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Banche locali e salvataggi: senza pregiudizi si costruisce sempre.

Banche locali e salvataggi: senza pregiudizi si costruisce sempre.

Il Sole 24 Ore on line di ieri riporta un lancio di Radiocor di questo tenore: “Si sblocca il dossier Carige ma non è ancora tempo di sospiri di sollievo perché l’operazione di salvataggio dovrà passare dal via libera decisivo dell’assemblea degli azionisti che potrebbe tenersi nel mese di settembre. Intanto però la struttura dell’operazione sembra aver ricevuto i consensi necessari da parte del sistema bancario e dalla Cassa Centrale Banca, partner industriale intorno a cui ruota l’intero riassetto della banca genovese. Secondo quanto anticipato da Radiocor, è stato trovato l’accordo tra il Fondo interbancario di tutela dei depositi e la holding delle banche cooperative per la copertura dell’intero ammontare dell’aumento di capitale da 700 milioni necessario al rafforzamento patrimoniale di Carige: lo Schema Volontario del Fondo ha approvato ieri la conversione del Bond da 313 milioni di euro, mentre 65 milioni arriveranno da Cassa Centrale che ha tenuto oggi il suo consiglio di amministrazione, il resto dell’ammontare (oltre 300 milioni) sarà comunque garantito dal Fondo interbancario che chiude così il cerchio dell’aumento anche nel caso in cui gli azionisti attuali decidessero per non partecipare alla operazione.”

E’ singolare che la Banca indicata come il peggiore concentrato del “localismo” e dei danni che esso ha compiuto (ampiamente dimenticabile la stucchevole polemica portata avanti da Sebastiano Barisoni dai microfoni di Radio 24 proprio sul tema di Carige e delle banche locali) stia per essere salvata da Cassa Centrale Banca, la più rapida delle tre banche uscite dalla riforma del credito cooperativo a darsi una struttura organizzativa e manageriale di livello nazionale, con un management che, lungi dal ripiegarsi su sé stesso e sugli immani problemi che comporta diventare uno dei primi dieci gruppi italiani, decide addirittura di rilanciare, grazie ad un free capital evidentemente adeguato. Solo due cose, in attesa di vedere gli sviluppi: alla faccia di Barisoni e dei molti uccelli del malaugurio, il localismo nelle banche è vivo e lotta con noi (forza CCB); se anziché lamentarsi e avere pregiudizi, provi a costruire, vengono fuori “cose belle”.

P.S.: per chi l’avesse dimenticato, la riforma delle BCC l’ha fatta Matteo Renzi.

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Riformare il credito cooperativo non è solo questione di regole.

Riformare il credito cooperativo non è solo questione di regole.

L’approdo alla versione finale del Decreto Legge che ha riformato il credito cooperativo dopo una lunga gestazione ed una sostanziale imposizione dal centro (su questo, e solo su questo, a parere di JM, hanno ragione i vari “colonnelli” che hanno fatto veri e propri pronunciamenti latino-americani sul tema) non può che far riflettere non solo tutti coloro che hanno a cuore la democrazia economica e la “biodiversità” mutualistica, ma anche chi, più semplicemente, si interroga sul futuro delle relazioni di clientela nel nostro Paese, soprattutto per quel che riguarda le Pmi. Su Linkiesta ci sono le considerazioni di Luca Barni, che riesce a sintetizzare efficacemente il vero pregio della riforma: l’avere accolto le linee principali dell’autoriforma che Federcasse stava discutendo, riuscendo, nello stesso tempo, a rafforzare patrimonialmente le Bcc senza far loro perdere il nesso col territorio.

Ovviamente, non è mai stata una questione di regole in passato e non lo può essere nemmeno ora: la riforma rimette in gioco per tutti i valori, ovvero la cultura, il modo che hai di leggere la realtà, con buona pace di coloro (p.e.l’ottimo Sebastiano Barisoni di Radio 24) che dal crac delle 4 banche avevano tirato giudizi frettolosi e sommari sulle banche locali. La mutualità ed il localismo possono venire distorti così come la grande dimensione extra-nazionale: Deutsche Bank, ma non solo, rappresenta l’esempio più lampante di come la grande dimensione non garantisca comportamenti virtuosi, non eviti conflitti di interessi, non impedisca il moral hazard.

Mi piace, invece, ricordare due esempi che in una sola settimana ho potuto ri-conoscere ed incontrare di nuovo: una piccola Bcc, con un record di sofferenze irrisorie (talmente basse da sembrare quasi insultanti, visti gli elevati accantonamenti prudenziali comunque effettuati) che lavora strettamente sul territorio ma che osserva continuativamente le buone prassi in materia di valutazione del merito di credito. E poiché ho lavorato e lavoro per questa banca, evito di nominarla, sapendo che non me ne vorranno.

Il secondo esempio è sul lago di Ledro, dove la Cassa Rurale ha riunito -indubbiamente senza alcun merito del sottoscritto- ben 80 imprenditori per incontri serali (dalle 20 alle 23!) sulla cultura d’impresa, il bilancio ed il fabbisogno finanziario. Si può decidere di rimettersi in gioco su ciò che si ha di più caro, i propri conti aziendali, se chi te lo chiede è la banca che da sempre ti è accanto nelle tue scelte sul territorio: per giunta venendo ad ascoltare un illustre sconosciuto, che ti parla senza fare sconti, o almeno ci prova, nonostante l’ora. Cultura d’impresa e buone prassi, non solo regole: su queste basi la riforma del credito cooperativo non è appena una normativa illuminata, ma l’occasione per tutto il Movimento di riformarsi ritrovandosi.

 

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La misurazione del rischio di credito: finale di stagione (arrivederci su Fox Crime).

La misurazione del rischio di credito: finale di stagione (arrivederci su Fox Crime).

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Il tema del razionamento o credit crunch ha tenuto banco tra gli addetti ai lavori praticamente dall’inizio della crisi, con punte particolarmente accese nella prima fase delle operazioni di LTRO della Banca Centrale Europea, quelle che hanno fatto dire a taluni geni della finanza che le banche si tenevano i soldi anziché destinarli alle imprese. Ricordo in proposito una esemplificazione, peraltro assai efficace, apparsa sul Sole 24 Ore, che stimava nel 2 per mille il residuo effettivamente a disposizione del mondo delle imprese, una volta terminati tutti i passaggi di 1000 euri messi a disposizione da parte della BCE.
Effettivamente un po’ pochini, se si guarda alla proporzione, in realtà, probabilmente quello che ci voleva perché il sistema non andasse al collasso e si materializzasse l’incubo (quello che tutti fingono di dimenticare quando parli loro di salvataggi bancari) del bank run o corsa agli sportelli.
Mentre si salvavano le banche –o meglio, si metteva in sicurezza il sistema finanziario europeo, del che si deve ringraziare Mario Draghi, che Dio ce lo conservi a lungo- si irrobustivano i requisiti di capitale, con buona pace di Sebastiano Barisoni e si sistemavano le regole. Del che abbiamo dato conto nelle puntate precedenti di questa serie di considerazioni incentrate sulla misurazione del rischio di credito.
Ora la tentazione potrebbe essere quella di dire “Bene, siamo a posto, tutto è come deve essere, a questo punto nulla più può ostacolare l’afflusso di credito alle imprese”. Probabilmente qualcuno lo ha già detto o lo sta dicendo. Niente di più sbagliato.
Le regole, e con loro l’ispessimento dei requisiti di capitale per le banche, non fanno la cultura del rischio; non garantiscono una cultura delle relazioni di clientela basta sulla trasparenza reciproca; non impediscono a imprenditori avventati di compiere passi più lunghi della gamba, non in omaggio agli spiriti animali, ma molto più banalmente alla ricerca di scorciatoie per la ricchezza o di sistemazioni personali o di capannoni inutili; soprattutto le regole non possono impedire che il mercato faccia il suo lavoro, ovvero cacci via le imprese decotte, inefficienti, incapaci.
Non si può invocare il mercato nei giorni pari ed in quelli dispari, come hanno fatto i c.d. “forconi”, chiedere interventi statali, sussidi, finanziamenti bancari. Se a qualcuno piace ancora il mercato, ricordi quanto diceva Schumpeter circa le banche “agenti della contabilità sociale” nonché, più recentemente, Zingales descrivendole efficacemente come “beccamorti del sistema economico.”
Le banche devono fare istruttorie fatte bene, molto migliori di quelle attuali, per non parlare di quelle in cui siamo stati abituati in tempi passati: e devono scegliere, dicendo dei sì e dicendo dei no, ma anche spiegandoli. E devono, molto più velocemente che in passato, far saltare le imprese a cui hanno prestato denari che non ritorneranno.
Ma le imprese devono mettere le banche in condizioni di sceglierle, ovvero devono raccontare sé stesse ed i propri progetti.
E per spiegare sé stesse c’è solo un sistema: capire a che punto si è, valutare seriamente e realisticamente quello che si sta facendo, misurare la correttezza del proprio operato confrontandosi. Non c’è insieme di regole che possa far nascere la cultura d’impresa, per soggetti che pensano che il mercato sia far nascere 10 bar nel giro di 200 mt. (provare per credere, basta venire nel mio quartiere a Rimini. N.B.: non sto al mare…) pensando che tutti sopravviveranno tra ricchi premi et cotillons. Non ci sono regole, per quanto bene scritte, che possano impedire a qualcuno di sognare che acquistare un tabacchino, un’edicola, la pensione Iris-con-vista-ferrovia, una rosticceria o un bar: ci possono essere solo i no delle banche, ma ad evidenza non possono bastare.
Su questo punto, soprattutto pensando alle Pmi, la palla è nel campo di professionisti ed associazioni: e, a quanto pare, è ancora tutto da dissodare.

Ultima puntata. La puntata precedente è stata pubblicata il 2 luglio 2014)

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Default è quando Banca Centrale Europea dice (La misurazione del rischio di credito 3: quello che le imprese neppure lontanamente immaginano).

Default è quando Banca Centrale Europea dice (La misurazione del rischio di credito 3: quello che le imprese neppure lontanamente immaginano).

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Riassunto delle puntate precedenti: come si misura il rischio di credito? E cosa comporta tale misurazione nei comportamenti e nei rapporti bancari?
Dopo gli incagli oggettivi, le sofferenze oggettive: ovvero se ci sono criteri per rendere meno opinabile la constatazione dello stato di difficoltà temporanea, devono esisterne altrettanti per dichiarare lo stato di insolvenza irreversibile e conclamato.
In altre parole, la dichiarazione dello stato di insolvenza non a sentimento, non dopo un bel “parliamone”, non in una riunione del consiglio di amministrazione nella quale si dice che “però poi i suoi dipendenti sono “mutualizzati” da noi” o ancora “però così poi smette di pagare i fornitori”. No, semplicemente una bella definizione di default oggettivo, rispetto alla quale non resta che prendere atto che la posizione del cliente è da svalutare, portare a sofferenza etc…
Anche in questo caso, se ci si chiede la genesi di un simile provvedimento (per amor di precisione il tutto trovasi all’art.178, regolamento UE 575/2013) è facile rintracciarla nella ritrosìa delle banche –in questo sempre incoraggiate da imprese altrettanto restìe a prendere atto della realtà- a dichiarare lo stato di deterioramento di crediti derivanti da operazioni spesso nate male e proseguite peggio.
E poiché la discrezionalità in materia implica, molto semplicemente, la sostanziale falsità dei bilanci bancari e l’inconsistenza del patrimonio in rapporto ai rischi, meglio eliminare la discrezionalità.
Ecco come:
“Il default di un debitore:
1. Si considera intervenuto un default in relazione a un particolare debitore allorché si verificano entrambi i seguenti eventi:
a) la banca giudica improbabile che, senza il ricorso ad azioni quale l’escussione delle garanzie, il debitore adempia integralmente alle sue obbligazioni creditizie verso la banca stessa;
b) il debitore è in arretrato da oltre 90 giorni su una obbligazioni creditizia rilevante verso la banca (n.d.a.: ovvero è in situazione di incaglio oggettivo).”
E ancora:
• “la rilevanza di un’obbligazione creditizia in arretrato è valutata rispetto a una soglia fissata dalle autorità competenti. Tale soglia riflette un livello di rischio che l’autorità competente ritiene ragionevole;
• gli enti hanno politiche documentate in materia di conteggio dei giorni di arretrato (una banca popolata da genii, recentemente commissariata, si vantava di aspettare 99 rate di impagato per dichiarare l’incaglio NdA) Queste politiche sono applicate in modo uniforme nel tempo e sono in linea con i processi interni di gestione del rischio e decisionali dell’ente”.
Inoltre, a parte ovviamente incagli, fallimenti e ristrutturazioni del debito con saldo e stralcio, si ha default quando:
• “la banca riconosce una rettifica di valore su crediti specifica derivante da un significativo scadimento del merito di credito successivamente all’assunzione dell’esposizione (traduzione dell’autore: bisogna monitorare il credito, sempre, e soprattutto bisogna evitare che scada…);
• la banca cede il credito subendo una perdita economica significativa”.

Infine, tanto per non dimenticare che il merito di credito non è un’opinione, la stessa direttiva disciplina all’articolo 179 “i requisiti generali per il processo di stima”, e in particolare, stabilisce che:
• “Le stime di basano sull’esperienza storica e su evidenze empiriche e non semplicemente su valutazioni discrezionali (…) Quanto più limitati sono i dati di cui dispone una banca, tanto più prudente deve essere la stima”.

L’ultimo punto merita un piccolo commento, rimandando altre considerazioni alla prossima puntata.
Esperienza storica ed evidenze empiriche fanno rientrare dalla porta l’analisi fondamentale, quella che i rating avevano scacciato nelle grandi banche e quella che la conoscenza diretta (e la storicità del rapporto) avevano fatto accantonare nelle piccole.
Non solo: appare evidente come la conoscenza del cliente non possa che essere fondata su dati (bilanci, performance, etc…) e non su mere opinioni di confidenza: “In Dio infatti noi confidiamo, ma tutti gli altri ci portino dei dati”, ci ricorda uno studioso USA.
Ne deriva che (chissà se di queste cose Sebastiano Barisoni ne parla a Radio 24?) minori sono i dati disponibili, scarni i bilanci e semplificate le contabilità, minori dovranno essere i rischi assunti: in altre parole, le idee le finanzi qualcun altro.

(segue: la puntata precedente è stata pubblicata il 1 luglio 2014)

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La misurazione del rischio di credito 2 (quello che le imprese ignorano completamente).

La misurazione del rischio di credito 2 (quello che le imprese ignorano completamente).

Aspirina
Riassunto della puntata precedente: come si misura il rischio di credito? E, soprattutto, sulla base di quali unità di misura?
Più di una volta, in carriera, mi è capitato di imbattermi in imprenditori che raccontavano di un rapporto banca-impresa vissuto quasi religiosamente, con il cappello in mano appena si entrava in filiale. Impressione corroborata, come le profezie auto-avverantisi, da una percezione della misurazione del rischio di credito quasi esoterica, legata a volontà soprannaturali e/o a fattori imponderabili, giammai a criteri oggettivi e condivisi.
Facile immaginare come migliore la percezione della catena di comando nelle banche di credito cooperativo (nelle quali puoi parlare con tutti e rompere le scatole a tutti, anche il presidente, anche se non meriti credito…) ma, soprattutto, lamentarsi, perché immancabilmente “ottime idee” venivano cassate, perché “le banche sanno solo valutare/vogliono solo le garanzie”, perché “in Italia non c’è concorrenza e invece le banche estere…”.
L’ottimo Sebastiano Barisoni di Radio 24, sempre lui, e con lui tutte le associazioni di categoria (ma Confindustria è più colpevole di altre, per autorevolezza, sia pure declinante, e per dimensioni dell’organizzazione) non solo preferiscono continuare a lamentarsi di Basilea 3, ma continuano a trascurare un piccolo particolare: che nel rapporto banca-impresa occorre sicuramente scegliere (la banca), ma anche farsi scegliere. E per farsi scegliere sarebbe opportuno conoscere i criteri della scelta di chi decide.

Pare a chi scrive che tuttora tali criteri siano:
• perlopiù ignoti alle imprese, soprattutto se Pmi, anche se noto ultimamente, nel mio turismo finanziario, una maggiore sensibilità al riguardo;
• quasi mai condivisi dalle banche (che confondono la riservatezza sui rating con quella relativa alla valutazione del fabbisogno finanziario) che vogliono mantenere la loro totale ed insindacabile discrezionalità;
• lasciati in mano a pessimi ingegneri informatici, ovvero agli unici responsabili, nel bene e nel male, delle scelte dei modelli di analisi che le banche usano: oddio, ci sono un bel po’ di Colleghi che collaborano alle scelte dei modelli, ma non hanno mai visto una Pmi e, soprattutto, non hanno mai visto un ufficio fidi.

Nel dubbio di non essere sufficientemente chiari, la questione di cui ci stiamo occupando non è un capriccio accademico da vecchi aziendalisti, né una mera vicenda classificatoria o, come si suol dire, di tassonomia.
Attiene le banche per quanto riguarda la dolorosa storia della voce 130 del conto economico, quella che raccoglie le perdite su crediti ed annessi: ma soprattutto attiene le imprese per quanto riguarda la corretta classificazione a voce propria, ovvero l’appostazione di un credito in bonis, in osservazione, a incaglio o a sofferenza. In altre parole, a seconda del grado di deterioramento del credito, ci sono diverse classificazioni, diversi gradi di assorbimento di capitale, nel caso delle sofferenze diverse evidenze “esterne”. Se infatti incagli e sofferenze assorbono la medesima quota di patrimonio, delle sofferenze sono resi edotti tutti, attraverso la Centrale dei Rischi, mentre degli incagli si ha contezza solamente in Banca d’Italia.
Facile immaginare che ogni istituto di credito abbia ritardato la “corretta appostazione a voce propria”: altrettanto facile immaginare quanto i verbali ispettivi di Banca d’Italia siano pieni, negli ultimi tempi, di rilievi -e di sanzioni- proprio sulle “mancate corrette appostazioni”.
Stante la dura cervice di banche (ed imprese) nel prendere atto della crisi, Banca d’Italia ha pensato bene di applicare, con soli 12 (sic) anni di ritardo, la normativa europea in materia di “incagli oggettivi”.
Chissà se a Viale dell’Astronomia sanno cosa sono? Gli “incagli oggettivi” sono le posizioni scadute e sconfinanti dopo 90 giorni, ovvero le posizioni di difficoltà ritenuta temporanea ma che, allo scadere del 59esimo secondo della 23esima ora dell’89esimo giorno, che la banca voglia o no, sono segnalate a incaglio.

Con tutto quello che ne segue: non possono ritornare in bonis perché “si tratta di un cliente storico”, non possono ritornare in bonis neppure per le garanzie che avessero fornito, non possono ritornare in bonis se non vi siano elementi oggettivi che indichino che la difficoltà è stata superata. Non possono ritornare in bonis se non si presenta un piano di ristrutturazione serio e credibile, come diceva il Maestro prof.Giampaoli, che contenga significativi elementi di discontinuità rispetto al passato e non, come al solito, come ho sempre visto fare in questi anni, promesse finanziarie basate su ipotesi di consolidamento del debito e sull’ennesimo immobile da vendere.
In altre parole, il divieto di accanimento terapeutico e, soprattutto, il divieto di somministrare aspirine quando servirebbero antibiotici, sono stati sanciti ufficialmente: chissà se a Radio 24 lo sanno?

(segue: la puntata precedente https://johnmaynard.wordpress.com/2014/06/30/la-misurazione-del-rischio-di-credito-quello-che-le-imprese-non-sanno/ è stata pubblicata il 30 giugno 2014)

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La misurazione del rischio di credito (quello che le imprese non sanno).

La misurazione del rischio di credito (quello che le imprese non sanno).

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Per ragioni di orari di fine lavoro mi capita raramente di ascoltare Sebastiano Barisoni, su Radio 24, di cui è peraltro vice-direttore, quando conduce Focus Economia (mentre cerco di non perdermi mai la Zanzara, di Cruciani e Parenzo).
Mi colpiva, perlomeno fino a qualche mese fa, la pervicace ostinazione con la quale il giornalista insisteva nella demonizzazione di Basilea 3 e delle sue regole, con l’ovvia argomentazione che il tutto avrebbe condotto al credit crunch e che non se ne sentiva proprio la mancanza. In buona sostanza, e non me ne voglia il giornalista per la semplificazione, le imprese soffrono, soffrono per colpa delle banche che non danno più credito –oltre che, ovviamente, dello Stato che non paga- e poiché le colpe della crisi sono attribuite alle banche, bisogna in qualche modo risarcire l’impresa, in un solo modo: concedendole più credito.
La conclusione di tanti dibattiti, interviste, discussioni e articolesse, d’altra parte, non è mai stata, perlomeno da parte imprenditoriale, la pronuncia di una qualche forma di autocritica; anche quando si parla di bolla immobiliare (e non c’è crisi d’impresa che il sottoscritto abbia visto in questi anni che non sia stata condita, prima, durante o dopo, da una qualche idiozia immobiliare) la colpa è stata delle banche che l’hanno foraggiata, a mo’ di pusher.
Se questo è il mainstream, non ci si deve stupire se la completa applicazione delle regole che impongono alle banche un orientamento maggiormente conservativo e basato sul privilegiare il rafforzamento del capitale e la liquidità a scapito della redditività sia progressivamente slittata, grazie all’azione delle lobbies bancarie e imprenditoriali, fino al 2020.
Ciò che invece continua a stupirmi (che avesse ragione il mio Maestro Attilio Giampaoli quando mi definiva “illuso”?) è il vuoto pneumatico che circonda la già attuale, in quanto già operativa, applicazione di regole riguardanti il processo del credito, e che vale sommariamente la pena di esaminare. È bene rammentare, al riguardo, che la prima volta che Banca d’Italia si è occupata di merito di credito è stato nel 1998, tra l’altro indirettamente, ovvero parlando di controlli successivi e non della valutazione ex-ante. Da allora, e fino a luglio 2013, silenzio e vuoto. Poi, esattamente un anno fa, escono tre capitoli che aggiornano la Circolare 263 del 2006 (la Bibbia regolamentare in materia) e che, soprattutto, modificano radicalmente il panorama delle istruttorie.
E dunque, madamine, il catalogo del processo del credito è questo (la dicitura “nuovo” tra parentesi identifica le aggiunte dell’anno scorso):
• misurazione del rischio (nuovo);
• istruttoria;
• erogazione;
• controllo andamentale e monitoraggio delle esposizioni (nuovo);
• revisione delle linee di credito;
• classificazione delle posizioni di rischio (nuovo);
• interventi in caso di anomalia;
• criteri di classificazione, valutazione e gestione delle esposizioni deteriorate (nuovo).

Non può sfuggire, anche senza svolgere l’esegesi del testo, che la sottolineatura riguardante la misurazione del rischio, inserita al primo posto di tutto il processo del credito, mette in fuorigioco sia tutti coloro che continuavano a pensare che, alla fine, contassero sempre e soltanto le garanzie (molte imprese continuano a rapportarsi con gli istituti di credito con la stanca ed abusata frase: ”Ma cosa vuoi da me, ti ho pur dato le garanzie?”), compresi i somari che se le sono comprate a debito, sia tutti gli addetti fidi –e i consiglieri di amministrazione- abituati a far leva sui criteri della storicità del rapporto, della conoscenza personale, degli indici di liquidità, del famigerato grado di capitalizzazione.
La misurazione del rischio impone, infatti, la definizione del rischio e la sua oggettivazione (chissà cosa direbbe Barisoni al riguardo…), ovvero il suo ancoraggio a parametri certi: e poiché la capacità restitutiva poggia sulla capacità di reddito, è proprio sulla verifica dell’esistenza di quest’ultimo che occorre insistere, attraverso la misurazione
1. della consistenza del risultato operativo e della sua variabilità/volatilità nel tempo (il rischio, appunto);
2. della capacità del risultato della gestione tipica di coprire gli oneri finanziari, secondo i ben noti parametri (se gli oneri finanziari superano il 75% del risultato operativo e quindi fai fatica a pagare gli interessi, come potrai rimborsare il capitale?);
3. del rapporto tra debiti finanziari e Mol, al fine di misurare, attraverso il moltiplicatore, se si sia raggiunto oppure no il valore/merito di credito, ovvero l’ammontare massimo di fidi concedibile ad un’impresa (se il Mol sta 10 volte dentro i debiti, di cosa stiamo parlando?);
4. infine, se c’è reddito, può esserci anche cassa (si chiama autofinanziamento, ovvero cash flow rettificato dalla variazione del circolante, altro che indici di liquidità: altrimenti, si sta parlando del nulla).
Detto questo, e per non annoiare i miei piccoli lettori, rimane, per ora, da ricordare che il credito, subito dopo essere stato erogato, va monitorato, e non in base a criteri soggettivi, ma oggettivi: e che la stessa istruttoria di primo affidamento diventa sempre più cruciale e decisiva, poiché lo scopo, come ricorda il regolatore, è l’applicazione di criteri di sana e prudente gestione.
Quindi, forse e finalmente, le banche non finanzieranno più le idee (nuovi tabacchini, nuovi bar, nuovi ristoranti, nuovi alberghi, nuovi immobili, nuovi esercizi commerciali)?
Non ci giurerei, ma sarebbe già un buon inizio che le imprese –e soprattutto le loro associazioni di categoria ed i professionisti che le assistono- cominciassero a chiedersi cosa si può fare e cosa non si può fare a debito: e che le banche non si sostituissero impropriamente al mercato, mantenendo in vita zombies, ma lo facessero lavorare.
Ne riparliamo.

(segue).

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Scusi, ma lei è un “rientrista”?

Scusi, ma lei è un “rientrista”?

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Questa domanda me la sono sentita rivolgere da un gruppo di bancari, durante una lezione in Calabria nella settimana appena finita. Ho inteso la connotazione “scontata” nella richiesta ed ho approfondito, scoprendo assai in fretta quello che sapevo già, ovvero che quanto stavo affermando era in linea con le indicazioni dell’ufficio fidi ma andava “contro” le esigenze della rete. La rete, il territorio, lo sportello, il rapporto con il cliente, la “trincea”: la traduzione che dei modelli organizzativi delle banche viene fatta da chi in banca chi ci lavora è spesso semplicistica, ma efficace. Gli alti comandi, compreso l’ufficio fidi (ed i suoi sgherri, come il sottoscritto) stanno al caldo nelle retrovie, la rete, appunto, cammina nel fango delle trincee. Quando metti qualcuno a rientro sei un “rientrista” e non ti rendi conto che il cliente ha dei problemi, che dobbiamo aiutarlo, che dobbiamo venirgli incontro: dobbiamo venirgli incontro anche a costo di sembrare ridicoli, come l’ignoto redattore di un’istruttoria che ho visto in Veneto, conclusasi con “il cliente è sull’orlo dell’abisso (sic)”.

Non so come impatteranno realmente le nuove regole di Basilea 3 e le sue declinazioni, compresa quella di cui si parla di meno, ovvero il R.A.F. (Risk Appetite Framework) sul comportamento delle banche italiane, specie quelle minori, ovvero quelle che intrattengono relazioni privilegiate con le Pmi: ma ho la sensazione che molte di esse avrebbero desiderato si avverasse la richiesta, il quasi-mantra, di Sebastiano Barisoni, vice-direttore di Radio 24, che per mesi ha continuato a dire che Basilea 3 sarebbe stata una sciagura per tutti e che se ne doveva ritardare l’avvio il più possibile. E’ singolare che chi ha fatto del mercato la propria ragione d’essere (Confindustria, perlomeno sulla carta) dal mercato rifugga, scansando la più solare delle evidenze: continuare a finanziare imprese decotte distorce il mercato e la concorrenza, ingessa risorse che non saranno più recuperate e, soprattutto, che non potranno essere allocate in maniera efficiente ad imprenditori e progetti meritevoli, a settori non comatosi come l’edilizia, a pmi marginali.

Essere “rientristi” non significa essere malvagi ed insensibili (il problema, peraltro, non mi attanaglia, dormo ugualmente): essere “rientristi” significa avere a cuore il mercato ed i suoi meccanismi. Più ne ritarderemo la rimessa in funzione, più tardi si avvierà la ripresa.