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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Essere umano tra gli esseri umani (?).

Essere umano tra gli essere umani (?).

La crisi può paradossalmente avere, come si sa, un effetto positivo se permetterà, attraverso una responsabile economia di sistema, di sostenere le imprese sane e di eliminare, senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese – e i malefici imprenditori – dal mercato. Il sistema bancario è l’attore principale della rinascita e l’algoritmo, di cui oggi la banca si può e si deve avvalere è freddo e muto calcolatore solo per chi si rifugia dietro il suo verde o il suo rosso, mentre diventa utilissimo per chi ne sappia valorizzare l’uso quale strumento misuratore, propedeutico al recupero della fiducia in chi quei numeri (misurati dall’algoritmo) li attua nel contesto in cui opera: insomma, si deve valutare il richiedente il credito quale essere umano tra gli esseri umani e non solo numero tra i numeri. Occorre che il regista – lo Stato – ne disegni la trama su misura e, per restare in tema cinematografico, inizi immediatamente le riprese, perché c’è pochissimo tempo e perché il sistema necessita di decisioni condivise e coraggiose per camminare speditamente verso il traguardo finale: la ripartenza del mercato che, per sopravvivere nel medio – lungo periodo, deve basarsi su un sano conflitto competitivo (concetto mai ripetuto abbastanza), senza dimenticare il controllo sociale cui, sommessamente, accennavamo in un nostro precedente intervento.

Questo scrivono, con un po’ di enfasi retorica, Maurizio Onza e Federico Maurizio D’Andrea sul il Sole 24Ore di oggi a proposito della ormai vexata quaestio della velocizzazione delle procedure di analisi e valutazione, da parte delle banche, delle richieste di credito presentate in epoca Covid. Parole che lasciano francamente perplessi, ripetendo alcuni stanchi slogan del passato (non si devono guardare solo i bilanci, l’imprenditore è “un essere umano tra gli esseri umani” etc…) e amenità qualitative che fanno a cazzotti con l’intenzione di “eliminare senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese -e i malefici imprenditori- dal mercato“. Già Zingales ben più di un decennio fa evocava il ruolo delle banche come becchini (ovvero ripulitori) del sistema economico, incaricati di eliminare chi non poteva più restare sul mercato. Difficile dar torto al buon Zingales. Solo, ed è qui la vera questione che nell’articolo non appare, non si tratta di combinare un algoritmo con una valutazione demografica e sociologica grazie allo Stato, sceneggiatore e regista di questo film, tanto più se si pensa che basti affidarsi più velocemente alla garanzia pubblica per uscirne vivi. Se restiamo alla metafora cinematografica, vedo attori all’altezza (molte banche, soprattutto nei territori lo sono) e altri che non dovrebbero nemmeno partecipare al casting (purtroppo molte imprese, non solo piccole).

Se non esistono business plan e neppure bilanci credibili, se si ritiene burocrazia intollerabile la richiesta di pezze d’appoggio e di documenti a sostegno dei progetti imprenditoriali, poi non ci si può lamentare se il film riesce male e non ottiene successo. E un attore incapace potrebbe persino venirsi a lamentare (e infatti lo fa) perché qualcuno recita meglio di lui.

Non abbiamo bisogno di più Stato, ce n’è fin troppo e spesso con esiti disastrosi, come nel caso Alitalia e in Ilva. Forse sarebbe il caso di ripensare anche al cosiddetto controllo sociale di cui parlano gli Autori dell’articolo citato all’inizio di questo post: il controllo sociale, se non parliamo di Corea del Nord o Venezuela, si attua grazie a una cultura condivisa, a modi di vedere ed affrontare la realtà, a valori comuni. Nel nostro caso significa parlare di un sistema di relazioni di clientela, ovvero di un rapporto banca-impresa basato sulla partnership, la collaborazione e la trasparenza reciproca: e un sistema di relationship banking non nasce per volontà statale, ma perché gli attori, quelli veri, sanno interpretare bene il loro ruolo. Abbiamo della strada da fare, ma la possiamo fare solo insieme.

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Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Perché occuparsi di crisi di impresa non è solo un adempimento legale (o un treno per Yuma).

In una specie di silenzio assordante, rotto solo da alcune assurdità ascoltate nel corso di alcune pubblicità radiofoniche (per capirci, il CFO digitale), ha cominciato a fare parlare di sé la nuova disposizione riguardante la prevenzione delle crisi di impresa. Come qualcuno ha giustamente ricordato la crisi d’impresa non è un treno diretto all’inferno (o per Yuma, noto penitenziario), destinazioni entrambe evitabili, prima ancora che con le disposizioni legislative, con un corretto atteggiamento da parte dell’imprenditore, dei suoi collaboratori e di tutti gli stakeholder coinvolti, a cominciare dalle banche.

La vera questione che al momento pare rimanere fuori dal dibattito riguarda tuttavia un aspetto molto più semplice e, prima ancora, metodologico, ovvero che gli indicatori che segnalano le eventuali difficoltà sono gli stessi che dovrebbero essere utilizzati, giorno per giorno, al fine di comprendere se l’azienda sia gestita oppure no in condizioni di equilibrio economico, finanziario e patrimoniale.

In altre parole, più che in negativo (e sicuramente non appena con un CFO digitale, peraltro ottimo slogan pubblicitario) si dovrebbe provare a ragionare in positivo sul controllo di gestione, sul cruscotto di strumenti a disposizione dell’imprenditore per gestire consapevolmente il suo business, lavorando sulla cultura di impresa, sulla convenienza economica e sulla sostenibilità finanziaria delle scelte aziendali.

Tema quest’ultimo, peraltro, che interessa assai i principali finanziatori delle Poi italiane, ovvero le banche, alle prese con mutamenti epocali anche in tema di valutazione del merito di credito, di cui parleremo più approfonditamente ma che si possono compendiare, in maniera icastica ed efficace con il moltiplicatore Debiti finanziari/Ebitda o Posizione finanziaria netta/Ebitda, che non dovrebbe superare il valore di 6. Sarebbe interessante domandarsi, al riguardo, quale sia la consapevolezza imprenditoriale su un tema che non riguarda direttamente la crisi d’impresa, ma che può agevolarla (se la banca si ritira) o che può evitarla (se si comprende correttamente il tema della sostenibilità). Sarà opportuno riparlarne.

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Indebitamento delle imprese PMI Unicredit

Da dove cominciamo?

Da dove cominciamo?

federico_ghizzoniCi sono due domande che mi sento rivolgere quasi ogni volta che mi capita di parlare in banca di credito deteriorato. La prima è praticamente automatica ed arriva dopo avere detto che occorre porre mano alle posizioni incancrenite, quasi sempre appartenenti a “clienti storici”, “nominativi sperimentati”, “gran lavoratori”, “ottima moralità”: come facciamo a dirglielo? Risposta: in italiano.

La seconda domanda, che segue lo sconcerto nell’apprendere che la lingua italiana è ricca di espressioni per dire ad un cliente insolvente che deve rientrare è, invece: da dove cominciamo? Anche oggi ho risposto con un’ovvietà: dai peggiori. D’altra parte, persino un’idiota capirebbe che mettere a rientro i migliori non è cosa, così come non funziona, nel dubbio, il lasciare tutto com’è. Soprattutto nelle piccole banche, dove il localismo viene troppo spesso scambiato per assistenzialismo, è naturale che non ci si decida, in particolare se si è sempre deciso di non decidere, ma le regole di Basilea 3 e le ispezioni di Bankitalia urgono, dunque si deve scegliere. Sul tema sarà opportuno ritornare, perché il ruolo delle banche come “agenti della contabilità sociale” di schumpeteriana memoria non può essere troppo a lungo tralasciato: diversamente sarebbero vuota retorica le frequenti invocazioni al mercato proprie di tanti che, tuttavia, al momento di staccare la spina si distinguono per doti insospettabili di misericordia economica.

Tant’è. Ma quanto comunicato da Unicredit, i cui conti sono stati affossati da accantonamenti per 13,7 miliardi (+46,8 miliardi su base annua) dimostra due cose, ovvero a)-che si può fare pulizia nei conti: b)-che dai conti ripuliti si può ripartire per generare reddito, perlomeno nelle intenzioni. Riporta Il Sole 24Ore che “per quanto riguarda il Piano Strategico 2013-18, che prevede un utile netto di 2 mld nel 2014 e di 6,6 mld a fine periodo, questo «è basato su fondamentali solidi, una forte cultura del rischio e uno scenario macro-economico in miglioramento» ha sottolineato Ghizzoni.”
C’è, soprattutto, una componente fortissima di riduzione dei costi del personale nel piano strategico di Unicredit, e questo non può essere dimenticato (nemmeno dalle imprese alla ricerca di una banca di “relazione”: non si fanno relazioni senza il personale); al contempo, intervenire sui costi operativi e sulla famigerata voce 130 del conto economico delle banche libera patrimonio ed aiuta il reddito solo se tali azioni sono accompagnate dalla volontà di sostenere le imprese, attraverso quella “forte cultura del rischio” menzionata da Ghizzoni. La sfida raccolta da Unicredit, in anticipo su molti concorrenti, consiste allora nel sapere gestire le relazioni con meno personale ma più preparato, più attento al rapporto con il cliente e maggiormente in grado, almeno sperabilmente, di valutarne correttamente il fabbisogno finanziario. Se Unicredit non tornerà a vendere derivati, come ai tempi di Profumo, la sfida lanciata con la pulizia dei conti ed i progetti per il dopo riguarda non solo le altre banche, ma tutto il sistema delle imprese, chiamato a scegliere e a farsi scegliere da finanziatori inevitabilmente più selettivi: nella consapevolezza che l’asticella, rispetto al passato, è molto, molto più in alto.

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Banche Banche di credito cooperativo Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

L’insostenibile pesantezza del mettere a rientro un cliente (storico).

L’insostenibile pesantezza del mettere a rientro un cliente (storico).

Sisyphus_by_von_Stuck

Capita spesso, ultimamente, di parlare di credito problematico, ricevendo, quasi ovunque, la stessa risposta: vede professore, il problema non è il nuovo credito, quello quasi non lo eroghiamo più, ma sono le vecchie posizioni, incancrenite e delle quali non sappiamo cosa fare. Come affermava un anno fa il presidente di una Cassa Rurale Trentina, “non riusciamo a fare uscire il morto di casa“; e un suo collega rinforzava il concetto dicendo che “facciamo tre o quattro funerali allo stesso morto“.

Se è vero, d’altra parte, che chiedere a un cliente di rientrare dei prestiti ottenuti non è una passeggiata (parafrasando Mao Zedong, non si può fare con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia: mettere a rientro un cliente è un atto di violenza), il rispetto dovuto alla normativa ed ai regolamenti ma, soprattutto, alla tutela degli interessi dei depositanti, impone di scegliere e di decidere. Avviene così che, parlando in aula, che si tratti di Consigli di amministrazione o di responsabili dell’area credito, di analisti fidi o semplici preposti di filiale, la domanda finale sia sempre quella: “Sì, ma come facciamo a dirglielo?” La risposta più semplice, ma lontana dalla cultura delle nostre banche e delle persone che vi lavorano, è: “In italiano“. Ovvero, scegliendo da una lingua assai articolata e ricca come la nostra le parole giuste, si può spiegare al cliente per quale motivo si ritiene di dovergli chiedere indietro i soldi; solo, deve essere salvaguardata, altrimenti il rapporto banca-impresa diventa patologico (Campodarsego docet), quella che io chiamo “una cordiale serietà“. Un atteggiamento, in altre parole, che inizia prima del default o del decadimento della posizione e che si concretizza nel mettere il cliente di fronte alle sue responsabilità, che sono quasi sempre collocate a livello di conto economico e di margine operativo e non dipendono dalla banca. Tutto questo è faticoso, perché il rapporto è faticoso: tutti i rapporti, se sono veri, sono faticosi, anche quelli tra banca e impresa. Ma è necessario, altrimenti non ci muoveremo mai da questo stallo che, oltretutto, in particolare nelle realtà territorialmente più radicate, riceve da ultimo l’obiezione insuperabile:”Ma è un cliente storico! Come facciamo a dirglielo?

 

P.S.: per la cronaca, anche Giuda era un apostolo, ed era storico (era nei primi Dodici). Solo che poi Lo ha tradito. Il cliente storico ti lascia la sofferenza leggendaria.

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Banche Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela USA Vigilanza bancaria

Poco e a caro prezzo (perché le banche dovrebbero prestare alle imprese?).

Poco e a caro prezzo (perché le banche dovrebbero prestare alle imprese?).


«Prestate poco, prestate a caro prezzo». Se non avessi sentito queste parole con le mie orecchie – pronunciate da un importante banchiere alla sua rete di funzionari – non ci avrei creduto. Noi economisti ci scanniamo per cercare di determinare con sofisticati metodi econometrici se una contrazione del volume del credito è dovuta a una riduzione della domanda (le imprese non hanno buone opportunità d’investimento) o a una contrazione dell’offerta (il sistema bancario ha difficoltà a erogare credito anche a imprese che se lo meritano). (..)

La colpa sarebbe del nuovo coefficiente di liquidità introdotto da Basilea 3. In teoria dovrebbe diventare effettivo solo dal 2015, ma il periodo di osservazione del “liquidity coverage ratio” comincia già da quest’anno e la Banca d’Italia lo ha inserito negli aggiornamenti alle disposizioni di vigilanza prudenziale introdotte a fine 2010.

Il liquidity coverage ratio (anche chiamato Bear Stearns test) è il risultato della lezione imparata durante la crisi. Nel Marzo 2008 Bear Stearns passò da 18 miliardi di dollari di liquidità all’incapacità di far fronte ai propri impegni nel giro di 7 giorni. Il motivo è che molte fonti di finanziamento erano a breve e non furono rinnovate al minimo segnale di difficoltà.

Per questo il liquidity coverage ratio richiede che la cassa e le attività facilmente liquidabili coprano i possibili deflussi in caso di situazione di stress per almeno 30 giorni. L’essenza della norma sta in cosa viene definito “facilmente liquidabile” e come vengono calcolati i deflussi attesi in caso di stress. Tra i titoli liquidi vengono conteggiati tutti i titoli di Stato dei Paesi dell’area euro.(..)

Questo pone un grosso problema per le banche italiane, che hanno una fetta notevole di finanziamenti ottenuti sul mercato. Anche senza pensare alle opzioni più rischiose, se una banca compra un titolo di Stato italiano ottiene un rendimento del 3,45% e soddisfa i requisiti di liquidità. Se invece presta a un impresa, guadagna più o meno lo stesso, ma deve accantonare della liquidità per soddisfare il liquidity coverage ratio, visto che, giustamente, i prestiti alle imprese non sono considerati liquidi. Perché le banche dovrebbero prestare alle imprese?
Luigi Zingales, sul Sole 24 Ore di oggi, così sintetizza il problema dei banchieri alle prese con gli obblighi di rispettare i nuovi e più stringenti coefficienti prudenziali imposti da Basilea 3 con la necessità di fare bilancio. Zingales giustamente suggerisce di escludere dal computo dei titoli maggiormente liquidi quelli a più protratta scadenza ed a più elevato rendimento, in quanto più rischiosi. Tuttavia, sembra non considerare l’effetto prezzo sul rendimento dei titoli oggetto di acquisto (se tutte le banche si rivolgessero massicciamente ad acquisire titoli aventi una determinata duration il prezzo si alzerebbe con una parallela riduzione dei rendimenti) e trascura, come è corretto dal punto di vista di un economista, le questioni riguardanti il rapporto banca-impresa in senso stretto. Non proprio secondarie nel caso italiano, considerando che la maggior parte delle imprese è di piccole e medie dimensioni e dipende in modo decisivo dal sistema bancario. Questioni che coinvolgono la natura del rapporto banca-impresa (relazione o transazione) e l’elemento fondamentale che lo definisce, ovvero l’uso del capitale umano o degli automatismi nella misurazione del rischio di credito. Se fare il banchiere dovesse diventare un mestiere basato su puri e semplici arbitraggi, per il credito alle imprese non c’è futuro; se invece c’è ancora posto per la gestione del rischio, allora per le nostre banche, soprattutto locali, e per le Pmi, qualche possibilità di salvezza c’è. Infine: quanto è sostenibile un modello di intermediazione basato sulla raccolta presso il pubblico e gli impieghi finanziari, privi di rischio? Il margine di interesse si fa con i tassi, e con i volumi; e, soprattutto, il margine di interesse serve a pagare i costi operativi, ovvero il costo del lavoro. Avere personale per investire in titoli di Stato, in Italia in particolare, non è conveniente.

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Banche Giulio Tremonti Relazioni di clientela

Quasi quasi mi compro una banca.

 

La notizia che Poste Italiane può comprare banche, così come previsto nel decreto “milleproroghe” non è appena un rigurgito di statalismo, come si potrebbe facilmente paventare, soprattutto alla luce di quanto ha mostrato finora di pensare il Ministro Tremonti.

Le possibili conseguenze dell’inserimento normativo, inatteso e sorprendente, circa la previsione di future acquisizioni in campo bancario e finanziario da parte di Poste Italiane, sono difficili da valutare. Certo l’idea è perfettamente coerente con la necessità di impiegare l’enorme massa di liquidità raccolta dal risparmio postale, destinata alla Cassa Depositi e Prestiti, che è, tuttavia, una non-banca. E, d’altra parte, se non dovesse decollare la Banca per il Sud, ecco pronto uno strumento, sia pure attraverso la mediazione di una holding pubblica, pronta a fare lo stesso, e magari non solo al Sud.

Una conseguenza, tuttavia, è abbastanza chiara e non può fare piacere alle banche italiane, strette fra problemi di liquidità e di tassi sempre troppo bassi. L’idea tremontiana riduce i passaggi fra risparmio e investimenti, attenuando i costi della doppia intermediazione che l’idea della Banca per il Sud portava come se come vizio originario ma, soprattutto, fa concorrenza alle banche in un settore, quello della raccolta, sul quale stanno già soffrendo, con una rete distributiva molto più capillare e prodotti spesso più competitivi. Il fattore tempo, tuttavia -almeno quello- lavora per le banche: se Poste Italiane è molto abile nella raccolta, non è tuttavia in grado di fare impieghi di qualità, né sarebbe autorizzata a farlo. E acquistare una banca ex-novo significa comunque armonizzare prassi, culture aziendali, missioni e strategie. Non è un buon motivo per dormire sonni tranquilli, ma per darsi da fare e ricominciare a fare, per davvero, la banca di relazione, questo sì. Buon lavoro.

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ABI Relazioni di clientela

Corri bancario, corri.

«Non più il cliente in filiale, ma la filiale dal cliente. La situazione attuale richiede una revisione dei modelli di business ai quali siamo abituati. Rivedere l’offerta, ripensare i modelli di servizio, semplificare l’organizzazione, riflettere sulla struttura dei costi sollecitando la motivazione dei colleghi, sono obiettivi indifferibili».

Così Francesco Micheli, capo del Comitato affari sindacali dell’ABi, su Plus24 di ieri. Alla domanda del giornalista Nicola Borzi Quali “mestieri” moriranno? E quali nasceranno? Micheli ha risposto che “Le attività di sportello stanno oggettivamente riducendosi. C’è sempre meno bisogno di competenze amministrative, mentre cresce il bisogno di competenze e di figure professionali a sostegno dello sviluppo del business. La crisi ha accresciuto la consapevolezza dell’urgenza di cambiare l’organizzazione del lavoro. Servono maggiori competenze, più flessibilità, un’adeguata professionalità, regole contrattuali più semplici, chiare ed efficaci, processi decisionali rapidi e adattabili.”

L’esperienza maturata nel corso di una ventennale frequentazione dei bancari e più di un racconto ascoltato da dipendenti (ex o no, non fa differenza) di Unicredit fa dubitare delle parole di Micheli. Perché le pressioni commerciali, quelle che Micheli sostiene essere un fenomeno non più attuale, non sono mai terminate; ed il testimone della vendita aggressiva dei derivati è stato soltanto temporaneamente passato a MontePaschi, ma le grandi banche i derivati continuano a venderli. Non so cosa significhi l’espressione “figure professionali a sostegno del business“, ma temo che si tratti di poco più che venditori preparati. Tanto più che l’attività di presidio del rischio, soprattutto per quanto riguarda la valutazione del merito di credito, tende ad essere decentrata in misura crescente, allontanando conoscenza del cliente e mandando ad esaurirsi le competenze interne. Che questa sia la strada per riscoprire la vocazione della banca di relazione, è lecito dubitare. Sembra, più che altro, un film già visto.

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ABI Banche Banche di credito cooperativo Lavorare in banca Lavoro

Lavorare pochi, lavorare peggio.

Il presidente Giuseppe Mussari, commentando il Rapporto Abi 2010 sul mercato del lavoro ha affermato che le banche italiane sono “penalizzate dall’alto costo del lavoro“. Le cifre del saldo occupazionale, a livello aggregato -2% circa, sembrano dare ragione al capo dei banchieri italiani, che richiede una “opportuna combinazione di moderazione salariale e acquisizione di nuove flessibilità all’ingresso, nella gestione della prestazione di lavoro e in uscita.” (Il linguaggio delle relazioni industriali, applicato alle banche, si mescola con il bancariese, creando ibridi orrendi).

Una cosa Mussari ha dimenticato di sottolineare o, forse, di domandarsi: come mai nelle banche piccole il saldo occupazionale è pari a zero e nelle minori è addirittura positivo (+0,7%)? Forse esiste un legame fra ciò che ha consentito alle banche più piccole si sopravvivere alla crisi e di fare bene il loro lavoro, aiutando, per quanto possibile, le Pmi e le famiglie, e un costo del lavoro elevato, necessario presupposto della banca di relazione? Risparmiare sul costo del lavoro, per il sistema bancario principale, è la normale premessa di un solo obiettivo strategico di fondo: creare valore per l’azionista con la banca di transazione, quella che prescinde dalle persone. Meno sono, meglio è: ma anche, a quanto pare, meno sono, più lavoreranno.

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Banche Banche di credito cooperativo Relazioni di clientela Sviluppo Unicredit

Marketing territoriale.

In effetti la questione del territorio e delle banche che ad esso si richiamano sta diventando un po’ irritante, giusto per usare una parola soave. E la desiderabile -almeno nelle intenzioni- maggiore vicinanza ai territori se è stata sicuramente una delle motivazioni che hanno spinto Alessandro Profumo a rivoluzionare l’organizzazione di Unicredit, è tuttavia obiettivo arduo da raggiungere, usando solo le parole.

Ricapitolando, a larghe maglie: la crisi fa emergere la distanza siderale fra la tradizionale modalità di fare banca, tipica delle banche locali e le grandi banche nazionali; le banche locali nel nostro Paese sono le banche di credito cooperativo, le poche popolari rimaste autonome, qualche Cassa di Risparmio che non ha venduto l’anima al capitale; la crisi dimostra che le grandi banche si fermano alla transazione, le banche locali, non ossessionate dal profitto di breve periodo, prediligono la relazione; le grandi banche pensano che sia giunto il momento, per non perdere clienti e salvare la reputazione, di diventare più locali e, appunto, stare vicino ai territori.

Il problema è proprio questo: il localismo non si improvvisa, la storia non si inventa, le tradizioni non si creano dal niente, altrimenti non sarebbero tradizioni, consuetudini, cultura.

La parola territorio, per le banche locali che vi insistono, è scritta nella loro stessa nascita, poiché sorgono per rispondere alle esigenze di famiglie ed imprese del territorio stesso: non è un caso che siano cooperative. L’abitudine a stare sul territorio ce l’hai perché nasci lì, perché vieni di lì, perché non parli appena il dialetto, ma lo conosci: ed hai l’abitudine, meglio, la cultura, di starlo a sentire, ed ascoltare le sue esigenze.

La banca di relazione si fa così: il marketing è nel modo di fare delle persone, nella loro cultura. Non nelle insegne. Altrimenti è cialtroneria.

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Mario Draghi Relazioni di clientela

Saper fare il banchiere (considerazioni finali 1).

Le grandi banche si giudicano da come organizzano l’attività sul territorio: mantenere, valorizzare il rapporto con l’economia locale significa utilizzare nella valutazione del cliente conoscenze accumulate nel corso degli anni, ben più accurate di quelle desumibili da modelli quantitativi; significa saper discernere l’impresa meritevole anche quando i dati non sono a suo favore, significa saper fare il banchiere.

Mario Draghi

Assemblea ordinaria dei partecipanti, Roma, 31 maggio 2010