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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche BCE Capitale circolante netto operativo Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

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E così ci siamo arrivati, il momento è giunto: il conto alla rovescia che avevo iniziato ormai 9 mesi fa (pensando ogni volta: vedrai che lo rinviano), parlando in ogni occasione possibile e immaginabile (webinar, corsi di formazione in presenza e non, lezioni universitarie, stravolte nei metodi oltre che nei contenuti) è terminato, gli Orientamenti EBA si applicano da oggi alle nuove concessioni di affidamenti, a chiunque fatti, nonché al relativo monitoring.

Per i prestiti già esistenti aspetteremo un anno, ma riesce difficile immaginare un sistema bancario che, alla stregua di un Giano bifronte, esamina il passato come se nulla fosse accaduto e il presente adeguandosi alle nuove regole. Così come un razzo non arriva istantaneamente nel luogo dove è stato lanciato, così gli Orientamenti EBA cominceranno un po’ alla volta a farsi sentire nei confronti delle imprese, soprattutto di quelle PMI che hanno sempre mal sopportato la comunicazione finanziaria.

Tuttavia, da oggi e senza ombra di dubbio, le garanzie non possono più rappresentare il motivo prevalente per una decisione di affidamento: da oggi conta il reddito, i flussi di cassa, la sostenibilità del debito. Siamo consapevoli che tutto questo vada verificato con l’adeguata ampiezza temporale e spaziale: nel frattempo, con R&A Consulting, abbiamo preparato, per tutte quelle imprese e professionisti che vogliano cominciare a cimentarsi con le nuove regole, un piccolo strumento di facile utilizzo, un tool, come si dice: lo trovate qua.

https://www.reaconsulting.com/utility/eba-compliance/

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche BCE Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Cultura finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Moratoria dei debiti PMI Vigilanza bancaria

Meno 1.

Sarebbe domani, sarebbe dalla mezzanotte. Anche oggi la rassegna stampa consente di affermare che il principale quotidiano economico italiano ignora la scadenza degli Orientamenti EBA, su LinkedIn solo il grande Collega Giacomo De Laurentiis, da sempre uno dei pochi veri appassionati circa il tema del rapporto banca-impresa, ha promosso, ormai una settimana fa, un incontro sul tema.

E allora continuiamo a parlare delle “nuove concessioni” almeno per capire quali potrebbero essere i punti di frizione, i problemi, le criticità che un rinnovato -almeno nelle regole dei criteri di concessione, nelle metriche e nei limiti- processo del credito, mai così pesantemente divenuto prescritto da parte del regolatore, comporterà per molte imprese.

Almeno per tutte quelle, e ci auguriamo che siano tante, che da domani andranno in banca a chiedere nuova finanza, per i loro progetti di sviluppo, per partecipare alle varie fasi del PNRR, per intraprendere, crescere, non fermarsi; perché lo stock di crediti già in essere resterà lì, quasi sospeso fino al 30.6.2022, una specie di standstill concettuale prima che effettivo, con le banche chiamate da EBA, tuttavia, a vigilare su tutte le esposizioni.

E, d’altra parte, le nuove concessioni potrebbero riguardare anche situazioni non proprio rosee o entusiasmanti, con performances non commendevoli fin da prima della pandemia. Chi è arrivato a fine giugno e non sta per licenziare tutti o quasi, potrebbe aver deciso di ristrutturare, di risistemare l’azienda, di chiedere nuova finanza per mettere in atto quella discontinuità rispetto al passato che sola può contribuire a rendere fattibile un piano di risanamento.

Dunque da domani si comincia: insieme a R&A Consulting abbiamo messo a punto uno strumento di facile utilizzo che però aiuta fin da subito a capire quali possano essere le criticità o le questioni più importanti da risolvere; e contemporaneamente, ci soffermeremo sulle principali metriche, sui criteri di concessione, sulle regole fissate da EBA.

Perché da domani chi lavora in banca e analizza il credito, un criterio sicuro ce l’ha nel valutare le nuove concessioni: la valutazione del merito di credito deve essere fatta “al meglio delle conoscenze della banca al momento della concessione“. E il “meglio” non può che consistere in un corredo informativo, storico e prospettico, ampio, approfondito, aggiornato.

A domani.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Banche di credito cooperativo BCE Capitale circolante netto operativo Crisi finanziaria Cultura finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Modelli di business e modelli di valutazione.

Ma proprio perché esiste questa opportunità, è importante che anche le banche si concentrino sulle imprese del futuro, evitando di continuare a supportare aziende con modelli di business non sostenibili“. Così Claudio Torcellan, partner della società di consulenza Oliver Wyman, ripreso in un articolo di Alessandro Graziani sul Sole 24Ore on line di oggi, parlando delle leve per rilanciare la redditività delle banche e delle opportunità offerte al sistema delle imprese e al sistema bancario dalle misure previste nel Recovery Fund.

Se è vero, come pare, che Oliver Wyman sia la società di consulenza della stessa BCE in materia di vigilanza, ci sarebbe più di un motivo per riprendere in mano la questione del modello di business, e non solo perché è scritto nelle metriche degli Orientamenti EBA e diventa oggetto di vigilanza ispettiva: saper valutare il proprio business model, per le imprese e per le banche che le finanziano, diventa un elemento fondamentale del processo del credito, ovvero del processo di conoscenza reciproca che ruota intorno alla misurazione del rischio ma è, sicuramente, molto di più.

Nel prosieguo dell’articolo, che invito tutti a leggere, vi sono molti spunti di riflessione, alcuni dei quali sono veri e propri ossimori da risolvere, o se si preferisce, da sciogliere: si pensi, tra gli altri, al rapporto tra lavoro umano, indispensabile nel modello della banca di relazione, e intelligenza artificiale, capitolo non più eludibile, anche alla luce della marcata preferenza, ormai ben chiara, espressa dal regolatore per la grande banca a dimensione nazionale. Non c’è industrializzazione del processo del credito che possa prescindere da solide conoscenze e da una capacità di lettura che riesce difficile immaginare di appaltare a un robot; così come riesce difficile immaginare che le stesse riflessioni sul modello di business dell’impresa possano essere lasciate all’imprenditore senza che la banca condivida le proprie, sull’impresa stessa, sul settore e/o sulla filiera.

Prima ancora che sia la banca a razionare, di fatto, il credito a quelle imprese e a quei settori destinati inevitabilmente a diventare marginali o ancora più competitivi e quindi con una marginalità in progressiva, costante erosione, la riflessione dovrebbe essere agevolata da un ceto professionale che appare ancora un po’ troppo impaurito o forse preso alla sprovvista dalle novità (quando non “affonda” nella miriade di pratiche, dal 110% alle moratorie) e dalle banche stesse, unitamente alle associazioni di categoria, anche se al momento la preoccupazione principale sul tema è spostare in avanti le scadenze, prolungando le moratorie. Anche perché ogni allungamento delle moratorie aiuta a spostare in avanti il problema del credito deterioratosi a causa della crisi indotta dalla pandemia…

Bisogna intendersi: è difficile immaginare un mondo dove si possa fare a meno del commercio al dettaglio e della distribuzione retail, ma non è evidentemente pensabile che cessata l’emergenza, sia business as usual per tutti e amici come prima. Ovvero, un business model che nella distribuzione al dettaglio ignori le conseguenze della digitalizzazione e/o dei mutamenti nei comportamenti dei consumatori è destinato inevitabilmente a soccombere, così come quello di un classico terzista la cui formula competitiva sia tuttora basata sul body rental, senza offrire un reale valore aggiunto.

Dunque, guardando avanti, occorrerà agire ed agire in fretta; e se in questo ambito non è sicuramente il caso di occuparsi del policy maker e delle sue scelte –trop vaste programme-, non ci si può non fare, per l’ennesima volta, interpreti della necessità di un dialogo che riempia di contenuti la necessaria partnership tra banca e impresa, mai come in questo momento storico così importante e così decisiva per il nostro Paese e il suo sistema economico. E allora si deve dire chiaro e forte che non ci servono meno banche di relazione perché quello è un modello adatto a banche piccole, ma banche che sappiano crescere in maniera profittevole senza perdere il contatto con la realtà dei territori e delle imprese che vi lavorano: l’intelligenza artificiale elimina la relazione solo se viene concepita in un’ottica fine a sé stessa, non come strumento. Siamo uomini, non caporali.

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Intervista: le norme UE sul credito faranno bene al mercato.

LPN-INTERVISTA

L’economista Berti: Norme Ue su credito faranno bene a mercato

Di Laura Carcano

Milano, 29 dic. (LaPresse) – “Le banche fra 6 mesi dovranno essere molto più rigorose nel prestare soldi. Nulla sarà più come prima nel sistema del credito. E la musica dovrà cambiare per le ‘imprese zombie’, cioè aziende che non dovrebbero stare sul mercato e invece ci restano e sono per giunta sussidiate a spese di quelle sane”. È lo scenario tracciato con LaPresse da Alessandro Berti, professore associato di tecnica bancaria e finanza aziendale presso la Scuola di Economia dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo.

DOMANDA Cosa succederà nel 2021?

RISPOSTA. Dal 30 giugno entrano in vigore le nuove regole EBA (European Banking Autority) che affianca BCE nel regolamentare il mercato del credito. L’EBA ha disposto provvedimenti destinati letteralmente a rivoluzionare non solo il rapporto banca-impresa, ma la stessa organizzazione interna di banche affidanti e imprese clienti, stimolando inevitabilmente cambiamenti nel controllo di gestione delle imprese, nella loro capacità di fare analisi previsionale e di fare una corretta comunicazione finanziaria.

D. Più in concreto?

R. L’autorità bancaria europea chiede di applicare una regola, che in fondo è una banalità: le banche devono prestare denari solo a chi può restituirli. Quelle che entreranno in vigore dal 30 giugno sono regole che finalmente impongono di effettuare analisi molto più approfondite che in passato (sulla base di bilanci storici e prospettici, progetti di investimento, business plan) con un salto di qualità nelle relazioni tra banca e cliente proiettate alla partnership. Cose normali in altri Paesi, che però in Italia finora non erano state normate, né facevano parte della cultura del rapporto banca-impresa. In altre parole, o il cliente, grande o piccolo che sia, si adeguerà a essere più trasparente, insomma meno raffazzonato e più organico nella comunicazione finanziaria, oppure è probabile che otterrà meno credito o a più caro prezzo. A mio parere finisce il tempo in cui si andava in banca a chiedere un prestito e in cui in assenza di adeguate garanzie poteva bastare – in certi casi – una pacca sulla spalla, finisce l’epoca dei localismi ma anche delle valutazioni del merito di credito molto discutibili.

D. Quante saranno le imprese che potranno non ottenere più denaro in prestito?

R. Non è un calcolo facile, ma si può stimare che un 25% delle pratiche potrà andare incontro a un ‘no’ della banca.

D. Ma le associazioni imprenditoriali chiedono alla Ue di intervenire sull'”eccesso di automatismi”, paventando il rischio di compromettere la ripresa dalla crisi Covid….

R. Mi è capitato spesso di pensare che il credito deteriorato si gestisce all’inizio, evitando di prestare denari a chi non li può restituire. Quelli che si lamentano devono essere, probabilmente, gli stessi che solo pochi mesi fa portavano un improvvido commercialista a lamentarsi sulle pagine di un quotidiano economico delle richieste “lunari” da parte della sua banca, che per concedere un fido per quasi 5 milioni a fronte di investimenti ‘pretendeva’ un business plan, il bilancio al 31.12.2019 e una situazione intermedia. Richieste che invece con le nuove norme Eba saranno (dovrebbero già essere) normali. Non si può fare credito a tutti: selezionare il merito di credito serve alla “efficiente allocazione delle risorse”.

D. Crisi economica per la pandemia e regole più severe nel prestare denaro …. non c’è il rischio che il sistema salti?

R. No, anzi può essere l’occasione buona per arrivare, attraverso una maggiore serietà reciproca, a costruire finalmente qualcosa insieme, banche, imprese, professionisti. Il sistema economico non era in buona salute già prima del Covid e la situazione richiedeva che molte aziende dovessero uscire dal mercato, soprattutto di micro-imprese e piccole imprese, i settori più tradizionali e meno capitalizzati e digitalizzati, dal commercio al dettaglio, alla subfornitura. Ma la selezione ci deve essere perché se le aziende che non restituiscono i prestiti sono sostenute a spese di quelle sane, il mercato non fa bene il suo mestiere e brucia risorse che sono e restano comunque scarse. L’Eba in pieno lockdown ha regolamentato le moratorie, ma non ha mai detto che le banche non dovessero esaminare bene i conti di chi ha chiesto denaro in prestito. C’è in Italia un ceto professionale e imprenditoriale per il quale non è mai l’ora di mettere mano al rapporto banca-impresa e per cui si doveva rinviare il Codice delle Crisi di Impresa e si doveva rinviare la nomina del revisore. Insomma rinviare rinviare, rinviare. E invece, finalmente, il tempo dei rinvii sembra finito.

Ringrazio Laura Carcano de La Presse per avermi consentito la riproposizione dell’intervista.

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Alessandro Berti Banche BCE Mario Draghi Moratoria dei debiti Vigilanza bancaria

Cosa minaccia davvero le banche italiane?

Cosa minaccia davvero le banche italiane?


 

Un articolo del prof.Onado sul Sole 24 Ore di ieri torna sul tema del credito deteriorato, prendendo, fin dal titolo, una chiara posizione, apparentemente assai ragionevole: “L’eccesso di zelo minaccia le banche italiane”.

L’occasione è quella ben nota della (per ora) mancata proroga dei termini di flessibilità accordati alle banche dalla European Banking Authority, scadenti il 30 settembre. Mentre appare certamente condivisibile la preoccupazione dell’Autore, che sottolinea il perdurare della pandemìa e l’attesa per l’adozione di misure, Recovery fund e non solo, che sono di fatto in divenire, appaiono più opinabili le conclusioni alle quali giunge, sicuramente dettate da buon senso e ragionevolezza ma che sembrano dimenticare, nei fatti, un dato di realtà: il credito deteriorato è tale anche se non correttamente classificato, magari con l’avallo delle regole della moratoria.

Al riguardo è bene rammentare che l’EBA ha invitato le banche “a non rinviare l’emersione di perdite altamente probabili” e proprio su questo punto il prof.Onado afferma che, usando tali parole, l’autorità di vigilanza Europea implicitamente ammette che, cito, “l’eccesso di severità è un’arma a doppio taglio, che può penalizzare indebitamente famiglie e imprese e lascia opportuni margini di discreziona-lità“.

I lettori minimamente addentro ai segreti del “bancariese” e ai cosiddetti Orientamenti dell’EBA (che sono in realtà vere e proprie prescrizioni alle quali ci si deve adeguare) sanno bene che l’EBA utilizza sempre il condizionale mentre rilascia i propri, appunto,  Orientamenti, usando fino in fondo un potere che è sì di prescrizione ma è anche di moral suasion. Ne ho già parlato in questo blog in altre occasioni, ma il tema delle inadempienze probabili (UTP) e degli sconfinamenti ed esposizioni scadute non aspetta le moratorie per manifestare fino in fondo gli effetti devastanti della crisi da Covid-19. In altre parole, non chiedersi che ne sarà di un certo numero (purtroppo elevato) di imprese, spesso piccole e piccolissime, destinate a fallire non appena cesseranno il divieto di licenziare e l’erogazione perinde ad cadaver della CIG, significa chiudere gli occhi mentre si sta andando a sbattere.

D’altra parte Marco Onado ha ragioni da vendere quando afferma che assimilare inadempienze probabili, sconfinamenti ed esposizioni scadute “svilisce il contributo che il banchiere può dare” nel risolvere i problemi delle imprese in difficoltà. La questione vera però è: in che modo? Con quali carte alla mano? Su quali piani, progetti, business plan? Su quelli che finora quasi nessuno ha portato (ma anche quasi nessuno ha chiesto e continua a non chiedere)?

Ovvero, è peggio la cecità di chi affida imprese di cui neppure conosce bene i conti a consuntivo -e figuriamoci a preventivo- oppure quella che, per dirla con Giorgio Gaber, fa “fingere di essere sani“?

Conosciamo gli effetti delle moratorie e dei rinvii, lo abbiamo sperimentato con la crisi scoppiata nel 2008: si allungano le scadenze ma non si mette mano al business model, alla formula competitiva, al conto economico: è già successo allora, rischia di riaccadere anche oggi, e non possiamo dimenticare che è proprio per questo atteggiamento che è nata e cresciuta a dismisura la montagna di credito deteriorato di cui ci stavamo faticosamente liberando.

Infine, se posso permettermi di chiosare (e solo quello: extra ecclesiam nulla salus e Marco Onado è per me un punto fermo e un riferimento costante) l’Autore: il mestiere del banchiere si rivaluta fino in fondo certamente con un atteggiamento elastico e attento di tutti i decisori, prima di tutto quelli politici, come il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini ha fatto ben capire. Ma la diligenza che occorre in questo momento nel valutare il merito di credito richiede straordinarie capacità di intelligenza della situazione, anche in termini evolutivi: pensare che questo possa accadere lasciando che tutto prosegua come se nulla fosse, mi pare perlomeno irrealistico.

C’è da lavorare, e molto, ancora una volta, sul tema delle relazioni di clientela.

 

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Banche e Covid: un’intervista e qualche riflessione.

Banche e Covid: un’intervista e qualche riflessione.

LPN-FOCUS Banche e Covid, studio Cisl: Ferite, ma anche anticorpi. Tengono ricavi.

di Laura Carcano
Torino, 8 ago. (LaPresse) – Banche “graffiate dalla pandemia”, ma il Covid non morde. E’ uno studio del sindacato First Cisl a mettere sotto la lente le semestrali dei primi cinque istituti di credito italiani. Tengono i ricavi, aumenta il patrimonio.
“Le ferite ci sono ma il sistema bancario dimostra di avere anticorpi solidi contro la crisi per il Coronavirus”: l’analisi fotografa una “tenuta dei ricavi operativi (- 4,2% rispetto a giugno 2019)”. Ancora più contenuta è la riduzione del margine primario per dipendente (- 2,5%), nonostante il lungo lockdown.
E dopo aver fatto i conti in tasca alle banche, arriva l’affondo del sindacato: “non sono accettabili nuovi tagli all’occupazione dopo che il personale è stato ridotto di 5mila addetti, con una conseguente contrazione dei costi operativi ( – 2,1%) e la chiusura di oltre 500 filiali. Questa riduzione dei costi ricomprende una diminuzione delle spese per il personale del 2,1%”.
Il risultato netto aggregato – sottolinea First Cils – ha chiuso in territorio negativo, ma vanno evidenziati l’aumento eccezionale (+ 72%) e l’incidenza delle rettifiche su crediti alla clientela (5,3 miliardi). In larga misura (2,7  miliardi) accantonamenti per fronteggiare il futuro impatto della pandemia: “senza di essi il dato sarebbe stato ampiamente positivo”.
Spicca poi “la maggiore solidità patrimoniale dell’insieme aggregato”.  Nell’analisi emerge che il CET1 Ratio phased-in passa dal 13.6% del dicembre 2019 al 14.4%. Ciò, “porta a stimare un’eccedenza patrimoniale sui requisiti minimi di oltre 46 miliardi, con un aumento di circa il 43% rispetto ai dati di fine anno”.
Per lo studio del sindacato “le banche non sembrano poi aver colto appieno l’opportunità offerta dalle garanzie statali: i prestiti alla clientela ordinaria crescono meno di un punto percentuale (+ 10 miliardi circa nel periodo considerato)”. E si riduce ancora l’incidenza netta dei crediti deteriorati (3.3%).
“Il coronavirus – afferma il segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani – non ha scosso il sistema, che anzi ha dimostrato grande resilienza. Adesso il credito alle imprese ed alle famiglie deve aumentare. L’ampia dote di capitale disponibile e la liquidità garantita dalla Bce costituiscono la premessa, insieme alle garanzie statali sui crediti, su cui fondare il rilancio”. Per Colombani “la rotta è quella indicata da Mario Draghi: le banche come strumenti di politica pubblica” e “la presenza dello Stato nel sistema bancario smetta di essere tabù”.
Ma la tesi dello “Stato come banchiere” per Alessandro Berti, professore associato di tecnica bancaria e finanza aziendale presso la Scuola di Economia dell’Università degli studi di Urbino Carlo Bo, non è certo la lezione di Draghi. Lo è invece “la necessità di politiche keynesiane per fronteggiare la crisi economica indotta dalla pandemìa”. “Non abbiamo bisogno di uno Stato banchiere, se non in casi estremi – sottolinea – e questo in Italia non sta accadendo. Non ha mai dato buona prova di sé quale manager. Anzi, se il sistema bancario è resiliente, a maggior ragione l’allocazione delle risorse pubbliche deve essere prioritariamente assegnata ad altri comparti economici”. Quanto all’aumento patrimoniale, la spiegazione è che “il regolatore ha abbassato il livello dei requisiti patrimoniali”.
“Inoltre – fa notare Berti – le semestrali dicono che molte banche hanno fatto gli utili con il trading e se il credito a famiglie e imprese non è aumentato non è colpa degli istituti, quanto piuttosto di un sistema di erogazione dei prestiti Covid-19 che non ha assicurato la tutela penale alle banche e agli addetti, dando per scontato che la garanzia pubblica (SACE o FCG) funzionasse quasi in autonomia, mentre necessita della massima diligenza. Il contributo dei lavoratori bancari durante l’emergenza è stato sotto questo punto di vista fondamentale, soprattutto per evitare improvvide operazione di sussidio con ricadute sul sistema finanziario”.
Questo il sunto della mia opinione, apparso sull’intervista che mi è stata gentilmente richiesta da Laura Carcano di lapresse.it. Di seguito il mio pensiero in maniera meno concisa.
Il Segretario Colombani afferma che non si deve più considerare la presenza dello Stato nel sistema bancario un tabù e lo afferma alla luce della “rotta indicata da Mario Draghi”: penso che con questa affermazione voglia riferirsi all’intervento dell’ex Presidente BCE sul Financial Times di qualche tempo fa, ma il problema è che questa indicazione, a mio parere, Mario Draghi non l’ha mai data, mentre ha certamente richiamato la necessità di politiche keynesiane da parte dei governi per fronteggiare la crisi economica indotta dalla pandemìa. Non abbiamo bisogno di uno Stato banchiere, se non in casi estremi, e questo grazie a Dio in Italia non sta accadendo: oltretutto lo Stato banchiere non ha mai dato buona prova di sé quale manager, e questo è agli atti dei bilanci delle banche di interesse nazionale e di tutte quelle che, in seguito, sono state privatizzate. Anzi, se il sistema bancario è resiliente, a maggior ragione l’allocazione delle risorse pubbliche deve essere prioritariamente assegnata ad altri comparti della nostra economia.
Quanto ai risultati dello studio First Cisl, è perlomeno paradossale, se non ingenuo, affermare che il CET1 ratio delle banche si è rafforzato se si è consapevoli che questo è avvenuto non perché si è ridotta la rischiosità media degli attivi o perché si è accresciuta la qualità del patrimonio di vigilanza, quanto piuttosto perché il regolatore ha abbassato il livello dei requisiti patrimoniali. Come quando si allentano i parametri che decidono quanto sia inquinato il mare e così appare che tutte le nostre coste sono paradisiache per la limpidezza cristallina delle acque.
La lezione che si trae dalla lettura delle semestrali è, piuttosto, che molte banche hanno fatto gli utili con il trading (cfr.Unicredit di Mustier) e che se il credito a famiglie e imprese non è aumentato non è colpa delle banche, quanto piuttosto di un sistema di erogazione dei prestiti Covid-19 che non ha assicurato la tutela penale agli istituti e agli addetti, dando per scontato che la garanzia pubblica (SACE o FCG) funzionasse quasi in autonomia, mentre necessitava e continua a necessitare la massima diligenza. Il contributo dei lavoratori bancari durante l’emergenza è stato sotto questo punto di vista fondamentale, soprattutto per evitare che si facessero improvvide operazione di sussidio che poi sarebbero inevitabilmente ricadute sul sistema finanziario e sugli stessi soggetti sussidiati (il Fondo centrale di garanzia recupera direttamente emettendo ruoli quanto dovuto dal debitore). Credo da ultimo che sia necessario ripensare al sistema delle relazioni di clientela in Italia che, in barba alla digitalizzazione, ha fatto con il Decreto Liquidità un salto all’indietro di 60 anni, facendoci ritornare al vecchio sistema del multifido e della prassi garantista, mai abbastanza stigmatizzato: i lavoratori bancari hanno bisogno di maggiore e più qualificata formazione per essere capaci di valutare sempre meglio le imprese, che necessitano di un partner finanziario, non di un fornitore. Questa è la grande sfida, insieme alla progettualità dei piani strategici delle banche per il prossimo futuro, che ci attende per la ricostruzione.
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La La Bank

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Oggi, su ilsussidiario.net “Le aziende hanno smesso di chiedere soldi agli istituti non perché stiano bene come stanno, perché non ne abbiano bisogno, bensì perché Governo, Abi e istituti di credito hanno dato vita all’ennesimo, indegno rimpallo di responsabilità durante la crisi Covid. E non parlo solo della questione Cig, parlo dell’erogazione di credito diciamo “ordinario”. L’esecutivo ha peccato di incompetenza, scrivendo i decreti con i piedi, perché ha sciorinato cifre inesistenti da un lato e ingestibili dall’altro, se non si garantiva alle banche la manleva penale rispetto a eventuali, future insolvenze sui prestiti concessi a soggetti “a rischio”. Le banche, dal canto loro, hanno usato questa ultima criticità come ennesimo alibi strutturale per dare soldi solo a chi volevano loro e alle loro condizioni: altrimenti, venivi gentilmente invitato ad aspettare che il peggio fosse passato. Ovvero, aspetta di fallire o di metterti in mano agli strozzini. Lo sanno tutti, banche in testa. Le quali, lo ripeto a scanso di equivoci, non sono enti di beneficienza, quindi è giusto che si tutelino e tutelino i loro azionisti, visto che le performance di bilancio pesano su quelle di Borsa.

A firma di Mauro Bottarelli, un giornalista che non ho mai amato e che probabilmente neppure mi conosce. il nostro ama i complotti e il pessimismo, talvolta venato da catastrofismo e da una solida avversione al potere, di qualunque tipo. Potere che alla fine sempre guadagnerà qualcosa a scapito del poveretto di turno. Questa volta sono di turno, lato potere, le banche (e quando mai!) che insieme al Governo e all’ABI (ABI: chi era costui?) sono colpevoli di un “indegno rimpallo“. Però…però se la norma è scritta con i piedi e l’hanno fatta al Governo, non è un rimpallo quello che sta andando in scena: è una presa d’atto, ti hanno messo in mezzo alla pista e devi ballare. Lo scudo penale ci vuole e Bottarelli lo sa benissimo, in questo Paese di avvocati in cerca di cause temerarie, che tali non sono mai contro le banche. Quanto all’ABI, basti vedere chi ne è il Presidente per comprenderne il peso politico.

Insomma, ho la sensazione che il nostro in una banca non sia mai entrato e che non abbia la più pallida idea di come vi si lavori. E, secondo me, neppure di come funzioni un conto economico, uno stato patrimoniale e i requisiti di vigilanza: perché nel frattempo che non si può mettere a sofferenza nessuno, il credito si deteriora lo stesso. E dubito che le banche stiano facendo utili con la raccolta a tassi negativi (sì, per carità, bellissimo) e facendo quali impieghi? A quali tassi?

P.S.: Bottarelli, c’hai presente la voce 130?

 

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Un contributo di Andrea e Rony Hamaui, da non perdere.

Un contributo di Andrea e Rony Hamaui, da non perdere.

Riporto integralmente da Lavoce.info

Debito pubblico in crescita, come gestirlo

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Terminata l’emergenza, il deficit dovrebbe trasformarsi in surplus e il debito accumulato dovrebbe rientrare rapidamente. Ma non sempre accade. Servono una politica monetaria coraggiosa, piani di rientro credibili ma soprattutto una spesa che stimoli la crescita.

La grande abbuffata di debito pubblico

“L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che entra realmente in possesso della collettività dei paesi moderni è il debito pubblico” (Karl Marx, Il Capitale, primo libro, 1867). Mai previsione del filosofo tedesco rischia di essere tanto vera, dopo l’abbuffata di debito che tutti gli stati stanno facendo in questa delicata fase. Le recenti stime del Fondo monetario internazionale ci dicono che nei paesi avanzati, entro fine anno, il rapporto tra debito pubblico e Pil crescerà mediamente di oltre il 17 per cento, con punte del 20 per cento negli Stati Uniti e del 22 in Italia, mentre le prospettive per il 2021 rimangono ancora molto incerte. Tutto ciò partendo da un livello d’indebitamento già straordinariamente alto, giacché alla fine dell’anno scorso il rapporto debito-Pil dei paesi avanzati aveva superato il 105 per cento, massimo storico dall’ultimo dopoguerra (Figura 1).


Fonte: Fmi.

La storia e la letteratura economica ci hanno insegnato che il debito pubblico, rispetto ad altre fonti di finanziamento come le tasse, sia un eccezionale strumento per realizzare consumption smoothing, ovvero attenuare la caduta dei consumi in concomitanza di grandi shock ed eventi eccezionali. Da sempre i governi lo hanno usato per finanziare guerre e fronteggiare catastrofi naturali. Il deficit di bilancio poi è un importante strumento per smussare la tassazione, spesso distorsiva, quando si devono sostenere investimenti (tax smoothing). Le teorie keynesiane infine mostrano come la leva fiscale e il conseguente debito pubblico siano un ottimo strumento per intraprendere politiche anticicliche, specialmente quando i margini offerti dalle politiche monetarie sono ridotti.

Eccesso di debito e instabilità finanziaria

Terminata l’emergenza, si assume che il deficit pubblico si trasformi in surplus e che i maggiori debiti accumulati rientrino rapidamente. Nella realtà il più delle volte questo non succede, come è evidente nella figura 1. Infatti, i governi hanno maggiori incentivi ad allargare i cordoni della borsa durante le fasi recessive di quanti non ne abbiano a restringerli durante le fasi espansive, soprattutto in paesi come l’Italia caratterizzati da cicli politici brevi. Inoltre, spesso, le aspettative di crescita su cui si basano i piani di rientro si dimostrano troppo ottimistiche e a uno shock reale negativo segue una crisi finanziaria molto costosa.

L’eccessivo indebitamento non è privo di conseguenze poiché in molti casi si accompagna a una forte instabilità finanziaria e a una bassa crescita economica, in una relazione non lineare e con una direzione di causalità non evidente. Nel secondo dopoguerra i paesi che crebbero di meno furono quelli vincitori (Usa e Regno Unito), gravati da un alto livello di debito, mentre esiste il forte sospetto che il rallentamento della crescita dei paesi avanzati osservato negli ultimi decenni (secular stagnation) sia dovuto, oltre che a cause strutturali come l’invecchiamento della popolazione e la bassa produttività, anche al crescente indebitamento (Figura 2). La qualità del debito conta molto giacché, se questo è detenuto principalmente da non-residenti, ha una durata più corta e non è utilizzato per finanziare investimenti, i suoi effetti risultano molto più destabilizzanti.

Figura 2 – Debito pubblico e crescita economica dopo la crisi.

Mai come ora è indispensabile sfruttare la leva fiscale per lenire i devastanti effetti della diffusione del Covid-19, senza però trascurare gli effetti negativi dell’enorme debito pubblico che tutti i paesi sono costretti ad accumulare. In primo luogo, è fondamentale che la politica monetaria, oltre ad assicurare molto a lungo tassi negativi, monetizzi parte del debito, seppure in via eccezionale per non perdere la propria credibilità. Lo stanno già facendo in maniera surrettizia tutte le principali banche centrali, acquistando titoli di stato. Tuttavia la Fed ha intrapreso questa strada con maggior determinazione quando ha deciso di non mettere un limite agli importi di titoli che intende comprare. In secondo luogo, è fondamentale gestire in maniera oculata il debito, garantendone la sostenibilità, raccogliendo a lungo termine, a bassi tassi d’interesse e con un piano di rientro credibile. Da questo punto di vista risulta molto importante l’utilizzo di Eurobond, del Mes, del Sure e del Recovery Fund, specie se questi saranno finanziati con l’espansione del bilancio europeo.

Come conquistare la fiducia dei cittadini e dei mercati

Tuttavia, forse, l’aspetto più cruciale è quello di spendere bene i soldi investendo in attività produttive che stimolino la crescita e favoriscano la ripresa economica. In altri termini, meno bonus babysitter, congedi parentali, bonus vacanze e sostegno al lavoro nero e più investimenti in capitale fisico e umano. Bisogna quindi cogliere l’opportunità per varare un grande piano che rilanci la produttività del paese e riduca il gap infrastrutturale dell’Italia. È giunto il momento di scelte coraggiose che favoriscano l’interesse generale a costo di sacrificare interessi di parte. Da questo punto di vista non giova emanare un decreto ogni mese che finisce per assecondare le diverse lobby: è più costruttivo delineare, come ha fatto la Germania, un piano ben articolato che tranquillizzi i cittadini e i mercati.

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Cara, posso spiegarti tutto.

Cara, posso spiegarti tutto.

Roy Lichtenstein, Crying girl

Giovedì o venerdì si terrà l’incontro informativo convocato da Ccb con i vertici delle circa 80 Bcc che fanno parte del gruppo. L’appuntamento è molto atteso, perchè il sistema vuole capire il senso dell’operazione voluta dai vertici della capogruppo. Secondo quanto emerso sinora l’ingresso in Carige sarebbe considerato come un’opportunità per lo sviluppo sul fronte informatico e del risparmio gestito, oltre alla presenza territoriale. Un approccio di questo tipo – considerata anche l’opzione a salire nel capitale di Carige – lascia presupporre che l’obiettivo di Ccb sia, nel tempo e al verificarsi delle condizioni, quello di assumere una posizione di controllo della banca genovese investendo, tra equity e bond subordinato, un importo non lontano da 600 milioni. Se questo scenario si concretizzasse, un gruppo bancario che fa perno sul credito mutualistico senza fine di lucro e basato sulle garanzie incrociate per garantire i requisiti patrimoniali, che assieme conta 1.500 sportelli, diventerebbe socio di riferimento di una spa con 500 sportelli sul territorio. Un passo molto lungo da spiegare al management delle 80 Bcc affiliate. Altro aspetto sul quale è concentrata è il prezzo al quale verrà fissato l’aumento di capitale da 700 milioni.”

Così Luca Davi e Laura Serafini sul Sole 24 Ore di ieri, 30 luglio. Non ho idea del piano strategico che ci sia dietro tutto questo, né che cosa Cassa Centrale Banca abbia in mente di fare nel concreto, bancassicurazione, risparmio gestito o cosa: il buonsenso mi dice che un Gruppo che vuole crescere, anche in vista di possibili-probabili future aggregazioni, mette in conto nel frattempo di digerire operazioni che sono comunque importanti (a occhio e croce, un terzo della propria dimensione, se gli sportelli sono una buona proxy) e che in prospettiva sarebbe superficiale trascurare. Ora, quando l’Unicredit di Alessandro Profumo cresceva per linee esterne a suon di acquisizioni, nessuno ha mai messo in discussione quelle scelte, tantomeno in base a criteri morali. Giudizi morali o valoriali, mai ascoltati. E invece adesso qualcuno devespiegare al management di 80 banche affiliate” perché una banca che ha come riferimento il credito mutualistico fa un’operazione di questo tipo.

Paradossalmente, si intravvede del moralismo proprio in giudizi di questo tipo, che evidentemente non si nutrono di simpatia nei confronti della cooperazione di credito: simpatia che, peraltro, il sottoscritto non ha mai nascosto. Ma non serve la simpatia per rammentare che nella cooperazione il profitto è prima di tutto un vincolo, poi un mezzo e comunque non un fine, e che la riforma delle Bcc era finalizzata a rafforzarle anche attraverso una capogruppo in grado di raccogliere capitali freschi, che dovrebbero pur essere remunerati. O no?

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Ancora sui salvataggi (“bovarismo” bancario).

Ancora sui salvataggi (“bovarismo” bancario).

Il tema dei salvataggi non annoia mai. O forse, proprio perché ci si annoia, è estate, e anche senza essere il 38 luglio fa molto caldo perché era scoppiata l’afa, insomma, parlare di salvataggi è un tema che si porta.

Posto che anche JM si è occupato di salvataggi bancari qualche volta, si deve dire che gli stessi rappresentano un tema appassionante, li tiriamo fuori anche se non c’entrano, come se sapessimo già in anticipo che qualcosa sarà fatto o è già stato fatto o comunque sarà fatto per salvare qualcun altro. Un bel processo alle intenzioni (e anche a quanto detto in passato da alcuni protagonisti, istituzionali e non, del mercato bancario) è stato prontamente intentato esaminando la compagine dei volonterosi che si appresterebbero a rilevare Carige.

Carige, storia questa ormai davvero noiosa, è ancora lì, aspettando Godot, perché i suoi azionisti hanno deciso di non decidere, calciando in avanti il barattolo. Trovare dei colpevoli è davvero così interessante? Serve? Aiuterà a fare meglio in un sistema bancario, quello italiano, dove, non si deve dimenticarlo, già adesso tutte le banche contribuiscono, talvolta con pedaggi assai pesanti, al risanamento e alla messa in sicurezza del sistema stesso, aderendo obtorto collo ai fondi di garanzia e quanto altro? Quando anche gli amministratori fossero tutti messi al gabbio e privati dei loro beni, qualcuno davvero pensa che questo darebbe ristoro ai risparmiatori “truffati”, come piace dire a Giggino and co?

Salvare banche è costoso, è, appunto, un atto di violenza: ma può anche essere un’opportunità. D’altra parte, provare per credere, non salvare le banche o risolverle è forse peggio: le massaie disperate “truffate” da Pop.Etruria sono ancora là che urlano perché in fin dei conti prendere solo il 3,5% quando i tassi erano zero, be’, cosa vuoi che sia? Non si fanno fallire le banche, non quelle troppo grandi per fallire: può non piacere, ma è così. Non lo farebbe un governo normale, non dovrebbe farlo neppure questo governo di analfabeti funzionali.

Per cui, per quale motivo processare una cordata, vera o presunta, perché ragiona di entrare nel capitale di Carige? Chi decide la destinazione del capitale di rischio? Gli aumenti di capitale si fanno per essere “in bolla” ma anche per cogliere opportunità. o teniamo i quattrini in un cassetto, così salvaguardiamo i risparmiatori?

Un pochino, appena appena,  di sguardo positivo sulle cose, non guasterebbe: in fin dei conti nel programma elettorale di Giggino c’era che la Guardia di Finanza si occupasse della Vigilanza al posto della BCE o di Bankitalia. E probabilmente questo governo di idioti ancora in materia bancaria non ha fatto nulla perché non ci capisce nulla. Per cui teniamoci stretto chi sta lavorando, chiunque esso sia: perché, oltre alle normali difficoltà del fare impresa bancaria, deve avere a che fare con Bitonci e soci. Auguri.