Categorie
Liquidità Rischi Risparmio e investimenti

Private equity denaturato.

Private equity denaturato.

Un articolo sul Sole 24 Ore Finanza e mercati, a firma S.Fi. dà conto degli interrogativi che agitano il modo degli investitori in capitale di rischio. S.Fi. scrive che “il private equity è di fronte a un dilemma sul suo futuro: se i fondi vogliono sopravvivere devono cambiare natura e fisionomia. Meno speculazione e più credito alle imprese. Ma così rischiano di non poter mantenere l’impegno preso coi loro sottoscrittori di pingui ritorni. (…)

Ora, poi, i primi timidi segnali del risveglio stanno riportando alla luce anche i nodi irrisolti del private equity. Il «peccato originale» origina dalla promessa, in sede di raccolta, di alti rendimenti fatta ai sottoscrittori. Per garantire certi ritorni ci vuole per forza la leva, ma sul mercato il debito è ormai un tabù: oggi i livelli di leverage sono in media tra 3,5 e 4 volte. Quasi la metà rispetto agli anni d’oro della bolla quando si toccarono punte di 6 volte il margine operativo lordo. Chi vuol fare acquisizioni è costretto ad aumentare la quantità di capitale proprio. Insomma, più equity e meno debito, ma così salta il meccanismo alla base dei fondi stessi: la leva stessa che permette di moltiplicare le risorse e la redditività. I rubinetti delle banche, d’altro canto, non si sono ancora riaperti: i volumi di prestiti per acquisizione a debito sono ancora sotto del 30% rispetto al record del 2007. Ma il vero nodo non è sul versante finanziario, contrariamente alle apparenze.

Chi in Italia ha comprato aziende ai massimi, strapagandole, si è visto costretto a ristrutturare i debiti. Ma si è trattato di debiti puramente finanziari, quelli legati alla scalata stessa a leva. Ora, però, quelle stesse aziende hanno bisogno di finanziare il circolante, ossia il denaro che serve per l’attività corrente, per tenere il motore a regime. Non basta ristrutturare i debiti, ci vuole la «benzina» che fa muovere le aziende. Senza quel carburante si rischia di far pericolosamente avvitare le aziende.

Come se ne esce? Nelle casse del private equity europeo ci sono circa 170 miliardi di euro da spendere, la cosiddetta polvere asciutta (dry powder). Nel caso dell’Italia, perché non utilizzare quelle risorse dirottandole dentro le aziende? Una provocazione in piena regola perché significherebbe per i fondi abdicare alla loro stessa natura. E soprattutto convincere gli azionisti a minori guadagni in futuro. La sfida è aperta.
La sfida è certamente aperta e, fortunatamente, non riguarda piccoli risparmiatori, ai quali garantire ritorni impossibili, ma grandi investitori, che sanno o che dovrebbero sapere quello che fanno. Ecco, appunto: leggendo quest’articolo, difficile non usare il condizionale.

Categorie
Borsa Consob Imprese Indebitamento delle imprese IPO

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Ci vuole più private equity, venture capital, le imprese devono quotarsi, etc, etc, etc…

Morya Longo, Il Sole 24 Ore

Potremmo chiamarla la «crisi del quinto anno», come nei matrimoni (ma con due anni d’anticipo). Oppure potremmo puntare il dito sull’eccesso di liquidità, pompata dalle banche centrali, che alimenta le bolle. Sta di fatto che i fondi di private equity sono tornati a comprare e vendere aziende agli stessi valori del 2007. Quell’anno, passato alla storia per essere l’apice della «bolla» del private equity, i fondi in Italia acquisivano società valutandole mediamente 11,7 volte il margine operativo lordo. Oggi quei prezzi sono tornati. Proprio ieri i fondi Eurazeo hanno rilevato il 45% di Moncler valorizzando la società 12 volte il Mol: più della media del 2007. Pochi giorni fa Rhiag, di proprietà del fondo Alpha, non ha convinto gli investitori in Borsa, ma ha trovato un altro fondo disposto ad acquistarla ai prezzi che per Piazza Affari erano troppo elevati. Di recente i grandi magazzini Coin sono stati venduti dal fondo Pai a Bc Partners. Aziende che passano da un fondo all’altro, a valutazioni sempre più elevate, come fossero figurine. Sembra di rivedere il film del 2007.

Un deja vù che alcuni operatori spiegano con «la crisi del quinto anno». I fondi di private equity hanno una “vita” decennale: prima raccolgono soldi dagli investitori, poi hanno cinque anni di tempo per investirli, rilevando aziende, e infine hanno altri cinque anni per disinvestirli rivendendo le società a prezzi più elevati. Tra il 2006 e il 2007 sono state racimolate enormi quantità di denaro, ma poi i fondi non sono riusciti a usarle a causa della crisi. Dentro i fondi di tutto il mondo, stima di Morgan Stanley, c’è la bellezza di 434 miliardi di dollari non utilizzati.

Ecco, dunque, il problema: per chi ha raccolto denari tra il 2006 e il 2007, i cinque anni per l’investimento stanno per scadere. Questi fondi dunque devono, a qualunque costo, comprare qualcosa: anche perché, allo scadere dei cinque anni, perderebbero una buona fetta di commissioni pagate loro dagli investitori se non hanno investito i soldi loro affidati. Il bisogno di alcuni di comprare s’incontra poi con quello di altri di vendere: cioè i fondi che hanno acquisito società negli anni della bolla (2006 e 2007) e che ora devono rivenderle partendo da una base di prezzo già alta. È l’eterna legge del mercato.

Se la Borsa, dove pure c’è tanta liquidità, non è disposta a strapagare le aziende, come dimostrano i casi di Rhiag e Moncler, l’unica via d’uscita è di vendere le aziende ad altri fondi: quelli disposti a pagare qualsiasi cifra pur di fare operazioni. Il fenomeno è globale. E, probabilmente, anche italiano. Nella Penisola – calcola Morgan Stanley – tra gennaio e maggio 2011 sono state effettuate acquisizioni per 3,3 miliardi: poco sotto i 3,9 dell’intero 2010. Sta aumentano anche la leva: le banche stanno tornando a finanziare con crediti sempre più elevati le acquisizioni.

Siamo dunque di fronte a una nuova bolla? Molti ne sono convinti. Che succederà quando i fondi, che oggi comprano, dovranno rivendere tra qualche anno e dovranno farlo a prezzi ancor più alti? Non tutti però cedono agli allarmismi: il multiplo di 12 volte il Mol pagato per Moncler, per esempio, è in linea col mondo della moda (dove si vedono multipli anche più alti). C’è una logica dei numeri, si dice. Può darsi. Il problema è che queste giustificazioni si sono già sentite. Nel 2007.

L’ottimo articolo di Morya Longo dimentica di dire ciò che con cadenza martellante ripete Confindustria, Consob e chiunque pensi di avere qualcosa da dire sul capitalismo italiano, compresi i redattori di molti manuali e gli autori di molti libri sui mercati mobiliari: in effetti, abbiamo anche sentito, e non nel 2007, ma molto tempo prima, senza interruzione, che ci vuole più finanza mobiliare, più capitale di rischio, più strumenti innovativi di capitale. Adesso che scopriamo che c’è troppa liquidità, qualcuno vuole dirci dov’è l’errore?

Categorie
Cultura finanziaria Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa PMI Sviluppo Università

C’è un grosso limite 3 (bisogna nascere imparati).

C’è un grosso limite 3 (bisogna nascere imparati).


Il problema, qui, più che di persone è di ambizioni delle persone: «Spesso ci troviamo di fronte a uomini e donne con buone idee ma con grosse difficoltà a trasformarle in impresa», dice il presidente di Quantica Sgr, Roberto Mazzei, come a ricordare uno dei peccati originali degli innovatori di inizio millennio. Un peccato che pesa, però, perché come ricorda ancora Mazzei «nel venture capital spesso si finanzia non tanto l’impresa quanto l’imprenditore». E se quest’ultimo non funziona al meglio, l’investimento non parte neanche: «Serve una maggiore competenza, ma anche una più convinta sensibilità manageriale». In pratica: imprenditori che vogliono fare gli imprenditori, e hanno definitivamente sgombrato il campo da possibili alternative accademiche o consulenziali.
Anche perché, ormai superata la fase pionieristica, gli investitori stanno gradualmente alzando l’asticella. Vale per i fondi, ma anche per i business angels, i privati specializzati in operazioni di taglia compresa tra i 50 e i 200mila euro. «È vero, abbiamo iniziato a stringere le maglie», conferma Tomaso Marzotto Caotorta, segretario dell’Iban, l’associazione degli angels italiani: «Vogliamo vedere meno idee, ma migliori».

L’articolo di Ferrando è assolutamente interessante e andrebbe letto in un’aula universitaria prima di cominciare la lezione o le lezioni sugli investitori istituzionali in capitale di rischio.  Ma “uomini e donne con buone idee ma con grosse difficoltà a trasformarle in impresa” sono la regola, non l’eccezione. Il lamento di Mazzei, che per giunta invoca “maggiore competenza” e una “più convinta sensibilità manageriale” sembra davvero l’espressione di uno schema sulla realtà, più che di un sano realismo, che può nascere soltanto dall’osservazione. Ma se gli imprenditori, come suol dirsi, “nascessero imparati“, per quale motivo dovrebbero rivolgersi agli investitori istituzionali in capitale di rischio? E per quale motivo si dovrebbero servire di soggetti che si differenziano dagli altri finanziatori proprio per il loro bagaglio di competenze manageriali? Se tutti i neo-imprenditori dovessero per forza uscire dalla Bocconi o dalla Cattolica, per gli altri che si fa? Non si finisce mai di fare fatica, ma soprattutto non si finisce mai di imparare.

Mentre Mazzei si lamenta, qualcuno lavora facendo la Scuola d’Impresa, per esempio, provando a dare, prima ancora che strumenti e metodi, i criteri.

Buon lavoro.

Categorie
Cultura finanziaria Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese informazione PMI Sviluppo Università

C’è un grosso limite 2 (ecosistemi e mondi perfetti).

C’è un grosso limite 2.

Dunque sul tavolo c’è mezzo miliardo, non poco per un paese «in cui gli operatori sono pochi ed è sempre difficile raccogliere capitali», come fa notare ancora Gervasoni. Il problema, semmai, è quello di paracadutarlo su iniziative interessanti, che facciano crescere le imprese e remunerino il capitale investito. «È già un miracolo quando ci viene sottoposta una realtà che supera il mezzo milione di fatturato, la soglia minima oltre la quale si può effettivamente parlare di impresa – aggiunge ancora Campanella –. L’ecosistema è troppo frammentato, scandito da logiche individualistiche. E spesso si assiste a investimenti dettati più dalle relazioni personali che dall’effettiva qualità del business plan presentato».

In un mondo perfetto le università sfornerebbero innovazioni non troppo lontane dal mercato e innovatori capaci di fare i manager, i fondi darebbero prova di sensibilità tecnologica e massima trasparenza, le istituzioni promuoverebbero l’efficienza del sistema attraverso pochi strumenti, ma buoni. Evidentemente l’Italia – ma non solo – è piuttosto indietro, e tutti al momento hanno buoni motivi per lamentarsi. Come uscirne? «Imparando a dotarci di un approccio italiano al venture capital, e smettendola di mutuare modelli altrui», suggerisce ancora la direttrice Aifi. «Tutti dobbiamo cambiare i nostri mantra», scherza Gervasoni.

Forse Gervasoni non stava scherzando mentre parlava con Marco Ferrando. E poiché insegnando contemporaneamente lavora nello stesso mondo del quale parla, sa bene che i mondi perfetti esistono solo per dimostrare principi inapplicabili; e gli eco-sistemi forse sarebbe meglio lasciarli ai naturalisti. Altrimenti si cercano le stelle alpine sulla spiaggia di Viserbella, trovando, tutt’al più, pensioni con vista ferrovia.

Categorie
Cultura finanziaria Imprese informazione PMI Sviluppo

C’è un grosso limite.

C’è un grosso limite.

Insieme con il suo team di analisti, Giuseppe Campanella tra il 2009 e il 2010 ha girato l’Italia in lungo e in largo: 150mila chilometri in tutto, ha calcolato, a caccia di giovani imprese in cui vale la pena di investire. In totale ne ha incontrate 450, ma alla fine per il presidente di Fondamenta Sgr, che tra gli altri segue il fondo di venture capital TTVenture finanziato da un pool di fondazioni bancarie e dalla Cdc milanese, il bottino è stato di appena sei investimenti conclusi. Certo non moltissimi, ma in Italia il trend è questo. E nel resto d’Europa non si fa molto di più. Da un lato valanghe di dossier, dall’altro una manciata di operazioni; in mezzo, una marea di aspettative, due diligence, negoziati e deal mancati, «perché in fondo c’è ancora un grosso limite di cultura e più in generale di trasparenza», osserva Campanella.

Criticità non nuove. Che però non devono nascondere l’altra faccia di una stessa medaglia: mediamente ogni anno le operazioni di venture capital sono un centinaio, e una su dieci vede protagonista uno spin-off universitario. E soprattutto, in Italia, oggi «ci sono almeno 500 milioni di capitali raccolti dai fondi di venture capital che aspettano di essere investiti», come ha ricordato Anna Gervasoni, direttrice dell’Aifi.

Così comincia l’articolo di Marco Ferrando sul Sole 24 Ore di mercoledì, a proposito del “tesoretto” dei fondi. Che, forse, nella testa degli imprenditori assomiglia davvero ad un tesoro nascosto, difficile da trovare ma in possesso del quale saranno risolti tutti i problemi. Gli aspetti deprecati da Campanella non sono nuovi, in colloqui analoghi avvenuti oltre dieci anni fa avevo riscontrato le medesime tematiche. La vera novità -che esiterei molto a definire positiva- riguarda la lamentazione, in materia di cultura e di trasparenza, fatta propria da Campanella. Che appunto perché viaggia in lungo e in largo l’Italia dovrebbe sapere che la realtà è questa: che le Pmi o le idee di Pmi o i sogni delle Pmi sono tali perché fatti propri da piccoli imprenditori, raramente acculturati e quasi mai in possesso di preparazione manageriale. Se questa ci fosse, del resto, perché andarla a cercare?

Categorie
Borsa IPO Rischi Risparmio e investimenti

Cerini (a cosa serve la borsa 3).

Gianfranco Ursino, con un articolo su Plus 24 di ieri, dal titolo “Il no-profit inciampa sull’Aim” mette insieme una discreta mole di semplificazioni giornalistiche e, con rispetto parlando, di distorsioni, riguardo all’etica ed alla finanza, al ruolo della quotazione, ai criteri di valutazione del buon esito delle quotazioni stesse.

Etica e finanza spesso non riescono ad andare a braccetto. E la quotazione di Vita Società Editoriale non è stata, al momento, un’eccezione. La casa editrice, attiva nel settore dell’informazione e della consulenza sul mondo del «no-profit», è sbarcata all’Aim (Alternative investment market) di Borsa Italiana lo scorso 22 ottobre ed è partita subito con il botto. Dopo aver archiviato brillantemente il collocamento, a un prezzo di 0,94 euro per azione, il titolo ha chiuso il primo giorno di negoziazioni con un balzo del 22,34%, per poi proseguire l’ascesa nei tre giorni successivi fino a quota 1,648 euro (+77,3%). Un rialzo vanificato, nel giro di poche sedute, con una discesa vorticosa su valori prossimi al prezzo di collocamento. Un brusco andirivieni su cui molti investitori hanno lasciato le proverbiali penne, perdendo forse un po’ di fiducia verso gli investimenti cosiddetti «etici». All’Aim possono infatti accedere anche i piccoli risparmiatori che, attratti dai balzi iniziali, acquistano le azioni sul mercato secondario (mentre il collocamento è stato finora riservato agli istituzionali) con il rischio di restare con il classico cerino in mano.”

Fin qui l’attacco dell’articolo di Ursino: che lascia a desiderare sia che l’articolo sia destinato ad esperti, sia che il lettore sia un profano. Cosa significa che il rialzo è stato vanificato? Che qualcuno lo aveva garantito? E, vivaddio, se qualcuno dopo aver guadagnato il 77,3% in pochi giorni non vende, di chi è la colpa? Del mercato? Dei titoli “etici”? Perché i titoli etici devono essere incolpati di normali saliscendi di mercato e, soprattutto, del fatto che coloro che, secondo Ursino, sono rimasti col cerino in mano, facciano troppo spesso merenda a “pane e volpe”? Era così difficile realizzare le prese di beneficio dopo una crescita iniziale così ampia? E ancora, veramente questo episodio dimostra che è colpa del mercato se etica e finanza non vanno d’accordo?

Ursino prosegue con la scoperta dell’acqua calda (ovvero l’underpricing): “Ma la partenza a razzo nei primi giorni di quotazione, con successivo crollo dei prezzi, non è solo una prerogativa della società di area Comunione e Liberazione che opera nel terzo settore. Tutte le 11 società quotate all’Aim, chi più chi meno, dopo un esordio scoppiettante hanno visto precipitare le loro quotazioni. Solo Vrway communication quota attualmente sopra il valore del prezzo di collocamento. E su qualche operazione si è anche acceso il faro della Consob: House Building su tutte. Con la quotazione di Vita, quindi, il segmento di Borsa dedicato alle Pmi, ha perso ancora una volta l’occasione per rendere veramente appetibile il mercato per gli investitori e per le stesse piccole e medie imprese. La prossima società pronta a sbarcare all’Aim è First Capital, investment company indipendente costituita nel 2008 per iniziativa di Gabbrielli & Associati, Alessandro Binello e Strategy Invest Srl, finanziaria della famiglia di imprenditori bresciani Torchiani, soci di Banca Profilo. Vedremo se gli uomini del private equity riusciranno a dare fiducia a un mercato che stenta a decollare, là dove anche il «no-profit» ha fallito.”

In altre parole, anche la quotazione di Vita (che mi sentirei, peraltro, di escludere faccia parte dell’area di C.L.) deve essere ascritta all’incapacità del mercato dedicato alle Pmi di rendersi “appetibile” per i risparmiatori. Che si fa per rimediare? Si fanno salire le quotazioni “il giusto“? Qualcuno fa in modo che i piccoli risparmiatori guadagnino, ma non troppo? Chi decide cosa sia il giusto? Che cosa è appetibile?

Infine, in un mercato, come quello azionario italiano, di qualunque taglia e dimensione, anche tenendo conto della fusione con il LSE e della sua esperienza con l’AIM inglese, il problema, da tempo immemorabile resta quello della scarsità dell’offerta, non della domanda, come Ursino ben sa, per avere certamente letto gli articoli dei suoi colleghi che assimilano le scarsissime IPO alla nascita dei panda allo zoo di Pechino. E, con buona pace di tanta speranza, non lo risolveranno certamente gli uomini del venture capital.

Categorie
Banche Banche di credito cooperativo Educazione Imprese Rischi USA

La cultura del rischio.

L’iniziativa della Fondazione Mind the Bridge e del Corriere della Sera che ha raccolto e selezionato 10 progetti di start-up e che viene raccontata nell’articolo di Massimo Sideri è certamente interessante e meritoria. Lo è perché enfatizza il gusto del rischio e dell’intrapresa, proprio in un momento in cui è facile, complici interpretazioni parziali e fuorvianti, aderire al mainstream del posto fisso ed assicurato.

Lo è a maggior ragione perché sottolinea, giustamente, che non sono gli errori a definire il valore delle persone, anche dovesse trattarsi di un fallimento; arrivando alla paradossale dichiarazione di chi si dispiace di non essere mai fallito. E’ difficile, tuttavia, sottrarsi ad una sensazione di disagio, nel leggere l’articolo. Perché, al fondo, resta l’impressione che il valore dominante sia il posto fisso, a tutti i costi: e che la flessibilità e la mobilità siano, più che altro, un valore che vale per gli altri. Difficile sottrarsi al disagio nel leggere, accanto al bel servizio di Sideri, quelli di tanti altri suoi colleghi -sul Corriere anziché su Repubblica- che ammiccano alle difficoltà dei giovani, mostrando solo i problemi e non ponendo mai in primo piano il positivo. Il positivo di chi costruisce, di coloro che rischiano e non hanno paura, delle banche, e sono tante, soprattutto locali, che si fanno carico dello sviluppo delle imprese e della coesione del tessuto sociale ed economico. Quando sarà finita la crisi, da cosa ripartiremo? Dalle lamentazioni infinite di Stella e Rizzo o da questi 10 progetti?

 

Categorie
Banche Borsa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Fra “partenariato” e “solitudine”: come banalizzare il dibattito sul rapporto banca-impresa.

Viene definito “appello” quello lanciato il 29 settembre, nel corso di un dibattito presso la sede del Sole 24 Ore, dal presidente di Piccola Industria di Confindustria, Vincenzo Boccia. L’appello è ad avere banche forti ed imprese forti, il convegno “La finanza per le imprese” incentrato sugli strumenti per rafforzare il patrimonio. Nel servizio, a firma di Cristina Casadei sono riportate affermazioni e proposizioni talmente vecchie e banali da far sorgere il dubbio che il dibattito risalisse a 10-15 anni fa. Mauro Costa di Banca Arner -banca svizzzera, peraltro- si premura di farci sapere che “come banca Arner noi siamo i primi a voler alleviare la solitudine (sic) del piccolo imprenditore che va aiutato nella relazione sempre più impersonale con il sistema bancario prodotta dalle nuove regole“. Paolo Casiraghi, consigliere di Banca Arner osserva, per esempio, che deve esserci un nuovo (nuovo?) approccio al patrimonio: «Ci sono dei patrimoni privati che non sono correlati con quello dell’azienda e che possono essere costituiti sia da immobili che da liquidità – osserva il manager –. È anche su questi che devono essere costruiti i piani per l’accesso al credito». I piani industriali «spesso peccano e devono essere rimessi in linea perché gli aspetti tecnici introdotti da Basilea 3 sono molto più demanding (demanding?)e le imprese non sembrano essere organizzate», aggiunge Costa. Il punto fondamentale è capire «come le banche leggono le imprese – dice Casiraghi –. In genere prendono in considerazione un dato sopra tutti gli altri e cioè l’indice di fallimento. Ma non si può tradurre l’imprenditore e la sua azienda solo in questo numero. Noi cerchiamo di costruire un piano considerando tutto il patrimonio, in modo tale che emerga un fattore di rischio chiaro».

Dunque la novità sarebbe quella di “considerare tutto il patrimonio“: la cara vecchia confusione del patrimonio personale dell’imprenditore e l’azienda, le garanzie come presidio non di seconda, ma di prima linea del credito. Non l’indice di fallimento (si presume che con ciò si intenda la PD o probability of default) ma, probabilmente, la PD e le garanzie. Una novità davvero sconvolgente.

L’articolo continua affermando, incredibile auditu, che “a poter concorrere al rafforzamento patrimoniale delle imprese però non ci sono solo le banche. C’è la Borsa per esempio, che però in Italia non sembra aver riscosso il successo di altri paesi. «I motivi per cui non aumentano le imprese quotate sono tanti – spiega Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana–, per esempio il fatto che gli imprenditori non vogliono perdere il controllo dell’azienda». Jerusalmi ci rivela verità inaspettate, non avevamo mai letto nulla di simile, niente che assomigli alla “propensione ai modelli proprietari chiusi“.

La conclusione, evitando di parlare di “internazionalizzazione” e della necessità di “fare sistema”, una volta constatato che “il salto numerico tentato attraverso la segmentazione che avrebbe dovuto rispondere alla frammentazione del tessuto industriale italiano non ha dato grandi risultati e forse questo è il segno che la Borsa non necessariamente è la risposta per le Pmi (ben arrivati!) va oltre ogni attesa. Infatti, “oltre alla Borsa ci sono anche molti altri strumenti come per esempio i fondi, i fondi specializzati, il private equity, il venture capital.” Se fosse una tesi, sarebbe una compilativa, nessun punto. Il guaio è che non è una tesi, sono le idee di Confindustria ed il frutto del dibattito presso il primo quotidiano economico italiano. Auguri.

Categorie
Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Asimmetrie informative.

In un intervista a Giampio Bracchi, a firma Mo.D., comparsa oggi sul Sole 24 Ore, si afferma che “Per le Pmi italiane il private equity (è) pronto con 4 miliardi”.

L’intervista è degna di nota, sia per l’autorevolezza dell’intervistato, che è presidente di AIFI, ovvero dell’associazione italiana investitori in private equity e in venture capital, sia per l’argomento trattato, che invita a ripensare, in chiave italiana, all’esperienza dell’omologa d’Oltralpe Cassa Depositi e Prestiti -la Caisse des Dépots– che nell’arco di dieci anni ha realizzato investimenti per 8,8 miliardi in 4mila imprese. Bracchi invita il governo a ripensare al funzionamento del fondo di patrimonializzazione per le Pmi, pur necessario, ma che va ripensato in chiave di “fondo di fondi”, ovvero in termini di partnership pubblico-privato. La proposta di Bracchi, a nome di AIFI, prosegue interessando e coinvolgendo anche le banche, che potrebbero finanziare l’impresa meritevole di intervento, impegnandosi contemporaneamente a finanziare le operazione di LBO da parte dell’imprenditore supportato dall’investitore istituzionale.

Fin qui tutto bene. Tuttavia la chiamata alle armi dei fondi pubblici non convince pienamente, perché Bracchi afferma che il fondo pubblico “arriva in un momento in cui è difficile per l’industria dei fondi di private equity tornare sul mercato per nuova raccolta.” Quindi? E’ meglio non rischiare da soli? Oppure le asimmetrie informative che l’investitore istituzionale in capitale di rischio -in Italia in verità mai troppo impegnato nella primissima fase del ciclo di vita dell’impresa- incontra normalmente, si affrontano meglio in compagnia del partner pubblico? Se 8 miliardi hanno prodotto buoni frutti in Francia, paese storicamente più avanzato del nostro per quanto riguarda il private equity, perchè 4 non dovrebbero, per intanto, bastare?

Categorie
Banche Sud Sviluppo

La capacità di reddito.

Il Corriere Economia di oggi, in un articolo a firma Alfio Sciacca, nell’ambito di una pagina dedicata al “Viaggio nella crisi. Il fronte dei finanziamenti” oltre a prevedere code allo sportello per la costituenda Banca per il Sud, racconta due storie, quelle di Arabicaffè di Catania e di Finamore a Napoli, quali esempio di cecità bancaria di fronte ai problemi delle Pmi.
Colpisce, non disponendo di elementi concreti per discutere su quanto riportato dai due giornalisti riguardo alle due imprese in questione -sono riportati solo i dati relativi al fatturato ed ai dipendenti: forse sarebbe interessante conoscere anche l’ammontare della posizione finanziaria netta e dell’utile- colpisce, si diceva, il riferimento alla prassi bancaria nel modo seguente:” (Se si presenta un giovane) semplicemente gli sbattono la porta in faccia (..) a meno che non sia in grado di offrire non solo garanzie immobiliari, ma anche di reddito. Oggi un giovane può avviare un’attività solo se ha qualche casa di proprietà e porta in garanzia anche lo stipendio del padre e la pensione della nonna”.

Colpisce non tanto la descrizione della prassi bancaria nel Mezzogiorno, certamente nota e che, purtroppo, non fa più notizia, quanto piuttosto che “passino”, sottintesi nel discorso, due concetti sui quali varrebbe la pena riflettere: le banche dovrebbero finanziare le nuove imprese; la capacità di reddito è una richiesta iniqua.

Ora, che le banche debbano finanziare le start-up, ovvero le imprese che nascono e che mostrano, nei primi tre anni di vita, la più elevata mortalità, è tutto da dimostrare. E’ noto, o dovrebbe esserlo, che le fasi iniziali della vita di un’impresa, all’interno della divisione del lavoro esistente nei sistemi finanziari, secondo logica e secondo buonsenso, dovrebbe essere appannaggio di venture capitalist e di business angels. Non delle banche, che rischiano denari dei risparmiatori e che non dovrebbero farsi carico al 100% del rischio d’impresa.

In secondo luogo, la capacità di reddito, ovvero la capacità dell’impresa di generare un volume di ricavi adeguato a coprire i costi ed a generare una sufficiente redditività operativa non può essere considerata né un orpello inutile, né una pretesa ingiustificata. Per quale ragione un risparmiatore, uno qualunque, compreso uno di quelli che si lamenta delle banche, dovrebbe prestare denari senza prospettive reddituali?

Forse sarebbe il caso di pensare, sul solco di quanto accade per esempio in Francia, non solo a sviluppare gli incubatori di impresa e fondi chiusi a partecipazione mista, pubblico-privato, che intervengano nel capitale di rischio delle imprese neo-costituite. Forse sarebbe il caso anche di pensare a implementare ed accrescere la formazione in materia gestionale e manageriale. Altrimenti si fa solo ideologia e facile propaganda: ma non si costruisce nulla.