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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Contrordine compagni! Le difficoltà non sono più un problema.

Contrordine compagni! Le difficoltà non sono più un problema.

Contrariamente a quanto evidenziato ieri sul blog, anzi, in concomitanza all’uscita del post, la Commissione europea ha stabilito che lo stato di difficoltà accertato alla data del 31 dicembre 2019 valga solo nel caso che la società medesima sia assoggettata a procedura di insolvenza o a un piano di ristrutturazione. Ci sarà di che gioire, forse, per le piccole e le microimprese, destinatarie dei prestiti Covid-19: ma per farci un’idea, appena abbozzata, di cosa questo significhi, mettete insieme tante piccole Alitalia sparse per lo Stivale, e il gioco è fatto. Bene, ma non benissimo.

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Prima, dopo e durante un prestito Covid-19 (senza speranza).

Si è già discusso abbondantemente in questa sede sul fatto che un prestito Covid-19 con garanzia pubblica, laddove per tale si intende quella prestata dalla SACE o dal Fondo Centrale di Garanzia, non è un prestito che la banca è tenuta a erogare, tanto meno senza valutare approfonditamente il merito di credito del richiedente. A parte i motivi già illustrati, riguardanti le best practices in materia di affidamento e le prescrizioni della Circ.285 di Bankitalia, è ormai noto l’orientamento EBA circa il fatto che un prestito in moratoria possa divenire tranquillamente un’inadempienza probabile o comunque analizzato come tale. E se da un lato non si possono segnalare sofferenze da parte delle banche (quid juris quando dopodomani riapriranno i tribunali fallimentari?), come sancito dal Decreto Liquidità, che fine faranno le valutazioni che de plano devono essere fatte sulla incapacità di adempiere se non tramite escussione delle garanzie, ovvero le UTP?

Detto questo, l’audizione del Direttore Generale del Fondo Centrale di Garanzia ha bene illustrato quello che accade qualora la fideiussione, senza eccezioni e a prima richiesta, venga escussa: il FCG verificata la sussistenza dei requisiti, paga. Nello stesso istante, tuttavia (e per comprenderlo non serviva un’audizione parlamentare) si surroga negli stessi diritti che aveva il creditore originario, cioè la banca e per recuperare il proprio credito è autorizzato ad emettere cartelle esattoriali per l’importo dovuto, più interessi e spese. Con tutta evidenza, nulla di più distante da un contributo a fondo perduto: direi, poco rassicurante.

Ma un aiuto di Stato? Si. Autorizzato? Forse (ma probabilmente no, almeno in moltissimi casi di piccole e micro-imprese).  Come ricorda un ottimo articolo apparso sul Sole 24 Ore di oggi a cura di Paolo Meneghetti e Gian Paolo Ranocchi, per quel che riguarda il contributo a fondo perduto la circolare 15/E della Agenzia delle Entrate precisa che l’aiuto non può essere concesso alle imprese che si trovavano in una situazione di difficoltà al 31 dicembre 2019, in base alla definizione di cui all’articolo 2, punto 18 del regolamento (UE) n. 651/2014. Le 4 condizioni per le quali -ne è sufficiente anche una sola- una impresa è considerata in difficoltà e quindi non può essere aiutata sono le seguenti:

1)-nel caso di srl diverse dalle neo-costituite, il patrimonio netto ridottosi del 50% a causa di perdite cumulate;

2)-nel caso di sas o di snc, i fondi propri (ovvero il patrimonio netto) ridottisi del 50% a causa di perdite cumulate;

3)-assoggettamento a procedure concorsuali;

4)-interessi passivi superiori all’Ebitda.

Non è evidentemente questa la sede per discutere, per esempio, dell’inclusione o meno nella categoria delle imprese in difficoltà delle ditte individuali -come parrebbe pacifico- né dell’esclusione dei liberi professionisti, che pure non pare in discussione. La questione vera, che il legislatore pasticcione del Decreto Liquidità e del Decreto Rilancio pare avere scordato, riguarda il fatto che tutti i prestiti e le moratorie rischiano di configurarsi come aiuto di Stato proprio per quelle imprese che più ne hanno bisogno, le tantissime snc,, sas ed srl, che hanno da tempo il patrimonio netto negativo e che versano da tempo in condizioni di squilibrio economico, finanziario e patrimoniale.

Ma se queste imprese, a seguito del cumularsi di perdite, hanno ridotto la dotazione di capitale di oltre il 50% -e ci riferiamo a imprese, quelle italiane, normalmente sotto-capitalizzate- e non solo per perdite ma, per esempio, per prelievi soci c/utili anticipati, si stanno erogando finanziamenti a soggetti che quasi certamente non rimborseranno nulla di quanto dovuto. Con le conseguenze di cui sopra. Con l’aggravante che molte di esse, destinate a fallire, avranno tuttavia nel frattempo anche ricevuto contributi a fondo perduto. Che più perduto non si può.

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BCE Crisi finanziaria Disoccupazione Economisti Giulio Tremonti Silvio Berlusconi

#Greciasenzamedicine: per vedere di nascosto l’effetto che fa.

#Greciasenzamedicine: per vedere di nascosto l’effetto che fa.

La notizia della Grecia rimasta senza medicine, ha fatto il giro dei social network, diventando, in brevissimo tempo, l’hashtag più popolare (#Greciasenzamedicine) e l’oggetto delle dichiarazioni preoccupate di tutti. E non può che essere così, se in un Paese europeo si vive una circostanza di durezza e ferocia tali da far pensare a tempi che neppure immaginavamo essere tornati, quelli delle camicie brune (l’Alba Dorata, partito neo-nazista ellenico).

Purtroppo la durezza dei tempi non sembra aiutare la ragionevolezza, se coloro che invocano fallimenti a catena non si rendono conto che punire i banchieri pensando di non punire i risparmiatori è come spegnere un incendio in un museo selettivamente: lasciare bruciare, che so, i fiamminghi del ‘600 per salvare solo i rinascimentali italiani. Brucerà tutto ugualmente, perché l’incendio riguarda tutti. L’idea di B., quella di mettersi a stampare moneta, non è folle, anche se chi l’ha pronunciata mostra chiari segnali di avvicinamento al rimbambimento (a riprova dell’avanzare dell’Alzheimer, ha affermato che però lui scherzava, nel silenzio desolante dell’ufficio politico del Pdl e dei suoi fedelissimi): da tempo ne parla Krugman e tutti coloro che hanno a cuore l’esistenza non solo dell’euro, ma di un politica comune e di una banca centrale degna di questo nome. Solo che né Krugman, né altri economisti, italiani e non, hanno avuto a disposizione i cordoni della borsa ed il consenso semi-bulgaro del penultimo governo, quello degli inetti della libertà.

Mettersi a stampare moneta e salvare le banche non serve a salvare i banchieri: quelli li salverà solo l’inettitudine e la corruttela della magistratura e la loro contiguità al potere, in ogni caso. Mettersi a stampare di moneta serve ad evitare di assistere, non più di nascosto, all’effetto disastroso che fa la mancanza di liquidità nei sistemi economici e finanziari. Si chiama collasso.

 

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Crisi finanziaria fiducia

Aspettando piazza Syntagma…

Aspettando piazza Syntagma…

…l’economia reale europea gela nelle stazioni italiane.

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Banche Giulio Tremonti Rischi Vigilanza bancaria

Una e trina.

Dunque ci sarebbe l’accordo, in sede UE, a partire dal 2011, per il varo dell’Autorità Europea su banche, assicurazioni e mercati. Le tre Autorità avranno sede a Londra, Francoforte e Parigi, e saranno affiancate da un ulteriore organismo, il Comitato Europeo per i rischi sistemici (ESRB o European Systemic Risk Board), il cui compito sarebbe quello di “lanciare allarmi” ma senza poter dichiarare lo stato d’emergenza finanziario.

Come per gli USA, con il Financial Stability Oversight Council, la risposta alla grande crisi finanziaria è stata una moltiplicazione di autorità, nazionali e non, i cui compiti -come da dibattito ormai decennale fra gli economisti del settore- si sovrappongono e non sono sempre certi. A tacer del fatto che, di norma, si creano nuove burocrazie, come sempre, a futura memoria, dure a morire. E’ difficile immaginare l’efficacia del nuovo Comitato per i rischi sistemici senza sapere quale sia la sua dotazione di risorse, il suo osservatorio ed i dati rilevanti di cui potrà disporre, senza dimenticare che, al momento attuale, pare poco più di un cane da guardia, magari molto grosso e cattivo, ma legato alla catena. Infine, non c’è autorità senza esercizio delle medesima e dei poteri che ne conseguono: che nel caso di specie dovrebbero corrispondere alla possibilità di irrogare sanzioni, significativamente elevate e dissuasive, elemento che al momento non si intravvede. Il buon senso, per intanto, dice che si potrebbero rafforzare i coefficienti patrimoniali di Basilea 3. E checché ne dica il Ministro dell’Economia, non è proprio un gioco da bambini.

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Crisi finanziaria

La Grecia si è creata i suoi problemi.

Da http://www.windoweb.it

Ci sono due visioni sulla situazione greca. La prima è che questo paese sia una vittima degli squilibri all’interno dell’Unione economica e monetaria: i cambi fissi e la politica fiscale tedesca prudente si riflettono in gravi disavanzi commerciali negli altri paesi. Da questa visione, secondo cui la Grecia è in qualche modo una “vittima”, discende la conclusione che vada salvata. Qualunque merito abbia questa teoria per paesi come Portogallo e Irlanda, non vale per la Grecia: il disavanzo di partite correnti greco è il 12% del Pil, ed è esattamente uguale al disavanzo di bilancio pubblico. La Grecia si è creata i suoi problemi con una irresponsabile politica fiscale durata anni e anni.

Alberto Alesina e Roberto Perotti, Il Sole 24 Ore

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Regno Unito Rischi USA Vigilanza bancaria

Se le regole le fanno gli altri.

Le proposte in discussione presso l’Unione Europea allo scopo di definire una direttiva sugli hedge fund non piacciono molto, né agli americani, né agli inglesi. Ai primi perché la direttiva, che riguarda i fondi alternativi di investimento (hedge fund, fondi di private equity, sulle commodities etc..) richiede ai fondi extraeuropei con asset superiori ai 100 mln.di euro l’approvazione da parte di ogni singola autorità nazionale per poter operare in Europa. Ai secondi la proposta di direttiva non piace perché l’industria dei fondi di investimento alternativi si è insediata stabilmente a Londra e sarebbe altamente indesiderabile per i britannici che l’unica industria rimasta sull’isola, quella finanziaria, sia “costretta” ad emigrare, per esempio, in Svizzera. Il nuovo regime non dovrebbe entrare in vigore prima del 2012, ma il fuoco di sbarramento delle lobbies è, ovviamente, già cominciato. Ciò che pare allarmare gli americani è la possibilità che la normativa sia in realtà un pretesto per creare barriere all’entrata ai fondi extra-comunitari, obbligandoli a rispettare regole Europee o a detenere liquidità presso banche dell’Unione. E’ comprensibile la pressione lobbistica e la difesa di interessi, se non legittime, perlomeno comprensibili (a nessuno può essere chiesto di mettere allegramente da solo la testa nel cappio). Peraltro la riforma delle regole proposta dagli USA innalza l’obbligo di registrazione a 150 mln.di dollari di asset gestiti, ma limita la loro applicazione ai soli fondi hedge, escludendo i fondi di private equity e di venture capital. La proposta americana è tutt’altro che peregrina, pur tenendo conto che il venture capital ed il private equity sono nati negli USA: nessuno, peraltro, ha dimostrato, che gli intermediari attivi nel capitale di rischio delle imprese siano in qualche modo responsabili della crisi, come non esistono evidenze empiriche riguardo agli hedge. Il problema, sia per gli americani, sia per gli inglesi, è la perdita di credibilità avvenuta durante la crisi; e se in tempi normali è difficile influenzare la redazione delle regole in casa altrui, dopo la crisi globale non sono i paesi del FIRE (Financial, Insurance, Real Estate), secondo la felice definizione di Tremonti, a poter impartire lezioni.