospettive economiche e di ripresa? Se questa dimostrazione è l’inizio di un processo di presa di coscienza che la finanza d’impresa è un aspetto gestionale importante, che le risorse finanziaria sono orizzontali, cioè riguardano tutte le aree della gestione e che, come affermava il Maestro, Prof.Attilio Giampaoli, è necessario redigere piani finanziari seri e credibili nell’ambito di un corretto processo di pianificazione finanziaria d’impresa, se tutto questo avviene, allora la moratoria sarà stata utile. Diversamente avremo solo perso tempo, senza risolvere problemi che, lasciati a marcire, non evolvono certamente in meglio da soli.