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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Imprese Liquidità PMI

Informare male, fa male: non giudicare è peggio (ancora su banche e imprese).

Informare male, fa male: non giudicare è peggio (ancora su banche e imprese).

Stefano Elli scrive sul Sole 24 Ore di oggi, 10 maggio 2020.

Impresa di abbigliamento (chiusa). Fa richiesta in banca dei 25mila euro del decreto liquidità. La banca nega: posizione segnalata in Centrale rischi. Quindi niente soldi. Richiesta analoga da agenzia turistica (inattiva). Domanda respinta. Stessa motivazione. Padroncino autotrasportatore (fermo). Chiede finanziamento. Negato: medesima ragione. Non si contano più le mail giunte al Sole24 Ore che rappresentano lo stesso umiliante canovaccio. Chi non ha pagato rate, leasing, affitti, per più di due mesi consecutivi si ritrova sul capo la fiammella segnalatrice di elevato rischio creditizio. Una pentecoste debitoria che significa una cosa sola niente soldi. Almeno per coloro che si trovavano in difficoltà già prima del Covid-19. Perché per gli “investiti” dal tornado coronavirus almeno uno scudo c’è: le linee guida dell’Abi ,sulla scorta di quanto previsto dal decreto liquidità, prevedono che la garanzia venga concessa anche in favore dei debitori sofferenti o deteriorati purché tale classificazione non sia precedente al 31 gennaio 2020. Oltre a questo per finanziamenti sino a 25mila euro non si prevede alcuna attività istruttoria.

D’altra parte il titolo dell’articolo è Una odissea per 2 milioni di cattivi pagatori. Sottotitolo. Molte Pmi sono escluse dai crediti garantiti perché erano in crisi prima del Covid.

Da quando è cominciata la crisi da Covid-19, Il Sole 24 Ore, probabilmente per un riflesso pavloviano, si lamenta per conto delle imprese, deprecando la qualunque: con questo articolo, unitamente alla lamentela pubblicata su Sosliquidità l’altro giorno del famoso (famigerato?) commercialista che parlava di richieste lunari, si sale in un crescendo che dimentica, con disinvoltura eccezionale, i mille discorsi fatti sul mercato e la concorrenza.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un imprenditore che ha chiuso e che è stato segnalato in CR come sofferenza prima del 31.1.2020 deve essere finanziato da qualche altra banca: perché?? Dove è scritto che alle banche competa la previdenza sociale? L’articolo prosegue, sulla scorta di molti che ho letto in questo periodo, parlando di non necessità di istruttoria per le pratiche di fido inferiori a 25.000 €. Non è vero. Non è così. Anche per questa, che è pura e semplice beneficenza travestita da operazione di prestito, la banca dovrebbe fare un’istruttoria (e grazie a Dio, a mia notizia e per i contatti che ho, la fa e spesso dice di no); per chi non è convinto, basti andare a leggere l’orientamento dell’Autorità bancaria Europea o ABE (EBA per gli anglofoni) che fa chiaramente capire che, tanto più in un’ottica di medio termine, non si può che chiedere business plan, progetti, bilanci numeri. Perché i progetti vanno selezionati, le imprese vanno scrutinate, tanto più adesso. Non si possono finanziare le perdite di chi perdeva già senza neppure chiedergli come pensa di fare per non perdere più.

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Alessandro Berti Banca d'Italia Banche BCE Fabbisogno finanziario d'impresa Formazione Imprese Indebitamento delle imprese Lavorare in banca Lavoro Liquidità PMI Relazioni di clientela

Fintech e altre storie.

Fintech e altre storie.

Oggi ho partecipato a un bellissimo convegno sul Fintech organizzato da Milano Finanza e Bebeez intitolato “Il processo del credito tra vincoli regolamentari ed esigenze commerciali”.

Se posso fare solo un piccolo appunto agli organizzatori (o forse ai relatori?) se certamente si è parlato di Fintech, ben poco o nulla si è parlato di vincoli regolamentari, quelli a cui restano assoggettate le banche; così come è stato liquidato fin troppo velocemente il tema del rating, trattato alla stregua di un capriccio bancario, quando dovrebbe (?) essere noto che è, appunto, un vincolo regolamentare che determina l’assorbimento del patrimonio di vigilanza.

Il fenomeno del Fintech, ovvero la digitalizzazione di operazioni che precedentemente le banche svolgevano esclusivamente al loro interno e che, al contrario, proprio attraverso la digitalizzazione sono loro sottratte, non è appena una questione di disintermediazione, fenomeno di cui parlavamo nell’accademia almeno 30 anni fa. E’ una questione, come giustamente sottolineato oggi dai relatori, di rapporti con la clientela, di relazioni, di necessità di avere non appena copertura per un fabbisogno, ma anche consulenza, spiegazioni, aiuto. Bene lo ha spiegato l’ottimo Fabio Bolognini @linkerbiz facendo presente che il Fintech non è una questione di semplici automatismi che rendono le operazioni più veloci e la copertura del fabbisogno (soprattutto di capitale circolante), maggiormente garantita: i bilanci vanno guardati, quelli in forma abbreviata precludono la procedibilità della pratica (sic), il cliente va compreso, capito, va letta la sua formula competitiva. C’era solo un imprenditore (perlomeno, a parlare) e si è lamentato della burocrazia e dei rating, perché dei tassi non può lamentarsi in questa fase: ma ha dimostrato che ancora sono le imprese, purtroppo soprattutto le PMI, a dover imparare a comunicare, a condividere, a raccontarsi. Il Fintech può aiutarle, ma non servirà a nulla se il problema continua a essere quello della “liquidità” “più in fretta che si può” “al minor costo possibile”: la questione vera era e rimane la capacità di stare sul mercato, la questione vera, soprattutto per la stragrande maggioranza di piccole e micro-imprese, è nel conto economico, non nello stato patrimoniale. Lavoriamoci, è un’occasione e non una minaccia.

 

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Banche Borsa Liquidità Mariella Burani

Rimbalzi (abbiamo già dato).

Rimbalzi (abbiamo già dato).

Antichi_Pellettieri

Settimana scorsa, ascoltando in macchina Sebastiano Barisoni a Radio 24, apprendo che una vecchia conoscenza, Antichi Pellettieri spa, ha fatto +148% in due giorni: interrogato da studio, il corrispondente dalla Borsa dichiara che il tutto si giustifica con la rinegoziazione del debito con il sistema bancario.

Incuriosito, vado ad esaminare i fondamentali dell’azienda, che il paziente lettore del blog può trovare qua.

Per chi non avesse voglia o tempo di ricercare lumi nel bilancio riclassificato (*), vale la pena tenere presenti alcuni aspetti:

  • il fatturato si è ridotto nel 2011 del -30% e nel 2010 del -47%;
  • in nessuno degli ultimi tre anni si è mai verificata la condizione della capacità di reddito, che risiede notoriamente nella capacità di coprire, con il risultato operativo, almeno gli oneri finanziari;
  • non solo è negativo il risultato operativo, è negativo lo stesso MOL (margine operativo lordo) ovvero il flusso di cassa potenziale o economico, il cui valore, secondo gli analisti, dovrebbe essere contenuto in non più di 4 o 5 volte nei debiti finanziari: ma il risultato della frazione è infinito, o massimo, a piacimento;
  • i debiti finanziari si sono ridotti di 65 mln.di € nel 2010 grazie ad ingenti disinvestimenti (non capacità di rimborso della gestione corrente, ma riduzione del capitale investito) e di circa 4 mln.di € nel 2011; i debiti stessi rappresentano quasi l’84% del fatturato e nel triennio precedente si attestavano comunque su livelli elevatissimi (oltre il 50% delle vendite, in assenza di margini);
  • non vi è alcuna capacità di generare cassa, come evidenziato dai dati del rendiconto finanziario.

Con l’evidente bontà di questi fondamentali il debito è stato rinegoziato: ovvero, le banche hanno accettato di riscadenzare il debito, allungandone la durata, al fine di consentire un più facile rientro all’azienda. Non ci sarebbero molti commenti da fare, ma non riesco a non pensare alle tante aziende per le quali il riscadenzamento è accordato solo previa concessione di infinite garanzie e firme, ipoteche e quanto altro: e per le quali, in ogni caso, andrebbe presentato un piano di risanamento che mostri le possibilità di ripresa. Qui si aspetta, e basta. Si aspetta che Antichi Pellettieri, una griffe del lusso made in Italy, porti a casa, in un futuro di cui nessuno sa qualcosa, i risultati che Tod’s, Louis Vuitton, Prada, riescono a conseguire già, ora.

Nulla quaestio, per carità, l’Italia è piena di debiti ristrutturati. Ma con Mariella Burani Fashion Group, mi sembrava, avevamo già dato: o no?

(*) Con la collaborazione di M.Rossi e L.Castellucci, per R&A Consulting.

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Banca d'Italia Banche BCE Liquidità Mario Draghi

Lo scopo sociale della zecca di Stato.

Lo scopo sociale della zecca di Stato.

Un bel pezzo di Marco Valerio Lo Prete sul Foglio affronta la questione del quantitative easing (QE), ovvero delle iniezioni di liquidità effettuate dalle banche centrali per stabilizzare i sistemi finanziari nelle situazioni di crisi come questa. Nel richiamare un articolo di Anatole Kaletsky sull’International Herald Tribune, Lo Prete  auspica una nuova definizione del QE, ovvero il QEP (quantitative easing for people), quello che finora non è stata fatto, quello che andrebbe finalmente a iniettare liquidità utile per la ripresa, liquidità della quale, al contrario, hanno beneficiato solo Governi e banche.

La questione ripropone, in altri termini, il tema ben più noto e popolare del dilemma delle banche centrali e dei Governi, incerti tra il salvare le banche insieme ai banchieri, che si vorrebbero invece castigati in omaggio ad un’opinione pubblica che talvolta, senza riflettere, invoca anche fallimenti bancari. La tentazione di fare a meno delle banche è suggestiva, come se il circuito finanziario potesse funzionare solo nel modo diretto, collegando datori di fondi e prenditori di fondi senza intermediazione: ma, soprattutto, come se il problema non riguardasse anche le imprese, alle quali, si dice, non arrivano denari a sufficienza, ma che nel frattempo gravano con esposizioni insopportabili sui portafogli di tante banche.

Lo scopo sociale della Zecca, a qualunque Paese ci si riferisca, non può essere limitato ad un sia pur commendevole impegno verso le famiglie consumatrici; le soluzioni che tengono conto solo di alcuni fattori della realtà sono, appunto, parziali, e perciò stesso insoddisfacenti. Continua a mancare, nel dibattito sul QE, in qualunque forma lo si voglia attuare, una riflessione seria su cosa accadrebbe veramente ad un sistema finanziario che assista senza far nulla ad uno o più fallimenti bancari: dimentichi, probabilmente, che la crisi, 5 anni fa, è deflagrata proprio per l’insolvenza di una banca.

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ABI Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo BCE Crisi finanziaria Liquidità Mario Draghi

La nostra specialità? La liquidità.

La nostra specialità? La liquidità.

Maximilian Cellino, in un articolo sul Sole 24 Ore di ieri intitolato Credit crunch. La ricetta del Club Ambrosetti: separare retail da investment bank a livello europeo riporta la lapidaria ricetta della grande maison italiana di consulenza: «Più liquidità senza modello universale». Nel servizio si afferma che “secondo il rapporto la riforma potrebbe far risparmiare agli istituti italiani 33 miliardi in aumenti di capitale.

Il rapporto riprende l’idea, fatta propria anche dall’ABI, che non ha mai voluto intendere le ragioni dlel’EBA, che poiché i rischi sono maggiori nell’attività finanziaria e di trading, sarebbe ingiusto penalizzare le banche italiane che, al contrario, sono da sempre orientate all’attività bancaria tradizionale. I nuovi requisiti patrimoniali, applicati indiscriminatamente, sarebbero pensati per banche anglosassoni, non per le nostre: dunque, meglio evitarne l’applicazione, mettendo in soffitta il modello della banca universale e ritornando a quello della banca specializzata.

Ora, a prescindere dalle discussioni sull’efficienza allocativa di un sistema finanziario che, orientato alle banche, adotta il modello della banca universale anzichè di quella specializzata, è quantomeno discutibile che in Italia, stante il TUB del 1993, il modello applicato ed utilizzato sia effettivamente quello della banca universale. Quest’ultima, in effetti, sembra più una cornice legislativa, all’interno della quale il quadro disegnato dai protagonisti del sistema bancario italiano ricalca tuttora forme e colori della banca specializzata. Se così non fosse non si spiegherebbero le fatiche così grandi e così drammaticamente manifeste nei bilanci di quelle banche, le Bcc, che: a)-erano le più capitalizzate di tutto il sistema; b)-hanno fatto sempre e solo il mestiere di raccogliere il risparmio presso le famiglie ed affidare le Pmi.

Il problema del capitale è un problema vero, molto sentito da tutti i grandi azionisti delle banche maggiori, che intravvedono un futuro gramo fatto di nessun dividendo e di portafoglio sanguinante. Ma è agitato impropriamente come spauracchio per le imprese, e dunque per la politica e per le autorità di Vigilanza, perchè sarebbe la via per l’ineluttabile credit crunch. Il contributo presentato a Cernobbio, dove oggi arriverà Caronte-Profumo, sotto questo profilo non si discosta di molto dalla pubblicistica pro-ABI degli ultimi mesi.

Di una cosa va però dato atto al rapporto, ed è di rimettere al centro della questione la capacità delle banche di saper valutare il merito di credito: argomento di cui nessuno, a cominciare dal noto avvocato calabrese presidente dell’ABI, ha mai parlato, quasi che le sofferenze e la bolla immobiliare fossero il frutto di sfortunate coincidenze e non di un’ormai evidente incapacità di valutazione e gestione del rischio di credito, resa più acuta dalla crisi. Da ultimo, e non è poco, si parla anche di imprese, finalmente smettendo di blandirle, ma richiamandole alle loro responsabilità. Queste ultime «si devono comportare in modo diverso nei confronti delle banche, offrendo maggiore trasparenza e riducendo la commistione fra patrimonio dell’imprenditore e azienda».

Manca solo un’annotazione, a margine del rapporto: ringraziare Mario Draghi e quello che sotto di lui sta facendo la Bce. Perché con buona pace della signora Merkel (che non gradisce) e di tutti i premi Nobel del PdL, (che strepitano chiedendosi dove sono finiti i soldi della Bce), le richieste di rientro e le sofferenze del sistema sarebbero ben più elevate. Con vere, gravissime conseguenze sulla liquidità.

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Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese Liquidità PMI

Garantire (?) il credito alle imprese (grida manzoniane).

Garantire (?) il credito alle imprese (grida manzoniane).

Con rimarchevole ritardo (il 29 febbraio lo aveva già fatto CNA con il sottoscritto) Confindustria Rimini ha tenuto un Convegno sul rapporto banca-impresa, nel corso del quale ha presentato una ricerca svolta su un campione di propri associati.

Il presidente degli industriali Maurizio Focchi ha affermato che “in questo quadro le banche ancor più di prima devono continuare a svolgere un ruolo strategico e fondamentale per le imprese focalizzandosi su 3 punti: garantire il credito e la liquidità alle imprese a tassi concorrenziali; sostenere l’innovazione; sostenere la penetrazione di nuovi mercati specialmente all’estero”.

Garantire il credito: frase fatta che viene ripetuta come un mantra e che forse necessiterebbe di una precisazione. Il credito “vecchio” è quello da garantire, ed è fin troppo garantito, viste le posizioni che la tecnica bancaria ed il buon senso imporrebbero di mettere a rientro, per esempio nel settore, a Rimini pervasivamente presente, dell’edilizia. Quanto ai tassi, devono essere concorrenziali rispetto a cosa? Ai margini operativi in picchiata? Ricapitalizzare le imprese, mai? Vero, qua si dimentica il ruolo eroico assunto dagli industriali riminesi nella ricapitalizzazione di Carim.

Inoltre – ha aggiunto il Presidente Maurizio Focchi – auspichiamo che i finanziamenti che stanno ottenendo le banche dalla Banca Centrale Europea al tasso dell’1%, vengano in parte destinati ai finanziamenti delle imprese, naturalmente a tassi più convenienti di quelli attualmente in essere.”

Naturalmente: oltretutto, se sarà attuato l’osservatorio sul credito alle imprese nella versione tremontiana-rivista-da-Monti, altro che credito garantito e a tassi concorrenziali. Le banche dovranno spiegare e motivare i rifiuti: sarebbe interessante che lo facessero in pubblica piazza, o all’albo pretorio del Comune, così per sottolineare che le banche, a dispetto del TUB, sono ridiventate enti pubblici.

Nell’incontro una particolare attenzione è stata data all’analisi della situazione critica che sta attraversando il settore edile. “In occasione dei recenti Stati Generali dell’Edilizia convocati dalle associazioni di categoria riminesi, dagli ordini professionali e dai sindacati – ha spiegato il Presidente di Ance Rimini, Ulisse Pesaresi – abbiamo lanciato l’allarme sullo stato del nostro settore che oggi rischia il collasso”.

Eufemismi ipocriti: c’è una crisi da sovrapproduzione leggendaria. Troppe case, troppi muri, troppi uffici, troppi capannoni. E troppe imprese di costruzione: troppe. Invocare il mercato è bellissimo, purché riguardi gli altri: al contrario, pensare a Darwin nel settore edile, sarebbe purificatore. Duole dirlo, ma si chiamano fallimenti.

E in un momento così critico è indispensabile che le banche sostengano sia le imprese che i cittadini sottolineando l’importanza della liquidità per iniziative nel settore, come quelle di riqualificazione della struttura edilizia ed ai progetti riguardanti l’ambiente e il risparmio energetico.

E in un momento così critico, se qualcuno di coloro che ha dato case a garanzia finalmente le vendesse? Così, per dare un po’ di liquidità al mercato? Certo, si concretizzerebbe qualche perdita: ma perché si deve aspettare che si riprenda un mercato dove la sovrapproduzione dilaga? Perché l’ANCE sì e Federchimica no?
Senza dimenticare per le imprese edili come per tutte le aziende di altri settori, il tema legato ai rientri e le difficoltà causate dall’allungamento dei tempi di pagamento sia del settore pubblico sia tra privati. Occorre superare, soprattutto per i comuni virtuosi, i vincoli del Patto di Stabilità Interno al pagamento dei lavori. Il nostro settore è strettamente legato all’avvio di nuove iniziative e precludere questa possibilità, con una forte restrizione del credito, significa condannare molte aziende alla cessazione della propria attività.

Già, senza dimenticare. Senza dimenticare che non è sempre colpa dello Stato se non ti pagano: se non ti paga un privato, come puoi pensare che sia la banca a farsi carico dei ritardi e delle inadempienze dei tuoi clienti? E’ responsabile usare i soldi dei risparmiatori per coprire le perdite su crediti di qualcuno? E, infine, è responsabile pensare che superare i vincoli del Patto di Stabilità serva per spendere altri soldi in edilizia? A Confindustria si fanno le grida, all’ANCE si scrive sull’acqua. Benvenuti sulla terra.

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Banche BCE Crisi finanziaria Imprese Lavorare in banca Liquidità PMI

Irredimibili.

Irredimibili.

Leggo con incolpevole ritardo il post dell’ottimo Simone Spetia, con alcuni commenti, pienamente condivisibili, sulle surreali -quanto dirigistiche- proposte che il Pdl sta portando avanti quanto al rapporto banche-imprese, nel solco di una tradizione che lo ha visto, soprattutto negli ultimi tempi, più impegnato a straparlare che a fare proposte. Le proposte si commentano da sole e quanto detto da Spetia non può che vedermi concorde. Noto che ciò che nessuno sottolinea, nel pieno della sbandata statalista e socialisteggiante del Pdl, continua ad essere la questione della liquidità, ovvero il fatto che i denari BCE servono solo ad impedire nuovi, drammatici, rientri. Se i principali dirigenti del Partito dell’Amore (non tutti, grazie al cielo, straparlano) continuano a non capirlo, sono irredimibili: come il prestito del fascio littorio, come certi imprenditori veneti di cui abbiamo testimonianza su twitter, come certe banche che dopo avere dato credito solo al settore delle costruzioni, non sanno più neppure per sbaglio come è il resto del manifatturiero, quali siano i problemi e quali le possibili soluzioni. E senza redenzione, non c’è speranza.

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Alessandro Berti Banche BCE Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese Liquidità PMI Relazioni di clientela

La banalità del debito.

La banalità del debito.

La banalità del debito, ovvero della scontatezza assoluta, quasi elementare, con la quale le imprese, soprattutto le Pmi, concepiscono la copertura dei loro fabbisogni in un solo ed unico modo: il debito bancario, un atto dovuto. Ieri pomeriggio si è svolto l’incontro di presentazione della ricerca svolta da Anna Renzini e dal sottoscritto circa lo stato delle relazioni di clientela nella provincia di Rimini nel periodo 2008-2010. Oltre a rimediare un cartello di sollecito a chiudere il mio intervento (avevo sforato, è arrivato un foglietto con scritto “Tempo!”) pur avendo bastonato adeguatamente le banche, ed avendo suddiviso le legnate in modo equanime entrambi i protagonisti della relazione, mi sono sentito dire che avevo trattato gli impreditori, tutti, come brutti, sporchi e cattivi. Dei contenuti della ricerca, che sarà messa a disposizione in giornata, e delle conclusioni dell’incontro parleremo meglio. Per ora mi preme rilevare come, a parte l’intervento del vicedirettore generale di una banca locale, che ha colto nel problema di una relazione da fare ripartire, in tutti gli altri discorsi fatti da imprenditori siano presenti almeno due pericolose riduzioni. La prima riguarda l’idea che debbano essere le banche a fare ripartire tutto (quando le banche si decideranno ad immettere denaro nel sistema tutto cambierà), quasi che gli istituti di credito abbiano un tesoretto di liquidità nascosto nei caveau o che i denari, anziché raccoglierli, li stampino. La seconda, per l’ennesima volta, richiama la questione dei prestiti BCE all’1%, quelli dei quali politici in cerca di gloria facile chiedono conto al Governo Monti. Ognuno continui a pensare quello che crede, qua sul blog preghiamo solo il buon Dio che ci conservi ancora a lungo Mario Draghi.

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ABI Banche BCE Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese Liquidità PMI Relazioni di clientela

#Creditodifficile, #schematismifacili.

#Creditodifficile, #schematismifacili.

Se #creditodifficile è divenuto in breve tempo uno degli hashtag più popolari di Twitter un motivo deve pur esserci. Oggi leggevo di un utente che si lamentava di aver ricevuto un rifiuto per un prestito, teso all’acquisto di un’auto (se ho ben compreso), pur potendo dimostrare un reddito da lavoro dipendente di 900 € mensili. Ergo, il credito come diritto civile e non come scelta consapevole, il credito come una sorta di servizio pubblico, che deve essere assicurato a tutti: a tutti i costi. A spese di chi sia possibile tutto questo, non si dice, ma è scontato che siano le banche a doversene fare carico, cariche come sono, nell’immaginario di molti, di liquidità che per misteriosi motivi non viene erogata. Sempre su Twitter oggi si invitava a presentare testimonianze e storie di vita vissuta quanto ai dinieghi bancari. Potrei scrivere un libro sulla sconfinata stupidità di certe pratiche di fido, non certamente “difficile” che da almeno 20 anni mi è capitato di esaminare: non lo faccio, non ora, ma sarebbe facile. E servirebbe a mostrare che gli schematismi non funzionano mai per descrivere la realtà.

Intendiamoci, le banche hanno molte colpe e l’ABI riesce a sintetizzarle tutte molte efficacemente, per l’azione improvvida che ne caratterizza gli atti e le prese di posizione, per l’incapacità di essere propositiva e costruttiva, per il non sapere andare oltre la difesa, talvolta d’ufficio, dei comportamenti delle associate, soprattutto se di grandi dimensioni. Ma attribuire alle banche tout court ogni colpa per il credit crunch significa, nella migliore delle ipotesi, essere, appunto, schematici. Per tornare all’esempio precedente, chi si lamentava del diniego nulla ha detto circa il suo tenore di vita, i debiti preesistenti, gli altri impegni per sostentamento della famiglia, affitto, bollette, etc…

Infine, en passant, non sarebbe male ricordare alcuni aspetti strutturali, difficilmente controvertibili:

  1. le banche guadagnano se fanno credito. Rifiutare credito a priori significa rifiutare guadagni, va bene la stupidità, ma anche quella delle banche ha un limite;
  2. se le banche non fanno credito è possibile che ci sia un problema di liquidità? a qualcuno è venuto in mente che ne hanno fatto fin troppo prima e che ora i denari BCE servono a poter essere solvibili verso i risparmiatori?
  3. si invoca spesso “il mestiere perduto” delle banche, ovvero la loro incapacità di rischiare, dimenticando che le banche non rischiano il loro, ma i sudati risparmi del popolo: e che chi si lamenta, molto spesso, è il primo a non mettere denari nella sua azienda.

E se invece del lamento continuo provassimo ad uscire dalla polemica e tentassimo a ricostruire un tessuto di relazioni di clientela che metta al primo posto la responsabilità personale? Dell’impresa e della banca? Se mettessimo al centro della valutazione natura, qualità e durata del fabbisogno finanziario, anziché le garanzie che, al più, rappresentano un dissuasore? Se provassimo a pensare ai progetti delle imprese in termini di sostenibilità, raccontandoli e documentandoli, magari piantandola di ritenere i bilanci annuali un tributo burocratico? Proviamoci. Le cose belle e fatte bene non sono facili e non sono immediate. Ma se non ci proviamo mai, non accadrà mai niente.

 

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Illuminare il dibattito o le menti?

Illuminare il dibattito o le menti?

Dario Di Vico, in un editoriale sul Corriere di oggi, lamenta l’atteggiamento delle banche italiane, che hanno ricevuto denaro dalla BCE all’1% e non lo reimpiegano affidandolo alle Pmi, che ne avrebbero bisogno; al contrario, e nonostante gli inviti di Francoforte, le banche italiane mettono i denari in impieghi finanziari, per lucrare margini ridotti ma sicuri, evitando come la peste il rischio di credito.

Ho già provato a spiegare perché è un’illusione pensare che i 115 miliardi della BCE finiscano dritti sparati nelle tasche delle imprese che ne fanno richiesta: il problema, molto banalmente, riguarda la mancanza di liquidità, quella che serve non a fare nuove operazioni, ma ad impedire di troncare le vecchie con rientri e richieste di rimborso che i prenditori non potrebbero sopportare. E non più tardi di qualche giorno fa, partecipando in qualità di consulente al consiglio di amministrazione di un istituto di credito locale, ho potuto notare, letteralmente, la paura di sbagliare negli occhi dei consiglieri, della direzione, di tutti coloro che dovevano decidere. Di Vico non ne parla, non forma l’oggetto del suo articolo: ma la vera questione che le banche locali, cioè quelle che lavorano per i piccoli e con i piccoli, si trovano ad affrontare, riguarda la liquidità, ovvero il requisito che consente loro di continuare a stare sui territori mantenendo stabilità e continuità di relazioni con i risparmiatori. E se solo recentemente, grazie a Draghi, la BCE ha dato la sensazione di poter intervenire laddove ce ne fosse bisogno, come prestatore di ultima istanza, non è difficile immaginare quanto le incertezze legate all’atteggiamento della sig.ra Merkel abbiano pesato, vista anche la massiccia presenza di titoli di Stato nei portafogli bancari.

Che fare, dunque? Come rimettere in collegamento datori di fondi e prenditori di fondi, risparmio e investimenti? Di Vico rifugge da tentazioni dirigistiche, rammentando il fallimento delle commissioni prefettizie di tremontiana memoria e parla di “illuminare a giorno il dibattito tra banche e imprese“, auspicando un forum nel quale si possano confrontare le diverse opinioni e “monitorare l’utilizzo della liquidità BCE“. Più che di un forum, tuttavia, si ha la sensazione che serva un salto culturale, una concezione diversa del fare impresa e del fare banca, che sia fatta propria dal capitale umano, a tutti i livelli. E, sinceramente, non saprei a quale delle due questioni dedicarmi per primo, facendo formazione in entrambi gli ambiti. Servono imprenditori che abbiano voglia di rischiare e non solo i denari altrui, magari nell’immobiliare, che siano coscienti delle coordinate dentro alle quali si muovono, che sappiano gestire e misurare il loro fabbisogno finanziario (il grande assente delle relazioni di clientela in Italia), che siano trasparenti delle loro esigenze. Ma servono anche banche, banchieri e bancari che abbiano voglia di fare il mestiere: ovvero di fare la fatica di studiarle, le Pmi, di stare loro accanto, di capirne le esigenze, di misurare il rischio e, appunto, il fabbisogno. Dicendo anche dei no, e magari spiegandoli, ma sapendo dire dei sì che non siano semplici giri di valzer. La banca di transazione non ci serve, l’abbiamo già ed è il modello dei grandi: abbiamo bisogno di più banca di relazione. Senza dimenticarsi che per ballare bisogna essere in due.