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Banche Giulio Tremonti Relazioni di clientela

Quasi quasi mi compro una banca.

 

La notizia che Poste Italiane può comprare banche, così come previsto nel decreto “milleproroghe” non è appena un rigurgito di statalismo, come si potrebbe facilmente paventare, soprattutto alla luce di quanto ha mostrato finora di pensare il Ministro Tremonti.

Le possibili conseguenze dell’inserimento normativo, inatteso e sorprendente, circa la previsione di future acquisizioni in campo bancario e finanziario da parte di Poste Italiane, sono difficili da valutare. Certo l’idea è perfettamente coerente con la necessità di impiegare l’enorme massa di liquidità raccolta dal risparmio postale, destinata alla Cassa Depositi e Prestiti, che è, tuttavia, una non-banca. E, d’altra parte, se non dovesse decollare la Banca per il Sud, ecco pronto uno strumento, sia pure attraverso la mediazione di una holding pubblica, pronta a fare lo stesso, e magari non solo al Sud.

Una conseguenza, tuttavia, è abbastanza chiara e non può fare piacere alle banche italiane, strette fra problemi di liquidità e di tassi sempre troppo bassi. L’idea tremontiana riduce i passaggi fra risparmio e investimenti, attenuando i costi della doppia intermediazione che l’idea della Banca per il Sud portava come se come vizio originario ma, soprattutto, fa concorrenza alle banche in un settore, quello della raccolta, sul quale stanno già soffrendo, con una rete distributiva molto più capillare e prodotti spesso più competitivi. Il fattore tempo, tuttavia -almeno quello- lavora per le banche: se Poste Italiane è molto abile nella raccolta, non è tuttavia in grado di fare impieghi di qualità, né sarebbe autorizzata a farlo. E acquistare una banca ex-novo significa comunque armonizzare prassi, culture aziendali, missioni e strategie. Non è un buon motivo per dormire sonni tranquilli, ma per darsi da fare e ricominciare a fare, per davvero, la banca di relazione, questo sì. Buon lavoro.

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Banche Giulio Tremonti Imprese Indebitamento delle imprese PMI

L’impatto dello scudo sulla struttura finanziaria delle imprese e sui loro rapporti con le banche.

I dati sull’esito positivo dell’operazione “scudo fiscale” diffusi dal Ministro per l’economia, Giulio Tremonti, sono indubbiamente interessanti, soprattutto per l’ammontare contabilizzato, circa 95 miliardi di euro. Poiché la chiusura, con successo, della prima fase dell’operazione cade in un momento di ampio dibattito sul tema dei rapporti banca-impresa e sulla problematica della sottocapitalizzazione, vale la pena approfondire l’argomento con qualche dato alla mano. Non più tardi di due giorni fa i contributi di Gaetano Miccichè, di Banca Intesa, e del prof.Onado, nell’ambito di un’inchiesta del Sole 24 Ore sull’aumento del peso delle banche nell’impresa -l’articolo è a firma di Laura Galvagni e Marigia Mangano- evidenziavano sia il crescente interventismo degli Istituti di credito, costretti obtorto collo a trasformare crediti in azioni, sia il cronico basso livello di capitalizzazione delle imprese.

In particolare, Galvagni e Mangano spiegano che nel 2009 le banche hanno rilevato azioni per circa 2 miliardi, con riferimento a sette società quotate, fra cui Risanamento. Da qui, anche attraverso dichiarazioni del prof.Dallocchio, una nemmeno troppo velata sponsorizzazione dell’interventismo bancario, sul quale forse varrebbe la pena riflettere.

Ma torniamo allo scudo. Cosa rappresentano, effettivamente, quei 95 miliardi? A cosa li si dovrebbe paragonare?

Attraverso i dati resi pubblici dalla Banca d’Italia sul suo sito, è possibile consultare il Bollettino Statistico, il cui aggiornamento è datato all’indietro di circa 6 mesi ma è comunque significativo. Alla data del 30 giugno il totale del credito per cassa accordato nell’economia italiana, con esclusione della Pubblica Amministrazione, delle imprese finanziarie e delle famiglie produttrici e consumatrici, ammontava a circa 1232 miliardi. Paragonato a tale ammontare l’importo degli interventi effettuati sulle società quotate appare irrisorio (0,16%), così come è irrisorio se paragonato all’ammontare del credito effettivamente utilizzato, pari a 1137 miliardi di euro, per un incidenza percentuale pari allo 0,24%. Dunque non sembra che l’enfasi con la quale sono stati pubblicati le cifre di cui sopra, pur consapevoli che si tratta del solo mercato azionario, possano rappresentare una significativa inversione di tendenza della formula di intermediazione delle nostre banche, protese verso la hausbank di teutonica memoria.

Ben più significativo è il dato dei capitali rientrati in Italia grazie allo “scudo”: naturalmente resta da verificare la praticabilità dell’ipotesi che di questi denari ben il 98% rimanga effettivamente in Italia, ma ipotizziamolo pure, per comodità.

I capitali scudati, in effetti, rappresentano il 7,71% del totale dei fidi accordati per cassa, sempre ai soggetti descritti sopra, l’11,59% del totale utilizzato, ben il 71,08% del totale dei finanziamenti utilizzati per cassa a breve termine. Tale ultimo dato pare particolarmente interessante, perché è riferito agli affidamenti che effettivamente potrebbero essere interessati ad una riduzione, grazie ai capitali dello scudo, ossia quelli a breve termine per cassa, in quanto mediamente più costosi, più volatili ed erogati per fabbisogni che in questo momento mostrano fortissime tensioni (il capitale circolante netto operativo). Sarà interessante capire quanta parte di questi denari -in grado, almeno potenzialmente, di modificare per oltre 2/3 la struttura finanziaria delle imprese italiane- sarà effettivamente utilizzata per ridurre l’indebitamento a breve verso banche o, complici anche i commercialisti, si preferirà continuare nel ricorso disinvolto alla leva finanziaria. Magari dimenticando che non solo un’impresa che riduce il proprio indebitamento è percepita come meno rischiosa dai finanziatori -che la sostengono più a buon mercato, anche applicando i “vecchi” rating di Basilea 2- ma anche che si verificherebbe una riduzione della componente più redditizia degli impieghi bancari, quelli economici verso le imprese. Costringendo le nostre banche, la cui formula di intermediazione si basa ancora prevalentemente sul margine di interesse, a rifare i conti per non ritrovarsi con le sgradite sorprese provocate da un concorrente inatteso, il capitale di rischio.

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ABI Banche Sud Sviluppo

“Intensità creditizia” e sofferenze bancarie

Nel corso di un’audizione presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato il presidente dell’ABI, Corrado Faissola, ha negato l’esistenza del fenomeno del credit crunch, termine del quale, egli ha affermato “è stato fatto un uso assai improprio ed approssimativo”. Faissola, inoltre, nel riportare il parere dell’Associazione delle banche italiane, ha anche affermato che, al contrario di quanto paventato con la continua evocazione del termine credit crunch, l’intensità creditizia (sic), ovvero il credito per unità di prodotto, è cresciuta nel corso della prima parte del 2009, pur avendo rallentato la propria velocità rispetto al passato. Faissola, in sostanza, ribadisce ciò che tutte le principali banche italiane hanno sostenuto con vigore da almeno un anno in qua, ovvero che non sono le banche a non erogare più affidamenti, ma è il sistema delle imprese a farne una minore richiesta. I dati citati dal presidente dell’ABI mostrano una crescita del credito al settore privato del 2,3%: senza approfondire ulteriormente le evidenze statistiche portate da Faissola, sarebbe tuttavia interessante verificare, attraverso i dati della Centrale dei Rischi, la reale crescita –o la più probabile riduzione- dei crediti alle imprese di piccola e media dimensione, già con il segno meno a dicembre 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007.

Faissola, inoltre, ha posto l’accento con allarme sulla crescita delle sofferenze, innalzatesi velocemente fino al livello al 2,94% sugli impieghi a fine agosto 2009 rispetto all’anno precedente. Una prima annotazione, sul punto, conduce a rammentare i tempi, non proprio bancariamente felici –salvo che per l’età più giovane- durante i quali le sofferenze erano pari ad oltre il doppio e, ciononostante, le banche non parevano, e non erano, preoccupate. Non si tratta di un peggioramento indotto dalla crisi, come potrebbe apparire ad un commentatore superficiale, bensì di una ridotta capacità delle banche, con gli attuali spread, di sopportare nei propri bilanci il peso delle perdite su crediti. Senza dimenticare che, nei tempi di cui si sta parlando, il sistema bancario era ancora, per la maggior parte, in mano pubblica, con evidenti riflessi in termini di minore efficienza e di costi posti, impropriamente, a carico dello Stato.

Last but not least, Faissola ha testualmente affermato che il credito al Sud “è difficilissimo farlo.” Le sofferenze, come si è già evidenziato in questo blog ieri, sono molto più elevate ed il merito di credito “sfuggente”. Sembra dunque una pillola avvelenata –o un’auto-felicitazione per lo scampato pericolo- quella dell’augurio che l’ABI rivolge alla Banca per il Sud voluta da Tremonti. E’ evidente, tuttavia, che il problema del credito alle imprese del Mezzogiorno non possa essere risolto con un elegante gioco di scarico delle responsabilità. I tempi per il varo della Banca del Sud, del resto, non paiono realisticamente, ravvicinati.

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Banche USA

Moralismo & superbonus

“Non ho mai apprezzato, e l’ho scritto, la violenta campagna contro le banche che si è scatenata con l’esplodere della crisi finanziaria.

Mentre altrove si spendeva un’enorme quantità di denaro pubblico per salvare gli istituti di credito, da noi si è accompagnata la creazione dei cosiddetti Tremonti bond con un lancio di pietre contro banche e banchieri cui quasi nessuno, dalla politica ai media, si è sottratto. Un vero e proprio sport nazionale: affamatori del popolo, strozzini, ladri, furbi e furbetti. Senza capire che le banche sono imprese come le altre, che se c’è una colpa di cui si sono macchiate nel passato è di aver dato troppi soldi a troppi e che dunque oggi un ritorno al merito di credito è sacrosanto.”

Enrico Cisnetto, Tre palle, un soldo, Il Foglio, 4 settembre 2009