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Banche profitto USA

Carte di debito.

Carte di debito.

La notizia che Bank of America si appresta a rendere più oneroso l’utilizzo delle carte di debito, dal momento che altri tipi di spese sono stati vietati dal Dodd-Frank act, ripropone la questione della redditività delle banche e, mai come in questo periodo, della congruità dei ricavi rispetto ai costi. Quest’ultimo aspetto viene spesso rovesciato dalle associazioni dei consumatori, che ritengono che siano i costi, soprattutto le retribuzioni dei grandi managers, ad essere incongrui ed incoerenti rispetto ai ricavi. Il vero problema della redditività bancaria, mai come in questo momento, è racchiuso nella drammatica modestia degli spread, che depotenzia i margini bancari, che subiscono da un lato la crescita del costo della raccolta, dall’altro la difficoltà a generare interessi attivi su prestiti che crescono poco, a causa della stagnazione e della scarsa propensione alla crescita delle economie mondiali. La crescita dei ricavi da servizi diventa così una sorta di via obbligata per recuperare margini reddituali, a prescindere talvolta dal reale contenuto/costo dei servizi offerti (fino agli eccessi, constatati in alcune banche, di conti a costo zero diventati all’improvviso e senza preavviso, a pagamento). E’ una via obbligata, ma è soprattutto una via breve, una strada chiusa: ciò che si staglia all’orizzonte delle banche è una ripresa in mano della propria identità, dei contenuti più profondi della propria formula di intermediazione. Cosa faranno le banche da grandi? Cosa faranno per i risparmiatori, cosa faranno per le imprese? Viene il dubbio che non lo sappiano nemmeno loro.

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Liquidità Rischi Risparmio e investimenti

Private equity denaturato.

Private equity denaturato.

Un articolo sul Sole 24 Ore Finanza e mercati, a firma S.Fi. dà conto degli interrogativi che agitano il modo degli investitori in capitale di rischio. S.Fi. scrive che “il private equity è di fronte a un dilemma sul suo futuro: se i fondi vogliono sopravvivere devono cambiare natura e fisionomia. Meno speculazione e più credito alle imprese. Ma così rischiano di non poter mantenere l’impegno preso coi loro sottoscrittori di pingui ritorni. (…)

Ora, poi, i primi timidi segnali del risveglio stanno riportando alla luce anche i nodi irrisolti del private equity. Il «peccato originale» origina dalla promessa, in sede di raccolta, di alti rendimenti fatta ai sottoscrittori. Per garantire certi ritorni ci vuole per forza la leva, ma sul mercato il debito è ormai un tabù: oggi i livelli di leverage sono in media tra 3,5 e 4 volte. Quasi la metà rispetto agli anni d’oro della bolla quando si toccarono punte di 6 volte il margine operativo lordo. Chi vuol fare acquisizioni è costretto ad aumentare la quantità di capitale proprio. Insomma, più equity e meno debito, ma così salta il meccanismo alla base dei fondi stessi: la leva stessa che permette di moltiplicare le risorse e la redditività. I rubinetti delle banche, d’altro canto, non si sono ancora riaperti: i volumi di prestiti per acquisizione a debito sono ancora sotto del 30% rispetto al record del 2007. Ma il vero nodo non è sul versante finanziario, contrariamente alle apparenze.

Chi in Italia ha comprato aziende ai massimi, strapagandole, si è visto costretto a ristrutturare i debiti. Ma si è trattato di debiti puramente finanziari, quelli legati alla scalata stessa a leva. Ora, però, quelle stesse aziende hanno bisogno di finanziare il circolante, ossia il denaro che serve per l’attività corrente, per tenere il motore a regime. Non basta ristrutturare i debiti, ci vuole la «benzina» che fa muovere le aziende. Senza quel carburante si rischia di far pericolosamente avvitare le aziende.

Come se ne esce? Nelle casse del private equity europeo ci sono circa 170 miliardi di euro da spendere, la cosiddetta polvere asciutta (dry powder). Nel caso dell’Italia, perché non utilizzare quelle risorse dirottandole dentro le aziende? Una provocazione in piena regola perché significherebbe per i fondi abdicare alla loro stessa natura. E soprattutto convincere gli azionisti a minori guadagni in futuro. La sfida è aperta.
La sfida è certamente aperta e, fortunatamente, non riguarda piccoli risparmiatori, ai quali garantire ritorni impossibili, ma grandi investitori, che sanno o che dovrebbero sapere quello che fanno. Ecco, appunto: leggendo quest’articolo, difficile non usare il condizionale.

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Borsa Capitalismo Crisi finanziaria Germania profitto Short selling

Irrational speculation?

Irrational speculation?

Con questa espressione, il vice-ministro per gli affari esteri della Germania, Werner Hoyer, ha bollato quanto accaduto nel nostro Paese nello scorso fine settimana, nel corso di un’intervista rilasciata alla Stampa di Torino. Difficile immaginare che la Germania potesse dire il contrario, dal momento che serve che qualcuno tenga in piedi l’area Euro anche con le parole, poiché se il rischio di contagio dovesse allargarsi, la stessa Germania ne risentirebbe e sarebbe impossibile salvare tutti. La questione vera, quella che non si dice mai, è che la speculazione non è una sorta di banda di malfattori, una Spectre finanziaria che si riunisce per ordire trame contro i laboriosi ed industriosi cittadini del mondo. La speculazione sono investitori che cercano profitti (se cercassero perdite sarebbero, nella più benevola delle ipotesi, dei simpatici pirla, ma la parola adatta è un’altra) e li cercano in modo tutt’altro che irrazionale. Che sia fastidioso per i Paesi colpiti, non c’è dubbio. Ma se sei in salita su una strada di montagna del Tour e arranchi, per il debito che ti appesantisce, se l’avversario va in fuga non è lui che è cattivo o irrazionale: sei tu che sei scarso.

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Banche profitto Regno Unito Rischi Vigilanza bancaria

Bank utility.

Bank utility.

«Non è il modello di business di una banca a determinare il rischio. Continuo a credere che non sia questa la soluzione da oppore alla crisi del credito». Marco Mazzucchelli, chairman dell’investment banking di Royal Bank of Scotland inarca metaforicamente il sopracciglio all’idea di una separazione delle attività degli istituti di credito secondo le linee indicate dall’interim report della Indipendent banking commission ieri adottate dal Cancelliere George Osborne.

La blindatura del retail banking è invece la soluzione che Londra privilegia…

Il punto centrale a mio avviso è la capitalizzazione e in questo senso stiamo andando nella direzione giusta, con fin troppo zelo. Inoltre gli istituti di credito devono essere gestiti con robusti criteri di risk management. Infine la governance deve essere affidata a elementi altamente competenti e specializzati. Che il problema non sia il modello di business, lo dimostra il caso di Northern Rock che faceva retail.

Con un’esposizione estrema nei mutui…

Allora bisogna definire che cosa si intende per retail. Solo raccolta dei depositi e investimento in titoli del Tesoro? L’attività di credito precipiterebbe, si arriverebbe a disegnare una struttura davvero simile alle utility. Ma se non è questo che si vuole, bisogna considerare che gran parte delle coperture dei rischi arrivano dalle attività di investment banking.

Eppure è questo, nella traccia politica suggerita, che potrebbe emergere dalle ceneri del credit crunch britannico. Non solo. Londra spinge per una capitalizzazione sempre maggiore. Quali conseguenze potrà avere il combinato disposto di più stringenti capital requirements con attività bancarie separate ?

L’investment banking soffrirebbe in termini di posizionamento relativo e lo stesso accadrebbe per retail e commerciale. Si avrebbe un sistema forse più robusto nell’architettura, ma ingessato. Meno competitivo. Soprattutto meno remunerativo. È opinione comune che quando le nuove regole, quelle già varate, saranno in vigore, il Roe delle banche sarà mediamente attorno all’8-10 per cento. Se si mettono altri lacci, i bilanci si restringeranno sempre di più e non sarà facile trovare azionisti pronti a investire. I regolatori questo spesso se lo dimenticano.

Banca utility, appunto…

Allora facciamola fino in fondo e magari la facciamo fare allo stato. La verità è che un sistema bancario senza rischi continua ad essere un ossimoro. Una banca utility non è una banca, ovvero non è un’impresa chiamata a investire e ad assumere rischi nel sistema creditizio e finanziario.

Da Il Sole 24 Ore, Finanza e Mercati, 16 giugno 2011.

Al netto del conflitto di interessi nel quale il dott.Mazzucchelli è evidentemente e trasparentemente coinvolto, l’intervista è molto interessante e suscita problemi sui quali, per esempio, mi piacerebbe sapere che ne pensa il nostro ministro dell’Economia.

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Borsa profitto Ricchezza Rischi

Essere quotati (come il porco).

Essere quotati (come il porco).

Tutto, dal punto di vista economico, si crea al Chicago Board of Trade (Cbot), il più antico mercato di opzioni e futures del mondo. Qui prezzano su una
lavagnetta qualche bushel di cacao (unità di misura che equivale a circa 27 chili di grano) e poi, un bel giorno, ti accorgi che il bar, anziché due boeri di resto, te ne dà uno perché il costo della cioccolata è aumentato. Il Cbot è ancora popolato di grida e galoppini impazziti che, inseguendo l’ordine di acquisto di un mega
contratto di succo d’arancia congelato, «sbattono come l’ovo nel frullo», per dirla con Carlo Emilio Gadda (che con queste parole descriveva Piazza Affari a Milano, dove adesso comandano i computer, senza lacrime in tasca e senza sangue nelle vene). Ma a Chicago no, di sangue ne scorre ancora. La città divenne famosa per i gangster, anche se a sparare, piuttosto che i mitra Tommy Gun della strage di San Valentino, ora ci sono i cannoni della speculazione. Non è casuale che il conflitto in Libia sia definito “neo-coloniale”. Che si trasformino in benzina o in biscotti, che siano cereali o qualunque altra spezia – origine di guerre anche nel futuribile Dune di David Lynch – le commodity, merci “fungibili”, muovono politica, salotti, affari, cinismo e prezzi: nel mondo ci sono ormai quasi sette miliardi di bocche, non tutte fortunate, ma questo abominio per chi investe non conta. Per il controllo delle commodity si lotta: se non foste stati ipnotizzati dal matrimonio di William e Kate, in quelle stesse ore avreste potuto ottenere una prova di quanto si combatta, perché una scalata francese si è portata via la Parmalat, cioè il latte d’Italia. Una mattina di queste, andate sul sito
http://www.borsaitaliana.it, digitate “Etfs” nel campo di ricerca e vi apparirà una lista di materie prime alimentari trattabili. Ci sono corn (mais), wheat (frumento),
soybean (soia), ma anche lean hogs: carne di maiale magra. Ci credereste che in Cina, prima consumatrice mondiale dai tempi dei Ming, la considerano strategica come l’oro e il petrolio, e ne hanno una riserva nazionale di milioni di tonnellate? I cinesi la sanno lunga, ma la nostra idea del mese è più semplice: un fondo comune specializzato in 19 materie prime, il Lyxor Etf Commodities, su cui investire il cinque per cento dei nostri diecimila euro di capitale. Non serve andare a Chicago, basta la banca. Speriamo di fare comunque la nostra porca figura.
Marco Fratini, GQ

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Banche Goldman Sachs Ricchezza Rischi Risparmio e investimenti Strumenti finanziari USA

Il ritorno sull’investimento del capitale (reputazionale).

Il ritorno sull’investimento del capitale (reputazionale).

A quanto pare moralismo ed etica non sono ritenuti ingredienti decisivi di una proposta di affari avanzata da una banca d’investimento. In un survey di Bloomberg è emerso, infatti, che “investors will continue to put their money with capable institutions, regardless of their history or morality“. Non sarà John Maynard a buttare a mare l’esigenza di moralità emersa dal dopo crisi, né qua si intende, all’improvviso, diventare cinici o travestirsi da Ebenezer Scrooge. Ma la risposta, realistica e sincera, dell’intervistato, Christian Contino, 27 anni, che lavora come consulente per la gestione degli investimenti del Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (non proprio una congrega di assatanati del profitto) mette la sordina a tanta finanza etica che dimentica, in finale, che gli strumenti del risparmio devono soddisfare le esigenze di datori e prenditori di fondi, non appena quelle di criteri di morale talvolta un po’ astratta.

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agricoltura Economisti profitto

La caduta tendenziale del saggio del profitto.

Va a finire che Marx aveva ragione (anche se non si riferiva ai contadini).

La stabilizzazione delle aliquote contributive nelle aree montane e svantaggiate incassata con la Legge di stabilità ha messo al riparo le aziende agricole da un salasso previdenziale. Ma è il solo costo che resta sotto controllo. E soprattutto l’unico dato positivo per il settore. Una vera gelata è arrivata infatti dagli ultimi dati Eurostat relativi ai redditi degli agricoltori europei. Nell’Europa a 27 la crescita nel 2010 è stata del 12, 3 per cento con balzi in tutti i principali paesi, dalla Francia (+31,4%) alla Germania (22,8%) per arrivare a quasi il 55% della Danimarca. Ma l’Italia con una flessione del 3,3% rientra in una ristretta rosa di paesi con segno negativo (Cipro, Finlandia, Grecia, Regno Unito e Romania).

Un ennesimo campanello d’allarme di una situazione ad alto rischio. I conti dell’agricoltura italiana infatti continuano a essere in rosso. Nel terzo trimestre il valore aggiunto agricolo, secondo le ultime rilevazioni Istat, ha perso un altro 1,2% con un calo tendenziale di quasi l’1 per cento. Un risultato che pone l’agricoltura in controtendenza rispetto alla crescita dell’1,3% del sistema economico nel suo complesso. E intanto continuano a crescere le bollette a carico delle imprese. Secondo l’Ismea i costi sono aumentati di quasi il 4% in un anno. In forte rincaro, in particolare, mangimi, energia elettrica e carburanti. Il caro-costi aggrava così i bilanci 2010 delle imprese che per tutto l’anno hanno dovuto fare i conti con la flessione dei prezzi dei prodotti agricoli.

(Il Sole 24 Ore, sabato 8 gennaio 2011)

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Borsa profitto Rischi Risparmio e investimenti

“The markets hate uncertainty.”

Uncertainty drives the market’s price-discovery mechanism. Investing requires there to be differences of opinion. When there is broad agreement as to an asset’s fair value, trading volume falls. Without any uncertainty, who would take the opposite side of your trade?

Barry Ritholtz

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Banche Borsa profitto Unicredit

Trasparenza, integrità e ingegneria finanziaria.

Alessandro Profumo

Cambierà anche l’attività bancaria?
Rispetto al periodo prima della crisi, quando l’attività bancaria si è concentrata sul profitto a breve termine, ritengo che ci saranno dei cambiamenti. Credo che le quattro parole chiave per il futuro dell’attività bancaria siano: attenzione al cliente, semplicità, trasparenza e integrità. Poiché è l’integrità che crea la fiducia necessaria per instaurare relazioni bancarie a lungo termine.

Intervista ad Alessandro Profumo

I Falck, la nuova Actelios e la delusione dei piccoli soci.

“L’attuale Actelios ha i conti in ordine: 95 milioni di fatturato; un margine lordo che vale più di un terzo dei ricavi e 4 milioni di utile netto. (..) Il conferimento di Falck Renewables stravolge la struttura finanziaria. La nuova Actelios si troverà con ben 520 milioni di debiti con le banche. (..) Si unisce una società solida patrimonialmente con una che zoppica sotto questo fronte. (..) Ebbene qui c’è un capolavoro di ingegneria finanziaria. La Falck Renewables viene valutata assai più di Actelios, con un valore dell’equity di ben 500 milioni. E tra i valutatori c’è Unicredit, considerata dai Falck indipendente.

Peccato che Unicredit sia stata per anni lo specialista di Actelios e che la famiglia investa costantemente in titoli Unicredit.”

Fabio Pavesi, PLUS 24 Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2010

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profitto

L’etica non è fatta di regole astratte, ma di responsabilità.

Benedetto XVI

Per quanto riguarda poi il contributo fattivo che la Chiesa può dare, il Papa ha indicato in particolare due aspetti:  la formazione, in risposta a quell'”emergenza educativa” che coinvolge tutto il mondo, e la carità come contributo al bene comune dell’umanità. A proposito di quest’ultima, il Papa si è detto molto soddisfatto che la sua enciclica Caritas in veritate abbia suscitato nel mondo un dibattito serrato. Bisogna trovare un’alternativa a un’economia che guarda solo al profitto, ha affermato. E in questo senso è necessario riportare l’etica al centro dell’economia. Questa è la grande sfida del momento di crisi. “Spero – si è augurato – di aver inciso in questo dibattito, soprattutto spero che il dibattito prosegua”. Anche perché, ha riconosciuto, è necessario consolidare la convinzione che la responsabilità verso gli altri deve considerarsi ben più importante del desiderio di profitto.

Benedetto XVI da L’Osservatore Romano, 26 settembre 2009