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Rischi Risparmio e investimenti USA

Per un’armonia dell’economia.

Per un’armonia dell’economia.

El Greco, San Francesco in meditazione

Il convento delle Sisters of St.Francis, azionista di Boeing ed Exxon, coerentemente ad analoghe richieste di contenuto ecologico già rivolte da piccoli azionisti a grandi corporations americane, si è rivolto alla SEC per ottenere che all’ordine del giorno delle assemblee di bilancio fosse posto l’esame in dettaglio degli aiuti statali ricevuti. Morya Longo sul Sole 24 Ore riporta la vicenda citando suor Cathy Katosky, la quale afferma che «il cambiamento non sarà abbastanza veloce se le società che si occupano di energie rinnovabili non ricevessero gli stessi aiuti statali che permettono a gruppi come Exxon Mobile di andare bene». Ovvero, sempre per usare le parole di suor Cathy, al fine di “portare equilibrio in tutto il creato.”

Ora, chiedere ad un investitore, sia pure in tonaca, di non far valere i propri diritti sarebbe quantomeno incongruo, proprio su questo blog, che ha spesso invocato l’educazione e la cultura finanziaria come via necessaria e faticosa per scelte più consapevoli. Leggere le questioni poste dalle francescane dello Iowa lascia tuttavia una leggera traccia di moralismo nell’aria della discussione, come se la questione meritasse di essere approfondita solo perché si tratta di energie rinnovabili, il cui ricorso accrescerebbe l’equilibrio del creato. Nel frattempo, e nell’attesa del compimento di un così vasto programma, sul quale si sono scervellati filosofi ed economisti in tutte le età, sarebbe interessante conoscere se vi siano criteri che presiedono all’efficiente asset allocation delle sorelle statunitensi. E, soprattutto, se il loro portafoglio possa dirsi equilibrato ed eco-compatibile.

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Borsa Indebitamento delle imprese IPO Rischi Risparmio e investimenti USA

A cosa serve la Borsa.

Sulla scorta della Relazione Consob per il 2009 Massimo Mucchetti sul Corriere Economia di oggi (“Se la Borsa non serve alle imprese“)  riflette sulle finalità della Borsa stessa. Mucchetti ricorda che le funzioni del mercato sono quelle di fissare il prezzo degli strumenti quotati, favorire la riallocazione dei diritti proprietari sulle imprese e consentire l’incontro fra datori di fondi (risparmiatori) e prenditori di fondi (le imprese). Tutto vero, come da manuale. Meno comprensibile appare la riflessione riguardante Cardia, presidente uscente della Consob, che “non si pone il problema di come i mercati finanziari non siano stati in grado di valutare il rischio implicito nell’assunzione smodata di debito da parte di imprese e famiglie“. Aggiunge Mucchetti che “i debiti si vedevano“.

Ora, sarebbe utile capirsi anzitutto sul concetto di mercati finanziari, un’entità nebulosa ed astratta, di volta in volta malvagia o saggia, (quando i mercati speculano al ribasso sono malvagi, soprattutto se prendono di mira gli stati sovrani del PIGS, quando selezionano -già, quando?- buone opportunità di investimento sono saggi). Ma a parte provare ad intendersi sulla definizione di “mercati”, talvolta democraticamente evocata, talaltra furbescamente demonizzata, sarebbe utile fermarsi a pensare se i mercati siano razionali. Basterebbe scorrere i grafici dei listini degli ultimi dieci/quindici anni per capire che si tratta di un’affermazione velleitaria, come peraltro documentato da una letteratura scientifica ormai sterminata. Chi doveva vedere i debiti? I mercati, o forse le banche, che avevano contribuito ad alimentarli?

E allora? Mucchetti, forse costretto dallo spazio, arriva rapidamente alla conclusione che “le Borse hanno fallito il compito primario di fare i prezzi, e l’italiana più delle altre”. Sì, ma quali prezzi? Quelli efficienti? Chi decide se i prezzi siano efficienti? Non certamente la Consob, così come nessuna autorithy; quando i prezzi sono decisi da qualche autorità, non è mai un bel segnale, la democrazia economica non viaggia mai da sola. D’altra parte, per il solo fatto che uno scambio avvenga, a quel prezzo, il prezzo non solo viene fatto ma consente di incrociare preferenze contrapposte, dunque la Borsa non ha fallito, i prezzi sono stati segnati, gli scambi effettuati.

Mucchetti giustamente sottolinea che la conseguenza del malfunzionamento della Borsa Italiana è rappresentata principalmente dal non aver favorito “l’afflusso di capitali dai soci vecchi e nuovi alle imprese quotate, ma esattamente il contrario.” In sostanza, dividendi e buy-back, che peraltro non sono un’esclusiva tricolore, sono sempre più elevati in rapporto alle risorse raccolte, come se la Borsa assolvesse il suo compito al contrario.

Ma se il problema, come giustamente Mucchetti adombra nella sua conclusione, è “cambiare motore modificando in radice la finanza d’impresa”, ovvero se la questione è culturale, perché non dire che il problema della Borsa Italiana, a dispetto, appunto, di tanta retorica -la cui matrice accademica è ben nota, con libri e contributi pseudo-scientifici di una banalità sconvolgente- perché non dire che il problema è dal lato dell’offerta, ovvero delle imprese? E, soprattutto, perché non dire che il problema non è appena italiano, ma mondiale? Fare a meno del moralismo non significa necessariamente meno regole, significa solo essere più realisti e non credere nel potere taumaturgico delle regole. La SEC che ha fatto “sputare” indietro i compensi ed i superbonus dei manager USA, non fissa prezzi, non decide sugli ingressi in Borsa, non vaglia le intenzioni di imprese e risparmiatori. Aspettarsi che più regole rendano più attrattivo e meno speculativo e volatile il mercato mobiliare italiano, gestito peraltro da una società privata e per azioni, è come pensare che il codice penale non serva più a nulla perché vige la pena di morte. Come insegnano proprio gli USA, non è così. Proprio per questo c’è solo un modo per realizzare ciò che auspica Mucchetti, ovvero il cambiamento in radice. Ma si realizza non con le regole, ma con una concezione del fare impresa e del risparmio che rimetta al centro questioni dimenticate. Ovvero che l’impresa non mi appartiene, che ha uno scopo che va oltre la speculazione ed il profitto; e che il risparmio è sacrificio, non azzardo. Per tutto questo occorre tempo e lavoro, sui giornali, nelle università, nelle scuole, nelle aule di formazione, perché la questione, come sempre, è personale.

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Educazione Risparmio e investimenti USA

Cialtroni (e idioti) a stelle e strisce.

La Security and Exchange Commission (SEC) americana ha smascherato e messo sotto accusa per frode Sean David Morton, sedicente guru della finanza americana, che affermava di aver “indovinato tutti i massimi e i minimi  dei mercati e le date esatte dei rialzi e dei crolli negli ultimi 14 anni”. Il mago Norton ha truffato un centinaio di persone, per circa 6 milioni di dollari, regolarmente e prevedibilmente spariti. Eppure, anche negli USA ci sono le regole, la vigilanza, non sono latini etc…che sia, per l’ennesima volta,  una questione di educazione?