Categorie
Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Essere umano tra gli esseri umani (?).

Essere umano tra gli essere umani (?).

La crisi può paradossalmente avere, come si sa, un effetto positivo se permetterà, attraverso una responsabile economia di sistema, di sostenere le imprese sane e di eliminare, senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese – e i malefici imprenditori – dal mercato. Il sistema bancario è l’attore principale della rinascita e l’algoritmo, di cui oggi la banca si può e si deve avvalere è freddo e muto calcolatore solo per chi si rifugia dietro il suo verde o il suo rosso, mentre diventa utilissimo per chi ne sappia valorizzare l’uso quale strumento misuratore, propedeutico al recupero della fiducia in chi quei numeri (misurati dall’algoritmo) li attua nel contesto in cui opera: insomma, si deve valutare il richiedente il credito quale essere umano tra gli esseri umani e non solo numero tra i numeri. Occorre che il regista – lo Stato – ne disegni la trama su misura e, per restare in tema cinematografico, inizi immediatamente le riprese, perché c’è pochissimo tempo e perché il sistema necessita di decisioni condivise e coraggiose per camminare speditamente verso il traguardo finale: la ripartenza del mercato che, per sopravvivere nel medio – lungo periodo, deve basarsi su un sano conflitto competitivo (concetto mai ripetuto abbastanza), senza dimenticare il controllo sociale cui, sommessamente, accennavamo in un nostro precedente intervento.

Questo scrivono, con un po’ di enfasi retorica, Maurizio Onza e Federico Maurizio D’Andrea sul il Sole 24Ore di oggi a proposito della ormai vexata quaestio della velocizzazione delle procedure di analisi e valutazione, da parte delle banche, delle richieste di credito presentate in epoca Covid. Parole che lasciano francamente perplessi, ripetendo alcuni stanchi slogan del passato (non si devono guardare solo i bilanci, l’imprenditore è “un essere umano tra gli esseri umani” etc…) e amenità qualitative che fanno a cazzotti con l’intenzione di “eliminare senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese -e i malefici imprenditori- dal mercato“. Già Zingales ben più di un decennio fa evocava il ruolo delle banche come becchini (ovvero ripulitori) del sistema economico, incaricati di eliminare chi non poteva più restare sul mercato. Difficile dar torto al buon Zingales. Solo, ed è qui la vera questione che nell’articolo non appare, non si tratta di combinare un algoritmo con una valutazione demografica e sociologica grazie allo Stato, sceneggiatore e regista di questo film, tanto più se si pensa che basti affidarsi più velocemente alla garanzia pubblica per uscirne vivi. Se restiamo alla metafora cinematografica, vedo attori all’altezza (molte banche, soprattutto nei territori lo sono) e altri che non dovrebbero nemmeno partecipare al casting (purtroppo molte imprese, non solo piccole).

Se non esistono business plan e neppure bilanci credibili, se si ritiene burocrazia intollerabile la richiesta di pezze d’appoggio e di documenti a sostegno dei progetti imprenditoriali, poi non ci si può lamentare se il film riesce male e non ottiene successo. E un attore incapace potrebbe persino venirsi a lamentare (e infatti lo fa) perché qualcuno recita meglio di lui.

Non abbiamo bisogno di più Stato, ce n’è fin troppo e spesso con esiti disastrosi, come nel caso Alitalia e in Ilva. Forse sarebbe il caso di ripensare anche al cosiddetto controllo sociale di cui parlano gli Autori dell’articolo citato all’inizio di questo post: il controllo sociale, se non parliamo di Corea del Nord o Venezuela, si attua grazie a una cultura condivisa, a modi di vedere ed affrontare la realtà, a valori comuni. Nel nostro caso significa parlare di un sistema di relazioni di clientela, ovvero di un rapporto banca-impresa basato sulla partnership, la collaborazione e la trasparenza reciproca: e un sistema di relationship banking non nasce per volontà statale, ma perché gli attori, quelli veri, sanno interpretare bene il loro ruolo. Abbiamo della strada da fare, ma la possiamo fare solo insieme.

Categorie
Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese

Di aeroporti, di seggiovie, di altre sciocchezze.

Di aeroporti, di seggiovie, di altre sciocchezze.

seggiovia

Era ora di riparlare di Banca Carim e di Rimini, ci si annoiava. Banca Carim ha annunciato un utile simbolico, ma pur sempre un utile, al quale si crede per devozione, ma tant’è. Colpiscono invece i toni della polemica con Aeradria spa, la società che gestisce l’aeroporto e che ha presentato, a quanto pare, un piano di ristrutturazione dei debiti talmente approssimativo: a)-da non essere creduto fin dal principio; b)-da necessitare di precisazioni a pagamento (di Carim) sui giornali quanto al rifiuto.

L’esperienza di questo periodo di crisi, fin troppo lungo, dice che i piani di ristrutturazione, sotto qualunque forma si presentino, contengono perlopiù caratteristiche del tipo “consolidamento-del-debito-riscandenzamento-etc” che non veri e propri progetti che incidano sulla gestione industriale. Probabilmente Aeradria spa, la società a partecipazione pubblica che gestisce l’aeroporto di Rimini, non sa che pesci pigliare, come molti imprenditori in questo periodo, e pensa che la soluzione di un problema industriale sia finanziaria. Niente di più sbagliato, come curare un’infezione con l’Aspirina.

Cosa c’entrano le seggiovie con gli aeroporti? Guardando all’esperienza trentina, pur specifica e peculiare (Provincia Autonoma con bilancio ricco e budget conseguente) è facile notare che le seggiovie, così come gli aeroporti, in zone o distretti fortemente caratterizzati dal turismo, non hanno autonomo equilibrio economico (i.e. capacità di reddito, in termini bancari) ma sono infrastrutture necessarie, indispensabili al funzionamento di tutta la macchina produttiva distrettuale. Facile a dirsi quando si possiedono risorse (la P.A.T. possiede, oltre ad una sostanziosa percentuale del gettito fiscale, anche una ricca quota dell’Autostrada del Brennero spa, ovvero di una macchina da soldi che consente di finanziare anche le seggiovie in perdita), meno facile quando si è un normale Municipio (Rimini) o una normale Provincia (RN), squattrinati ed assoggettati al vincolo di stabilità.

Soluzioni? La “banca di sistema”, se ci fosse un sistema -e se ci fosse la banca-: ma banca Carim esce da due anni di commissariamento e da “ricche” (purtroppo) perdite, non certamente imputabili all’attuale management, ingiustamente messo sotto accusa dalle istituzioni. Il vigilatore, ovvero Banca d’Italia, non esiterebbe un minuto a ri-commissariare Banca Carim se questa finanziasse, sostanzialmente a fondo perduto, le perdite inarrestabili dell’aeroporto della capitale del turismo (il cui casello della A14, del resto, assomiglia da anni ad un vicolo medievale). D’altra parte se le istituzioni non hanno risorse, quale destino per l’aeroporto?

Aeradria spa (non) ha presentato un serio piano di ristrutturazione, in grado di incidere sulla gestione industriale, anche perché probabilmente nessuno potrebbe o saprebbe farlo in questo momento: né si può imputare alle banche, soprattutto quelle in corso di risanamento, il mancato sostegno all’iniziativa, per la stessa ragione per la quale non si può chiedere ad un atleta convalescente di vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Poichè le accuse reciproche non servono, così come sono inutili gli interventi polemici della politica, di maggioranza e di opposizione, si potrebbe tentare di coagulare risorse pubbliche e private, attraverso lo schema, non molto di moda in questo periodo ma pur sempre valido nel suo impianto di fondo, della finanza di progetto. Coinvolgendo, per una volta, quegli stakeholder o portatori di interessi -i.e. gli albergatori- sempre pronti a lamentarsi e persi, ancora, dietro al sogno della rendita immobiliare, in un progetto che li veda compartecipi di investimenti, costi e rendimenti. Discriminando, anche attraverso servizi di qualità, come il trasporto aereo, l’offerta turistica di qualità. Si può fare, parliamone.

Categorie
Capitalismo Imprese Stato

Marketing & moralismo. Nello Stato (!?) si realizza l’essenza dell’Eticità.

Marketing & moralismo. Nello Stato (!?) si realizza l’essenza dell’Eticità.

Così recita una pagina pubblicitaria sul Corriere di oggi, per Brunello Cucinelli. Non c’è molto da dire, solo rammentare che lo Stato etico per eccellenza era quello nazionalsocialista: a rovistare nella costituzione del Soviet, probabilmente anche l’URSS rappresentava lo Stato etico. Non saprei. Mi chiedo solo se Cucinelli sapeva quel che faceva il suo pubblicitario mentre predisponeva l’inserzione, di un moralismo che fa rabbrividire.

 

Categorie
PIL Ripresa Stato Sviluppo

Licenze taxi come “polizze”: polizze?

Licenze taxi come “polizze”: polizze?

MILANO – Suona il citofono. Le sette di sera. Appartamento (comprato negli anni Cinquanta e poi lasciato dai genitori) in corso Lodi (una lunga direttrice tra centro e periferia) di Giovanni Maggiolo, 47 anni, tassista e ormai sindacalista a tempo pieno (Cgil) dei tassisti.
Per curiosità, chi era al citofono?
«Un collega. Stiamo andando a una trasmissione a Telenova. Ha 49 anni. Ha perso il lavoro. Allora, alla sua età, si è indebitato con gli anziani genitori per comprarsi una licenza da tassista. E ora liberalizzano. La licenza è la sua assicurazione sulla vita: che farà?».

Fin qui un brano dall’articolo di Andrea Galli, sul Corriere.it di oggi. L’intervista procede con la difesa, ovvia, viste le cifre, del sindacalista, e paragoni con il resto d’Europa. C’è qualcosa di marcio nel regno di taximarca, direbbe Shakespeare: c’è qualcosa che assomiglia molto ad una bolla, non ad una polizza, che determina rendite che non possono venire meno, pena la perdita di un capitale investito, appunto, in una licenza. Quello stesso meccanismo per cui, mi si raccontava qualche tempo fa a Firenze, i bar in quella città vengono comprati e pagati con le cambiali, i taxi con denaro sonante ed in nero. E’ quantomeno da dubitare che, eliminato il meccanismo della rendita, liberalizzando le licenze, il prezzo non scenda: perché da parte del tassista non si dovrebbe procedere all’ammortamento ed al recupero del costo della licenza. Il ragionamento potrebbe essere ripetuto per bagnini, farmacisti e notai (in Portogallo i notai sono pubblici ed estremamente economici: in Francia i notai sono avvocati, pagati il giusto, sicuramente meno che in Italia), a tacer del resto, ovvero commercialisti, avvocati etc… Il problema è che quando vuoi tagliare un rendita c’è sempre qualcuno che ha la rendita più rendita della tua. Nell’intervista citata sopra, il sindacalista, infatti, cita i farmacisti, che a loro volta citeranno i tassisti e così via. Ma chiunque capisce da solo che riporre in una licenza il concetto di polizza, ovvero di capitale accumulato, ha qualcosa di malato e di sbagliato in sè. Tanti auguri al ministro Passera.

Categorie
Mercato Stato Sviluppo welfare

Già, cos’altro vogliono?

Già, cos’altro vogliono?

La manovra Monti cancella con un tratto di penna le conquiste dei sessantottini. Chi è nato dopo il 1952 lavorerà di più e percepirà prestazioni ridotte (anche se su standard europei). Viene messo in discussione anche il privilegio concesso ai lavoratori autonomi di riscuotere l’assegno senza aver versato i contributi. Prossima tappa, la “mobilità in uscita”, alias licenziamenti. Insomma, il vecchio contratto sociale non esiste più. Un nuovo patto è tutto da scrivere e sarà il tema della nuova legislatura. Niente del genere è stato fatto, in così poco tempo e in così vaste proporzioni, in Germania, in Francia o in Spagna. Cos’altro vogliono i mercati, specialmente in uno scenario di basso sviluppo in tutto il mondo?

Stefano Cingolani Il Foglio, 28 dicembre 2012

Categorie
Barack Obama Rischi Stato USA

Fare sempre di più (cioè “lasciar fare” sempre di meno).

Fare sempre di più (cioè “lasciar fare” sempre di meno).

New York, Subway, july 2011

Il principio di precauzione è una bestia strana, che risale almeno al “Vorsorgeprinzip”, il cardine della politica ambientale tedesca degli anni Settanta il quale imponeva di “provvedere prima” ai disastri (nel senso: meglio prevenire che curare). In realtà alcuni scavano ancora più indietro, risalendo ora agli anni Cinquanta, ora alla fine dell’Ottocento, ma tutti riconoscono l’importanza della figura di Hans Jonas e del suo “Principio di responsabilità”. Il principio di precauzione piace al movimento verde, piace agli interventisti economici, piace ai governi e piace alle organizzazioni internazionali, perchè fornisce a ciascuno di questi attori una fortissima giustificazione morale per “fare” sempre di più (cioè “lasciar fare” sempre di meno), ossia, per dirla in modo un poco datato, per pianificare. Proprio in un documento dell’Onu, la Dichiarazione di Rio del 1992, sta la formulazione canonica del principio: “Laddove vi siano minacce di danni seri o irreversibili, la mancanza di piene certezze scientifiche non potrà costituire un motivo per ritardare l’adozione di misure economicamente efficienti volte a prevenire il degrado ambientale”. Il richiamo alla “cost effectiveness” è la parte più trascurata del principio. Infatti esso rappresenta un salto quantico rispetto alla tradizionale analisi costi-benefici, perchè l’accento si sposta interamente dal lato dei costi, l’onere della prova ne viene conseguentemente ribaltato (per poter fare, devo provare che non danneggerò nessuno), e l’enfasi è tutta sull’abolizione del rischio, mentre nessuna attenzione rimane per le possibilità colte oppure perse. Nelle parole di Aaron Wildavsky, lo scienziato sociale autore di “Searching for Safety”, esistono due tipi di approccio: per “tentativi ed errori” oppure per “tentativi senza errore”. Scrive: “Secondo la dottrina del ‘tentativo senza errore’ nessun cambiamento verrà consentito se non c’è una solida prova che la sostanza o l’azione proposta non farà alcun male… E’ vero che senza tentativi non possono esserci errori; ma senza questi errori, ci saranno anche meno insegnamenti”. Per Wildavsky, chi non risica non rosica, e soprattutto non impara. Poichè la dimensione dell’apprendimento è fatalmente collettiva, l’avversione al rischio demolisce il processo di creazione della conoscenza (in senso ampio, il mercato) e impoverisce tutti, intellettualmente, tecnicamente e finanziariamente. Gli esempi sono numerosi.

Carlo Stagnaro, Il Foglio, 30 agosto 2011

Categorie
Giulio Tremonti Imprese Lavoro Silvio Berlusconi Stato Sviluppo

Serve davvero modificare l’art.41?

La discussione sulla modifica dell’art.41 della Costituzione, che sarebbe propedeutica e necessaria ad una nuova legislazione, in grado di liberare gli animal spirits italiani, costretti e compressi da una normativa farraginosa ed opprimente, sembra aver sbagliato obiettivo. A meno che non si stia parlando a nuora perché suocera intenda (comincio a smantellarti la Costituzione vetero-catto-comunista dai principi meno importanti, poi passo alle cose più serie), la lettura dell’art.41 non dà adito a dubbi. Non è questo articolo che frena la libertà d’impresa, ma come sa l’on.Vignali che ha presentato da tempo una proposta di legge in tal senso, basta riformare la legislazione ordinaria per riaffermare la centralità dell’impresa nello sviluppo economico e nella creazione di lavoro. Altrimenti si rischia che per sparare al bersaglio grosso non si riesca ad ottenere un centro neppure in quello piccolo.

Categorie
Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Economisti Giulio Tremonti PIL Silvio Berlusconi Sviluppo

I professori e la crisi.

Il prof.Riccardo Realfonzo

Titolando su “I professori e la crisi” Il Sole 24 Ore riporta l’iniziativa di un gruppo di 100 economisti capitanati dal prof.Riccardo Realfonzo, che avanza critiche alla politica di rigore ed austerità del Governo. Se è difficile immaginare la comunità accademica come un insieme compatto di persone e di interessi (nel bene e nel male il nostro sistema universitario non è assimilabile a quello di altri Paesi) 100 professori non sono pochi, anche se poi, leggendo i firmatari, vi ho trovato persone che non mi pare insegnino (Cristina Comencini e Giulietto Chiesa, per esempio)

Nel gruppo, peraltro, vi sono alcuni colleghi dello stesso settore scientifico, Pierangelo Dacrema per esempio, persone che stimo grandemente, come il prof.Stefano Zamagni, e persone dalle quali sono culturalmente ed umanamente lontanissimo, come la prof.ssa Loretta Napoleoni. Incuriosito e stimolato dal titolo del Sole 24 Ore e, soprattutto, convinto che probabilmente non sia il meglio che potevamo desiderare rischiare di perdere 1/2 punto o 1 punto di PIL per salvare con il nostro rigore l’euro dalla dissipatezza greca, sono andato a leggere, per conoscere le idee del Collega Realfonzo, che insegna all’università del Sannio. Rimettere a tema lo sviluppo è importante, Realfonzo ne fa una questione centrale: sono idee sulle quali si può discutere, ma che condivido, laddove hanno a cuore la crescita ed il lavoro. Ciò che navigando nel suo sito ho trovato, proprio nella home page, ovvero lo slogan preferito dal Collega: “Rigore nel pubblico per la difesa del pubblico” mi ha tuttavia deluso molto. Come se, proprio in Italia, avessimo bisogno di più Stato, come se non ce ne fosse a sufficienza. E provare a difendere le persone e la loro libertà? E ri-provare a parlare di sussidiarietà in maniera non astratta?

Categorie
Mercato Stato

A volte ritornano

Romano Prodi
Romano Prodi

“Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza.”

Romano Prodi, Il Messaggero, 15 agosto 2009