Moda democratica: se 50 milioni potessero bastare…

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Il Corriere Economia di oggi si occupa, sia con la firma “dedicata” di Giusi Ferrè, sia con Maria Silvia Sacchi, di Mariella Burani, il cui nome fa schizzare i post ad essa dedicati nella greatest hits di questo blog. Se Giusi Ferrè, mi auguro senza condividerne lo spirito -vagamente paternalistico- interpretava il segmento di mercato cui Burani voleva rivolgersi come del “lusso accessibile”, ovvero, cito testualmente “(..) un modo di intendere il prodotto che cercava di dare un contenuto democratico e gradevole (sic) a quello che per sua natura è elitario e basato sull’esclusione”, M.S.Sacchi parla di questioni più gravi, concrete e, certamente, meno democratiche e gradevoli. Ovvero, di denari che mancano.

Dall’articolo traiamo alcune notizie interessanti, ovvero che:

1)-la famiglia Burani metterebbe mano al portafoglio per circa 50 milioni di euro, garantendo l’inoptato;

2)-la cifra di cui sopra essendo largamente insufficiente, come da analisi che abbiamo pubblicato, 55 milioni di euro sarebbero immessi da GEM (Global Emerging Markets) a titolo di equity line of credit, rinegoziando il debito con le banche;

3)-il piano, messo a punto da Mediobanca e da Kpmg, comprenderebbe anche cessioni di asset non strategici;

4)-esisterebbe un interesse di un retailer coreano, tale da far ipotizzare la riduzione a minoranza della quota di maggioranza della famiglia, che però smentisce l’ipotesi.

Se si andasse verso queste ipotesi, la rinegoziazione del debito verso le banche dovrebbe forzatamente essere accompagnata da dismissioni, dal momento che all’origine del crack del gruppo c’è l’elefantiaca crescita a debito, le cui peculiarità si sono già evidenziate in queste settimane.

Pesa come un macigno, tuttavia, non appena sul futuro del Gruppo Burani, ma sulla credibilità di banche, di revisori e di analisti la conclusione delle indagini avviate dalla Consob, oltre che dalla magistratura sull’ipotesi di aggiotaggio e di falso in bilancio. Indagini che sarebbero partite dopo la pubblicazione del bilancio 2007 ma che, come dimostra un’analisi appena approfondita dei conti aziendali, potevano tranquillamente essere avviate anche in anni precedenti. Quando nessuno, tantomeno gli analisti, si poneva il problema della sostenibilità del lusso democratico.

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