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Banche BCE Crisi finanziaria Imprese Lavorare in banca Liquidità PMI

Irredimibili.

Irredimibili.

Leggo con incolpevole ritardo il post dell’ottimo Simone Spetia, con alcuni commenti, pienamente condivisibili, sulle surreali -quanto dirigistiche- proposte che il Pdl sta portando avanti quanto al rapporto banche-imprese, nel solco di una tradizione che lo ha visto, soprattutto negli ultimi tempi, più impegnato a straparlare che a fare proposte. Le proposte si commentano da sole e quanto detto da Spetia non può che vedermi concorde. Noto che ciò che nessuno sottolinea, nel pieno della sbandata statalista e socialisteggiante del Pdl, continua ad essere la questione della liquidità, ovvero il fatto che i denari BCE servono solo ad impedire nuovi, drammatici, rientri. Se i principali dirigenti del Partito dell’Amore (non tutti, grazie al cielo, straparlano) continuano a non capirlo, sono irredimibili: come il prestito del fascio littorio, come certi imprenditori veneti di cui abbiamo testimonianza su twitter, come certe banche che dopo avere dato credito solo al settore delle costruzioni, non sanno più neppure per sbaglio come è il resto del manifatturiero, quali siano i problemi e quali le possibili soluzioni. E senza redenzione, non c’è speranza.

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Crisi finanziaria Disoccupazione don Giussani Educazione PMI

Con i soldi che portava a casa mangiavamo.

Con i soldi che portava a casa mangiavamo.

Non mi permetto di giudicare la storia, raccontata oggi dal Corriere Veneto, di un imprenditore e di sua moglie, lui salvato da lei dal suicidio, lei subito dopo decisa a prostituirsi pur di sfamare la famiglia. Basterebbe l’ammonimento evangelico a non giudicare per non essere giudicati; e rammentare che c’è una Misericordia più grande di ogni nostra, personale, miseria. Però non riesco a finire questa giornata senza pensare a questa vicenda piena di dolore e di solitudine. Il dolore di chi non riesce più, attraverso il lavoro, ad esprimere fino in fondo la propria vocazione: e la solitudine di lui che decide di farla finita, di lei che per aiutarlo si prostituisce.  Non ci sono insegnamenti da trarre, non ci sono lezioni, ci sono domande, per ognuno di noi. Ogni volta che leggo di queste cose mi chiedo se con il mio, di lavoro, potrei fare di più. Se non si debba insistere di più con la formazione alle imprese, a parlare e riparlare di metodo, di affronto della realtà, di una compagnia di persone che ti possa aiutare, dandoti, appunto, un criterio ideale ed un’amicizia operativa. Se non si debba continuare a parlare, con tutti coloro che si lamentano e pensano che il problema sia fuori di loro: non necessariamente per risolverlo, ma per far capire loro che li riguarda e che dovranno affrontarlo, ma che non sono soli. Che non c’è niente da dare per scontato ma, proprio per questo, si può chiedere: agli amici, a chi hai accanto, a chi si mostra vivo di fronte a te. Vuol dire anche che bisogna “farsi vedere” di più: che ci siano iniziative, opere, scuole, che costruiscano questo atteggiamento di fronte alla realtà. Vuol dire insegnare ai bancari che le imprese sono fatte da persone e che occorre rapportarsi con loro per capirle fino in fondo; vuol dire insegnare alle imprese che la realtà è fatta di numeri e che fare impresa è una responsabilità; vuol dire insegnare ai miei studenti, in università, che la realtà non sta dentro gli schemi delle teorie economiche, ma che è molto più grande. Vuol dire, in finale, sperimentare per sè e per gli altri quello che don Giussani insegnava dicendo: “Se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio.”

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ABI Banche Bolla immobiliare CdO Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

Morire d’impresa.

Morire d’impresa.

L’imprenditore che si è dato la morte qualche giorno fa in Veneto non è morto perché gli strozzini lo avevano messo alle corde o perché le banche gli avevano revocato gli affidamenti, non è morto perché lavorava nel settore delle costruzioni, drammaticamente e strutturalmente in crisi. E’ morto perché non lo pagavano: non lo pagava, probabilmente, lo Stato ma anche (e questo si dice molto poco o molto meno) non lo pagavano i suoi clienti, non lo pagavano i committenti. Altre piccole e medie imprese, probabilmente anche grandi imprese, ma non lo pagavano: ed ha scelto, come gli altri di cui anche su JM si è parlato, di farla finita, incapace di sopportare il peso di dover licenziare. Si dovrebbe tacere in questi casi di fronte a chi compie una scelta estrema, e pregare per lui. E si dovrebbe provare a capire cosa si possa fare perché la crisi d’impresa non diventi qualcosa di talmente traumatico da diventare inaccettabile.

Hanno ragione coloro che hanno parlato di “fatto culturale”: fa parte della cultura della gente veneta l’operosità, la laboriosità, il tenerci a quello che si fa, il farsi carico fino all’ultimo delle proprie scelte. Ma quando questa cultura non riesce ad accettare il fallimento, quando una persona, ognuno di noi, accetta di essere misurato solo sul successo, di essere definito solo dalla riuscita, si diventa protestanti, nel senso religioso e culturale del termine: ed il successo o l’insuccesso sono un’attribuzione divina, contro la quale non serve opporsi.

Si può provare ad uscire dalle angustie terribili di questo schema, anzitutto umanamente? Perché se anzitutto la questione è culturale, significa che riguarda il cuore dell’uomo, la sua concezione della vita, il suo essere definito da qualcosa che sia oltre sé, più grande delle proprie misure. E allora si dovrebbe cominciare a dire anzitutto che l’impresa non ci appartiene, che essa non è nostra, anche se noi ne portiamo la responsabilità, come ci insegna la Scuola d’Impresa (se ne fa sempre troppo poca): che gestirne le sorti è un mestiere impegnativo e bellissimo, ma che nessuno ci toglierà la fatica, mai, neppure quando tutto stia andando bene. E che, dunque, anzitutto, gestire l’impresa significa avere a cuore che prosegua, che continui, che dia benessere a chi ci lavora, che faccia “cose belle”: ma non a tutti i costi, perché gli esiti non ci appartengono. E perché il realismo è una virtù, non solo cristiana.

Last but not least, le nostre associazioni di categoria (tutte, compresa quella di Emma, compresi i piccoli, compresa l’ABI) forse hanno dimenticato che se solo alla fine del 2011 entrerà a pieno regime l’applicazione di quella direttiva che prevede che chiunque non paghi quanto dovuto dopo 180 giorni sia segnalato come inadempiente in Centrale Rischi ed il relativo credito messo ad incaglio o sofferenza, con un ritardo stratosferico rispetto al resto d’Europa, forse la colpa non è del Governo o di qualche altro “cattivo” d’Oltreoceano. Non sarebbe difficile adottare in Italia la normativa francese, per esempio, che prevede che la sola firma sulla bolla d’accompagnamento da parte del cliente che accetta la merce rappresenta titolo esecutivo per riscuotere il dovuto. Non sarebbe difficile, ma se non lo si è fatto, non è difficile immaginare come ed in che modo abbiano lavorato le lobbies: a cui, in finale, un sistema simile fa molto comodo. Alle associazioni di categoria, perché evita l’espulsione dal mercato delle imprese subprime, che pagano i contributi associativi; alle banche, perché evita di dover accrescere il monte delle sofferenze; alle grandi imprese, perché continuano a fare quello che vogliono sul mercato del credito commerciale. Su Twitter c’è un utente, si chiama “limprenditore”, che non lavora più con lo Stato, e secondo me fa bene: e sarebbe anche ora di cominciare a scegliere le imprese per le quali lavorare.

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Alessandro Berti Banche Banche di credito cooperativo Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Università

Ricerchiamo e pubblichiamo.

Ricerchiamo e pubblichiamo.

Venerdì scorso e sabato si è svolto, presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Urbino il 3°Workshop dedicato ai processi innovativi nelle Pmi. L’analisi e la ricerca sul tessuto economico delle Pmi italiane rappresenta da sempre un punto di forza ed un’eccellenza della ricerca accademica e scientifica che la nostra facoltà svolge, ormai da quasi trent’anni. Gli atti sono stati pubblicati in forma economica (un bel cd e passa la paura) e mi permetto di segnalare i contributi della sessione sui ho partecipato. Fra questi, in particolare, quello del prof.Modina e della prof.ssa Demartini. Soprattutto quest’ultima, tenendo fede alla sua capacità di essere realista e non teorica, ha tratteggiato un quadro che sarebbe interessante fosse approfondito da tutti coloro, e non sono pochi, che si affidano fideisticamente ai principi contabili per sperare nella salvezza dell’economia e del rapporto banca-impresa. Anche JM ha partecipato, insieme con l’ottima Laura Bertucci, analizzando gli effetti della crisi su un campione di Pmi del Nordest (provincia di Padova e di Vicenza). I risultati sono meno scontati di quanto potessimo aspettarci ma vale anche la pena dire che siamo all’inizio e che si deve continuare ad approfondire ed allargare l’indagine. La ricerca è disponibile fra i documenti del blog.

 

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Banche Banche di credito cooperativo Relazioni di clientela

Lunedì devo pagare i stipendi (credit crunch rurale e artigiano).

Lunedì devo pagare i stipendi (credit crunch rurale e artigiano).

Ciao C., io lunedì devo pagare i stipendi anche perché alcuni di loro hanno le comunio(ni) dei figli e/o parenti tutti.

S.*

*sms autentico, ricevuto oggi da preposto di banca di credito cooperativo con sede in Veneto. Il messaggio è stato inviato dalla titolare di un’azienda tecnicamente fallita.

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don Giussani Imprese

Qualcosa che l’alluvione non può spazzare via.

«Abbiamo telefonato alla Protezione civile, sono stati gentili ma ci hanno dirottati sui vigili
urbani – dice Antonio Favretto, presidente dell’azienda di famiglia (siamo alla terza generazione) –, loro ci hanno detto che avevano altre emergenze, che avremmo dovuto attendere.
Ci siamo mossi da soli, abbiamo fatto venire una ditta per gli spurghi, abbiamo trovato le pompe, cercato container per portare via tutto». (…) Da martedì hanno lavorato tutti senza sosta, «al limite del collasso fisico, altro che un’ora di straordinario» (…)
Due milioni di danni, ma Favretto riesce a vedere il lato positivo: «L’esperienza di questi giorni è stata per certi versi meravigliosa, è stato bello vedere tutti, ma proprio tutti, lavorare con il solo scopo di rimettere in piedi l’azienda, i sindacalisti sono stati i primi a mettersi gli stivali per spazzare il fango. Nessuno ha protestato per lo stipendio in ritardo (…) Se questo clima pazzescamente unitario continuerà, posso dire che l’azienda avrà una marcia in più per affrontare il futuro».
(da un articolo di questi giorni de Il Sole 24 ore)

Quanti racconti, in questi giorni drammatici, simili a quello di Favretto. In una prova di dimensioni inaspettate emerge il carattere, la stoffa di un popolo. Gente colpita, non abbattuta.
Provata, non umiliata. E operosa da subito.
Non predomina la lamentela di chi si piange addosso in attesa dell’intervento dello stato (che pure dovrà fare la sua parte), ma una solidarietà di popolo, fatta di mille facce e mille esperienze associative diverse.
Milioni e milioni di danni: ma, come nota il cronista, c’è un lato positivo. È il nostro imprenditore a rivelare quale: «Se questo clima pazzescamente unitario continuerà, avremo una marcia in più per affrontare il futuro».
Continuerà, una volta passata l’emergenza, questa capacità di prendersi le proprie responsabilità fino in fondo, non solo negli eventi straordinari e drammatici, ma nel fango delle nostre giornate?
«Una cultura della responsabilità», scriveva don Giussani nel 1987, «deve mantenere vivo quel desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori, il rapporto con l’infinito che rende la persona soggetto vero e attivo della storia».
Ci interessa mantenere vivo questo desiderio, guardare a chi affronta la vita tenendo aperto questo desiderio ogni giorno, a chi sente – almeno come un presentimento buono – che c’è qualcosa che nessuna alluvione potrà mai spazzare via.
Comunione e Liberazione Veneto

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Banche Bolla immobiliare Crisi finanziaria

Se i capannoni vuoti non sono solo un problema estetico.

Dario Di Vico, parlando di “capannoni vuoti a Nordest”, individua con la consueta lucidità uno degli aspetti anche esteriormente più visibili della crisi, la sfilata dei capannoni vuoti ed abbandonati del Nordest. Il problema, tuttavia, come si evince dalla citazione seguente, sembra solo di tipo estetico-urbanistico.

“Del resto ai tempi della crescita facile non c’era piano regolatore comunale che non prevedesse una zona industriale, una artigianale e una commerciale. Non partiva nemmeno la concorrenza tra i Comuni, tanto ce n’era per tutti, le aree nel giro di qualche anno raddoppiavano il loro prezzo e gli uffici urbanistica delle Unioni Industriali erano presi d`assalto dai Piccoli per le pratiche edilizie. Gli stessi artigiani usavano poi il capannone come leva finanziaria per avere udienza e credito dalle banche. Ma il troppo stroppia e anche in casa leghísta oggi ci si pone il problema del paesaggio da tutelare. I maligni sostengono che in questo modo il Carroccio vuole evitare che i capannoni diventino grandi abitazioni zeppe di immigrati, ma più probabilmente è maturata una nuova intransigenza verso il consumo indiscriminato del suolo. Un vero censimento dei capannoni sfitti o in vendita nell`intero Nord-Est non c`è. È troppo presto. Alla mancanza di numeri certi viene in soccorso il colpo d’occhio. C`è chi per evocare un paragone tira in ballo gli scenari alla Philip K. Dick e il suo algido pessimismo post-moderno. Per operare, invece, un raffronto più prosaico e vicino a noi, il Nord-est dei capannoni vuoti è assai differente dalla cintura della ruggine attorno a Brescia, con le grandi cattedrali della siderurgia ormai svuotate che fanno mostra di sé a mo’ di dinosauri.”

L’archeologia industriale è certamente interessante e l’urbanistica, anche se vivo in una città che nemmeno sa cosa significhi la parola, mi affascina.

Però la vera questione, al di là del problema estetico ed architettonico, è decisamente un’altra: a cosa sono serviti tutti quei capannoni, ora vuoti? Siamo certi che la loro realizzazione sia così lontana nel tempo e non sia, al contrario, frutto della dissennata bolla immobiliare degli ultimi anni? E, infine, siamo certi che quei soldi non potessero essere spesi meglio, per esempio in tecnologie e capitale umano?

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Crisi finanziaria Disoccupazione Economisti Felicità Imprese Indebitamento delle imprese Lavoro PMI

La persona è il fondamento dell’economia.

Caspar Friedrich, Il naufragio della speranza.

Giulio Sapelli, in un bell’articolo apparso sul Corriere di oggi -e che in ossequio alla nuova politica editoriale  che vede i contenuti on-line del giornale ridotti o a pagamento non possiamo evidenziare né rimandare con alcun link– parla nuovamente della tragedia degli imprenditori suicidi veneti, sulla quale già sono state fatte riflessioni in questa sede.

Sapelli parla delle PMI come luoghi dove “si pensa e si fatica e si soffre e si gioisce e si vive nel lavoro gomito a gomito, faccia a faccia, famiglia a famiglia, strada per strada del paesino o della cittadina.” E dell’impresa che “dopo anni di lavoro diventa una proprietà condivisa moralmente prima che giuridicamente.” Il venir meno della possibilità di condivisione fa al contempo venir meno, secondo Sapelli, il patto morale sottoscritto e questo fatto diventa un peso insopportabile, fino al punto di compiere il gesto estremo. Così, nonostante i “codici etici e la Corporate Social Responsability, l’imprenditore è solo. Sapelli non arriva a giudicare del senso di questa solitudine, e questo è probabilmente il limite del suo, peraltro bellissimo, articolo. Ma arriva a definire con nettezza e lucidità che cosa sia l’economia, con buona pace degli economisti, della regina Elisabetta e di tutti quelli che ragionano per teoremi e per modelli. “L’economia è frutto del comportamento umano, è frutto dell’azione e della cultura delle persone. Nel bene e nel male. Sempre.”

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Felicità Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Morire per l’etica (figli di un calvinismo minore).

Calvino

Dario Di Vico, sul Corriere della Sera on line di ieri, 1°marzo, rende omaggio agli undici imprenditori morti suicidi, di cui si è parlato anche in questo blog . Parlandone, Di Vico titola il suo pezzo “Quegli undici imprenditori e la cruda solitudine del lavoro”. Di Vico constata che il 30% in meno di fatturato non è mai diventato il 30% in meno di dipendenti e che l’assunzione di responsabilità giunge fino al limite terribile della morte. Per concludere che “non è il troppo lavoro che ha ucciso i Trivellin e gli Ongaro ma caso mai un eccesso di etica. Consideriamoli e ricordiamoli, dunque, per quello che sono stati: figli di un calvinismo minore.”

Jean Cauvin è colui che ha affermato che non nasciamo tutti uguali, ma che fin dal principio siamo destinati alla salvezza o alla dannazione eterna. Non ci sono speranze, se fossimo definiti nel triste ambito calvinista, perché il libero arbitrio resterebbe un puro nome. E, in finale, quelle undici anime, null’altro sarebbero che predestinati al fallimento ed alla dannazione. Non è un caso che Di Vico parli, nel suo articolo, di “individualismo trasformato da potente fattore di mobilitazione delle energie in nuda e cruda solitudine”.

Quanto sia connaturato alla cultura moderna l’individualismo ce lo ha ricordato efficacemente Julian Carròn. “(..) Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus. Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.” Eliminare uno dei fattori in gioco, l’io, porta a cancellarlo. Fino, appunto, a morire.

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Banche Crisi finanziaria Indebitamento delle imprese PMI

In morte di Oriano.

Oriano Vidos, imprenditore edile veneto, si è ucciso perché non sopportava l’idea del fallimento della sua azienda e suo personale.

Che Dio abbia pietà della sua anima. Che Dio ci aiuti sempre, ogni giorno, a comprendere, per noi stessi e per gli altri che ci stanno intorno, che non siamo definiti dalla nostra riuscita nella vita, che l’ultima parola su di noi non la dicono i nostri esiti umani, le nostre capacità, le nostre abilità, ma un abbraccio infinitamente più grande dei nostri limiti, un abbraccio che ci è dato ed al quale possiamo solo abbandonarci. Ci resta la grande responsabilità, nel lavoro di ogni giorno, a partire proprio dall’insegnamento, di condividere insieme un pezzo di cammino, di aiutare dando criteri, strumenti e metodi ma, soprattutto, non lasciando mai sole le persone con i loro errori e un giudizio di condanna. Siamo fatti per l’Infinito.