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Un calendario pieno: di fatti e di persone vere.

Un calendario pieno: di fatti e di persone vere.

Incontro soci Bcc Romagna Est, Bellaria 4 dicembre 2011

Oggi sono stato invitato a partecipare all’incontro dei soci della Bcc Romagna Est. Mi avevano chiesto di parlare di legami col territorio, di significato del fare banca locale, dei problemi del rapporto con le famiglie e con le Pmi, vero e proprio azionista di riferimento di ogni banca locale. Credo di averlo fatto e di averlo fatto bene, con la passione che metto nel fare questo lavoro, che credo possa servire a costruire il bene comune.

Ma anche se il mio intervento era evidenziato sull’invito, quello che è stato presentato dopo, nella sua concretezza, è stato straordinario. La Banca  è presente da tanto tempo sul territorio ed ha voluto raccontare i fatti, facendo parlare le persone, che sul territorio vivono e lavorano: e che la banca ha aiutato. Fino ad arrivare a fare un calendario, in verità uno dei più belli che io abbia mai veduto, che, per ogni mese dell’anno, descrive una delle storie presentate oggi. Editoria, ospitalità, produzione artigianale di mobili agricoltura, fino ad arrivare alle opere educative ed assistenziali. Su queste ultime, su una in particolare, mi soffermo, la Cooperativa “Amici di Gigi”, nata per sostenere il bisogno educativo di persone in difficoltà, disabili e non. Invito a visitare il loro sito ed a contattarli, perché sono persone straordinarie. Ma soprattutto invito a riflettere sul fatto che, nella stessa maniera della loro banca, sono nati e cresciuti perché sono stati di fronte alla realtà, l’hanno attraversata, ci sono stati in mezzo: senza nessun’altra pretesa che quella di provare a rispondere a bisogni che la propria umanità sentiva veri, reali, urgenti. Finché ci saranno persone come queste, e banche (e persone nelle banche, come a Romagna Est) che le sostengono, possiamo guardare al futuro con una speranza ben diversa.

Per questo dico grazie per l’incontro di oggi, perché spero sia possibile ancora lavorare insieme, con lo stesso gusto e con lo stesso significato che ho potuto sperimentare oggi.

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Alessandro Berti Educazione PMI

John Maynard alla 3 giorni del Sangiovese.

John Maynard alla 3 giorni del Sangiovese.

Dietro invito fraterno, mi invitano a parlare alla serata di gala, nonché inaugurale, della 3 giorni del Sangiovese, a Predappio. Non sottovaluto la cosa, ma penso vagamente ad una sagra di paese, con stand gastronomici, vino etc…: sono stato arruolato per parlare insieme con enologi, rappresentanti Slow Food, ristoratori famosi e con il rappresentante per il Nord-Est della Rauscedo, ovvero il leader mondiale del vivaismo viticolo.

Mi avevano chiesto di sparigliare un po’ le carte, di provocare, di far riflettere: ma in realtà, mi sentivo un po’ fuori posto, colletto bianco in mezzo a gente che le mani se le sporca e lavora duramente per fare un prodotto bellissimo e molto buono, ciononostante misconosciuto o ignoto (pochi sanno che il Chianti, il Morellino di Scansano ma, soprattutto, il Brunello di Montalcino nascono da vitigni di Sangiovese).

Lo stesso giorno vado a fare la spesa e sbircio il carrello di chi mi precede alla cassa: ha comprato tutto ciò che può costare più caro, all’interno di una scelta che prevede prezzi più o meno elevati, ma quanto al vino mette nei sacchetti quattro bei bric di “Rosso Conad”. Mi si è accesa una lampadina e, parlando con gli altri relatori, era quella giusta. Il problema è di cultura e di educazione, di conoscenza, di gusto del mangiare e del bere, di fare la fatica di imparare la bellezza di ciò che non è seriale ed appartiene ad una storia di territori, di uomini, di imprese.

Vi sarebbero molte cose da dire di ieri sera, senza fermarsi appena alla simpatia ed alla cordialità dei correlatori, alla presenza di tanta gente (caldo africano, niente aria condizionata, nessun incentivo a venire lì se non un rinfresco alla fine), agli applausi. Me ne restano due. La Riviera romagnola, croce e delizia della regione, perché ha contribuito a generare un tipo di turismo rozzo ed incolto, anche gastronomicamente; e se la mitica Pensione Iris con vista ferrovia ne rappresenta l’archetipo, il prezzo della pensione completa a 29 € fa capire perché vada bene il Rosso Conad. La seconda l’hanno fatta vedere gli imprenditori che hanno partecipato (uno, riminese, l’ho ritrovato oggi alla Coop: e mi dava ragione…), tosti, determinati, decisi a fare le cose bene. Ai quali ho detto, come più efficacemente di me ha fatto Bernhard Scholz dal palco del Meeting di Rimini, di smettere di chiedere allo Stato o alla politica. Ma di darsi da fare, di mettere insieme forze, idee, di fare magari un distretto e ragionare, cooperando, perché anche nel fare impresa puoi non essere solo.

Spero che mi invitino ancora, per adesso li ringrazio tantissimo.

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Banche Lavorare in banca Lavoro

Dipendenti-soci nelle banche? No, grazie.

La surreale vicenda di Banca Carim partorisce ogni giorno nuove iniziative, anch’esse, per la verità, surreali e, come questa, abbastanza estemporanee. Il sindacato dei bancari, la FABI, ha proposto di destinare il TFR dei dipendenti della banca all’acquisto delle azioni della banca riminese in difficoltà. Il che consentirebbe, unitamente al coagularsi dei piccoli azionisti, di mantenere una presenza locale nell’azionariato della banca.

Ora, a prescindere dal fatto che il TFR non è rappresentato, come una certa vulgata, anche confindustriale racconta, da denari accantonati (né lo si può definire autofinanziamento), in realtà esso è solo un debito, del datore di lavoro, nei confronti dei lavoratori: che viene pagato all’atto delle dimissioni o del pensionamento, ma che di liquido ha ben poco. A Banca Carim servono soldi veri, non surroghe nei debiti, dunque l’idea non sembra risolutiva.

Ma sarebbe anche il caso di ricordare che l’unica banca italiana nella quale i dipendenti contano, votano ed eleggono il consiglio di amministrazione, è Banca Popolare di Milano, che sale periodicamente alla ribalta dei giornali oltre che per la sua governance da paese socialista, anche per le alzate d’ingegno dei suoi dirigenti (i SUV al posto delle auto aziendali, le promozioni di parenti e sindacalisti). Non mi pare che come ricetta per salvaguardare il localismo possa funzionare. Tanto più che il precedente CdA, indubbiamente genuina espressione del territorio, non è stato -come dire- performante. Se anziché chiedere ai dipendenti si provasse a fare un discorso più serio con le categorie economiche? E magari a partire da un piano industriale che rimetta al centro lo sviluppo e non la rendita, magari parlandone in occasione della campagna elettorale prossima ventura?

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Banche Banche di credito cooperativo Bolla immobiliare Rischi

Gli immobili si ri(s)valutano sempre.

Moody’s ha declassato a -D, ovvero ad emittente di titoli speculativi, il rating della Bcc Alta Padovana. Fabio Pavesi, su Plus 24 del Sole di ieri ripercorre le vicende che hanno portato la banca di Campodarsego ad iscrivere accantonamenti per crediti incagliati per oltre 46 milioni, in gran parte legati al settore edile ed immobiliare, che ha assorbito il 50% circa degli impieghi della banca. La prima, triste constatazione che sorge, leggendo la notizia, riguarda il fatto che ben più di Cirio, Argentina e Parmalat poté il mattone, che da Nord a Sud continua a mietere vittime. E su questo, come è capitato sovente di ricordare nel corso di numerosi incontri e conferenze, le banche locali avrebbero dovuto evitare di accodarsi, come troppo spesso accaduto, alla tendenza generale. Se la vocazione della banca locale è servire le Pmi del territorio, questo dovrebbe significare avere a cuore sviluppo ed occupazione delle imprese del territorio, non il finanziamento di una componente speculativa, pur molto popolare, delle scelte imprenditoriali.

Nell’augurare alla Bcc dell’Alta Padovana di saper uscire rapidamente dalla crisi, anche in onore alla sua storia ultracentenaria, non si devono tuttavia dimenticare due aspetti, senza i quali il giudizio rischierebbe di essere parziale.

In primo luogo le imprese edili sono da sempre una delle componenti settoriali più significative delle Pmi italiane, venete e non: dunque è facile immaginare che la Bcc di Campodarsego non abbia fatto altro che assecondare le scelte imprenditoriali di una grande quota della propria clientela, che non poteva essere semplicemente lasciata andare a fare le stesse cose altrove.

In secondo luogo, e non si tratta di un aspetto di poco conto, le Bcc italiane hanno messo a punto un sistema di tutela e salvaguardia incrociata delle obbligazioni di propria emissione, in grado di garantire i clienti sulla solvibilità delle banche che, a livello nazionale, sono coordinate e guidate da Federcasse. Non esistono meccanismi simili nelle banche di maggiori dimensioni, anzi la crisi ha evidenziato i comportamenti opportunistici di coloro che presentavano garanzie collaterali poi rivelatesi inconsistenti. Senza dimenticare che, per nota prassi di Banca d’Italia e per solidarietà mutualistica, le Bcc, di norma, si salvano da sole e responsabilmente, senza gravare sui bilanci di alcuno.

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Banche Unicredit

Mind games (stare sul pezzo, One4C, la banca del territorio e altre storie).

Lottomatica cede un pezzo del Gratta&Vinci. Il colosso internazionale dei giochi si allea con UniCredit nelle lotterie istantanee in Italia. L’investment banking ha acquistato il 12,5% della concessione, diventando direttamente azionista. Dopo una turbolenta e agguerrita asta, la scorsa primavera la società del gruppo De Agostini ha ottenuto il rinnovo della concessione, scontrandosi con il tandem Sisal-Poste Italiane. Ancor prima della gara, però, Lottomatica aveva affidato proprio a UniCredit l’incarico di trovare un socio (e un annuncio ufficiale era già stato dato al mercato): dopo varie ipotesi, alla fine è stata la banca stessa a proporsi come socio. Oggi Lottomatica detiene il 64% della concessione del Gratta&Vinci, all’interno di un consorzio, chiamato Lotterie Nazionali, con Scientific Games e Olivetti che si è aggiudicato la commessa per nove anni. Il debutto di Unicredit nelle lotterie istantanee sarà attraverso una newco, che vale circa 512 milioni, e che sarà così suddivisa: a Unicredit una quota pari a 100 milioni, il resto, circa 400 milioni, rimarrà a Lottomatica.

(dal Sole 24 Ore, martedì 16 novembre 2010)

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Banche Unicredit Vigilanza bancaria

Dividend policy (the key means to rebuild capital).

Il Financial Times si è occupato di recente delle grandi banche italiane e del ruolo che in esse rivestono le Fondazioni, con giudizi non certo lusinghieri, come per esempio il seguente: “In spite of being among the weakest capitalised banks in Europe, Unicredit, Intesa San Paolo and Monte dei paschi are adamant they will not launch rights issues to meet new global capital standards. “Dividend policy will be the real point of decision and flexibility instead,” said one senior bank executive. Another bank director said: “In order to beef up capital, halving the historic dividend pay-out ratio is perfectly possible.” (..)

Cutting the dividend will be politically sensitive in Italy, where provincial banking foundations continue to hold large stakes in even the biggest banks. These foundations have long relied on the banks’ dividend pay-outs to fund social ventures. In spite of the extended phase-in period for the new Basel rules, many banks believe the markets will favour institutions that meet the new requirements early, prompting them to consider how they can top up capital quickly.

E ancora: “But Italy’s banks believe they can be compliant by 2013 with both the 7 per cent Basel III ratio and an expected “systemic buffer” for big banks of up to 2 per cent more, largely by cutting dividends.

Verrebbe in mente l’arcinota proposizione dell’incontentabile, colui che vuole avere la botte piena, la moglie ubriaca e l’uva sulla vite. Ovvero Fondazioni che cialtroneggiano di banche solide, per le quali non devono sborsare capitali a rafforzamento del patrimonio, che si rafforzerà con gli utili: quegli stessi utili destinati a fornire grassi dividendi.

Naturalmente, da riversare al territorio.

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Banche Banche di credito cooperativo Relazioni di clientela Sviluppo Unicredit

Marketing territoriale.

In effetti la questione del territorio e delle banche che ad esso si richiamano sta diventando un po’ irritante, giusto per usare una parola soave. E la desiderabile -almeno nelle intenzioni- maggiore vicinanza ai territori se è stata sicuramente una delle motivazioni che hanno spinto Alessandro Profumo a rivoluzionare l’organizzazione di Unicredit, è tuttavia obiettivo arduo da raggiungere, usando solo le parole.

Ricapitolando, a larghe maglie: la crisi fa emergere la distanza siderale fra la tradizionale modalità di fare banca, tipica delle banche locali e le grandi banche nazionali; le banche locali nel nostro Paese sono le banche di credito cooperativo, le poche popolari rimaste autonome, qualche Cassa di Risparmio che non ha venduto l’anima al capitale; la crisi dimostra che le grandi banche si fermano alla transazione, le banche locali, non ossessionate dal profitto di breve periodo, prediligono la relazione; le grandi banche pensano che sia giunto il momento, per non perdere clienti e salvare la reputazione, di diventare più locali e, appunto, stare vicino ai territori.

Il problema è proprio questo: il localismo non si improvvisa, la storia non si inventa, le tradizioni non si creano dal niente, altrimenti non sarebbero tradizioni, consuetudini, cultura.

La parola territorio, per le banche locali che vi insistono, è scritta nella loro stessa nascita, poiché sorgono per rispondere alle esigenze di famiglie ed imprese del territorio stesso: non è un caso che siano cooperative. L’abitudine a stare sul territorio ce l’hai perché nasci lì, perché vieni di lì, perché non parli appena il dialetto, ma lo conosci: ed hai l’abitudine, meglio, la cultura, di starlo a sentire, ed ascoltare le sue esigenze.

La banca di relazione si fa così: il marketing è nel modo di fare delle persone, nella loro cultura. Non nelle insegne. Altrimenti è cialtroneria.

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Banche Banche di credito cooperativo

Scoprire l’acqua calda.

Con il fantasioso titolo Finanziati che Dio ti aiuta (sic) Il  Sole 24 Ore di oggi scopre l’acqua calda, ovvero la finanza di territorio. Ovvero il territorio che grazie alle banche locali rende possibile l’incontro fra domanda e offerta di fondi.

Solo che le Banche di Credito Cooperativo, e non solo del Varesotto, la finanza di territorio la fanno da oltre un secolo.

Ben alzàti.

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Banche Relazioni di clientela Unicredit

Come gestire un ircocervo.

Dunque gli azionisti di Unicredit non vedrebbero di buon occhio la riorganizzazione prospettata dall’amministratore delegato Profumo con la proposta nota ormai come quella del “bancone”. Ovvero, dopo avere sborsato montagne di quattrini (e per la verità, anche dopo averli incassati, a titolo di dividendo, quando le cose andavano bene) le Fondazioni bancarie avrebbero chiesto a Dieter Rampl di far rinviare l’approvazione del piano di riorganizzazione. La prima sensazione che si avverte, oltre a quella che i sicuri beneficiati di tutta questa operazione siano i consulenti di organizzazione -quelli vecchi e quelli nuovi, ammesso che ce ne siano veramente, di nuovi- è quella di una forte discontinuità con il passato. In altre parole gli azionisti non sono più disposti a proseguire in un vero e proprio “eccesso di delega” nei confronti di Profumo, che ha peraltro sempre rifiutato un vice-direttore generale, diluendone la figura ed il ruolo in tre (sic) deputy-ceo. La seconda percezione, nel leggere le cronache della vicenda, riguarda il modello di intermediazione prescelto. La grande banca internazionale di transazione non può essere, per definizione, ruolo e vocazione, anche banca di relazione, o come usa dire ora in Italia, banca dei territori. O è una cosa o è l’altra. Altrimenti è un ircocervo, fantastico animale mitologico. Che non esiste.

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Banche Banche di credito cooperativo fiducia Formazione profitto Unicredit

Rischio di reputazione e relazioni di clientela: non bastano le dichiarazioni

L’articolo sul Foglio di oggi sulle banche italiane intente a riconquistare la reputazione perduta (non a caso nei manuali parliamo di rischio reputazionale) è assai interessante e mostra aspetti evolutivi della crisi che solo due anni fa avrei detto impensabili. L’articolo è importante anche perché i Colleghi intervistati bene hanno evidenziato l’eccesso di dedizione ai modelli matematici delle grandi banche ed il loro distacco dalla realtà dei territori, se non in termini formali, perlomeno in termini sostanziali: Unicredit, in particolare, usa da sempre i cosiddetti Comitati Locali come surrogato di quelle che un tempo furono le storiche banche dei territori (da Cassa Risparmio Torino a Credito Romagnolo etc..) per riannodare rapporti che, a mio parere, è tuttavia difficile ripristinare a partire da strutture formali, se non sono supportate da un’effettiva organizzazione, come quella delle banche di credito cooperativo, vocata allo scopo. E qui c’è il secondo punto importante dell’articolo, la questione della formazione: non basta, infatti, dire la parola magica “territorio” o parlare di “rinnovata attenzione alle Pmi” se poi manca la cultura –e la tecnica- per farlo. La formazione del personale bancario è importante, ma non dobbiamo dimenticare che i derivati (ho visto con i miei occhi la devastazione provocata da un’operazione di cinquecentomila euro rifilata ad un barista veneto) sono stati venduti disinvoltamente dallo stesso personale cui ora si chiede di riconvertirsi, dalla religione della creazione del valore nel breve periodo, a quella dell’instaurazione di relazioni di clientela di lungo termine.
E’ un passo importante, ma non bastano le dichiarazioni. Occorrerebbe, soprattutto, che le imprese e le loro associazioni di categoria andassero a “vedere” le carte in mano alle banche. Cominciando, finalmente, a scegliere: perché le banche non sono tutte uguali.