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Codice della crisi e finanza d’impresa: facciamoci del male.

Codice della crisi e finanza d’impresa: facciamoci del male.

Per ragioni che è difficile identificare in maniera scientifica ma che appaiono aristotelicamente evidenti, il governo che (non) ci governa è formato da inetti a 360°, che riescono a dare il meglio, o il peggio, di sé in ogni campo dello scibile universale. E’ di oggi, sul Sole 24 ore , il “manifesto” di 22 studi legali nazionali e internazionali, che evidenziano rilievi critici assai pesanti sul Codice delle Crisi d’impresa approvato dal Governo nei primi mesi dell’anno e destinato a entrare in vigore l’anno prossimo. Questo blog non è sicuramente il luogo all’interno del quale occuparsi approfonditamente dell’argomento, riservandoci comunque di ritornare sul tema e di approfondire i temi della prevenzione, come abbiamo già fatto. Per adesso è sufficiente annotare che rivedere la disciplina del concordato preventivo in modo tale da privilegiare nuovamente la liquidazione giudiziale, significa ritornare indietro agli anni in cui la legge è stata approvata (1942) e a un atteggiamento del legislatore del tutto sfavorevole a salvataggi e ristrutturazioni, a scapito della continuità aziendale. A tacere del trattamento riservato a coloro che investono capitali per rifinanziare imprese in difficoltà, che potrebbero trovarsi nella spiacevole situazione di “conflitto di interesse” e di non poter votare al momento dell’approvazione del piano di ristrutturazione. Il che rende la riforma un mostro giuridico che fa indietreggiare di anni la cultura della crisi d’impresa, in ambito imprenditoriale, aziendale, legale. Ne avevamo proprio bisogno?

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Banca d'Italia Banche BCE

Ancora sui salvataggi (“bovarismo” bancario).

Ancora sui salvataggi (“bovarismo” bancario).

Il tema dei salvataggi non annoia mai. O forse, proprio perché ci si annoia, è estate, e anche senza essere il 38 luglio fa molto caldo perché era scoppiata l’afa, insomma, parlare di salvataggi è un tema che si porta.

Posto che anche JM si è occupato di salvataggi bancari qualche volta, si deve dire che gli stessi rappresentano un tema appassionante, li tiriamo fuori anche se non c’entrano, come se sapessimo già in anticipo che qualcosa sarà fatto o è già stato fatto o comunque sarà fatto per salvare qualcun altro. Un bel processo alle intenzioni (e anche a quanto detto in passato da alcuni protagonisti, istituzionali e non, del mercato bancario) è stato prontamente intentato esaminando la compagine dei volonterosi che si appresterebbero a rilevare Carige.

Carige, storia questa ormai davvero noiosa, è ancora lì, aspettando Godot, perché i suoi azionisti hanno deciso di non decidere, calciando in avanti il barattolo. Trovare dei colpevoli è davvero così interessante? Serve? Aiuterà a fare meglio in un sistema bancario, quello italiano, dove, non si deve dimenticarlo, già adesso tutte le banche contribuiscono, talvolta con pedaggi assai pesanti, al risanamento e alla messa in sicurezza del sistema stesso, aderendo obtorto collo ai fondi di garanzia e quanto altro? Quando anche gli amministratori fossero tutti messi al gabbio e privati dei loro beni, qualcuno davvero pensa che questo darebbe ristoro ai risparmiatori “truffati”, come piace dire a Giggino and co?

Salvare banche è costoso, è, appunto, un atto di violenza: ma può anche essere un’opportunità. D’altra parte, provare per credere, non salvare le banche o risolverle è forse peggio: le massaie disperate “truffate” da Pop.Etruria sono ancora là che urlano perché in fin dei conti prendere solo il 3,5% quando i tassi erano zero, be’, cosa vuoi che sia? Non si fanno fallire le banche, non quelle troppo grandi per fallire: può non piacere, ma è così. Non lo farebbe un governo normale, non dovrebbe farlo neppure questo governo di analfabeti funzionali.

Per cui, per quale motivo processare una cordata, vera o presunta, perché ragiona di entrare nel capitale di Carige? Chi decide la destinazione del capitale di rischio? Gli aumenti di capitale si fanno per essere “in bolla” ma anche per cogliere opportunità. o teniamo i quattrini in un cassetto, così salvaguardiamo i risparmiatori?

Un pochino, appena appena,  di sguardo positivo sulle cose, non guasterebbe: in fin dei conti nel programma elettorale di Giggino c’era che la Guardia di Finanza si occupasse della Vigilanza al posto della BCE o di Bankitalia. E probabilmente questo governo di idioti ancora in materia bancaria non ha fatto nulla perché non ci capisce nulla. Per cui teniamoci stretto chi sta lavorando, chiunque esso sia: perché, oltre alle normali difficoltà del fare impresa bancaria, deve avere a che fare con Bitonci e soci. Auguri.

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Vigilanza bancaria

Banche locali e salvataggi: senza pregiudizi si costruisce sempre.

Banche locali e salvataggi: senza pregiudizi si costruisce sempre.

Il Sole 24 Ore on line di ieri riporta un lancio di Radiocor di questo tenore: “Si sblocca il dossier Carige ma non è ancora tempo di sospiri di sollievo perché l’operazione di salvataggio dovrà passare dal via libera decisivo dell’assemblea degli azionisti che potrebbe tenersi nel mese di settembre. Intanto però la struttura dell’operazione sembra aver ricevuto i consensi necessari da parte del sistema bancario e dalla Cassa Centrale Banca, partner industriale intorno a cui ruota l’intero riassetto della banca genovese. Secondo quanto anticipato da Radiocor, è stato trovato l’accordo tra il Fondo interbancario di tutela dei depositi e la holding delle banche cooperative per la copertura dell’intero ammontare dell’aumento di capitale da 700 milioni necessario al rafforzamento patrimoniale di Carige: lo Schema Volontario del Fondo ha approvato ieri la conversione del Bond da 313 milioni di euro, mentre 65 milioni arriveranno da Cassa Centrale che ha tenuto oggi il suo consiglio di amministrazione, il resto dell’ammontare (oltre 300 milioni) sarà comunque garantito dal Fondo interbancario che chiude così il cerchio dell’aumento anche nel caso in cui gli azionisti attuali decidessero per non partecipare alla operazione.”

E’ singolare che la Banca indicata come il peggiore concentrato del “localismo” e dei danni che esso ha compiuto (ampiamente dimenticabile la stucchevole polemica portata avanti da Sebastiano Barisoni dai microfoni di Radio 24 proprio sul tema di Carige e delle banche locali) stia per essere salvata da Cassa Centrale Banca, la più rapida delle tre banche uscite dalla riforma del credito cooperativo a darsi una struttura organizzativa e manageriale di livello nazionale, con un management che, lungi dal ripiegarsi su sé stesso e sugli immani problemi che comporta diventare uno dei primi dieci gruppi italiani, decide addirittura di rilanciare, grazie ad un free capital evidentemente adeguato. Solo due cose, in attesa di vedere gli sviluppi: alla faccia di Barisoni e dei molti uccelli del malaugurio, il localismo nelle banche è vivo e lotta con noi (forza CCB); se anziché lamentarsi e avere pregiudizi, provi a costruire, vengono fuori “cose belle”.

P.S.: per chi l’avesse dimenticato, la riforma delle BCC l’ha fatta Matteo Renzi.

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Banca d'Italia Banche

La “grande assente”.

La “grande assente”.

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Ci fu un tempo, long long time ago, in cui in un appartamento di universitari a Milano si brindava con regolarità alla “grande assente”: avevamo tutti chiaro cosa rappresentasse, la sua assenza non era colpevole, ma, semplicemente, un dato di fatto.

La grande assente non aveva un indirizzo, o forse ne aveva più di uno, aveva mille volti, non doveva essere lei a cercare te, ma tu a cercare lei. Se non facevi nulla, non accadeva nulla di quello che desideravi. La incrociavi ogni giorno in università o sulla metro, ti sedevi accanto a lei in biblioteca, ci studiavi anche insieme, ma che si materializzasse davvero nella tua vita era un problema solo tuo: se non fai nulla, non accade nulla di quello che desideri.

L’assenza della Banca d’Italia pesa come un macigno sulla vicenda del Monte dei Paschi, e non appena perché ormai è la BCE a gestire la questione, ma perché i nostri atti ci seguono, compresi quelli che non abbiamo fatto.

Il fallimento di Monte dei Paschi di Siena (una delle prime domande che mi fece una follower appena sbarcato su Twitter fu esattamente su cosa doveva fare del suo mutuo a MPS, nonché dei suoi risparmi: aveva visto lungo…) è anzitutto il fallimento della Vigilanza di Banca d’Italia, pienamente titolare e dunque pienamente responsabile ai tempi di Antonveneta, pienamente titolare e dunque responsabile ai tempi delle varie Santorini and co., pienamente responsabile per avere ritardato la presa di coscienza del problema. E se compito dell’Autorithy è (anche) quello di essere consigliere del principe, il principe o non è stato consigliato o è stato consigliato male.

Propendo francamente per la prima ipotesi. Dopo aver laureato due anni fa un candidato che aveva brillantemente mostrato con la propria tesi l’inutilità vessatoria delle sanzioni di Banca d’Italia, addirittura pluri-comminate (tre sanzioni allo stesso organo con compiti di gestione e supervisione strategica, i.e. il CdA) agli organismi apicali di banche che poi sarebbero state commissariate, resto convinto che la prevenzione sia tuttora meglio della repressione. E che in mancanza della prima, non resti che la seconda, appunto: ma per mandare le guardie, si deve sapere dove siano i ladri. Manco questo.

Sulla vicenda delle 4 banche serviva un capro espiatorio ed è stato trovato nel Governo e nell’allora Ministra Boschi: appena qualcuno provò a dire che “sì, però, la Banca d’Italia….”, l’eroico governatore Visco andò a lagnarsi al Quirinale. E neppure i pentastellati provano a parlarne.

Ri-proviamoci invece, perché la Vigilanza su base europea viene fatta in base alle direttive BCE ma dalle banche nazionali, che materialmente eseguono le ispezioni. Ma Clouseau, nella sua idiozia, era geniale: questi assomigliano sempre di più a Dreyfus.

 

 

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ABI Banca d'Italia Banche

Un salvataggio bancario è un atto di violenza (re-load).

Un salvataggio bancario è un atto di violenza (re-load).

Un salvataggio bancario non è un pranzo di gala. Non è un convegno dell’ABI su Basilea 3, non si può fare come se fosse la rivalutazione di un immobile.

Un salvataggio bancario non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo. Non è il premio Strega, non si fa con le vignette di Vauro o le battute di Bergonzoni. Non si può fare con la carta o con i debiti, ci vogliono soldi, veri. Pubblici.

Un salvataggio bancario non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. Un salvataggio bancario non si può fare consultando la Camusso, chiedendo alle parti sociali, telefonando in Confindustria. Un salvataggio bancario non si può fare castigando i banchieri cattivi e con l’efficienza purificatrice del mercato.

Un salvataggio bancario non si può fare senza mettere le mani nelle tasche degli italiani.

Un salvataggio bancario è un atto di violenza.

Prof Ze Dong

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Alessandro Berti Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo BCE

Io non voglio pagare per qualche idiota.

Io non voglio pagare per qualche idiota.

Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco  a Roma il  14 novembre 2012. L'incontro tra i vertici dell'Abi e il governatore della Banca d'Italia Visco di oggi è stato "molto approfondito e di forte soddisfazione": lo ha detto all'ANSA il neopresidente Antonio Patuelli precisando che "abbiamo avuto conferma dai vertici di Bankitalia della stabilità del mondo bancario italiano"ANSA/CLAUDIO PERI
Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a Roma il 14 novembre 2012.

Io non voglio che le tasse che pago vadano a coprire i buchi nelle tasche di risparmiatori il cui comportamento non merita altro appellativo che quello di dabbenaggine. Perché a dispetto degli alti strilli dei risparmiatori di ieri di fronte ai palazzi del potere di Roma, di dabbenaggine si tratta (anche se la parola giusta sarebbe un’altra: idiozia). La dabbenaggine di chi pensa che solo a lui sia apparsa la luce di rendimenti elevati quando persino lo Stato paga in negativo. Il rischio è connesso al rendimento: capre, capre, capre. Capre: solo una capra può pensare che a lui spettino rendimenti superiori a quelli del mercato.

Non voglio pagare perché Libero, Il Giornale, Brunetta e soci, sempre allegramente assenti quando Tremonti litigava con Bankitalia e quando c’era da avere una politica del credito (avrà tanti difetti, ma questo governo una politica ce l’ha: non vi piace? Non votateli.) che nessuno ha mai nemmeno concepito, delegando tutto a Banca d’Italia, che ha fatto quel che vuole ogni vigilatore. Ha sterminato più banche che poteva, lasciandole cuocere a fuoco lento, per poter avere meno soggettida vigilare.

E infine, proprio per questo, non voglio pagare perché la Banca d’Italia che fa le ispezioni selettive (risk focused le chiamano), non si è accorta di nulla, così come la Consob, che per definizione non si accorge mai di nulla. Non voglio pagare per evitare class action a qualcuno: fate finalmente queste class action. Fatele e piantatela di strillare. Capre.

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Banche

La colpa? E’ delle banche.

La colpa? E’ delle banche.

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Apprendo, dopo averne scritto su inter-vista.it che la vicenda del salvataggio Aeradria ha visto l’inaspettato e certamente importante intervento di Banca Carim, disposta a intervenire nel capitale, assumendo di fatto il ruolo di banca di sistema (ciò che in Italia sta svolgendo da ormai molti anni Banca Intesa, ad esempio con l’intervento in Air One e non solo). Per fare la banca di sistema ci vuole certamente ciò che i francesi chiamano physique du rôle e Banca Carim risanata e rinnovata nei suoi vertici pare in grado di farlo, sia per carisma, sia per managerialità. Mi riesce più difficile immaginare i termini economici di uno sforzo che per la principale banca del territorio sarebbe duplice: se da un lato infatti essa sarebbe chiamata a mettere a disposizioni nuove risorse finanziarie, dall’altro dovrebbe trasformare in tutto o in parte i suoi attuali crediti in capitale, con un evidente irrigidimento gestionale e peggioramento dei parametri di Vigilanza (le azioni di una società non quotata nell’attivo di una banca non rappresentano nulla di buono per la liquidità). Lo sforzo di Carim, d’altra parte, è destinato a fare i conti con una vera e propria mancanza di cultura del rapporto banca-impresa, straordinariamente espressa anche in questo caso dai vertici di Aeradria. Leggo, infatti, su inter-vista.it la precisazione di Banca Carim sulla nota vicenda Aeradria. In particolare da “Carim chiariscono anche che “il progetto potrebbe consentire il salvataggio di Aeradria e tiene naturalmente conto delle indicazioni fornite dal Ministero dello Sviluppo Economico con l’”Atto di indirizzo per la definizione del Piano nazionale per lo sviluppo aeroportuale”, emanato il 29 gennaio 2013, e che “Banca Carim non si sente in alcun modo chiamata in causa da chi afferma che “Aeradria ha realizzato gli investimenti necessari confidando nella concessione di credito bancario” e che la “mancata erogazione ha provocato la crisi della società”: chi ne parla certamente si riferisce ad una nota operazione di finanziamento, organizzata da un pool di banche al quale Banca Carim era assolutamente estranea, che all’ultimo momento non si è concretizzata per il disimpegno di alcuni Istituti di Credito, e di cui a Banca Carim non potrebbe essere attribuita alcuna responsabilità diretta o indiretta”.”

Affermare che si fanno investimenti confidando nella concessione del credito bancario, ricorda il peggiore e più sprovveduto dei piccoli imprenditori, la cui sub-cultura gestionale si esprime di norma nel “qualche banca me li darà, quei soldi.” Che in aggiunta a questo non un piccolo imprenditore, ma i vertici di una grande società pubblica, e per giunta per azioni, dichiarino che “la mancata erogazione ha provocato la crisi della società” significa persino ignorare i fondamentali dell’economia aziendale. Da questo, più che da altro, dovrebbe guardarsi Banca Carim: alla quale, peraltro, non resta molta scelta.

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E sopra l’onda glu glu glu glu glu comincia a far (Oh capitan c’è un uomo in mezzo al mare).

E sopra l’onda glu glu glu glu glu comincia a far (Oh capitan c’è un uomo in mezzo al mare).

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La difficoltà delle imprese a fuoriuscire dalla crisi è talmente conclamata e, forse, data per scontata, che ci si dimentica di un piccolo particolare: nei salvataggi ci vuole un uomo in mare (l’impresa), una barca che possa e che voglia tirarlo su (la banca) ed un salvagente lanciato in mare. Ma, allo stesso modo, nessun salvagente servirà se colui che sta per affogare non prova, perlomeno, ad afferrarlo, limitandosi a gridare e lamentarsi. Su questo punto la consapevolezza imprenditoriale mi pare ancora molto indietro, priva di senso del reale: anche se ieri, a ProgettoImpresa alla Bcc di Pratola Peligna, è arrivato, nel durante, un nuovo imprenditore. Con voglia di imparare, di mettersi in discussione, di ragionare sull’impresa, su tutta l’impresa, non solo sullo stato patrimoniale e sulla durata dei debiti bancari. Qualcosa si muove.

Erano le nove, grande calma in porto
quando ahimè la radio mi chiamò
cosa c’è per giove, un ferito un morto,
“No” mi si rispose “ma però
“Oh capitan, c’è un uomo in mezzo al mare,
oh capitan, venitelo a salvare
non sa remar neppure sa nuotar
e finirà per affogar
Quel poverin per rimanere a galla,
da un’ora sta seduto su una palla
e sopra l’onda glu glu glu glu glu comincia a far,
o capitan venitelo a salvar.

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Crisi finanziaria Relazioni di clientela

Parla, fa’ qualcosa.

Parla, fa’ qualcosa.

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Capita spesso, in questo periodo, di parlare con responsabili fidi o con direttori di banca dei piani di ristrutturazione, business plan o presunti tali che vengono loro presentati; altrettanto spesso mi capita di esaminarli, di confrontarmi con amici e colleghi e di constatare che si tratta di documenti che hanno una valenza esclusivamente finanziaria. In altre parole, imprenditori in crisi, la cui impresa ha smarrito l’equilibrio economico e l’equilibrio finanziario, si rivolgono alla banca con una sola opzione nella mente e nel cuore: quella che prevede che sia la banca a intervenire, allungando le scadenze, concedendo moratorie, rinegoziando il debito (ma, naturalmente, non i tassi). A volte le istruttorie sono documenti muti, una sorta di mendicante privo della parola che, a testa bassa, lascia che sia il cartello/business plan a parlare per lui. Nulla si muove sotto il profilo economico, nessuna opzione viene assunta per cercare di rendere più adeguata la formula competitiva. Solo e soltanto lo stato patrimoniale, solo e soltanto il debito, allungando scadenze ormai talmente lunghe da chiedersi se non sia il caso di chiamare le cose con il loro nome, incagli o sofferenze.

Non resta che cantare (magari qualche imprenditore, domattina, porterà dei fiori: almeno quelli).

Parla
fa’ qualcosa
sto morendo
fa’ qualcosa
non lasciarmi andare fuori
sbatti qualche porta
mandami dei fiori anche se non sono morta
è importante
anche un fiore solamente.

Mina

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Silvio Berlusconi

Noi non metteremo le mani nelle tasche degli italiani.

Noi non metteremo le mani nelle tasche degli italiani.

Noi no, ci pensa qualcun altro. La notizia della dichiarazione di insolvenza del Credito Cooperativo Fiorentino non è appena la notizia, abbastanza ovvia, della conclusione, altrettanto scontata, di una grave crisi bancaria, fatta di conflitti di interesse, di mala gestio, di abile fuga da ogni sorta di controllo (il Credito Cooperativo Fiorentino era uscito dalla Federazione Toscana delle Bcc proprio per non dover subire le revisioni dell’internal audit e “gestire” a proprio modo il controllo contabile).

Non è un normale fallimento bancario, è un salvataggio, assai costoso: e non per il contribuente, inteso come Erario, no, è costoso per il popolo. Per tutti i clienti delle Bcc, il cui fondo di garanzia ha pagato per il salvataggio, perché la crisi fosse risolta, perché si mantenesse la fiducia nel sistema della cooperazione di credito: ogni Bcc d’Italia ha pagato la sua parte. Sono denari che non potranno essere erogati alle imprese, proporzionalmente al patrimonio di vigilanza, intaccato dalle eroiche gesta di Denis V. Probabilmente sono comunisti i giudici, quelli della Vigilanza di Banca d’Italia e certamente qualcuno troverà il modo di dire che il fallimento del CCF è stato uno scippo. Sarebbe bene che quel qualcuno spiegasse ai compagni di merende dell’ufficio politico del PdL (trop vaste programme, en effet) che S.B. no, ma qualcuno le mani nelle tasche degli italiani gliele ha messe, eccome.