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Blitzkrieg (guerre éclair).

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Blitzkrieg

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Banche Borsa Mariella Burani OPA

Easy credit vs/credit crunch.


La neverending story del gruppo Burani non conosce, appunto fine, e come una specie di vaso di Pandora scoperchiato, offre continui motivi di riflessione.

Fabio Pavesi, sul Sole 24 Ore ripercorre i punti salienti della strana OPA, fatta a prezzi fuori da ogni logica, lanciata dalla famiglia Burani sui propri stessi titoli. OPA rigorosamente fatta a debito, con quattrini prestati da Centrobanca, la merchant bank del Gruppo UBI. Pavesi calcola che la metà circa dell’operazione, pari nel complesso a 70 milioni di euro, sia stata fatta a debito, con denari presi a prestito, appunto, da Centrobanca, per una somma di circa 35 milioni.

La quale Centrobanca, con il suo comportamento controcorrente, rassicura tutti coloro che hanno a cuore il futuro del rapporto banca-impresa in Italia. Non solo le banche non chiudono l’ombrello quando piove -l’OPA è avvenuta nel 2008, quando ormai i bilanci del Gruppo MBFG mostravano già i segni del dissesto imminente- ma quando anche volessero le garanzie, si accontentano di valori simbolici -Centrobanca ha chiesto il pegno proprio delle azioni Burani- ovvero di penny stock. Il credit crunch non solo non esiste, non è mai esistito.

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Borsa Imprese OPA

Management & Capitali: cosa c’è davvero dietro la battaglia.

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Management & Capitali è stata costituita nel 2005, su impulso decisivo di Carlo De Benedetti, che intendeva coinvolgere nell’avventura anche Silvio Berlusconi, mostrando più realismo e senso pratico -business is business, as usual, e la famiglia di Arcore, a prescindere dalla vendita di Kakà, è liquidissima- del partito di Repubblica, che alzò le barricate. L’Ing. andò avanti da solo, ed eccoci ai giorni nostri.
Dal sito della società si legge:
“M&C costituita alla fine del 2005, è stata la prima società di investimenti (permanent capital investment company) ammessa alla quotazione sul segmento MTF della Borsa di Milano; ed oggi ha un capitale di 355 milioni, integralmente versato, apportato da imprenditori italiani, da banche italiane e internazionali e da primari investitori istituzionali.
M&C, ha l’obiettivo di creare valore per i propri azionisti, investendo in partecipazioni nel capitale, nel debito e/o in ogni strumento intermedio, quotato e non quotato, con piani di sviluppo con un orizzonte temporale anche di medio-lungo termine.
M&C investe in progetti di sviluppo industriale, di aggregazione, di riposizionamento strategico e di rafforzamento finanziario, apportando ove necessario risorse manageriali.
M&C è costituita da professionisti con significative esperienze di business development, M&A, private equity e di gestione di impresa.”
Dunque non stiamo parlando di manifattura, distribuzione o servizi: non c’è un brand, non c’è una rete di sportelli, nonostante che una frettolosa assimilazione di M&C ad un intermediario finanziario possa indurre in errore, non ci sono marchi, brevetti, tecnologia. Ci sono, appunto manager e capitali, per far crescere e sviluppare quello che in molti hanno definito il fondo “salvaimprese”.
Ora, come tutti sanno, su M&C sono state lanciate ben due OPA, una da Tamburi Investment Partner (TIP), l’altra da Mimose della famiglia Segre. E Carlo De Benedetti, in rotta con Tamburi, nei giorni scorsi, con due acquisti a prezzi superiori a quelli delle due OPA concorrenti, ha spiazzato e depotenziato i contendenti.
Avviene così che M&C non solo è cresciuta del 21,38% a 0,176 €, ma ha anche abbondantemente superato il valore delle offerte presentate, rispettivamente 0,122 (nell’ipotesi massima) per TIP e 0,11 per Mimose.
Perchè tutta questa battaglia? A che pro accendere la miccia di un combattimento su un fondo di private equity, come ce ne sono tanti, come continueranno ad essercene tanti, il cui valore consisterà sempre e solo nel capitale umano a disposizione e nella sua capacità di scovare continuamente buoni affari. I manager non sono come i marchi, vanno e vengono, non sono un brand, sono più o meno fungibili. E allora, perchè due OPA e un rilancio?
Forse c’è un’unica risposta, coerente con la filosofia del fondatore -governare con quote di minoranza- e con la sua, attuale, quota di capitale posseduto (intorno al 20%: la Consob ha chiesto chiarimenti e presto sapremo la suddivisione effettiva dell’azionariato). La risposta sta nella cassa: come vari osservatori hanno sottolineato, pagati i dividendi, fronteggiati gli impegni assunti in precedenza, in cassa resteranno ben 50 milioni di € (ovvero più di 0,10 € per titolo), mentre le due operazioni di mercato dell’Ingegnere sono costate solo circa 1.5 milioni di €. E questa circostanza, nel nostro capitalismo cronicamente straccione, potrebbe essere la semplice risposta.