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Banche BCE Crisi finanziaria Germania

Ammaina bandiera.

Ammaina bandiera.

“Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è impegnato a sostenere la stabilità dell’euro”. Weidmann però – notano i più maliziosi – non potrebbe comunque dimettersi, essendo membro di diritto del consiglio direttivo della Bce, a meno di non lasciare allo stesso tempo il vertice della Bundesbank. D’altronde l’insofferenza tedesca rispetto all’attuale gestione della crisi europea è innegabile. “Aus personlichen Grunden”, ovvero sempre “per ragioni personali”, a febbraio anche il tedesco Axel Weber si era dimesso dalla guida della Bun- desbank (decadendo quindi dal consiglio della Bce) e aveva rinunciato alla futura presidenza di Francoforte. Anche allora in polemica con l’interventismo troppo marcato della Bce. Ancora: ieri il commissario Ue per l’Energia, il tedesco – anche lui – Gunther Oettinger, in un’intervista alla Bild ha suggerito provocatoriamente che i paesi indebitati siano costretti, per punizione, ad ammainare le rispettive bandiere davanti alla sede brussellese della Commissione.

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Banche BCE Germania

Movements.

Movements.

(..) The latest measures still involve two massive transfers of wealth. The first is from German taxpayers to those of southern Europe. If the aim is to destroy the idea of Europe for a generation, we could do no better. The resentment of German taxpayers will weigh on the continent for decades. To get a sense of the reaction, consider that Italy was unified 150 years ago, yet even small transfers of taxpayer money from the Treasury to the south of the country prompt the Northern League political party to call for secession.

The second movement of funds in the European rescue is from taxpayers to banks. The 2008 bailouts of the financial industry generated enough populist anger. This time, we may face a revolt.

Even putting aside political considerations, the current plan has big economic drawbacks, which can be summarized in two words: moral hazard. Most policy makers, and many economists, think that when a house is on fire, you first extinguish the flames, and then you catch the arsonists. But if you put out the blaze in a way that makes it impossible to catch the arsonists, you are almost certain to have a lot more fires later.

Roberto Perotti, Luigi Zingales

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Banche BCE Borsa Rischi

Vendite irrazionali.

Vendite irrazionali.

Fabio Pavesi, sul Sole 24 Ore di ieri, si sofferma su quelle che chiama “vendite irrazionali” di titoli bancari, chiedendosi se “c’è davvero troppo rischio sulle banche italiane e quelle vendite esasperate hanno una ragion d’essere oggettiva?  Anche perché a vendere nelle giornate più nervose non è certo il signor Rossi, cassettista con i suoi mille, duemila pezzi di Intesa o UniCredit. I volumi, che toccano nelle sedute più esasperate, addirittura il 2-3% del flottante segnalano che a vendere – o meglio a giocare contro l’Italia – sono hedge fund, fondi pensione, fondi comuni, banche, insomma investitori istituzionali da cui ci si aspetterebbe maggiore freddezza. Evidentemente la scommessa è contro l’Italia. E le banche sono il viatìco di questa puntata contro, senza quasi alcun rapporto con il vero stato di salute. Basti guardare qualche numero per accorgersene. Intesa Sanpaolo vale sul mercato 24,5 miliardi; l’altro big di Piazza Affari, UniCredit capitalizza 23,7 miliardi. Insieme non fanno neanche 50 miliardi. Che è il valore di mercato della sola Bnp Paribas, che di miliardi ne capitalizza 56 e in Borsa vale il 74% del suo patrimonio. Meritati? Forse. Sta di fatto che UniCredit per la Borsa vale la metà del colosso francese: il mercato assegna alle azioni della banca di Piazza Cordusio un valore che è appena il 37% del suo capitale proprio, che vale 64,6 miliardi. E che dire dell’altra grande banca italiana? Intesa vale, sempre secondo il mercato, meno della metà del patrimonio della banca. Quei 53,5 miliardi di capitale vengono valorizzati solo 24,5 miliardi. Certo c’è in gioco la redditività. Bnp è sicuramente più redditizia, ma la banca francese ha in pancia 5,2 miliardi di bond greci che di certo hanno un valore dimezzato rispetto ai Btp italiani. Per non parlare di Crédit Agricole, valutata metà del patrimonio netto come Intesa, ma con un’esposizione sulla Grecia non paragonabile alla banca italiana avendo il possesso dell’ellenica Emporiki Bank. E che dire del Santander? Vale in Borsa più del doppio di UniCredit. Eppure gli spread sui Bonos spagnoli sono più alti di quelli italiani e la banca ha chiuso il trimestre con profitti in calo del 38%. (Sono gli spagnoli, peraltro, ad avere proposto di ottenere credito di ultima istanza presso la BCE attraverso l’offerta, come collaterali, di Kakà e Ronaldo, che evidentemente sono già nella disponibilità bancaria quali pegni “umani” dei debiti dello stellare calcio spagnolo. NdA). Il confronto poi con la Grecia proprio non regge. Il Banco Popolare e Mps valgono sul loro patrimonio – sempre per il mercato – meno della media delle banche greche. La stessa National Bank of Greece viene valorizzata il 50% del capitale della banca. Peccato che abbia in pancia 20 miliardi di bond greci che varrano il 60% del nominale. Un vero e proprio controsenso logico. Colpa dell’«overshooting» e della sua irrazionalità.”

Pavesi è come sempre lucido e le sue affermazioni si comprendono molto bene. Il suo articolo, tuttavia, non può che fare riflettere sul concetto di razionalità, ovvero del suo contrario, quella irrazionalità che il giornalista descrive come caratteristica del comportamento di chi sta scommettendo, in questo momento, contro l’Italia. La speculazione, spesso dipinta come una sorta di rovina-famiglie di genere finanziario, non è mai irrazionale, colpisce dove sa di poter trarre vantaggi, dove spera di guadagnare, anticipando comportamenti del mercato, assumendo posizioni vantaggiose, inseguendo profitti. Il rischio, in questi casi, è sempre quello del moralismo a buon mercato, quello che tenta di dividere buoni e cattivi investitori in base ai principi che li animano; principi non scandagliabili a priori, non valutabili se non a posteriori, ma quasi sempre e soltanto sparando nel mucchio. E sempre senza chiedersi perché. Pavesi invece lo ha fatto: ma la risposta, paradossalmente, sta proprio nella razionalità, e non nel suo contrario, dei mercati. Che anche quando sbagliano, hanno sempre ragione.

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Banche BCE Crisi finanziaria Germania Giulio Tremonti

Sono i Paesi a rischio i veri colpevoli.

Sono i Paesi a rischio i veri colpevoli.

Una valuta comune ha costi e benefici per tutti. I Paesi più «deboli» monetariamente parlando, come l’ Italia, hanno guadagnato una riduzione dei tassi sul debito. Senza questo effetto positivo dell’euro non saremmo riusciti a ridurre i deficit e ora servirebbe altro che la manovra Tremonti, avremmo anzi un debito ben più alto. L’ euro inoltre ha consentito più concorrenza, guadagni di efficienza e lo sviluppo del commercio intraeuropeo. Certo la moneta unica impedisce ai Paesi che nel breve periodo ne potrebbero giovare, di svalutare. Vi sono, appunto, costi e benefici nella scelta per l’ euro. La Germania ha fornito quell’attendibilità per cui i tassi d’ interesse si sono ridotti per tutti. Se poi Paesi come Grecia e Portogallo ne hanno approfittato per indebitarsi troppo sull’estero, beh non è certo colpa dei tedeschi. Potrebbe anche essere vero che il marco si apprezzerebbe ancor di più della moneta unica, visti i surplus della Germania. Il motivo del successo tedesco non è principalmente un euro «debole», ma l’ aumento della produttività di questo Paese grazie anche a varie riforme degli anni Novanta. Non si può chiedere a un Paese solo, la Germania appunto, di farsi carico dei problemi degli altri senza trarne alcun vantaggio dalla unione monetaria. L’ idea che poi sia colpa principalmente di Berlino se la crisi greca è precipitata è un’ altra favola. Se non vi fossero Paesi a rischio contagio come Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia si sarebbe fatto un ripudio del debito di Atene con ben pochi scossoni (a parte per i greci che comunque se lo meritano ampiamente). È il pericolo contagio che ha creato il problema e quindi sono i Paesi a rischio i veri colpevoli.

Alberto Alesina, Corriere della Sera, 6 luglio 2011

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BCE Crisi finanziaria Liquidità Risparmio e investimenti Unicredit

Fund raising.

La concorrenza sul mercato dei bond, stante quanto affermato da Bloomberg, non solo è destinata ad aumentare, ma sembra anche dover fare i conti con emissioni di proporzioni davvero imponenti, finalizzate a consentire i salvataggi cui stiamo assistendo in questo scorcio finale del 2010. All’Irlanda servono 34,1 € billions, a Francia e Germania 486 € billions, 90 alla Spagna. e 19 al Portogallo. Già basterebbero queste cifre, e i contendenti che le vanno cercando, per pensare che il 2011 sarà un anno nel quale non ci si annoierà. Nel frattempo, per non sapere né leggere, né scrivere, chi si compra il subordinato 2016 di Unicredit incassa un rendimento effettivo lordo a scadenza dell’11%. Non lo sapremo mai -o forse sì, alla prossima perizia in Tribunale- ma leggendo l’articolo del Sole 24 Ore di Vittorio Carlini, che non a caso comincia con il caveat che non si tratta di sollecitazione al pubblico risparmio, ma sarebbe interessante sapere quanti di coloro che sottoscrivono un’obbligazione subordinata rischiano, se la banca dovesse fallire, di non prendere un centesimo: e se, proprio per questo, si rendono conto che quel rendimento, così elevato, non è gratis.

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Crisi finanziaria fiducia Imprese

Grazie a Dio e al governo.

Istanbul, Moschea

Adana è considerata una capitale della regione. Il titolo dipende da due particolari: il primo è la moschea Sebanci, costruita alla fine degli anni Novanta con i soldi raccolti in tutto il medio oriente. Ha sei minareti e contiene trentamila persone, per trovarne una così grande bisogna andare alla Mecca. Il secondo è il numero di imprese che hanno fatto fortuna in città: sono centinaia, le chiamano Tigri dell’Anatolia ed è facile capire il perché. “Qui la crisi è durata poche settimane, il tempo di capire che i problemi della Grecia, della Spagna e dell’Italia potevano colpire i nostri bilanci – spiega Bilal Nadir, il proprietario di una fabbrica che produce materie plastiche – Abbiamo lasciato i mercati tradizionali per puntare su paesi come l’Iran e l’Afghanistan, il rischio è più alto ma anche i guadagni lo sono. E’ così che abbiamo evitato il peggio, grazie a Dio e al governo”.

Luigi De Biase, Il Foglio 2 giugno 2010

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Banche Giulio Tremonti Imprese Indebitamento delle imprese

Quanto conviene il fotovoltaico? Le bufale della green economy.

Oggi, durante una lezione assai tosta sulla valutazione delle imprese di costruzioni, parlando di investimenti è venuta fuori la vicenda del fotovoltaico, ovvero di quell’investimento in fonti energetiche alternative che, fortemente incentivato dallo Stato, nella mente di più di un imprenditore rappresenta una specie di Eldorado, la nuova frontiera di guadagni lauti e politically correct, in quanto verdi.

Il lettore paziente troverà alla fine di queste brevi note un prememoria, redatto al volo proprio oggi, durante la discussione di un caso. Le cifre sono quelle presentate da un’azienda che propone il fotovoltaico fra i propri prodotti. I dati, pertanto, sono quelli presentati da chi ha interesse a far sì che l’operazione sia avviata e l’investimento effettuato.

Vi sono alcuni dati di tutta evidenza:

  1. l’investimento si ripaga, se tutto va bene (per esempio, se Tremonti non taglia i fondi: l’esempio di Zapatero lo dimostra) in un arco di tempo del tutto improponibile, ovvero almeno 9/10 anni;
  2. senza il contributo pubblico, il tempo di rientro dell’investimento è pari a circa 50 comodi anni (nulla, in confronto all’eternità);
  3. si ignora del tutto il “rischio” che, nel frattempo, qualche giovane cervello emigrato all’estero -o ivi residente- inventi le cellule di idrocarburi autoriproducenti o, più banalmente, faccia andare le macchine con il battito delle ciglia;
  4. a tacer del fatto che, nel frattempo, potrebbe risultare più conveniente produrre energia in altro modo;
  5. si evita accuratamente di domandarsi come mai, se un investimento è così conveniente, esso stia in piedi solo grazie a contributi pubblici;
  6. last but not least, oggi ho appreso che investimenti di tal fatta sono accordati dalle banche a tassi del 2,5%;
  7. ma se si considerasse il costo del capitale per quello che esso è, ovvero comprensivo del premio al rischio, il 2,5% apparirebbe un tasso ridicolo, e le valutazioni andrebbero fatte scontando i flussi di cassa a tassi ben più elevati;
  8. in tal caso il tempo di rientro dell’investimento, rappresentato dal momento in cui il VAN è pari a zero, si allunga ulteriormente, fino a diventare, di fatto, una chimera.

Tutto questo, unito alle considerazioni apparse sulla stampa circa, per esempio, l’inservibilità (ai fini della produzione di energia, nonché verde, in Spagna) del fotovoltaico, fa disperare per la sorte di tutte quelle imprese che, dimentiche della loro missione originaria e della necessità di irrobustire, ritrovare o rinnovare la formula competitiva, investono sulle fonti alternative, come se fare gli elettrici fosse diventato un business per tutti. E, soprattutto, come se un investimento che per reggersi in piedi ha bisogno del contributo statale per il 70%, fosse davvero conveniente.

Convenienza_fotovoltaico

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Crisi finanziaria Disoccupazione

Riparazioni.

L’architettura dell’euro è fragile perché include nella stessa moneta economie forti e deboli e le seconde non lo reggono per poca base industriale e produttività. La moneta unica resterà a rischio di dissoluzione fino a che la soluzione di questo problema non sarà stata avviata in modi credibili. Ma è molto difficile riparare l’eurosistema con un difetto genetico così invalidante. Soluzioni? Quattro sono sul tavolo: 1) costringere tutti al rigore contabile, cioè a diventare tedeschi; 2) istituire un governo economico europeo che trasferisca risorse di compensazione dai forti ai deboli; 3) indebolire l’euro in modo da evitare la combinazione distruttiva moneta forte/economia debole; 4) escludere dall’area monetaria le economie deboli e disordinate, permettendo loro di riaggiustarsi via svalutazione competitiva ed eventuale insolvenza del debito. La quarta non è fattibile perché causerebbe una crisi bancaria/finanziaria globale. La prima costringe economie deboli a deflazioni che le renderanno ancor più deboli con rischio di rivolta delle popolazioni impoverite. La seconda implica assistere i poveri via denari fiscali dei paesi ricchi, con due problemi: rivolta “leghista” dei ricchi e inefficacia del denaro assistenziale nel trasformare i deboli in forti che diventerebbe un finanziamento del differenziale nord-sud intraeuropeo e non una sua riduzione.

La terza è in atto come disponibilità della Bce a comprare titoli di debito e obbligazioni eurodenominate di valore incerto per tamponare la sfiducia sulla loro solvibilità. Di fatto significa stampare moneta, anche se negato dalla Bce, e così indebolire l’euro. I dati di cronaca rendono probabile che i governi adotteranno la prima, ma attutita dalla terza, cioè più rigore alla tedesca per tutti con una gestione monetaria flessibile, all’americana. Per salvare l’euro la Bce ammetterà un cambio svalutato utile alle economie deboli (e forti) per crescere, in cambio della disponibilità dei loro governi a tagliare spesa e ridurre il debito, cosa che attutisce l’indebolimento dell’euro stesso. Questo compromesso fra Trichet e gli eurogoverni è intelligente: datemi ordinecontabile e io ne ridurrò l’impatto per via monetaria. Alla rubrica non piace perché comporta inflazione, però si rende conto che altra soluzione, a breve, non c’è. Ma una strutturale prospettica c’è. Poiché il compromesso detto ha bisogno della complicità del dollaro per funzionare, tanto vale estenderla e avviare una convergenza permanente euro-dollaro che sanerebbe i guai di ambedue.

Carlo Pelanda, Quale delle quattro soluzioni sul tavolo è la migliore per riparare l’eurosistema, Il Foglio 11 maggio 2010

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Banche Crisi finanziaria Disoccupazione Economisti Sviluppo

Dolores

L’unica via d’uscita indolore sarebbe che il Sud Europa guadagnasse di competitività rispetto al Nord aumentando la produttività. Ma questo richiede riforme, tempo e investimenti. Se le ripercussioni della crisi greca possono aver aumentato la pressione per le riforme, hanno ridotto drammaticamente il tempo a disposizione e gli incentivi a investire. Quanti anni di disoccupazione a due cifre sono disposti a sopportare greci e spagnoli?

Luigi Zingales (Il Sole 24 Ore)

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Banche

Domatori vs/ speculatori.

Botero, Il domatore

Marco Onado, con la consueta lucidità, in un commento apparso sul Sole 24 Ore esorta a piantarla con la consueta lagna sulla speculazione che, questa volta, colpirebbe i paesi latini. Lagna moralistica che, al solito, scarica sulla speculazione “cattiva” i problemi dei fondamentali delle economie sotto attacco, Grecia, Spagna, Portogallo e via suineggiando. Solo che di moralismo, durante e dopo la crisi, ne abbiamo avuto fin troppo. Il realismo, virtù cristiana, purtroppo scarseggia nell’arsenale dei governi, per giunta timorosi, come ricorda Onado, di compiere il loro dovere di domatori. Non della speculazione, ma dei loro Paesi.