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Mini-bond e illusioni sviluppiste.

Mini-bond e illusioni sviluppiste.

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La convalescenza lascia tempo alla lettura e il Corriere della sera di oggi era bello robusto. Nelle pagine economiche Fabio Savelli riporta la storia della Caar, società piemontese di ingegneria, con 80 dipendenti e 4,5 mln.di € di fatturato, che ha collocato un mini-bond a 5 anni di 3 mln.di €. Non ci è dato di sapere a quanto ammontasse l’indebitamento senior, ma nuovo debito pari a 2/3 del fatturato non sembra proprio uno scherzo: nell’articolo non si parla di Mol o di redditività, ce ne faremo una ragione. Tuttavia, il responsabile finanza della Bcc di Cherasco –arranger dell’operazione- giura che la situazione patrimoniale fosse di prim’ordine (con buona pace dell’analisi della capacità di reddito, che evidentemente non è più di moda, o forse non lo è mai stata: che abbiano guardato il current test ratio? o forse il margine di struttura?) e, soprattutto, che fosse convincente il business plan, elaborato nei minimi dettagli. Il titolare della Caar, a sua volta, giura che nessuna banca avrebbe finanziato l’operazione (ma chissà se è stata veramente presentata a qualcuna di esse).
L’emissione del mini-bond ha consentito nuove assunzioni in Caar per un numero di 4 unità, e di questo non possiamo che rallegrarci, così come del superamento del ben noto “vincolo-finanziario-allo-sviluppo-delle-Pmi“, poiché, almeno nella fattispecie, i denari arrivati dal mini-bond serviranno a nuove acquisizioni e ad una crescita per linee esterne.
Mancano alcune notizie, non secondarie, dal momento che dopo l’emanazione del decreto sviluppo sono solo 6 (sei) le imprese che in tutta Italia hanno fatto ricorso ai c.d. mini-bond; e se lo strumento funziona così bene, in modo da consentire ad un’impresa di indebitarsi fino ad 2/3 del proprio fatturato, come mai è così poco diffuso in tempi di lamento sul credit crunch?
Quanto è costata l’operazione, a parte la trasformazione in SpA? Chi sono i sottoscrittori dei mini-bond (perché qualcuno se li deve essere comperati: e se non sono le banche, che sono cattive per definizione e non finanziano i progetti, chi è stato? risparmiatori rimbambiti? speculatori? indonesiani nerazzurri)? Quanti e quali collaterali sono serviti? E, infine, come era la situazione economico-finanziaria della Caar al momento dell’emissione? Proporre strumenti di mercato mobiliare come panacea per la soluzione dei problemi finanziari, senza tenere conto degli altri pezzi della realtà, assomiglia molto alla conclusione del film di Sergio Leone che amo di più, C’era una volta in America: quando Robert De Niro si stende a fumare l’oppio, dimenticando tutto il resto.

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Banca d'Italia Banche Mario Draghi

A proposito di fondazioni (considerazioni finali 4).

Lee Van Cleef, "Sentenza" ne "Il Buono, il Brutto e il Cattivo" di S.Leone

Il passaggio nelle Considerazioni finali del Governatore Draghi sulle Fondazioni bancarie, non è appena, come qualcuno ha letto semplicisticamente, un altolà alla Lega Nord, affinché non si ritorni ai vecchi costumi delle nomine pubbliche nelle banche, nomine che sancivano lo stato di forza dei rapporti della politica ma che poco avevano a che fare con il fare banca. A parere di chi scrive il passaggio dovrebbe essere motivo di riflessione per le Fondazioni perché si pongano, accanto all’obiettivo di valorizzare economicamente la propria partecipazione, anche quello di come sostenere il territorio. Il localismo sta diventando una facile bandiera, ma ricordava Sentenza ne “Il Buono, il Brutto e il Cattivo, “non basta una corda per fare un impiccato”.

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Banche Vigilanza bancaria

Morti di fame.

Juan Miranda (Rod Steiger), Giù la testa, Sergio Leone, 1971

Massimo Mucchetti, in un interessante articolo sul Corriere Economia di lunedì scorso, evidenzia i problemi che la nuova regolamentazione attualmente allo studio per le banche, nota ormai come Basilea 3, possa comportare per gli istituti di credito, soprattutto ove questa regolamentazione, come paventato, risulti più severa e restrittiva dell’attuale (quella che, per intenderci, si è rivelata ampiamente insufficiente rispetto alla crisi). La prosa di Mucchetti, normalmente critico e severo nei confronti di un sistema bancario, italiano e non, assai disinvolto, è insolitamente prodiga di preoccupazioni, fino a spingersi al punto di affermare che “il capitale faticosamente rinforzato sospendendo i dividendi, vendendo pezzi di patrimonio ed emettendo nuove azioni, crollerebbe ove venisse confermata la versione attuale di Basilea III.” In altre parole, il problema non è che di capitali finti se ne sia tenuto conto fin troppo, quanto piuttosto che usare la severità, proprio ora, provocherebbe danni all’economia reale. Come se tutte le banche dovessero per forza essere paragonate a Merril Lynch e non, invece, alla virtuosa Mediobanca. Nebbia su quanto capitale serva, afferma sempre Mucchetti. Ma è difficile pensare che ne serva di meno. Viene in mente l’esclamazione di Juan Miranda (Rod Steiger), in Giù la testa di Sergio Leone (1971), dopo aver assaltato il Banco di Mesa Verde: “Quella non è una banca: è un esercito di morti di fame.”