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ABI Alessandro Berti Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Lavorare in banca

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Se c’è una cosa di cui essere grati al proprio Maestro, il prof.Giampaoli, è la diffidenza che mi ha insegnato nei confronti delle frasi fatte. Il titolo del post le riassume quasi tutte, manca solo “tesoretto” ma ci ha pensato Victor Massiah a tirarla fuori, nel presentare l’aggiornamento al piano industriale di UBI e nel definire come ostile e non concordata la proposta di Intesa. Tutto come da copione o quasi, salvo un chiaro atteggiamento a mio parere puramente difensivo (Intesa crescerà in Italia ma non all’estero, la fusione non crea valore per gli azionisti etc…) e, soprattutto, povero di argomenti veri. Le slides, scaricabili dal sito parlano più che altro di dividendi: e alla voce costo del lavoro si intuisce en passant che comunque, a prescindere dalla fusione, sarebbe un discreto bagno di sangue. Il vero argomento o, se si preferisce, la ciliegina sulla torta, è rappresentata  dal fatto che “si evidenzia un excess capital di circa €840 milioni di € che potranno essere distribuiti, corrispondenti a un cumulato di oltre 73 centesimi di euro per azione nel triennio. (…) . La crescita del monte dividendi disponibili rende inoltre evidente agli azionisti la dimensione del valore intrinseco della loro Banca.” 

Negli anni precedenti al 2008 Alessandro Profumo, parlava di free capital per fare acquisizioni, cresceva  e remunerava comunque gli azionisti: chissà cosa risulta a Massiah e al board di UBI simulando una bella fusione con MPS?

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Banche Crisi finanziaria Liquidità

Ogni valore evapora nel Pin di una carta di credito.

Ogni valore evapora nel Pin di una carta di credito.

In nome di Sua Maestà Fiscale la cancellazione del denaro sonante è ormai un processo irreversibile, quale che sia il governo in carica. Questo processo muta in profondità le nostre azioni, il nostro vissuto quotidiano. Se devi pagare in banconote il tuo cappotto nuovo, gli attribuirai un valore; ma ogni valore evapora nel Pin della carta di credito. Non percepisci più la spesa, e in conseguenza non ti accorgi nemmeno di cosa stai acquistando. Resta l’acquisto in sé, resta una transazione astratta, una forma senza spessore.

Michele Ainis, Corriere della Sera LA LETTURA, 24 dicembre 2011

 

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Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese Relazioni di clientela

Estrazione di valore

PiattaformaPetrolifera
Il Sole 24 Ore del 22 settembre scorso nell’intervistare Roberto Crapelli, managing director di Roland Berger, intitola il pezzo, a cura di Mo.D. con “Maggiore selezione nei crediti alle imprese”.
L’intervistato auspica che “le banche compiano il loro dovere in modo selettivo, privilegiando le aziende da cui è possibile estrarre valore industriale. (..) Gli istituti di credito dovranno essere in grado di individuare le aziende da cui si potrà estrarre valore industriale e verificare che sia stata realizzata la ristrutturazione necessaria a ripartire. Per le banche, dunque, c’è la necessità di un approccio pro-attivo alla valutazione del rischio di credito (..)”.
La creazione di valore per l’azionista, uscita dalla porta in malo modo con la crisi, pare dunque ritornare in forma “mineraria” nelle intenzioni di qualche banchiere che, al dunque, ritiene che “(..) nuove competenze industriali siano da affiancare ai sempre più sofisticati strumenti di monitoraggio del rischio di credito.”
Qualche dubbio sulla sofisticazione degli strumenti usati nel passato, alla luce di quanto emerso dalla crisi, rimane. Tuttavia l’intervista, pur infarcita di luoghi comuni da società di consulenza internazionale e di nostalgia, mascherata, per la creazione di valore, contiene spunti interessanti di riflessione, soprattutto in chiave di analisi fondamentale.
Crapelli, però, sembra ignorare, o forse ne è perfettamente cosciente, che proprio i “sofisticati strumenti di monitoraggio del rischio di credito” hanno stimolato nei banchieri l’abuso di modalità di approccio alla relazione di clientela improntate decisamente alla transazione, più che alla relazione; e, soprattutto, per quanto sofisticati, non hanno funzionato proprio nelle situazioni di crisi e di difficoltà. Non può sfuggire al capo di una grande società di consulenza che la necessità di acquisire competenze industriali è coerente con una politica degli impieghi improntata a relazioni di lungo periodo, con una visione non limitata al breve, con aziende che non sappiano solo chiedere, ma anche offrire informazioni adeguate e trasparenti.
Non a caso, sul finire dell’intervista, Crapelli attira l’attenzione del lettore sulla questione della capitalizzazione delle imprese. La vera grande assente, in effetti, nel dibattito sul rapporto banca-impresa nell’Italia post-crisi.