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don Giussani

Il senso della storia è l’indice supremo della ricchezza dello spirito.

Il senso della storia è l’indice supremo della ricchezza dello spirito.

“(…) la storia vive un momento in cui viene meno il senso della storia: affannato e appassionato nell’opera presente, l’uomo smarrisce il senso della storia. Da questo punto di vista, un tempo come il nostro, se è ricco di una energia inusitata, se è ricco di una forza operativa impensata fino a pochi anni fa, è estremamente povero di spirito, ma non nel senso evengelico della parola; è un’epoca estremamente povera perché la ricchezza dello spirito è eminentemente un fenomeno, un avvenimento di sintesi, e il senso della storia è l’indice supremo della ricchezza dello spirito.

Mons.Luigi Giussani (citato da Julian Carrón in Giornata di inizio 2018).

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ABI Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo

I cattolici si muovono (?) per le banche popolari. Ne vale la pena?

I cattolici si muovono (?) per le banche popolari. Ne vale la pena?

Scudo_Crociato

Secondo l’Huffington Post la riforma delle popolari realizzata per decreto legge (siamo ansiosi di conoscere i requisiti di necessità ed urgenza del medesimo) ha smosso l’associazionismo cattolico, pronto a “smontare” la riforma in parlamento. Dai vecchi democristiani fino al Ministro Lupi sarebbe tutto un tramare dietro le quinte per evitare la riforma. Ne vale la pena?

Ieri mattina, sul Sole 24 Ore, Marco Onado evidenziava l’ambiguità dell’intervento di Renzi, il quale nel sottolineare “l’eccesso di banchieri” sembrava parlare a nuora, le popolari, perché intendesse suocera, le bcc. Ad essere realisti, infatti, non sembrano le popolari essere troppe quanto piuttosto, se questo fosse il criterio, le banche di credito cooperativo, quelle che “nessuno (sic) le tocca”. Poiché grande è la confusione sotto il cielo, oltre a rimandare all’ottimo intervento del professor Onado, forse vale la pena fare qualche riflessione sull’opportunità di una battaglia pro o contro il modello cooperativistico che, almeno sulla carta, è messo sotto scacco con l’intervento legislativo sulle popolari.

A dispetto di tante affermazioni di facciata succedutesi nel corso degli anni, in effetti tale modello non ha mai goduto di grande favore presso le lobbies europee, che lo hanno sempre ritenuto contrario ad un’idea di mercato basato sulla contendibilità (che il principo del voto capitario, ovvero una testa un voto a prescindere dalle quote possedute impedirebbe di realizzare) e sull’efficienza. La proposizione è non solo non dimostrata nella teoria finanziaria, ma palesemente disattesa nella pratica: ovvero, maggiori dimensioni ed un modello capitalistico non comportano, automatically, maggiore efficienza ed una migliore managerialità. Basti pensare, per citare un caso macroscopicamente noto, al Monte dei Paschi di Siena, spa.

Il principio del voto capitario, come tutti gli strumenti, può essere male utilizzato o può esaltare la democrazia economica: i padri-padroni (Fiorani in Popolare Lodi, per esempio) così come il sindacato dei bancari in Popolare Milano sono pessimi esempi non già di un principio errato quanto piuttosto di una sua distorsione. Altrimenti non si spiegherebbero altri eccellenti esempi di cooperazione di credito, anche su grandi dimensioni territoriali: tra gli altri il Credito Cooperativo Ravennate e Imolese o la Cassa Rurale di Treviglio.

Il principio del voto capitario è dunque un falso colpevole e l’intervento del Primo Ministro Renzi sembra solo rappresentare una ripresa di iniziativa della politica rispetto ad un settore dove domina incontrastata, e senza alcuna accountability, l’autorità di Vigilanza, lasciata libera di distruggere il Credito Cooperativo in nome dell’indipendenza delle autorities. Non so cosa possano concludere di buono i cosiddetti politici cattolici in materia, e forse ignoro i meccanismi della comunicazione in materia. Ma ritengo che quanto sta accadendo, prima ancora che rappresentare un campanello d’allarme per un modello di democrazia economica che affonda le sue radici nella cultura cattolica, dovrebbe richiamare un’altra, più pressante questione: la politica ha qualcosa da dire sul mondo del credito? O anche quest’ultimo, come quello delle imprese, orfano da decenni di una politica industriale degna di questo nome, può tutt’al più formare oggetto di lamentele per il credit crunch?

Aspettando la risposta, godiamoci il dibattito: magari estendendolo agli interventi al napalm della Banca d’Italia sul credito cooperativo.

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Università

Okkupazione.

La riforma universitaria contiene molte cose buone come il sistema di reclutamento, altre discutibili, come un eccesso di dirigismo e di minuzia normativa e un assetto della governance che concede troppo
a manager esterni di dubbia qualifica. Ma qui siamo ben oltre il “discutere”: siamo in piena sagra dell’ipocrisia e della demagogia, persino violenta. Forze politiche e universitarie che hanno taciuto di fronte a riforme efferate (come quella del cosiddetto 3+2) responsabili di aver condotto l’università
nell’attuale stato di degrado e che hanno taciuto di fronte a tagli di finanziamenti non meno imponenti, urlano come se venisse giù il mondo. Questa riforma è stata patrocinata in buona misura dal Pd che però ora, per ragioni di altra natura, sale a cantare “Bella ciao” sui tetti. E’ poi divenuto un indecente sport nazionale rovesciare tonnellate di immondizia sull’università ogni volta che se ne discute in Parlamento. Con lo stile del bue che dà del cornuto all’asino, un mondo politico che ha colpe enormi in materia parla dei docenti universitari come “ignoranti” e “nullafacenti”.
Come se, malgrado tutto, la facoltà di Scienze della Sapienza di Roma non venisse avanti alla prestigiosa École Polytechnique parigina nelle graduatorie internazionali, per fare soltanto un esempio. Nelle quali graduatorie l’università italiana è complessivamente penalizzata da parametri che riflettono il suo degrado materiale, ma sono introvabili università private gestite da un mondo industriale che nonostante ciò si sente titolato a far la lezione. Il gioco a parlare di “merito” per l’università è una colossale ipocrisia, dato che non si ha il coraggio di parlarne per la magistratura o per la scuola, dove in silenzio sono stati ripristinati gli scatti di anzianità per tutti, senza alcun legame con il merito.
Va aggiunto che, per la scuola, i primi modelli sperimentali di premio del merito sono basati su criteri che, se introdotti all’università, farebbero gridare al prepotere dei baroni; il quale, visibilmente, è ormai una barzelletta, forse perché i docenti universitari non hanno né un consiglio superiore né una rappresentanza sindacale. (..)

Giorgio Israel, Il Foglio, 26 novembre 2010

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Banche

Responsabilità oggettiva (a chi servono i libici in Unicredit 2).

Si è già parlato fin troppo dell’ascesa della Libia in Unicredit, ma è difficile, in questi giorni, non pensare ad una vecchia norma del codice di disciplina sportiva che deferiva (e sanzionava) le società, per “responsabilità oggettiva” a causa dei comportamenti non proprio ortodossi delle tifoserie o dei tesserati. Profumo che nega di avere chiamato i libici o davvero non sapeva nulla -ed in tal caso fa una figura da tonto che riesce difficile immaginare veritiera- oppure sapeva, ed in tal caso ha probabilmente errato nel metodo. Difficile, invece, dargli torto nel merito, dal momento che perlomeno per la quota di Cariverona -quella per la quale il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, strilla che ci saranno scalate ed invasioni- i libici sono serviti a trovare denaro fresco e sottoscrivere i famosi “cashes“. Senza i libici il rafforzamento patrimoniale di Unicredit sarebbe stato inadeguato. E con Cariverona, a quanto pare, Profumo può contare su un socio che di stabile ha solo le pretese.

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CdO Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Resistere: farsi aiutare è possibile.

Il Sole 24 Ore di oggi commenta in maniera assai caustica l’incontro organizzato in data odierna dal Forum delle Imprese che resistono, a Milano.

L’anonimo editorialista, pur stigmatizzando la partecipazione non proprio affollata all’evento, paventa il rischio di disaffezione da parte dei piccoli e medi imprenditori che, a suo dire, non vogliono essere strumentalizzati dalla politica. E così, afferma, decidono di resistere in fabbrica, come hanno sempre fatto.

Forse l’amara constatazione è vera. Ma, proprio per questo, si potrebbe anche provare a superarla. Prima di tutto riflettendo sul fatto che, in ogni caso, anche se non ci aspettiamo mai nulla dalla politica, alla politica ciononostante si deve chiedere. E poi, quanto è diverso chiudersi nell’individualismo, con le conseguenze evidenziate da Julian Carròn all’assemblea nazionale della Compagnia delle Opere, rispetto al farsi aiutare, al lavorare insieme intorno ad un criterio ideale, ad un’amicizia operativa. Perché in ogni caso, politica o no, fisco favorevole oppure no, il problema è sempre la persona. Come qualcuno ha raccontato, io non chiudo.

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Economisti Ricchezza

Bella domanda.

Del resto, se i politici fossero così intelligenti perché mai non sono ricchi?

 

Frederic Mishkin, Il Sole 24 Ore, 13 novembre 2009.

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Akerlof Economisti Giulio Tremonti Shiller Silvio Berlusconi

Politica

I politici sono grandi narratori, soprattutto sui temi economici.
Passano molto tempo a parlare in pubblico, e quindi a raccontare storie; e poichè gran parte della loro interazione con l’opinione pubblica concerne l’economia, anche quelle storie riguardano l’economia.

G.A.Akerlof, R.J.Shiller Spiriti Animali, Rizzoli 2009

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi
Giulio Tremonti
Giulio Tremonti