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Borsa IPO Regno Unito

Ma davvero?

Ma davvero?

L’annuncio dell’offerta pubblica di vendita di Glencore sembra aver ottenuto effetti di trasparenza informativa, sia pure a posteriori, davvero notevoli, se, come nota un articolo di Luca Davi sul Sole 24 Ore del 26 aprile “(..) mentre in Russia e Ucraina la siccità e gli incendi mandavano in fumo gran parte dei raccolti, sui mercati c’era chi siglava una serie di scommesse speculative sull’ulteriore rincaro dei prezzi. E a farle non era un operatore qualsiasi bensì Glencore, la prima società al mondo di commercio di commodity. A rivelare ciò che accadeva sui mercati agricoli nel corso dell’estate 2010, quando i prezzi di grano e mais schizzarono ai livelli record del 2008, è stata la stessa società elvetica, le cui operazioni di trading – da sempre coperte da una stretta riservatezza – stanno ora venendo allo scoperto grazie all’avvio della procedura di Ipo, prevista per maggio. Glencore avrebbe infatti comunicato i suoi movimenti di “proprietary trading” a Ubs, una delle banche coinvolte nello sbarco in borsa del gruppo: operazioni di per sè lecite, che però possono procurare forte imbarazzo soprattutto se lette alla luce degli eventi di allora. Secondo il Financial Times, infatti, se da una parte la società svizzera assumeva posizioni speculative sull’aumento dei prezzi, dall’altra parte i manager elvetici chiedevano a gran voce a Mosca di bloccare temporaneamente l’export di grano.

Le notizie vanno date e commentate, ed è ciò che fanno i giornalisti. Ciò che qui viene messo in discussione, tuttavia, non riguarda il mestiere altrui, né tantomeno il rilievo dell’operazione, di ammontare davvero inusitato, too big to ignore, ma la solerzia di commentatori che rivelano che un big mondiale delle materie prime ha effettuato movimenti di proprietary trading. Non deve sembrare cinismo ma, in tutta franchezza, la notizia sembra l’equivalente di certi servizi dei Tg estivi, quando gli ascoltatori scoprono, guardando la televisione, ciò che avvertono quotidianamente sulla loro pelle: c’è l’afa.

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Banche Germania profitto Rischi Vigilanza bancaria

Facciamo a capirci.

Ubi banca. All’indomani (finanziario) della pubblicazione degli stress test il titolo Ubi banca è il più penalizzato fra gli istituti italiani coinvolti nella maxi-valutazione europea con un ribasso superiore all’1 per cento. L’istituto – che l’anno scorso ha sottoscritto un 1,9 miliardi di euro in bond ibridi – non sta prendendo in considerazione un aumento di capitale e continuerà a distribuire dividendi, secondo quanto comunicato dall’amministratore delegato Victor Massiah. Ma l’impatto degli stress test, da cui è emerso un Tier 1 al 6,8% in caso di scenario avverso, non è piaciuto agli analisti. «È stato superiore al previsto a causa di un maggiore costo del credito. Anche le perdite previste sul trading book sono state ben superiori – spiegano gli analisti di Equita -. Sul risultato degli stress test ha inciso negativamente anche la minor base di partenza del trading income che nel 2009 aveva contribuito per solo il 7% al risultato operativo rispetto al 15% della media di settore. In ogni caso, anche se il risultato dello stress test è deludente, la posizione di capitale di Ubi è ben sopra il livello di guardia», concludono gli analisti, che per il 2010 stimano un Core Tier 1 all’8% circa.

Così Il Sole 24 Ore on line di oggi, che ritorna sulla questione degli stress test.

Ora, a parte la sensazione, abbastanza sgradevole, che da parte di molti si siano presi i risultati degli stress test unicamente in chiave di “come reagiranno i mercati“; a parte che i suddetti mercati fanno, come sempre, quello che vogliono e al riguardo si è assistito alla diffusione di ogni sorta di notizia più o meno difforme; a parte che gli americani hanno sostenuto essere gli stress test europei non sufficientemente affidabili, che è un po’ come se il piromane esperto desse del dilettante al ragazzino con la molotov; a parte che le banche tedesche non hanno comunicato integralmente tutti i loro dati (e la pietosa difesa di Bundesbank and co. è stata che “non possiamo obbligarli“) e a questo punto non sai più di chi fidarti, poiché persino la Merkel viene meno. A parte tutto questo, facciamo a capirci, appunto.

Se UBI ha realizzato perdite sul trading bookben superiori“, nonostante il modesto contributo del trading income al risultato operativo, se ne dovrebbero trarre due conclusioni:

  1. UBI non è neppure capace di fare profitti nel modo con cui tutte le banche, più o meno orgiasticamente, sono riuscite negli ultimi due anni;
  2. UBI, che ha svolto attività tradizionale (se fai trading non fai lending e viceversa), l’ha svolta male, visto l’elevato costo del credito.

Di conseguenza si potrebbe rilevare e rimarcare che l’annunciata ininterrotta distribuzione di dividendi della banca guidata da Victor Massiah sia quantomeno incongrua: e scagliarsi, con opportuna vis polemica, contro chi fa strame dei precetti delle autorità di Vigilanza e del bon ton del mercato del credito. Invece no, niente di tutto questo. Ci pensa una SIM, una banca d’affari, qualcuno che offre gli elementi di riflessione, ma i giornali no. Perché è così difficile parlare chiaro?

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Borsa Risparmio e investimenti Strumenti finanziari USA

Imprevisti (un segnale che abbiamo dei limiti).

(..) è da stamattina che ci penso: c’era già compreso, in una qualche variabile di una qualche formula, il fatto che l’umano della Citigroup pigiasse il tasto “b” (billion) anziché “m” (million) sulla tastiera del computer? Un Epsilon di t davvero rilevante quello di ieri.
Ma secondo lei è possibile che sia successo veramente quello che hanno raccontato i giornali?
Cioè, non c’è un meccanismo computerizzato che blocca cifre improbabili? Oppure, eventualmente non ci fosse, potrebbe esser stato un “errore” intenzionale?
Mentre leggevo mi immaginavo le facce dei traders: tutti in preda al panico, appesi a ipotetiche cause che giustificassero quello che stava accadendo (La Grecia? Moody’s? Trichet?). Poi di nuovo la quiete. Si saranno sentiti come dei pazzi e totalmente inermi.
Non c’è da goderci, (anche se nell’immediato ho pensato “alla faccia dei modelli di previsione”) è solo un segnale che abbiamo dei limiti.

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Borsa profitto Regno Unito Rischi Risparmio e investimenti Università USA

Ormoni maschili e rischio finanziario: perché, forse, l’università italiana non va poi così male.

Apprendiamo dal Sole 24 Ore del 26 novembre che due studiosi -e tanto basti: studiosi- dell’Università di Cambridge, un ex trader di Wall Street, tale John Coates e John Herbert, hanno pubblicato una ricerca dal titolo “Steroidi endogeni e assunzione del rischio finanziario alla Borsa di Londra”. La lettura del contributo scientifico, a detta del giornalista Simone Filippetti, non deve essere banalmente ridotta a machismo finanziario, e dovremmo dargli retta, dal momento che la ricerca è agli Atti della National Academy of Sciences degli USA. Tuttavia gli stessi autori ammettono che non si è ancora capito se il testosterone influisca di più sulla propensione al rischio o sulle capacità di trading.

Nel dubbio, mi sentirei di dire che: forse la qualità della ricerca in Italia e l’Università in generale non vanno poi così male; invece,per un ricercatore, qualunque cosa ricerchi, gli USA e il Regno Unito sono il paradiso terrestre. E’ facile immaginare l’indignazione di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella se, poniamo, la stessa demenziale ricerca l’avessero svolta i Colleghi dell’Università di Campobasso o di Genova. A Urbino, nel nostro piccolo, hai visto mai che qualcuno volesse venire a vedere, ci occupiamo di rapporti banche-Pmi. Niente testosterone nelle ricerche, quello ce l’abbiamo in dotazione nell’aria buona, però lavoriamo sodo, anche senza finanziamenti.

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Rischi Risparmio e investimenti

Sinonimi

pokerDa ingegnere della finanza a mago del poker. Ecco, appunto: che siano sinonimi?

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Banche Liquidità Rischi

Banche & speculazione: un binomio davvero inscindibile?

Banchieri centrali, vecchi e nuovi
Banchieri centrali, vecchi e nuovi

L’intervista di Claudio Gatti all’ex presidente della FED ed attuale consigliere di Barack Obama, Paul Volcker, offre spunti di riflessione non solo per quanto concerne il contenuto dell’intervista stessa ma anche relativamente alla notizia, riportata nell’articolo di Morya Longo sul Sole 24Ore di oggi, che dalla speculazione provengono il 59% degli utili delle banche.

La prima riflessione riguarda toni e contenuti di un post di qualche tempo fa, dei quali faccio ammenda con Massimo Sideri, che commentava proprio l’uso, in verità assai spregiudicato, che le banche di tutto il mondo fanno dell’immensa liquidità messa a loro disposizione. Ciò che, da parte mia, è stato sottolineato con eccesso di sarcasmo, dal momento che le banche, ci piaccia o no, sono imprese e come tali devono fare gli utili. E’ noto, del resto, che non credo alla divisione manichea del mondo economico in buoni e cattivi ma questo non era nè doveva essere motivo di, appunto, eccessi.

Dato atto di questo, mi sembra interessante rilevare che, in modo singolare, la risposta alle preoccupazioni di Morya Longo è contenuta nell’intervista a Volcker del giorno precedente, laddove egli afferma che “si devono trattare le banche in modo diverso dalle altre istituzioni finanziarie. E si devono limitare le loro attività. Le banche non dovrebbero essere proprietarie di hedge fund o di fondi azionari e le loro attività di trading dovrebbero essere circoscritte. Un’istituzione che produce il grosso del suo reddito con il trading non dovrebbe avere la licenza bancaria.”

Volcker dice anche altre cose, il cui realismo sarebbe bene divenisse patrimonio maggiormente diffuso fra operatori, commentatori e regolatori: per esempio che, con riguardo ai tetti ai compensi dei banchieri “troverebbero il modo per aggirarli.” Il che non significa, evidentemente, decidere di non fare nulla, ma evitare velleitarismi moralistici in cui forse si sta eccedendo.

La proposta del ritiro della licenza bancaria per gli intermediari creditizi che traggano dall’intermediazione mobiliare la maggior parte dei loro ricavi mi pare un buon punto di partenza, oltre che una proposta ragionevole. In Italia si potrebbe modificare la legge bancaria, senza troppi sussulti: oppure, ancora, si potrebbero irrigidire i parametri patrimoniali imposti dalla Vigilanza, rendendo più oneroso il dedicarsi al trading stesso.

Infine, non va dimenticato un particolare non secondario: che il trend in atto sia quello descritto, non c’è dubbio. Ma sul fatto che possa durare, mi permetto di esprimere serie perplessità.

Da un lato, infatti, gli spread non possono mantenersi in eterno a questi livelli, tali cioè da rendere convenienti i comportamenti opportunistici delle banche, il cui moral hazard consiste nel ricevere risparmi dal pubblico a vista per investirli a medio-lungo termine. Moral hazard, peraltro, che si manifesta anche nei confronti di una missione troppo spesso sbandierata, ma non praticata, ovvero quella di finanziare lo sviluppo e sostenere le imprese.

Dall’altro lato, infine, ci sono evidenti considerazioni di tipo economico: per quanto tempo, infatti, potranno reggersi i conti economici di intermediari creditizi la cui struttura sul territorio è, tuttora, basata sulla filiale tradizionale che -grazie al Cielo, aggiungerei- fonda la propria operatività sul costo del personale? Il principale dei costi operativi di un intermediario è il capitale umano: all’impiego efficiente e coerente di tale risorsa forse sarebbe bene dedicare maggiore riflessione.