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L’adeguamento fiscale (diventare marginali, uscire dal mercato e dirsi addio).

L’adeguamento fiscale (diventare marginali, uscire dal mercato e dirsi addio).

Da un commento ad un post di Filippo Facci su Chi suicida chi?

ro55ma says:
11 maggio 2012 at 14:49

“perché non dovremmo chiedere conto delle personalissime stime sui suicidi fatte dalla Cgia di Giuseppe Bortolussi”
Perchè la CGIA è un associazione di rappresentanza datoriale che, appunto, fa solo il suo mestiere, esattamente come lo ha svolto negli ultimi quarant’anni nei propri uffici di consulenza fiscale – a quegli stessi imprenditori di micro aziende artigiane – con strepitosi risultati in termini di risparmio per i medesimi ed evasione ed elusione fiscale per l’Agenzia delle Entrate.
Lo scandalo sta invece in chi, l’osso demagogico e lobbistico della CGIA, l’ha addentato e ci ha venduto copie e allarme sociale (ad ottoemezzo, ieri sera, da vergognarsi, ecc. ecc.).
D’altra parte, il problema è enorme e reale; solo per gli artigiani la percentuale dei 450.000 datori di lavoro con dipendenti, in procinto d’essere catapultata completamente fuori mercato dal semplice adeguamento fiscale è da capogiro: si parla del 30-50% di aziende che non sarebbero in grado di reggere e quindi chiudono e licenziano i loro dipendenti.
Che in questa situazione ci sia chi si preoccupa di trovare soluzioni (deroghe, condoni, ..?) utilizzando qualunque mezzo di pressione è “normale”, meno normale è che nessuno spieghi al Paese cosa sta succedendo..

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Per ora rimando il suicidio (far finta di essere sani).

Per ora rimando il suicidio (far finta di essere sani).

(Non sanno se ridere o piangere, battono le mani).

Accade tutto contemporaneamente, troppo in sequenza per non pensarci. Dopo una fastosa ed impegnativa presentazione di quasi un mese fa -nella quale non ero stato né tenero né accondiscendente verso le imprese- al Museo 1000 Miglia di Brescia, mi comunicano che la Scuola d’Impresa, modulo sui rapporti banca-impresa, è saltato per mancanza di iscritti. A Brescia, dove i promotori sono ricchi e forti, sono tanti e la sensibilità imprenditoriale non è mai mancata.

Poi riparlo con la responsabile marketing di una Banca di Credito Cooperativo, che mi ha chiesto di stendere i contenuti di due progetti formativi, uno destinato ad imprenditori che avevano già partecipato a precedenti iniziative, uno per soggetti che non abbiano mai fatto formazione in materia finanziaria. Cerco di modulare il tutto, faccio il fine tuning, taglio, cucio e faccio le asole, evito di spalmare il tutto su troppe giornate, sintetizzo e stipo: insomma, faccio due vestiti su misura, richiesti con urgenza.

Telefonata dopo qualche giorno:

Ciao, abbiamo guardato le tue proposte: non potresti metterci qualcosa di più commerciale?

– Volentieri, ma cosa intendi dire?

Intendo che non possiamo parlare sempre delle stesse cose, del fabbisogno finanziario e del ciclo monetario: gli imprenditori queste cose le conoscono (sic); dovremmo parlare di qualcosa che dia il senso di un’evoluzione futura positiva (ri-sic).

– Cioè?

Secondo noi dovresti parlare del credit crunch, dovresti dire che finirà: dovresti mostrare dei dati che facciano capire che se ne può uscire. Dovresti parlare di cose positive, altrimenti non vengono.

– Ma io pensavo di parlare di ciclo monetario, di come affrontare la carenza di liquidità, di come provare a relazionarsi costruttivamente con le banche…

Se parli di queste cose non vengono: cambia, altrimenti non si fa.

Clic.

 

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#disperatimai 2, come rendere tutto inutile.

#disperatimai 2, come rendere tutto inutile.

Un’imprenditrice su Twitter mi ha segnalato questo manifesto della CNA: che faccio fatica a guardare per quanto è terribile, che faccio fatica a commentare. Anche se è difficile tacere.

Credevo di poter volare, ma la mia banca mi ha tagliato le ali. Un’impresa senza credito è un’impresa senza futuro. Ho tentato di leggere in quella foto una sorta di volo di Icaro malriuscito, un decollo difficile, qualcosa che non fosse quello che è: una donna che si ammazza. Il messaggio è chiaro ed inequivocabile, ed è anche molto manicheo: i sogni muoiono all’alba, e li uccidono le banche. La gente si ammazza per colpa delle banche, non ci sono altre cose da aggiungere, non ci sono altre spiegazioni da dare. Persino Oscar Giannino lancia un messaggio ambiguo, richiamando il D-day degli edili, che protesteranno contro lo Stato che non paga; come se lo Stato fosse l’unico cliente di tutti quanti, come se dipendesse tutto e solo dallo Stato, come se le imprese fossero solo buone e virtuose, non avessero commesso mai errori, non si fossero gettate, per prime, nella pazzesca corsa alla bolla immobiliare.

Ho avuto pudore a parlare dei suicidi, mi sembra sempre di entrare a gamba tesa laddove bisognerebbe entrare in punta di piedi: e pregare, nulla di più. Qualche tempo fa sul Foglio, Cristina Giudici scrisse articoli sui primi suicidi degli imprenditori veneti che dovrebbero essere riletti e mandati a memoria, per capire meglio. Ma era la prima parte della crisi, quella che non pensavamo sarebbe durata fino ad ora, senza la W, il double dip. Ora siamo nella parte discendente della seconda v, e non se ne vede la fine: lo Stato non paga, le banche tolgono il credito, gli imprenditori si ammazzano.

Bisogna dirlo, fare manifesti così non serve a nulla: non educa nessuno, non aiuterà nessuno a riprendere in mano la propria responsabilità personale, chiedendosi per cosa valga la pena vivere e, dunque, anche fare impresa. Fare manifesti così serve solo a dare la colpa a qualcuno ed a questuare: non a chiedere, a questuare, insistentemente, come un mendicante che fa questo come mestiere, come lavoro. Come professione, come le prèfiche che piangevano a pagamento nei funerali romani. Fare manifesti così non aiuterà nessuno a chiedersi da cosa potrebbe ripartire ed in che modo, eliminerà le domande e lascerà solo il lamento, perché tanto è colpa di qualcun altro. Non servono gli amici, i consulenti, il prete, figuriamoci le associazioni (già, le associazioni: la CNA lo è); non serve confrontarsi, non serve farsi aiutare, non serve nulla, perché tanto la colpa è delle banche. Oggi mi parlavano di una coppia di imprenditori che ha chiesto, con suprema disinvoltura, alla propria banca, un prestito di quasi 80mila € per comprare l’auto nuova, senza possedere né capacità di reddito, nè capacità di rimborso: qual’era il sogno di questi signori? Che nel frattempo si sono comprati un capannone, ovviamente. Qualche anno fa la professoressa decana della mia Facoltà, in uno scatto d’ira per lei assai frequente, disse che il guaio dell’Italia era il troppo cattolicesimo: perché si perdonava tutto. Si sbagliava. Ce ne vorrebbe molto di più, molto più di quanto immaginiamo. Per imparare dal cristianesimo come incominciare a guardare con misericordia almeno noi stessi.

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#disperatimai, una risposta a Flavio.

#disperatimai, una risposta a Flavio.

Dal blog di Simone Spetia traggo la lettura di una lettera che mi permetto di commentare e, commentandola, vi rispondo. Ricorda Spetia che “oggi Radio24 dedica la sua programmazione a artigiani, professionisti, imprenditori e lavoratori schiacciati dalla crisi. A Prima Edizione la lettura di una delle prime lettere che ci sono arrivate a disperatimai@radio24.it”.

Ed ecco la lettera, in corsivo. I commenti-risposte sono in grassetto.

La mia è una storia uguale a mille altre, che condivido con altri miei colleghi. Ho una piccola impresa nel settore del commercio edile, -il primo aspetto: un settore in bolla da tanti anni, che qualcuno pensava potesse solo crescere- con un giro d’affari di circa 4 milioni di euro. Nel 2008, prima della crisi, avevamo affidamenti bancari per 2 milioni, -secondo aspetto: un’attività commerciale, con margini di norma non molto elevati, che ha debiti bancari pari alla metà del fatturato; come li ripagherà?  con i quali  abbiamo finanziato investimenti -temo di sapere di che investimenti si tratti: è una commerciale, non una manifatturiera, non trasforma nulla, non servono investimenti particolari: temo che Flavio e soci abbiano comprato un inutile capannone-. Dal 2009 è iniziato a cambiare il mondo. I nostri clienti (costruttori) hanno cominciato andare in crisi, poi a non essere regolari con i pagamenti e le cose sono andate peggiorando. Poi sono arrivate le perdite sui crediti con i fallimenti e le chiusure (un nostro cliente si è suicidato il 31 dicembre). Da lì sono iniziate le tensioni finanziare, il rating bancario è peggiorato e le banche hanno ridotto gli affidamenti. Dalla crisi al panico. Oggi (aprile 2012) abbiamo affidamenti per 850mila euro, gli ultimi 100mila ci sono stati ridotti 1 mese fa (alla faccia dei finanziamenti della Bce alle banche italiane). -qualcuno che non sia il prof.Berti, il quale non conta notoriamente nulla, può cominciare a guardare in faccia la realtà e spiegare a tutti che i quattrini BCE servono a non far diventare illiquide le banche che non hanno ancora messo a rientro tutti quelli che avrebbero dovuto, ovvero a salvaguardare i risparmiatori?- Siamo nel panico … la continua diminuzione dei fidi ci sta facendo fallire. -mi spiace, ma non si può dire questa cosa senza riflettere: non è la continua diminuzione dei fidi che sta facendo fallire l’azienda di Flavio, ma il mercato nel quale lavorano, che è in crisi di sovrapproduzione strutturale: ovvero di eccesso di offerta sulla domanda, irrimediabile, irreversibile. Dire che la bolla è colpa delle banche è troppo facile: che le banche l’abbiano assecondata, non c’è dubbio, ma a questo punto, se mai qualcuno non l’avesse capito, il problema è del mercato immobiliare in sè, non delle banche cattive- Non riusciamo ad onorare i fornitori, e gli stessi ci bloccano le forniture finché non paghiamo il debito. Stiamo vivendo alla giornata e non so quanto riusciremmo a sopravvivere. Stiamo ristrutturando, riducendo i costi più possibile, risparmiamo anche sul toner della stampante e fra licenziamenti e cassa integrazione permanente abbiamo ridotto di 5unità su 16. Altre ne verranno in futuro. -Forse sarebbe anche il caso di ripensare radicalmente al business in sè: l’edilizia in quanto tale non va più, e non andrà più a lungo, per tanto tempo. Ci sono troppe case, poco spazio, poche persone per abitarle. Non basta? Tagliare i costi non basta, si deve ripensare al lavoro, a farne un altro, letteralmente- Abbiamo proprietà immobiliari che valgono più del doppio del nostro debito, -no Flavio, non valgono, valevano più del doppio del vostro debito: ora valgono solo se vi decidete ad abbassare, e di molto, i prezzi, se accettate di perdere su beni il cui mercato è caratterizzato da troppa offerta e nessuna domanda.-   ma ad oggi non siamo riusciti a vendere e realizzare per autofinanziarci. –Fatevi una domanda sui prezzi che esigete e chiedetevi se prevale l’esigenza di autofinanziarvi, realmente, o quella di non perdere rispetto al valore che avete fissato dentro di voi per quegli immobili, che è puramente teorico.- Se non succede un miracolo prima delle ferie di Agosto abbiamo chiuso. A mio modesto modo di vedere la politica è lontana dalla realtà! … per noi non è un problema dei costi della politica, … dei benefit dei politici, .. dei finanziamenti pubblici, .. dell’art. 18, .. per noi il problema è la crescita!!! … è il finanziamento alle PMI!!! .. il mercato non c’è!! … e le banche!!!!!!!! Sono quelle che ci hanno rovinato dandoci affidamenti in momenti di abbondanza. -ma, Santiddio, quando chiedete i finanziamenti non vi chiedete mai se potrete renderli?? Davvero avete firmato le pratiche pensando che il debito fosse una passeggiata di salute? Ma siete imprenditori o cosa?? Chi deve preoccuparsene? Di chi è l’azienda??- Con tali affidamenti ci siamo esposti, e nel momento di crisi ci obbligano al rientro. Per noi è una batosta!!! … pensate che se le banche non avessero chiesto il rientro, nonostante la crisi e le perdite su crediti “staremmo ancora bene”  -no Flavio, non stareste ancora bene: semplicemente sareste ancora più indebitati e, probabilmente, i vostri debiti, supererebbero il fatturato: è pensabile una simile follia?ma così non si può andare avanti
Saluti, Flavio

Infatti così non si può andare avanti. Si può e si deve chiedere allo Stato, alle associazioni, ai commercialisti, alle università, di lavorare su percorsi di ristrutturazione e riconversione, di formazione, mai abbastanza predicata e frequentata. Perché non si possano più dire certe cose, senza riflettere, perché certe cose servono solo a dire che la colpa è di qualcun altro, banche in particolare. Perché, soprattutto, si cominci a pensare all’impresa in termini di responsabilità personale: sull’antropologia, sul modo di essere e di vedere il mondo delle persone si può lavorare solo a livello personale, con l’educazione. Fra l’altro, a non pensare che si sia definiti, come parola ultima, da un fallimento. Noi valiamo molto di più degli immobili nei quali riponiamo le nostre speranze.

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Crisi finanziaria Disoccupazione

E’ insopportabile non poter più immaginare il futuro per sé (Uomini, quasi sempre).

E’ insopportabile non poter più immaginare il futuro per sé (Uomini, quasi sempre).

Uomini, quasi sempre. Perché per quella metà del cielo il suicidio è via di fuga da
sempre più praticata. Ma anche perché, come dice a proposito della Grecia la psichiatra Eleni Beikari (che con l’organizzazione non governativa Klimaka gestisce un telefono amico), “gli uomini soffrono di più per la perdita del senso di dignità e di orgoglio” legata alle difficoltà economiche. Aggiunge lo psicologo Claudio Risé che “per l’imprenditore e il padre di famiglia, è insopportabile non poter più immaginare il futuro per sé, per i propri figli, per i dipendenti. E’ il dramma di chi non sa fare i conti con il senso di catastrofe, di rovesciamento
delle aspettative individuali e collettive. Un dramma soprattutto maschile”.

Nicoletta Tiliacos, Il Foglio, 7 aprile 2012

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Crisi finanziaria

Prima di uccidersi ha gridato di non voler lasciare debiti ai suoi figli.

Prima di uccidersi ha gridato di non voler lasciare debiti ai suoi figli.

Il mar Egeo, che bagna Atene, prende il nome da un padre suicida: il mitico re che si gettò nelle acque di quel mare da una rupe, convinto che il figlio Teseo fosse stato ucciso dal Minotauro. C’è disperazione paterna, non solo invito alla rivolta, anche nel suicidio del farmacista pensionato che si è sparato pochi giorni fa di fronte al Parlamento greco. “Giacché ho un’età che non mi permette di reagire con forza (senza ovviamente escludere che se ci fosse stato un primo greco a imbracciare un kalashnikov, io sarei stato il secondo) non vedo altra
soluzione che una fine dignitosa prima di dover cominciare a rovistare nella spazzatura per cercare cibo”, ha lasciato scritto Dimitris Chistoulas, che prima di uccidersi ha gridato di non voler lasciare debiti ai suoi figli. (Nicoletta Tiliacos, Il Foglio, 7 aprile 2012).

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Educazione Imprese PMI

Fare impresa è soprattutto questione di posizione umana: personale.

Fare impresa è soprattutto questione di posizione umana: personale.

Florin Cristea nella sua bottega di Castagneto Carducci

Mi manda un sms oggi Florin Cristea, il sarto romeno che ho conosciuto qualche tempo fa e di cui ho parlato nel blog. Gli avevo segnalato il post e lui mi ha risposto così:

Bel commento. La ringrazio e mi scuso del ritardo con cui ho letto. Accendiamo il pc di rado…lo ha scritto così bene che stento a credere che si tratta di me. Mi trova d’accordo con le Sue riflessioni e spero che gli uomini di buona volontà e buon senso lo useranno per tutti. Florin

Non si sarebbe nulla da aggiungere a quello che ha detto il sig.Cristea, se non che, proprio oggi, pensando a quante persone in difficoltà hanno scelto il gesto estremo del suicidio per sfuggire alla disperazione che li attanagliava, riflettevo sul fatto che fare impresa è anzitutto questione di avere una posizione umana. Ovvero di avere qualcosa che tenga di fronte alle avversità, all’essere la realtà diversa da come ce la immaginiamo, ai problemi.  L’esperienza del sig.Florin, che andrebbe raccontata di più e più spesso, mostra che si può avere una posizione umana che tiene: e che averla è una questione di educazione, per sè e per gli altri.

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ABI Banche Bolla immobiliare CdO Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Morire d’impresa.

Morire d’impresa.

L’imprenditore che si è dato la morte qualche giorno fa in Veneto non è morto perché gli strozzini lo avevano messo alle corde o perché le banche gli avevano revocato gli affidamenti, non è morto perché lavorava nel settore delle costruzioni, drammaticamente e strutturalmente in crisi. E’ morto perché non lo pagavano: non lo pagava, probabilmente, lo Stato ma anche (e questo si dice molto poco o molto meno) non lo pagavano i suoi clienti, non lo pagavano i committenti. Altre piccole e medie imprese, probabilmente anche grandi imprese, ma non lo pagavano: ed ha scelto, come gli altri di cui anche su JM si è parlato, di farla finita, incapace di sopportare il peso di dover licenziare. Si dovrebbe tacere in questi casi di fronte a chi compie una scelta estrema, e pregare per lui. E si dovrebbe provare a capire cosa si possa fare perché la crisi d’impresa non diventi qualcosa di talmente traumatico da diventare inaccettabile.

Hanno ragione coloro che hanno parlato di “fatto culturale”: fa parte della cultura della gente veneta l’operosità, la laboriosità, il tenerci a quello che si fa, il farsi carico fino all’ultimo delle proprie scelte. Ma quando questa cultura non riesce ad accettare il fallimento, quando una persona, ognuno di noi, accetta di essere misurato solo sul successo, di essere definito solo dalla riuscita, si diventa protestanti, nel senso religioso e culturale del termine: ed il successo o l’insuccesso sono un’attribuzione divina, contro la quale non serve opporsi.

Si può provare ad uscire dalle angustie terribili di questo schema, anzitutto umanamente? Perché se anzitutto la questione è culturale, significa che riguarda il cuore dell’uomo, la sua concezione della vita, il suo essere definito da qualcosa che sia oltre sé, più grande delle proprie misure. E allora si dovrebbe cominciare a dire anzitutto che l’impresa non ci appartiene, che essa non è nostra, anche se noi ne portiamo la responsabilità, come ci insegna la Scuola d’Impresa (se ne fa sempre troppo poca): che gestirne le sorti è un mestiere impegnativo e bellissimo, ma che nessuno ci toglierà la fatica, mai, neppure quando tutto stia andando bene. E che, dunque, anzitutto, gestire l’impresa significa avere a cuore che prosegua, che continui, che dia benessere a chi ci lavora, che faccia “cose belle”: ma non a tutti i costi, perché gli esiti non ci appartengono. E perché il realismo è una virtù, non solo cristiana.

Last but not least, le nostre associazioni di categoria (tutte, compresa quella di Emma, compresi i piccoli, compresa l’ABI) forse hanno dimenticato che se solo alla fine del 2011 entrerà a pieno regime l’applicazione di quella direttiva che prevede che chiunque non paghi quanto dovuto dopo 180 giorni sia segnalato come inadempiente in Centrale Rischi ed il relativo credito messo ad incaglio o sofferenza, con un ritardo stratosferico rispetto al resto d’Europa, forse la colpa non è del Governo o di qualche altro “cattivo” d’Oltreoceano. Non sarebbe difficile adottare in Italia la normativa francese, per esempio, che prevede che la sola firma sulla bolla d’accompagnamento da parte del cliente che accetta la merce rappresenta titolo esecutivo per riscuotere il dovuto. Non sarebbe difficile, ma se non lo si è fatto, non è difficile immaginare come ed in che modo abbiano lavorato le lobbies: a cui, in finale, un sistema simile fa molto comodo. Alle associazioni di categoria, perché evita l’espulsione dal mercato delle imprese subprime, che pagano i contributi associativi; alle banche, perché evita di dover accrescere il monte delle sofferenze; alle grandi imprese, perché continuano a fare quello che vogliono sul mercato del credito commerciale. Su Twitter c’è un utente, si chiama “limprenditore”, che non lavora più con lo Stato, e secondo me fa bene: e sarebbe anche ora di cominciare a scegliere le imprese per le quali lavorare.

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Crisi finanziaria Disoccupazione Economisti Felicità Imprese Indebitamento delle imprese Lavoro PMI

La persona è il fondamento dell’economia.

Caspar Friedrich, Il naufragio della speranza.

Giulio Sapelli, in un bell’articolo apparso sul Corriere di oggi -e che in ossequio alla nuova politica editoriale  che vede i contenuti on-line del giornale ridotti o a pagamento non possiamo evidenziare né rimandare con alcun link– parla nuovamente della tragedia degli imprenditori suicidi veneti, sulla quale già sono state fatte riflessioni in questa sede.

Sapelli parla delle PMI come luoghi dove “si pensa e si fatica e si soffre e si gioisce e si vive nel lavoro gomito a gomito, faccia a faccia, famiglia a famiglia, strada per strada del paesino o della cittadina.” E dell’impresa che “dopo anni di lavoro diventa una proprietà condivisa moralmente prima che giuridicamente.” Il venir meno della possibilità di condivisione fa al contempo venir meno, secondo Sapelli, il patto morale sottoscritto e questo fatto diventa un peso insopportabile, fino al punto di compiere il gesto estremo. Così, nonostante i “codici etici e la Corporate Social Responsability, l’imprenditore è solo. Sapelli non arriva a giudicare del senso di questa solitudine, e questo è probabilmente il limite del suo, peraltro bellissimo, articolo. Ma arriva a definire con nettezza e lucidità che cosa sia l’economia, con buona pace degli economisti, della regina Elisabetta e di tutti quelli che ragionano per teoremi e per modelli. “L’economia è frutto del comportamento umano, è frutto dell’azione e della cultura delle persone. Nel bene e nel male. Sempre.”

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Morire per l’etica (figli di un calvinismo minore).

Calvino

Dario Di Vico, sul Corriere della Sera on line di ieri, 1°marzo, rende omaggio agli undici imprenditori morti suicidi, di cui si è parlato anche in questo blog . Parlandone, Di Vico titola il suo pezzo “Quegli undici imprenditori e la cruda solitudine del lavoro”. Di Vico constata che il 30% in meno di fatturato non è mai diventato il 30% in meno di dipendenti e che l’assunzione di responsabilità giunge fino al limite terribile della morte. Per concludere che “non è il troppo lavoro che ha ucciso i Trivellin e gli Ongaro ma caso mai un eccesso di etica. Consideriamoli e ricordiamoli, dunque, per quello che sono stati: figli di un calvinismo minore.”

Jean Cauvin è colui che ha affermato che non nasciamo tutti uguali, ma che fin dal principio siamo destinati alla salvezza o alla dannazione eterna. Non ci sono speranze, se fossimo definiti nel triste ambito calvinista, perché il libero arbitrio resterebbe un puro nome. E, in finale, quelle undici anime, null’altro sarebbero che predestinati al fallimento ed alla dannazione. Non è un caso che Di Vico parli, nel suo articolo, di “individualismo trasformato da potente fattore di mobilitazione delle energie in nuda e cruda solitudine”.

Quanto sia connaturato alla cultura moderna l’individualismo ce lo ha ricordato efficacemente Julian Carròn. “(..) Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus. Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.” Eliminare uno dei fattori in gioco, l’io, porta a cancellarlo. Fino, appunto, a morire.