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Borsa Crisi finanziaria Giuliano Ferrara Silvio Berlusconi

Per gola.

Per gola.

Il presidente del Consiglio parla alle Camere, e normalmente parla di politica anche quando si tratti di politica economica e finanziaria. Il giudizio dei mercati mi interessa fino a un certo punto; i mercati, comprensibilmente, non hanno giudizio, hanno interessi, e sono molto sentimentali (paura, infatuazione, volubilità). Se la ricetta politica è buona, si adeguano. Per gola.

Giuliano Ferrara, Il Foglio, 3 agosto 2011

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Banche BCE Borsa Rischi

Vendite irrazionali.

Vendite irrazionali.

Fabio Pavesi, sul Sole 24 Ore di ieri, si sofferma su quelle che chiama “vendite irrazionali” di titoli bancari, chiedendosi se “c’è davvero troppo rischio sulle banche italiane e quelle vendite esasperate hanno una ragion d’essere oggettiva?  Anche perché a vendere nelle giornate più nervose non è certo il signor Rossi, cassettista con i suoi mille, duemila pezzi di Intesa o UniCredit. I volumi, che toccano nelle sedute più esasperate, addirittura il 2-3% del flottante segnalano che a vendere – o meglio a giocare contro l’Italia – sono hedge fund, fondi pensione, fondi comuni, banche, insomma investitori istituzionali da cui ci si aspetterebbe maggiore freddezza. Evidentemente la scommessa è contro l’Italia. E le banche sono il viatìco di questa puntata contro, senza quasi alcun rapporto con il vero stato di salute. Basti guardare qualche numero per accorgersene. Intesa Sanpaolo vale sul mercato 24,5 miliardi; l’altro big di Piazza Affari, UniCredit capitalizza 23,7 miliardi. Insieme non fanno neanche 50 miliardi. Che è il valore di mercato della sola Bnp Paribas, che di miliardi ne capitalizza 56 e in Borsa vale il 74% del suo patrimonio. Meritati? Forse. Sta di fatto che UniCredit per la Borsa vale la metà del colosso francese: il mercato assegna alle azioni della banca di Piazza Cordusio un valore che è appena il 37% del suo capitale proprio, che vale 64,6 miliardi. E che dire dell’altra grande banca italiana? Intesa vale, sempre secondo il mercato, meno della metà del patrimonio della banca. Quei 53,5 miliardi di capitale vengono valorizzati solo 24,5 miliardi. Certo c’è in gioco la redditività. Bnp è sicuramente più redditizia, ma la banca francese ha in pancia 5,2 miliardi di bond greci che di certo hanno un valore dimezzato rispetto ai Btp italiani. Per non parlare di Crédit Agricole, valutata metà del patrimonio netto come Intesa, ma con un’esposizione sulla Grecia non paragonabile alla banca italiana avendo il possesso dell’ellenica Emporiki Bank. E che dire del Santander? Vale in Borsa più del doppio di UniCredit. Eppure gli spread sui Bonos spagnoli sono più alti di quelli italiani e la banca ha chiuso il trimestre con profitti in calo del 38%. (Sono gli spagnoli, peraltro, ad avere proposto di ottenere credito di ultima istanza presso la BCE attraverso l’offerta, come collaterali, di Kakà e Ronaldo, che evidentemente sono già nella disponibilità bancaria quali pegni “umani” dei debiti dello stellare calcio spagnolo. NdA). Il confronto poi con la Grecia proprio non regge. Il Banco Popolare e Mps valgono sul loro patrimonio – sempre per il mercato – meno della media delle banche greche. La stessa National Bank of Greece viene valorizzata il 50% del capitale della banca. Peccato che abbia in pancia 20 miliardi di bond greci che varrano il 60% del nominale. Un vero e proprio controsenso logico. Colpa dell’«overshooting» e della sua irrazionalità.”

Pavesi è come sempre lucido e le sue affermazioni si comprendono molto bene. Il suo articolo, tuttavia, non può che fare riflettere sul concetto di razionalità, ovvero del suo contrario, quella irrazionalità che il giornalista descrive come caratteristica del comportamento di chi sta scommettendo, in questo momento, contro l’Italia. La speculazione, spesso dipinta come una sorta di rovina-famiglie di genere finanziario, non è mai irrazionale, colpisce dove sa di poter trarre vantaggi, dove spera di guadagnare, anticipando comportamenti del mercato, assumendo posizioni vantaggiose, inseguendo profitti. Il rischio, in questi casi, è sempre quello del moralismo a buon mercato, quello che tenta di dividere buoni e cattivi investitori in base ai principi che li animano; principi non scandagliabili a priori, non valutabili se non a posteriori, ma quasi sempre e soltanto sparando nel mucchio. E sempre senza chiedersi perché. Pavesi invece lo ha fatto: ma la risposta, paradossalmente, sta proprio nella razionalità, e non nel suo contrario, dei mercati. Che anche quando sbagliano, hanno sempre ragione.

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Borsa Indebitamento delle imprese IPO Rischi Risparmio e investimenti USA

A cosa serve la Borsa.

Sulla scorta della Relazione Consob per il 2009 Massimo Mucchetti sul Corriere Economia di oggi (“Se la Borsa non serve alle imprese“)  riflette sulle finalità della Borsa stessa. Mucchetti ricorda che le funzioni del mercato sono quelle di fissare il prezzo degli strumenti quotati, favorire la riallocazione dei diritti proprietari sulle imprese e consentire l’incontro fra datori di fondi (risparmiatori) e prenditori di fondi (le imprese). Tutto vero, come da manuale. Meno comprensibile appare la riflessione riguardante Cardia, presidente uscente della Consob, che “non si pone il problema di come i mercati finanziari non siano stati in grado di valutare il rischio implicito nell’assunzione smodata di debito da parte di imprese e famiglie“. Aggiunge Mucchetti che “i debiti si vedevano“.

Ora, sarebbe utile capirsi anzitutto sul concetto di mercati finanziari, un’entità nebulosa ed astratta, di volta in volta malvagia o saggia, (quando i mercati speculano al ribasso sono malvagi, soprattutto se prendono di mira gli stati sovrani del PIGS, quando selezionano -già, quando?- buone opportunità di investimento sono saggi). Ma a parte provare ad intendersi sulla definizione di “mercati”, talvolta democraticamente evocata, talaltra furbescamente demonizzata, sarebbe utile fermarsi a pensare se i mercati siano razionali. Basterebbe scorrere i grafici dei listini degli ultimi dieci/quindici anni per capire che si tratta di un’affermazione velleitaria, come peraltro documentato da una letteratura scientifica ormai sterminata. Chi doveva vedere i debiti? I mercati, o forse le banche, che avevano contribuito ad alimentarli?

E allora? Mucchetti, forse costretto dallo spazio, arriva rapidamente alla conclusione che “le Borse hanno fallito il compito primario di fare i prezzi, e l’italiana più delle altre”. Sì, ma quali prezzi? Quelli efficienti? Chi decide se i prezzi siano efficienti? Non certamente la Consob, così come nessuna autorithy; quando i prezzi sono decisi da qualche autorità, non è mai un bel segnale, la democrazia economica non viaggia mai da sola. D’altra parte, per il solo fatto che uno scambio avvenga, a quel prezzo, il prezzo non solo viene fatto ma consente di incrociare preferenze contrapposte, dunque la Borsa non ha fallito, i prezzi sono stati segnati, gli scambi effettuati.

Mucchetti giustamente sottolinea che la conseguenza del malfunzionamento della Borsa Italiana è rappresentata principalmente dal non aver favorito “l’afflusso di capitali dai soci vecchi e nuovi alle imprese quotate, ma esattamente il contrario.” In sostanza, dividendi e buy-back, che peraltro non sono un’esclusiva tricolore, sono sempre più elevati in rapporto alle risorse raccolte, come se la Borsa assolvesse il suo compito al contrario.

Ma se il problema, come giustamente Mucchetti adombra nella sua conclusione, è “cambiare motore modificando in radice la finanza d’impresa”, ovvero se la questione è culturale, perché non dire che il problema della Borsa Italiana, a dispetto, appunto, di tanta retorica -la cui matrice accademica è ben nota, con libri e contributi pseudo-scientifici di una banalità sconvolgente- perché non dire che il problema è dal lato dell’offerta, ovvero delle imprese? E, soprattutto, perché non dire che il problema non è appena italiano, ma mondiale? Fare a meno del moralismo non significa necessariamente meno regole, significa solo essere più realisti e non credere nel potere taumaturgico delle regole. La SEC che ha fatto “sputare” indietro i compensi ed i superbonus dei manager USA, non fissa prezzi, non decide sugli ingressi in Borsa, non vaglia le intenzioni di imprese e risparmiatori. Aspettarsi che più regole rendano più attrattivo e meno speculativo e volatile il mercato mobiliare italiano, gestito peraltro da una società privata e per azioni, è come pensare che il codice penale non serva più a nulla perché vige la pena di morte. Come insegnano proprio gli USA, non è così. Proprio per questo c’è solo un modo per realizzare ciò che auspica Mucchetti, ovvero il cambiamento in radice. Ma si realizza non con le regole, ma con una concezione del fare impresa e del risparmio che rimetta al centro questioni dimenticate. Ovvero che l’impresa non mi appartiene, che ha uno scopo che va oltre la speculazione ed il profitto; e che il risparmio è sacrificio, non azzardo. Per tutto questo occorre tempo e lavoro, sui giornali, nelle università, nelle scuole, nelle aule di formazione, perché la questione, come sempre, è personale.

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Economisti informazione

Non essere precipitoso (efficienza informativa ed economia criminale)

Internazionale, 16-22 aprile
Come faccio a convincere mio fratello che non avrà futuro se continua a fare il pusher?
G.S. – Londra

Risposta

Non essere precipitoso. Prima esamina i fatti e poi stabilisci se ha fatto la scelta sbagliata. L’economista Steven Levitt e il sociologo Sudhir Venkatesh hanno analizzato la contabilità di una banda criminale. I guadagni di un pusher sono bassi: due euro all’ora quando le cose vanno male e cinque nei periodi migliori. Invece i guadagni di un piccolo boss sono ottimi: 70 euro all’ora, esentasse. Il turnover è frequente e molti sperano in una promozione. Calcolando gli scarsi guadagni iniziali e la possibilità di carriera, in media un pusher arriva a guadagnare dai cinque ai dieci euro all’ora. Può sembrare poco, ma con la disoccupazione che c’è e se non si hanno altre soluzioni è meglio di altri lavori tassati, come fare le pulizie o vendere hamburger. Tuo fratello deve immaginare i possibili guadagni futuri e valutare i pro e i contro. Tenendo presente che entro quattro anni potrebbero sparargli due volte e arrestarlo sei. E che ha una possibilità su quattro di essere ucciso. Una volta che ha deciso quanto vale la sua vita, può fare una scelta razionale. Forse ti farà piacere sapere che di solito sono le gang a pagare il funerale.
Tim Harford
(risponde ai lettori del Financial Times).

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Banche Borsa USA

Razionalità limitata.

Cit_Group
La sede di Cit Group Bank

Come volevasi dimostrare, e come spesso accaduto in passato, non sempre cattive notizie vere hanno lo stesso effetto sulle Borse. La richiesta di ammissione alla procedura concorsuale made in USA del c.d. Chapter 11 del gruppo bancario Cit non provoca scossoni. Ripensare ai mercati mobiliari, in tutti i sensi che questa espressione comporta -ovvero anche di comunicazione, di giornalismo, di informazione- non sarebbe una cattiva idea.

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don Giussani Università USA

Lacrime, sangue, sudore: e senso del reale.

W.Churchill

Cito spesso il caso di Churchill durante il suo viaggio di trionfo negli Stati Uniti d’America dopo la guerra. Salutato come il salvatore della civiltà per aver fatto fuori Hitler, al termine del suo viaggio a Boston, durante il ricevimento in suo onore presso il famoso Istituto tecnologico (MIT: NdR), sentì il Rettore osannare questa civiltà che egli aveva salvato, oramai sulla soglia di un dominio completo dell’attività umana, tale che sarebbe potuta essere ordinata, anche e soprattutto, dall’origine dei pensieri e dei sentimenti, affinché il mondo potesse essere come una grande fabbrica perfetta.

Allora scattò in piedi Churchill e disse:”Spero per allora di essere già morto”.

Luigi Giussani, L’io, il potere, le opere, Marietti 1820

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Akerlof Economisti Shiller

La perfetta razionalità: una caricatura del reale

Leonard Savage
Leonard Savage

Il problema fondamentale è che una generazione di macro-economisti è giunta ad accettare una teoria, quella del comportamento razionale delle persone, che è viziata alla base. E come ha dimostrato lo statistico Leaonard “Jimmie” Savage nel 1954, se la gente segue determinati assiomi razionali si deve comportare come se conoscesse tutte le probabilità e avesse fatto tutti i calcoli appropriati.

Gli economisti dunque partono dal presupposto che la gente usi effettivamente tutte le informazioni pubblicamente disponibili e conosca, o si comporti come se le conoscesse, le probabilità di tutti gli eventi futuri concepibili. Le persone non sono influenzate da nient’altro che dai fatti, e le probabilità sono considerate come fatti. Aggiorniamo queste probabilità non appena diventano disponibili nuove informazioni, e dunque qualsiasi cambiamento nel loro comportamento va attribuito alla loro risposta razionale ad informazioni effettivamente nuove.

E se gli attori economici sono sempre razionali, allora non può esistere nessuna bolla, cioè nessuna risposta irrazionale del mercato.

Robert J.Shiller