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Educazione Formazione Università

Università telematica.

Non so perché il presidente del Milan abbia scelto di visitare il campus (campus? se l’università è telematica che campus è? un magazzino di pc?) telematico dell’università telematica gestita dal CEPU. So che mi basterebbe sapere da dove viene il gestore per poter dire che l’università telematica non solo non mi interessa, ma anche che credo sia la cosa più lontana da ciò che serve ad educare e formare una persona. Molti anni fa, occupandomi per la prima volta di promozione di Ateneo e di Facoltà, ebbi l’occasione di incontrare madri che venivano ad Urbino con i loro figli, quando non al posto dei loro figli, per informarsi se la frequenza fosse obbligatoria, se si potesse studiare a distanza, se bastassero i libri ed, eventualmente, il CEPU. Ho smesso di stupirmi, dopo le prime volte, non ho smesso di mettere in guardia, alla prima ora di lezione all’inizio di ogni semestre accademico, dal cercare di passare i miei esami con il metodo CEPU.

L’università è rapporto fra persone, che si implicano e si mettono in discussione, che si fanno interrogare dall’altro, da chi hanno di fronte e che facendo questo rendono nuovo ed impegnativo ogni momento, fosse anche la spiegazione dell’argomento più classico e stranoto. L’esperienza di questi anni, senza nulla togliere all’impegno di chi studia e lavora, e che si colloca, evidentemente, in una posizione diversa, è stata straordinariamente interessante e ricca perché ha sempre approfondito e ricercato il rapporto. Quello che, nella sfida educativa, non prevede ruoli, ma compiti e, comunque, pur nell’oggettività di una posizione differente, richiede l’implicazione ed il coinvolgimento personale. Quel rapporto a cui io non intendo rinunciare.

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Banche Banche di credito cooperativo Educazione Lavorare in banca Lavoro

Educare i giovani al senso del lavoro.

Ratko Rudic, coach della nazionale croata di pallanuoto

Settimana scorsa ho partecipato alla tavola rotonda finale del convegno, organizzato da SeF Consulting a Dubrovnik, intitolato “I giovani ed il credito cooperativo”.

Mi hanno colpito molte cose di un convegno che, a dispetto del luogo –e del meteo, vivaddio bello e caldo- è stato denso di lavoro, partecipato dai presenti, operoso ed importante. Vi sono temi sui quali sarà bene ritornare, una volta pronti gli atti, in particolare per quanto riguarda la necessità di specifiche politiche rivolte ai giovani clienti-soci, componenti indispensabili di un sistema, quello delle banche locali, che può mantenere e rafforzare i propri legami col territorio solo se sa rivolgersi alle nuove leve del territorio stesso, i giovani appunto.

Ho avuto la fortuna di partecipare ad un workshop sui giovani dipendenti, che ha rimesso al centro della questione il tema fondamentale dell’educazione, aggiustando il tiro rispetto a chi porta responsabilità manageriali, di guida e di conduzione. In altre parole, la questione della selezione e del reclutamento, dell’inserimento e dei valori condivisi nel luogo di lavoro non può essere ridotta ad una mera questione organizzativa o di modello di relazioni interne, ma deve coinvolgere l’impegno e la testimonianza di chi, al credito cooperativo, partecipa con ruoli di responsabilità.

La tavola rotonda finale ha visto la partecipazione di personaggi di spessore. Due su tutti: Ratko Rudic, ex commissario tecnico della nazionale italiana di pallanuoto –e con essa medaglia d’oro a Barcellona- e Patrizia Foghieri, responsabile risorse umane di Novo Nordisk. Del primo mi ha colpito la capacità di ricondurre i talenti ad una capacità, quella dell’allenatore, di ordinare l’istinto alla ragione (Rudic ha affermato che il talento si esprime nella squadra). Della seconda la modalità indubbiamente singolare –e positiva- di condurre i colloqui di selezione e l’impostazione del rapporto di lavoro, improntati a privilegiare la valorizzazione del capitale umano ed a cogliere le esigenze di realizzazione, anche personale, dei neo-assunti.

Vale la pena ragionare sul significato del lavoro ascoltando testimonianze come queste, perché l’educazione è possibile, come ha ricordato Sergio Gatti, solo se ci sono testimoni.

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don Giussani Educazione

L’avventura della conoscenza e la sfida del reale.

L’avventura della conoscenza e la sfida del reale.

Grand Central Station, New York

Due sono allora i fattori di una rinascita dell’esperienza educativa.
In primo luogo, la consapevolezza del metodo. L’unica cosa in grado di svegliare l’io dal suo torpore, non è una organizzazione o un richiamo etico più accanito, ma l’imbattersi in una diversità umana. Perché questo possa accadere occorrono – ed è il secondo fattore indispensabile – degli adulti che incarnino nella loro vita una “risposta plausibile” (così la definiva a Genova Sua Eminenza il cardinale Angelo Bagnasco, nell’omelia alla Messa per il quinto anniversario della morte di don Giussani), che possa offrirsi agli altri. Si tratta di una straordinaria possibilità di verifica: partecipando all’avventura educativa, cercando cioè di introdurre altri uomini alla totalità del reale, viene a galla senza possibilità di astrazioni se noi per primi partecipiamo all’avventura della conoscenza. Don Giussani ci ha sempre detto che la forma dell’educazione è la «comunicazione di sé»cioè del proprio modo di rapportasi con la realtà; perciò noi possiamo educare solo se per primi accettiamo la sfida del reale, comprese le paure, le difficoltà, le obiezioni. Proprio questo mostrerà a tutti la portata della fede come risposta alle esigenze di un uomo ragionevole del nostro tempo. E renderà per ciascuno di noi entusiasmante e carica di speranza l’avventura educativa.

Julian Carròn, Milano 18 marzo 2010

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Educazione Rischi

Bassa propensione al rischio.

Giuseppe Adamoli e famiglia, dalla rete

L’ISTAT ha pubblicato un rapporto dal quale, secondo Il Sole 24 Ore, si evincerebbe che i “mammoni per forza” sono un vero e proprio problema strutturale del nostro Paese e che, soprattutto, ciò sarebbe dovuto “principalmente alla difficoltà di trovare lavoro e casa: se poi si è donna e si vive nelle regioni meridionali, gli elementi di criticità si aggravano ulteriormente. E la possibilità di fare figli si allontana.”

Eppure, lo stesso articolista, qualche riga più sotto afferma, riportando i risultati del rapporto, che tra gli italiani di 18-39 anni che sono rimasti in famiglia tra il 2003 e il 2007, il 47,8% dichiara che il motivo è la presenza di problemi economici, mentre il 44,8% si confessa più «bamboccione» dichiarando di stare «bene così mantenendo la sua libertà».

Dunque quasi la metà di coloro che sono rimasti in famiglia non lo ha fatto per problemi economici, lo ha fatto perché non ha nessuna voglia di rischiare. Non si può sempre tirare in ballo la povertà per giustificare scelte che hanno una chiara e precisa radice culturale, quella di genitori che non educano, che non camminano dietro ai figli lasciando che inciampino, si graffino, imparino ad andare sulle proprie gambe: no, questi genitori camminano davanti, così che i figli non si facciano male, non sperimentino nulla di meno che sicuro, non corrano rischi. Così la vita vera si allontana ma, soprattutto, si allontana il senso e la coscienza della responsabilità personale.

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Educazione Imprese Rischi

Un progetto di vita.

Robert_Doisneau

L’imprenditore (..) ritrova se stesso, il suo senso profondo nell’esprimere i suoi talenti, nel partecipare al buon funzionamento dell’impresa, e quindi proiettandola oltre l’impresa, verso il bene comune. Non esiste decisione imprenditoriale che non influenzi la comunità; tutto, dalla politica die prezzi ai salari, dalla contrattazione ai mercati, dai prodotti agli investimenti alla pubblicità, influsice sull’ambiente.

Reciprocamente, tutto ciò che accade nella comunità ha ricadute sull’impresa: correnti culturali, decisioni governative e parlamentari, gruppi di pressione, opinione pubblica, mass media.

Per l’imprenditore l’impresa è anzitutto un progetto di vita.

Comitato per il progetto culturale della CEI La sfida educativa, Laterza 2009