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Intervista: le norme UE sul credito faranno bene al mercato.

LPN-INTERVISTA

L’economista Berti: Norme Ue su credito faranno bene a mercato

Di Laura Carcano

Milano, 29 dic. (LaPresse) – “Le banche fra 6 mesi dovranno essere molto più rigorose nel prestare soldi. Nulla sarà più come prima nel sistema del credito. E la musica dovrà cambiare per le ‘imprese zombie’, cioè aziende che non dovrebbero stare sul mercato e invece ci restano e sono per giunta sussidiate a spese di quelle sane”. È lo scenario tracciato con LaPresse da Alessandro Berti, professore associato di tecnica bancaria e finanza aziendale presso la Scuola di Economia dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo.

DOMANDA Cosa succederà nel 2021?

RISPOSTA. Dal 30 giugno entrano in vigore le nuove regole EBA (European Banking Autority) che affianca BCE nel regolamentare il mercato del credito. L’EBA ha disposto provvedimenti destinati letteralmente a rivoluzionare non solo il rapporto banca-impresa, ma la stessa organizzazione interna di banche affidanti e imprese clienti, stimolando inevitabilmente cambiamenti nel controllo di gestione delle imprese, nella loro capacità di fare analisi previsionale e di fare una corretta comunicazione finanziaria.

D. Più in concreto?

R. L’autorità bancaria europea chiede di applicare una regola, che in fondo è una banalità: le banche devono prestare denari solo a chi può restituirli. Quelle che entreranno in vigore dal 30 giugno sono regole che finalmente impongono di effettuare analisi molto più approfondite che in passato (sulla base di bilanci storici e prospettici, progetti di investimento, business plan) con un salto di qualità nelle relazioni tra banca e cliente proiettate alla partnership. Cose normali in altri Paesi, che però in Italia finora non erano state normate, né facevano parte della cultura del rapporto banca-impresa. In altre parole, o il cliente, grande o piccolo che sia, si adeguerà a essere più trasparente, insomma meno raffazzonato e più organico nella comunicazione finanziaria, oppure è probabile che otterrà meno credito o a più caro prezzo. A mio parere finisce il tempo in cui si andava in banca a chiedere un prestito e in cui in assenza di adeguate garanzie poteva bastare – in certi casi – una pacca sulla spalla, finisce l’epoca dei localismi ma anche delle valutazioni del merito di credito molto discutibili.

D. Quante saranno le imprese che potranno non ottenere più denaro in prestito?

R. Non è un calcolo facile, ma si può stimare che un 25% delle pratiche potrà andare incontro a un ‘no’ della banca.

D. Ma le associazioni imprenditoriali chiedono alla Ue di intervenire sull'”eccesso di automatismi”, paventando il rischio di compromettere la ripresa dalla crisi Covid….

R. Mi è capitato spesso di pensare che il credito deteriorato si gestisce all’inizio, evitando di prestare denari a chi non li può restituire. Quelli che si lamentano devono essere, probabilmente, gli stessi che solo pochi mesi fa portavano un improvvido commercialista a lamentarsi sulle pagine di un quotidiano economico delle richieste “lunari” da parte della sua banca, che per concedere un fido per quasi 5 milioni a fronte di investimenti ‘pretendeva’ un business plan, il bilancio al 31.12.2019 e una situazione intermedia. Richieste che invece con le nuove norme Eba saranno (dovrebbero già essere) normali. Non si può fare credito a tutti: selezionare il merito di credito serve alla “efficiente allocazione delle risorse”.

D. Crisi economica per la pandemia e regole più severe nel prestare denaro …. non c’è il rischio che il sistema salti?

R. No, anzi può essere l’occasione buona per arrivare, attraverso una maggiore serietà reciproca, a costruire finalmente qualcosa insieme, banche, imprese, professionisti. Il sistema economico non era in buona salute già prima del Covid e la situazione richiedeva che molte aziende dovessero uscire dal mercato, soprattutto di micro-imprese e piccole imprese, i settori più tradizionali e meno capitalizzati e digitalizzati, dal commercio al dettaglio, alla subfornitura. Ma la selezione ci deve essere perché se le aziende che non restituiscono i prestiti sono sostenute a spese di quelle sane, il mercato non fa bene il suo mestiere e brucia risorse che sono e restano comunque scarse. L’Eba in pieno lockdown ha regolamentato le moratorie, ma non ha mai detto che le banche non dovessero esaminare bene i conti di chi ha chiesto denaro in prestito. C’è in Italia un ceto professionale e imprenditoriale per il quale non è mai l’ora di mettere mano al rapporto banca-impresa e per cui si doveva rinviare il Codice delle Crisi di Impresa e si doveva rinviare la nomina del revisore. Insomma rinviare rinviare, rinviare. E invece, finalmente, il tempo dei rinvii sembra finito.

Ringrazio Laura Carcano de La Presse per avermi consentito la riproposizione dell’intervista.

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La tempesta perfetta o la tempesta in un bicchiere d’acqua? Istruzioni per non affogare.

Stanchi di Covid-19 e con il vaccino alle viste, anche se solo Arcuri è stato capace di ordinare la quantità più elevata presso la multinazionale di Big Pharma meno preparata, ci si comincia a guardare intorno per parlare di altro e proporre nuovi problemi e questioni, possibilmente lamentandosi. Tale appare, per esempio, in una nota di La Presse di qualche minuto fa, la posizione di tutte le associazioni di categoria che esprimono “una forte richiesta di intervenire urgentemente su alcune norme in materia bancaria che, pensate in un contesto completamente diverso da quello attuale e caratterizzate da un eccesso di automatismi, rischiano di compromettere irrimediabilmente le prospettive di recupero dell’economia italiana ed europea“.

Devono essere, probabilmente, gli stessi “automatismi” che solo 8 mesi fa portavano un improvvido commercialista a lamentarsi, sul Sole 24 Ore, delle richieste “lunari” della banca, che per concedere fido per quasi 5 milioni di € a fronte di investimenti pretendeva, perbacco, un business plan, il bilancio al 31.12.2019 e una situazione intermedia.

Ne abbiamo già parlato su queste colonne, non resta che continuare a meravigliarsi della meraviglia. Una cosa è certa: non è mai l’ora di mettere le mani al rapporto banca-impresa, si doveva rinviare il Codice delle Crisi di Impresa, si doveva rinviare il revisore, rinviare rinviare, rinviare. Tutto va bene così come è, dateci i ristori, perché crucciarsi degli adeguati assetti organizzativi, amministrativi, contabili, perché preoccuparsi degli Orientamenti EBA in arrivo sul primo binario al 30 giugno dell’anno venturo?

In attesa di vederci da Mario, per parlare di imprese zombie, cioè di imprese che non dovrebbero stare sul mercato e invece ci restano e sono per giunta sussidiate a spese di quelle sane, rilanciamo e parliamo di “Adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili” e dei relativi riflessi sul rapporto banca-impresa in queste date http://www.reaconsulting.com/news/approfondimenti/save+the+date+rapporto+banca+impresa

Per non affogare, per non perderci in un bicchiere d’acqua, per provare a riflettere e ragionare seriamente. Per provare, finalmente, a costruire qualcosa insieme, banche, imprese, professionisti.

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Ci vediamo da Mario

Non è semplicemente un facile accostamento con una delle più belle canzoni del mio amato Liga, è un richiamo alla realtà che giunge attraverso un documento del Gruppo dei Trenta (Group of Thirty), firmato tra gli altri, appunto, dall’ex Presidente della BCE e da molti altri illustri economisti, tra cui Janet Yellen (ex Presidente della FED), Paul Krugman e Raghuran Rajan (autore, insieme a Zingales, di Salvare il capitalismo dai capitalisti).

Il documento si intitola Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, e interviene a 360° sui temi della ripresa post pandemia, individuando alcune priorità, anzitutto metodologiche, tra le quali mi piace ricordare quelle che lo stesso documento chiama unpopular choices tra le quali:

Reducing broad support of businesses and moving to more targeted measures focused on those firms that need support but are expected to be viable in the post-Covid 19 economy“;

E, ancora:

Investing in equity and quasi-equity fo businesses“, “Be mindful of moral hazard issues without undermining the core objectives“.

Si potrebbe andare avanti ma il documento è, a mio parere, troppo ben fatto ed importante da meritare una lettura tipo Selezione del Reader’s Digest. Lo trovate qui.

https://group30.org/publications/detail/4820

Ne riparleremo, dopo il 1 gennaio, terminati i non-festeggiamenti, ci sarà molto da lavorare, non cè solo il 30 giugno alle porte e gli Orientamenti EBA. C’è da rifondare, insieme a un sistema produttivo, un sistema di relazioni, anche e soprattutto con la banca.

Ancora Buon Natale, Buon Anno e tanti auguri a tutti.

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Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio…

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio…

No, non penso che mi piacerebbe l’odore del napalm al mattino e non gioco a golf, memore peraltro dell’ammonimento di G.B.Shaw. Ma la citazione vera, quella che mi viene in mente mentre il lavoro sta diventando sempre di più ascoltare qualcuno che ti chiede di rappresentare come situazioni “sostenibili” quelle che già non lo erano, anche prima del 2019, la citazione è quella del filo del rasoio e della lumaca.

Perché non c’è un’impresa che non abbia richiesto il prestito Covid cash da 25 o 30mila euro che non si ritrovi, adesso, a chiederne molti, molti di più: dovendo presentare business plan che non ha (che non ha mai fatto, che non sa fare, che non vuole fare, perché costano…) a banche che nel frattempo non possono smettere di fare il loro lavoro. Non perché lo dice l’European Banking Authority, l’EBA, e lo dice, lo ha detto anche di recente, delineando il processo di valutazione e monitoraggio del rischio di credito a far data dal 30 giugno prossimo: la vera questione è che tu non puoi smettere di pensare alle inadempienze probabili perché il fabbisogno finanziario delle imprese è sempre lì. Dapprima da sole perdite Covid (magari con altre perdite dormienti nel magazzino, as usual), poi per altre perdite, perché ho riaperto ma non raggiungo il punto di pareggio. Perdo di nuovo, come versare l’acqua nella sabbia. Il fabbisogno finanziario aumenta e la questione non è il prestito garantito dal Fondo Centrale di Garanzia e neppure la moratoria. La questione è che io non ho i soldi per pagare le bollette, i fornitori, e a dicembre la CIG finisce. Come una lumaca sul filo del rasoio.

Ho osservato, una lumaca, che strisciava sul filo di un rasoio, e’ un sogno che faccio, è il mio incubo, strisciare scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere.” Monologo del Colonnello Kurtz, Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola, 1979.

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Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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Banche e Covid: un’intervista e qualche riflessione.

Banche e Covid: un’intervista e qualche riflessione.

LPN-FOCUS Banche e Covid, studio Cisl: Ferite, ma anche anticorpi. Tengono ricavi.

di Laura Carcano
Torino, 8 ago. (LaPresse) – Banche “graffiate dalla pandemia”, ma il Covid non morde. E’ uno studio del sindacato First Cisl a mettere sotto la lente le semestrali dei primi cinque istituti di credito italiani. Tengono i ricavi, aumenta il patrimonio.
“Le ferite ci sono ma il sistema bancario dimostra di avere anticorpi solidi contro la crisi per il Coronavirus”: l’analisi fotografa una “tenuta dei ricavi operativi (- 4,2% rispetto a giugno 2019)”. Ancora più contenuta è la riduzione del margine primario per dipendente (- 2,5%), nonostante il lungo lockdown.
E dopo aver fatto i conti in tasca alle banche, arriva l’affondo del sindacato: “non sono accettabili nuovi tagli all’occupazione dopo che il personale è stato ridotto di 5mila addetti, con una conseguente contrazione dei costi operativi ( – 2,1%) e la chiusura di oltre 500 filiali. Questa riduzione dei costi ricomprende una diminuzione delle spese per il personale del 2,1%”.
Il risultato netto aggregato – sottolinea First Cils – ha chiuso in territorio negativo, ma vanno evidenziati l’aumento eccezionale (+ 72%) e l’incidenza delle rettifiche su crediti alla clientela (5,3 miliardi). In larga misura (2,7  miliardi) accantonamenti per fronteggiare il futuro impatto della pandemia: “senza di essi il dato sarebbe stato ampiamente positivo”.
Spicca poi “la maggiore solidità patrimoniale dell’insieme aggregato”.  Nell’analisi emerge che il CET1 Ratio phased-in passa dal 13.6% del dicembre 2019 al 14.4%. Ciò, “porta a stimare un’eccedenza patrimoniale sui requisiti minimi di oltre 46 miliardi, con un aumento di circa il 43% rispetto ai dati di fine anno”.
Per lo studio del sindacato “le banche non sembrano poi aver colto appieno l’opportunità offerta dalle garanzie statali: i prestiti alla clientela ordinaria crescono meno di un punto percentuale (+ 10 miliardi circa nel periodo considerato)”. E si riduce ancora l’incidenza netta dei crediti deteriorati (3.3%).
“Il coronavirus – afferma il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani – non ha scosso il sistema, che anzi ha dimostrato grande resilienza. Adesso il credito alle imprese ed alle famiglie deve aumentare. L’ampia dote di capitale disponibile e la liquidità garantita dalla Bce costituiscono la premessa, insieme alle garanzie statali sui crediti, su cui fondare il rilancio”. Per Colombani “la rotta è quella indicata da Mario Draghi: le banche come strumenti di politica pubblica” e “la presenza dello Stato nel sistema bancario smetta di essere tabù”.
Ma la tesi dello “Stato come banchiere” per Alessandro Berti, professore associato di tecnica bancaria e finanza aziendale presso la Scuola di Economia dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo, non è certo la lezione di Draghi. Lo è invece “la necessità di politiche keynesiane per fronteggiare la crisi economica indotta dalla pandemìa”. “Non abbiamo bisogno di uno Stato banchiere, se non in casi estremi – sottolinea – e questo in Italia non sta accadendo. Non ha mai dato buona prova di sé quale manager. Anzi, se il sistema bancario è resiliente, a maggior ragione l’allocazione delle risorse pubbliche deve essere prioritariamente assegnata ad altri comparti economici”. Quanto all’aumento patrimoniale, la spiegazione è che “il regolatore ha abbassato il livello dei requisiti patrimoniali”.
“Inoltre – fa notare Berti – le semestrali dicono che molte banche hanno fatto gli utili con il trading e se il credito a famiglie e imprese non è aumentato non è colpa degli istituti, quanto piuttosto di un sistema di erogazione dei prestiti Covid-19 che non ha assicurato la tutela penale alle banche e agli addetti, dando per scontato che la garanzia pubblica (SACE o FCG) funzionasse quasi in autonomia, mentre necessita della massima diligenza. Il contributo dei lavoratori bancari durante l’emergenza è stato sotto questo punto di vista fondamentale, soprattutto per evitare improvvide operazione di sussidio con ricadute sul sistema finanziario”.
Questo il sunto della mia opinione, apparso sull’intervista che mi è stata gentilmente richiesta da Laura Carcano di lapresse.it. Di seguito il mio pensiero in maniera meno concisa.
Il Segretario Colombani afferma che non si deve più considerare la presenza dello Stato nel sistema bancario un tabù e lo afferma alla luce della “rotta indicata da Mario Draghi”: penso che con questa affermazione voglia riferirsi all’intervento dell’ex Presidente BCE sul Financial Times di qualche tempo fa, ma il problema è che questa indicazione, a mio parere, Mario Draghi non l’ha mai data, mentre ha certamente richiamato la necessità di politiche keynesiane da parte dei governi per fronteggiare la crisi economica indotta dalla pandemìa. Non abbiamo bisogno di uno Stato banchiere, se non in casi estremi, e questo grazie a Dio in Italia non sta accadendo: oltretutto lo Stato banchiere non ha mai dato buona prova di sé quale manager, e questo è agli atti dei bilanci delle banche di interesse nazionale e di tutte quelle che, in seguito, sono state privatizzate. Anzi, se il sistema bancario è resiliente, a maggior ragione l’allocazione delle risorse pubbliche deve essere prioritariamente assegnata ad altri comparti della nostra economia.
Quanto ai risultati dello studio First Cisl, è perlomeno paradossale, se non ingenuo, affermare che il CET1 ratio delle banche si è rafforzato se si è consapevoli che questo è avvenuto non perché si è ridotta la rischiosità media degli attivi o perché si è accresciuta la qualità del patrimonio di vigilanza, quanto piuttosto perché il regolatore ha abbassato il livello dei requisiti patrimoniali. Come quando si allentano i parametri che decidono quanto sia inquinato il mare e così appare che tutte le nostre coste sono paradisiache per la limpidezza cristallina delle acque.
La lezione che si trae dalla lettura delle semestrali è, piuttosto, che molte banche hanno fatto gli utili con il trading (cfr.Unicredit di Mustier) e che se il credito a famiglie e imprese non è aumentato non è colpa delle banche, quanto piuttosto di un sistema di erogazione dei prestiti Covid-19 che non ha assicurato la tutela penale agli istituti e agli addetti, dando per scontato che la garanzia pubblica (SACE o FCG) funzionasse quasi in autonomia, mentre necessitava e continua a necessitare la massima diligenza. Il contributo dei lavoratori bancari durante l’emergenza è stato sotto questo punto di vista fondamentale, soprattutto per evitare che si facessero improvvide operazione di sussidio che poi sarebbero inevitabilmente ricadute sul sistema finanziario e sugli stessi soggetti sussidiati (il Fondo centrale di garanzia recupera direttamente emettendo ruoli quanto dovuto dal debitore). Credo da ultimo che sia necessario ripensare al sistema delle relazioni di clientela in Italia che, in barba alla digitalizzazione, ha fatto con il Decreto Liquidità un salto all’indietro di 60 anni, facendoci ritornare al vecchio sistema del multifido e della prassi garantista, mai abbastanza stigmatizzato: i lavoratori bancari hanno bisogno di maggiore e più qualificata formazione per essere capaci di valutare sempre meglio le imprese, che necessitano di un partner finanziario, non di un fornitore. Questa è la grande sfida, insieme alla progettualità dei piani strategici delle banche per il prossimo futuro, che ci attende per la ricostruzione.
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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Conviene far bene i business plan.

Conviene far bene i business plan.

Vi ricordate quello (tal T.S.) delle richieste lunari delle banche, che ai primi di maggio si lamentava perché per poco meno di 5 milioni richiesti per “investimenti” la banca aveva chiesto il bilancio al 31.12.2019, una situazione intermedia, un forecast al 31.12.2020 e un business plan? Ecco, io non so che fine abbia fatto la richiesta del suo cliente: ma so che ieri, per un business plan fatto bene, abbiamo avuto i complimenti della banca e dell’impresa, anche se siamo stati conservativi e prudenti; per giunta evidenziando, inevitabilmente, perdite per il corrente anno e una risalita complessa ma possibile, lenta ma efficace . Spiegata. Documentata. Non è perché l’impresa ha avuto un finanziamento e io posso registrare un successo professionale. No:. è solo perché o si lavora bene oppure non serve a nessuno (con buona pace di T.S.), né alle banche, né alle imprese. Perché quel documento è servito anzitutto a quell’impresa per guidare i comportamenti dei manager nel bel mezzo della crisi da Covid-19; e poi perché puoi parlare di te stesso e dei tuoi progetti solo se sai quello di cui stai parlando. Se non hai fatto tutto (bene) non hai fatto nulla.

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ABI Alessandro Berti Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Lavorare in banca

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Resilienza, valore e “risiko” bancario.

Se c’è una cosa di cui essere grati al proprio Maestro, il prof.Giampaoli, è la diffidenza che mi ha insegnato nei confronti delle frasi fatte. Il titolo del post le riassume quasi tutte, manca solo “tesoretto” ma ci ha pensato Victor Massiah a tirarla fuori, nel presentare l’aggiornamento al piano industriale di UBI e nel definire come ostile e non concordata la proposta di Intesa. Tutto come da copione o quasi, salvo un chiaro atteggiamento a mio parere puramente difensivo (Intesa crescerà in Italia ma non all’estero, la fusione non crea valore per gli azionisti etc…) e, soprattutto, povero di argomenti veri. Le slides, scaricabili dal sito parlano più che altro di dividendi: e alla voce costo del lavoro si intuisce en passant che comunque, a prescindere dalla fusione, sarebbe un discreto bagno di sangue. Il vero argomento o, se si preferisce, la ciliegina sulla torta, è rappresentata  dal fatto che “si evidenzia un excess capital di circa €840 milioni di € che potranno essere distribuiti, corrispondenti a un cumulato di oltre 73 centesimi di euro per azione nel triennio. (…) . La crescita del monte dividendi disponibili rende inoltre evidente agli azionisti la dimensione del valore intrinseco della loro Banca.” 

Negli anni precedenti al 2008 Alessandro Profumo, parlava di free capital per fare acquisizioni, cresceva  e remunerava comunque gli azionisti: chissà cosa risulta a Massiah e al board di UBI simulando una bella fusione con MPS?

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).

Più rischi, meno (!) accantonamenti (versare acqua nella sabbia).
Sul Sole 24 Ore di oggi si legge, riguardo al Fondo Pmi, che “le nuove regole liberano 1,8 miliardi“.

Intanto, per la verità, ci viene detto che il Fondo farà meno accantonamenti, spiegabili solo con la necessità di poter disporre di maggiori risorse, non certo in funzione della diminuzione del rischio. Leggiamo infatti che “il Consiglio di gestione del Fondo di garanzia Pmi ha approvato la riduzione delle percentuali di accantonamento a titolo di coefficiente di rischio sui prestiti garantiti, al 100%, fino a 30mila euro. Un’operazione che consentirà di recuperare 1,8 miliardi rimandando di qualche settimana l’esaurimento dei fondi. Tutto questo in attesa che l’Economia, come preannunciato dal ministro Roberto Gualtieri, intervenga per stanziare nuove risorse. La stima di 1,8 miliardi di minori accantonamenti include l’applicazione delle nuove percentuali sia alle future garanzie da concedere sia alle operazioni finora già garantite. Fino alla seduta di ieri del Consiglio di gestione, per i mini-prestiti garantiti al 100% il Fondo accantonava il 30,2%, una percentuale molto elevata rispetto all’ordinaria amministrazione dello strumento e dovuta al profilo di rischiosità dei beneficiari.”

Il che significa che quando qualche grande banca, e absit iniuria verbis,  tutti sanno qual è la mia “prediletta”, decide di non partecipare per nulla alla gara al finanziamento delle Pmi, spiegando che il Fondo ha già finito o finirà a brevissimo i soldi, al di là dell’atteggiamento, insindacabile per carità, verso le imprese,  forse non ha tutti i torti.

Purtroppo ancora più illuminante è la statistica diffusa dal Fondo e riguardante la platea dei beneficiari dei prestiti garantiti. Leggiamo infatti che, quanto alle “caratteristiche dei beneficiari dei prestiti garantiti al 100%, partiti con un tetto a 25mila euro che poi in sede di conversione in legge del Dl liquidità è stato innalzato a 30mila euro, oltre il 99% delle imprese beneficiarie è costituito da società di capitali e di persone e da imprese individuali, lo 0,6% da professionisti o persone fisiche e lo 0,04% da studi professionali. Prevalgono le micro imprese (88,6%), seguite dalle piccole (10,3%) e medie (1,1%). Il 50,1% delle imprese è localizzato al Nord, il 23% al Centro e il 26,6% al Sud. Il settore con la quota maggiore di beneficiari è il commercio al dettaglio (16,6%), cui seguono i servizi di ristorazione (12,7%), le costruzioni specializzate (8,8%) e il commercio all’ingrosso (8,3%).”

La lista di cui sopra è tristemente caratterizzata da un unico, uniforme, connotato: sono i settori più tradizionali, meno innovativi e maggiormente investiti dalla digitalizzazione del nostro sistema economico. Qualche anno fa l’ISTAT aveva anche stimato che fossero i settori meno propensi agli investimenti. Sono i settori dei quali si stanno finanziando le perdite, ovvero il peggiore dei fabbisogni finanziari possibili: e, statene certi, senza neppure avere visto un simulacro di business plan, di progetto di rilancio. Come versare acqua nella sabbia.