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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Vigilanza bancaria

Perché fare istruttorie? I bilanci non servono (l’impresa vista dalla banca, secondo alcuni).

Perché fare istruttorie? I bilanci non servono (l’impresa vista dalla banca, secondo alcuni).

Oggi, parlando con un collega, mi sono sentito dire che un capo Area Crediti di una banca significant, avendo ascoltato/letto qualcuno dei miei numerosi interventi degli ultimi mesi, ha affermato perentorio che i bilanci non servono a niente. Non più tardi di ieri sera, peraltro, parlando in tema di credito deteriorato (a proposito: ultimo intervento regolamentare significativo nel 2015. Nel frattempo siamo immersi nella bolla del Decreto Liquidità che vieta le sofferenze, i licenziamenti, i fallimenti, l’erosione del capitale per perdite e chi più ne ha più ne metta) ho affermato che il problema del credito deteriorato non è più classificarlo e nemmeno liberarsene, come è stato fino al 2018. Da sempre il vero problema del deteriorato è evitare che divenga tale, e questo può avvenire solo con una politica del credito rigorosa e un processo del credito di qualità: la famigerata “qualità degli affidamenti”. Ma poiché questo non è chiaro, ne parliamo in un webinar (con crediti formativi e a pagamento) che si terrà in due parti, nella mattina del 24 p.v. e del 1 luglio, con l’intervento, fra gli altri di Pier Paolo Poggi, Cino Ripani e Fabio Bolognini.

Di seguito come fare per iscriversi: http://www.reaconsulting.com/dopo-il-covid-l-impresa-vista-dalla-banca#b1076

Nel frattempo vorrei dire a quel signore che afferma che i bilanci non ci vogliono che, se avesse ragione lui, presto il suo posto di lavoro potrebbe essere in pericolo: a cosa mi serve pagare qualcuno per analizzare il fabbisogno finanziario se tanto i bilanci non servono?

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Essere umano tra gli esseri umani (?).

Essere umano tra gli essere umani (?).

La crisi può paradossalmente avere, come si sa, un effetto positivo se permetterà, attraverso una responsabile economia di sistema, di sostenere le imprese sane e di eliminare, senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese – e i malefici imprenditori – dal mercato. Il sistema bancario è l’attore principale della rinascita e l’algoritmo, di cui oggi la banca si può e si deve avvalere è freddo e muto calcolatore solo per chi si rifugia dietro il suo verde o il suo rosso, mentre diventa utilissimo per chi ne sappia valorizzare l’uso quale strumento misuratore, propedeutico al recupero della fiducia in chi quei numeri (misurati dall’algoritmo) li attua nel contesto in cui opera: insomma, si deve valutare il richiedente il credito quale essere umano tra gli esseri umani e non solo numero tra i numeri. Occorre che il regista – lo Stato – ne disegni la trama su misura e, per restare in tema cinematografico, inizi immediatamente le riprese, perché c’è pochissimo tempo e perché il sistema necessita di decisioni condivise e coraggiose per camminare speditamente verso il traguardo finale: la ripartenza del mercato che, per sopravvivere nel medio – lungo periodo, deve basarsi su un sano conflitto competitivo (concetto mai ripetuto abbastanza), senza dimenticare il controllo sociale cui, sommessamente, accennavamo in un nostro precedente intervento.

Questo scrivono, con un po’ di enfasi retorica, Maurizio Onza e Federico Maurizio D’Andrea sul il Sole 24Ore di oggi a proposito della ormai vexata quaestio della velocizzazione delle procedure di analisi e valutazione, da parte delle banche, delle richieste di credito presentate in epoca Covid. Parole che lasciano francamente perplessi, ripetendo alcuni stanchi slogan del passato (non si devono guardare solo i bilanci, l’imprenditore è “un essere umano tra gli esseri umani” etc…) e amenità qualitative che fanno a cazzotti con l’intenzione di “eliminare senza alcuna indulgenza, le malefiche imprese -e i malefici imprenditori- dal mercato“. Già Zingales ben più di un decennio fa evocava il ruolo delle banche come becchini (ovvero ripulitori) del sistema economico, incaricati di eliminare chi non poteva più restare sul mercato. Difficile dar torto al buon Zingales. Solo, ed è qui la vera questione che nell’articolo non appare, non si tratta di combinare un algoritmo con una valutazione demografica e sociologica grazie allo Stato, sceneggiatore e regista di questo film, tanto più se si pensa che basti affidarsi più velocemente alla garanzia pubblica per uscirne vivi. Se restiamo alla metafora cinematografica, vedo attori all’altezza (molte banche, soprattutto nei territori lo sono) e altri che non dovrebbero nemmeno partecipare al casting (purtroppo molte imprese, non solo piccole).

Se non esistono business plan e neppure bilanci credibili, se si ritiene burocrazia intollerabile la richiesta di pezze d’appoggio e di documenti a sostegno dei progetti imprenditoriali, poi non ci si può lamentare se il film riesce male e non ottiene successo. E un attore incapace potrebbe persino venirsi a lamentare (e infatti lo fa) perché qualcuno recita meglio di lui.

Non abbiamo bisogno di più Stato, ce n’è fin troppo e spesso con esiti disastrosi, come nel caso Alitalia e in Ilva. Forse sarebbe il caso di ripensare anche al cosiddetto controllo sociale di cui parlano gli Autori dell’articolo citato all’inizio di questo post: il controllo sociale, se non parliamo di Corea del Nord o Venezuela, si attua grazie a una cultura condivisa, a modi di vedere ed affrontare la realtà, a valori comuni. Nel nostro caso significa parlare di un sistema di relazioni di clientela, ovvero di un rapporto banca-impresa basato sulla partnership, la collaborazione e la trasparenza reciproca: e un sistema di relationship banking non nasce per volontà statale, ma perché gli attori, quelli veri, sanno interpretare bene il loro ruolo. Abbiamo della strada da fare, ma la possiamo fare solo insieme.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa Lavorare in banca

Lavori usuranti? Lavorare in banca.

Lavori usuranti? Lavorare in banca.

Sono iscritto, quasi di contrabbando, a un gruppo Facebook che si chiama “Dipendenti bancari”. Ho lavorato e lavoro talmente tanto con loro che mi sento uno di loro, anche se non mi permetto di fare interventi. Leggerli, tuttavia, soprattutto in questo periodo, è illuminante di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ovvero la totale disinformazione e mancanza, letteralmente, di educazione al rispetto del lavoro e ai rapporti umani. Premesso che non è mio compito difendere i dipendenti delle banche, lo sanno fare da soli, credo che arrivare a minacciare di morte o di percosse sia indicatore di uno stato d’animo che è divenuto incapace di giudicare la realtà e riesce a vedere solo il proprio immediato particolare e le proprie esigenze. Non aiuta, in tutto questo, la comunicazione, pubblica e privata, quella dei media e quella sui social che, soprattutto a seguito dell’emanazione del Decreto Liquidità, ha messo in prima linea le banche nell’erogazione degli aiuti, facendone l’ufficiale pagatore di un esercito senza soldi. E, infatti, il Decreto di cui sopra, non potendo erogare denari che non ci sono, eroga garanzie pubbliche (SACE ma soprattutto Fondo Centrale di Garanzia) che dovrebbero rassicurare -secondo il mainstream di giornali, politici di maggioranza ed associazioni di categoria- le banche.

Le banche, deputate a erogare in luogo dello Stato, dovrebbero essere rassicurate che:

  • non finirà tutto a schifìo (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, regia di Mel Brooks);
  • ove finisse, non ci sarebbero conseguenze penali (il cosiddetto “scudo penale”) per chi ha finanziato soggetti poi falliti;
  • non servono istruttorie complesse (le scartoffie), basta andare in banca per ricevere denaro, come recita un’improvvido articolo apparso su Italia Oggi di lunedì 8 giugno a firma Roberto Lenzi.

Duole doverlo scrivere, ma nessuno dei punti sopraelencati pare potersi realizzare.

Quanto al primo punto, per la buona ragione che basterebbe che anche solo il 10% delle imprese che hanno ricevuto le garanzie poi andasse in default per vedere esauriti i fondi, rendendo vane e inefficaci le garanzie.

Quanto al secondo perché, Ministro di grazia e giustizia Bonafede, il diritto è divenuto, tutto il diritto, diritto penale, ogni sorta di diritto è solo e soltanto penale: e nel Decreto Liquidità non era prevista nella stesura originaria, né è stato aggiunto nel decreto di conversione, alcun tipo di esclusione di responsabilità penale per le banche che dovessero trovarsi a finanziare un’impresa che poi fallirà. Ricorso abusivo al credito, concessione abusiva di credito, bancarotta fraudolenta etc…

Quanto al terzo, e qui divento noioso, per alcuni motivi che vale la pena riprendere puntigliosamente.

Quando Roberto Lenzi nell’articolo citato di Italia Oggi parla dell’art.1 bis, cita un periodo che io non ho -letteralmente- trovato nella legge di conversione (magari mi sbaglio, pronto a correggermi) e che, peraltro, mi parrebbe in contrasto evidente con quanto si dice, per esempio, proprio a proposito di SACE, che deve operare con la dovuta diligenza professionale e che, sempre a detta di Lenzi, viceversa sarebbe esentata dal fare “accertamenti ulteriori”. Se restringiamo il campo alle garanzie che può concedere SACE già questo basterebbe per dire che l’articolo è scritto volutamente “male” (captatio benevolentiae) per imprenditori disperati e professionisti arruffoni, perché le garanzie SACE sono ben poca cosa sul totale e il vero protagonista per le PMI è il FCG. Il quale FCG, d’altra parte, non ha fondi a sufficienza anche solo nell’ipotesi che il 10% delle imprese beneficiarie siano poi insolventi. Mi dicono peraltro che l’articolo in questione sia stato brandito da numerosi consulenti per portare avanti le ragioni di pratiche di fido irricevibili.

Peraltro e cito il Decreto Liquidità convertito in legge: “art.2 lettera n) il finanziamento coperto dalla garanzia deve essere destinato a sostenere costi del personale, ((canoni di locazione o di affitto di ramo d’azienda,)) investimenti o capitale circolante impiegati in stabilimenti produttivi e attivita’ imprenditoriali che siano localizzati in Italia, come documentato e attestato dal rappresentante legale dell’impresa beneficiaria, ((e le medesime imprese devono impegnarsi a non delocalizzare le produzioni;” Come è possibile documentare e attestare qualcosa senza le dovute pezze d’appoggio, ovvero bilanci, business plan etc..? Come è possibile fidarsi della sola autodichiarazione, che coprirebbe il verbo “attestare” ma non “documentare”?

In sintesi, mi pare che la portata innovativa della certificazione sbandierata nell’articolo, sia più che altro presunta dall’Autore dell’articolo e dai suoi lettori interessati, tanto più che lo stesso Lenzi dice è l’imprenditore a dover dichiarare, sotto la propria responsabilità, che “i dati aziendali forniti su richiesta dell’intermediario finanziario sono veritieri e completi (…).” Nessuno esonera l’intermediario dal chiedere i dati e nessuno lo esonera dalla dovuta diligenza professionale.

Per cui, portiamo rispetto ai bancari: soprattutto a quelli che lavorano bene.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa

Nuovi paradigmi della sostenibilità nel rapporto banca-impresa: il rapporto PFN/Ebitda o debiti finanziari lordi/Ebitda

Guardando indietro nel tempo ai tanti anni trascorsi a leggere, studiare e scrivere in materia di valutazione del merito di credito ci si rende conto di come ormai alcuni strumenti siano entrati nell’uso e nella prassi comuni -basti pensare all’analisi per flussi in contrapposizione all’obsoleta e superata analisi per indici- mentre altri lo sono diventati nel tempo, probabilmente figli della necessità di avere certezze, parametri di riferimento, indicatori dirimenti in materia di misurazione del rischio.

Così, se per quanto riguarda la valutazione della capacità di reddito e del flusso principale generato a servizio del debito, ovvero l’Ebit, non vi sono discussioni in materia e tutta la migliore dottrina e le best practices parlano senza tema di smentita della necessità che il risultato operativo (o, appunto, Ebit) sia in grado di assorbire adeguatamente gli oneri finanziari, con un rapporto tra questi ultimi e RO pari o inferiore al 50%, in materia di struttura finanziaria, sostenibilità del debito e capacità di fronteggiarlo non tutto è, evidentemente, acclarato.

Il passaggio tra la valutazione della capacità di reddito e quella di rimborso, lungi dall’essere chiaro, risulta ancora non del tutto pacifico, ove si consideri che sovente, anche in relazioni redatte da esperti blasonati, banchieri e non, non si accenna quasi mai alla problematicità del capitale circolante netto operativo (o funzionale) ed al ben noto effetto spugna. Cosicché il free cash flow liberamente disponibile per fare nuovi investimenti e per rimborsare prestiti, o autofinanziamento al netto dei prelievi, non è (quasi) mai esplicitato nelle istruttorie bancarie, né viene analizzato nella sua composizione, anche mediante raffronti temporali. Basti pensare alla questione relativa alla consistenza dell’Ebitda in rapporto alla variazione del CCNO, laddove evidentemente la prima componente dovrebbe rappresentare quella più importante, sotto il profilo quantitativo, della liquidità prodotta dalla gestione.

La mancata consapevolezza rispetto all’importanza dell’Ebitda, ovvero al Margine operativo lordo nella sua accezione finanziaria (in sintesi: Ebit, più ammortamenti, più accantonamenti) è ancora più grave se si considera che, viceversa, dopo essere entrato a pieno titolo nelle valutazioni delle società quotate, i cui debiti finanziari non dovrebbero superare 4/5 volte l’Ebitda stesso, questo indicatore viene esplicitamente usato da Bankitalia nelle proprie ispezioni per isolare le posizioni ritenute maggiormente rischiose. In altri termini, tutte le volte che l’indicatore PFN/Ebitda, utilizzando al numeratore la posizione finanziaria netta, o l’equivalente Debiti finanziari lordi/Ebitda, senza tenere conto al numeratore delle disponibilità liquide, supera il valore di 6, gli ispettori della Vigilanza ritengono che l’impresa sia indebitata oltre i limiti massimi di sostenibilità.

Sostanzialmente, alla base di questa valutazione, stanno due ipotesi sulle quali è opportuno riflettere: l’Ebitda da flusso di cassa potenziale viene virtualmente ritenuto un flusso di cassa effettivo; tale flusso viene interamente destinato al rimborso dei soli debiti finanziari.

Vi sono sicuramente numerose questioni sia sulla costruzione dell’indicatore, sia sul suo significato, anche in rapporto al settore di appartenenza dell’impresa: questioni che certamente vale la pena approfondire in uno dei prossimi post, annotando intanto, anche in chiave di lettura del tema della prevenzioni delle crisi di impresa, che valori superiori a tale soglia rappresentano già da adesso, per le banche affidanti, una soglia trigger che può segnalare difficoltà finanziarie prospettiche per l’impresa affidata.

Vi sono sicuramente numerose questioni sia sulla costruzione dell’indicatore, sia sul suo significato, anche in rapporto al settore di appartenenza dell’impresa: questioni che certamente vale la pena approfondire in uno dei prossimi post, annotando intanto, anche in chiave di lettura del tema della prevenzioni delle crisi di impresa, che valori superiori a tale soglia rappresentano già da adesso, per le banche affidanti, una soglia trigger che può segnalare difficoltà finanziarie prospettiche per l’impresa affidata.

 

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche BCE Relazioni di clientela Vigilanza bancaria

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

Sta per arrivare la rivoluzione e non ho niente da mettermi! Ovvero, sta per scadere il fido e non so che bilancio portare in banca…

L’inizio dell’estate coincide con il tempo delle dichiarazioni dei redditi. I bilanci annuali sono ormai chiusi, anche se non ancora pubblicati, chissà poi perché; nuove e più stringenti regole impongono alle banche di revisionare con maggiore cura gli affidamenti concessi alla clientela, valutando se la capacità di reddito e la capacità di rimborso si siano mantenute integre oppure si siano deteriorate, nuove e più improvvide regole consentono ai redattori di bilancio, soprattutto se Pmi, di presentare prospetti sempre più sintetici e incomprensibili, ormai criptici e ridotti quasi ad una somma, un “totalone” di costi e ricavi, di attivo e passivo, del tutto indistinti.

Le banche, anche se non lo dicono apertamente, sono da tempo alle prese con una classificazione del rischio che, se da un lato appare meramente per uso interno, dall’altro ha riflessi assai pesanti sul rapporto con i clienti: ci riferiamo al cosiddetto credito deteriorato che, lungi dall’essere confinato nella tradizionale distinzione binaria bianco/nero, buoni/cattivi ovvero bonis/sofferenza, ha molte più sfumature di quelle che si possano immaginare. E, soprattutto, di quelle che una clientela spesso a disagio con le questioni finanziarie possa immaginare.

Da alcuni anni esiste la categoria delle inadempienze probabili, o unlikely to pay, ovvero tutte quelle posizioni che la banca (e solo la banca) giudica essere tali perché il credito sarà soddisfatto solo dopo aver escusso le garanzie. La famosa ed abusata frase “ma vuoi anche il bilancio? Ti ho già dato anche le garanzie!” oltre ad essere tecnicamente sbagliata, appare sempre più vuota e stupida, proprio alla luce di questa nuova, più stringente classificazione. Il giudizio della banca, infatti, è del tutto indipendente, secondo la normativa, dall’esistenza di eventuali posizioni scadute e/o sconfinate e potrebbe essere attribuito anche in presenza di una situazione di perfetto adempimento. Le inadempienze probabili non sono quindi il nuovo nome da attribuire a quelli che una volta venivano definiti incagli, perché la tempistica di rilevazione dei problemi è molto più anticipata e basata su processi previsionali. Le conseguenze per il cliente di uno scadimento della propria qualità creditizia, anche solo percepita, sono facilmente immaginabili e non possono che consistere in restrizioni del volume di affidamenti in essere o mancata erogazione di nuovi affidamenti richiesti, nonché in un maggior costo del denaro (a clientela più rischiosa si applicano tassi più elevati).

Portare il bilancio per la revisione degli affidamenti, allora, non solo non è appena un adempimento formale, ma rappresenta un momento fondamentale di comunicazione (finanziaria) con una valenza che travalica la semplice osservanza periodica di un adempimento; non si dimentichi, infine, che tutte le banche sono alle prese con un monitoraggio sempre più costante e attento da parte delle Autorità di Vigilanza, nazionali ed europee, circa l’aggiornamento tempestivo dei processi di revisione degli affidamenti e non potrebbero che gradire una comunicazione puntuale e anticipativa.

Molti anni fa era in vigore il (mal)costume di presentare bilanci alle banche diversi da quelli ufficiali, redatti, così veniva detto, unicamente a scopi fiscali di abbattimento dell’imponibile; ovviamente si trattava spesso di affermazioni maliziose, rese possibili da un’impostazione del rapporto banca-impresa ancorato rigidamente all’esistenza di garanzie immobiliari. Se il mondo è cambiato e la crisi finanziaria ha sconvolto nel profondo il sistema dei rapporti economici del passato, il primo passo da compiere è prenderne atto, a partire dalla stessa consapevolezza di come sta andando la propri azienda. Dunque il bilancio non più come un obbligo formale da assolvere di malavoglia, anche se purtroppo la normativa pare spingere sempre più in tale direzione, quanto piuttosto uno strumento di conoscenza, che si forma nel tempo registrando la qualità della gestione e le performance economiche e finanziarie dell’impresa. Un bilancio che comunica correttamente la situazione aziendale serve anzitutto all’imprenditore, ai suoi collaboratori, ai manager per comprendere la bontà del cammino intrapreso e per adottare eventuali accorgimenti, correzioni di rotta, modifiche: ma soprattutto un bilancio annuale non può che essere una fotografia da inserire nel film più ricco e sperabilmente duraturo, della vita aziendale nel suo complesso. È facile intuire che se il bilancio annuale va spiegato e le performance rese note, questo vale sia che le stesse siano positive, sia che al contrario registrino andamenti non desiderati; il lettore “esterno” del bilancio sarà aiutato dalle spiegazioni e dai dettagli a non avere paura dell’ignoto, a non diffidare, a confrontarsi con spiegazioni che lo aiutino a comprendere gli andamenti aziendali. La legge italiana prevede obblighi di comunicazione davvero modesti, fissando oltretutto un limite eccessivamente alto per la tenuta della contabilità ordinaria. Sarebbe quanto mai opportuno, al contrario, che le imprese stesse integrassero l’informativa minima con un insieme di documenti (per esempio il rendiconto finanziario per flussi di cassa, già da oltre trent’anni obbligatorio in Francia) in grado di mettere l’interlocutore bancario nella migliore condizione per comprendere l’effettivo andamento dell’impresa; ovviamente tale tipo di documentazione integrativa necessiterebbe di una relazione in grado di spiegare esaustivamente i risultati ottenuti, tanto più se il bilancio consuntivo prelude a richieste per il futuro, che presuppongono a loro volta la redazione di piani economico-finanziari di previsione.

Dunque la revisione annuale degli affidamenti può diventare un’occasione di miglioramento e approfondimento del rapporto con la banca, anche e soprattutto in chiave di partnershipper la realizzazione dei progetti aziendali: e poiché la trasparenza e l’apertura non si impongono per legge, la questione, come sempre, diventa culturale. Perché una diversa cultura delle relazioni di clientela è possibile, lavoriamoci.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese PMI Relazioni di clientela

Perché affrettarsi a portare il bilancio in banca appena sfornato…

Perché affrettarsi a portare il bilancio in banca appena sfornato…

…senza aspettare che te lo chiedano loro?

Perché la trasparenza è un valore, se si vuole la partnership, ovvero una banca che ti accompagni nei tuoi progetti e che sappia starti vicino: il partner non è un fornitore come un altro, è qualcuno che ti sta accanto e cammina insieme a te. Se gli fai vedere dove metti i piedi, forse camminate meglio, insieme.

Perché spiegare prima anziché aspettare a spiegare dopo (quando lo si fa: perché a volte non lo si fa e basta, lamentandosi che le banche sono lente…) significa battere un colpo, far capire che si sa quello che si sta facendo. Se mi spieghi prima che io interpreti, togli gli equivoci, diradi la nebbia, fai chiarezza sulla gestione della tua impresa; soprattutto impedisci che chi non riesce a vedere tutto, alla fine, decida di non vedere nulla e ti dia il piccone.

Perché il bilancio, anche se a volte lo hai pensato, non è una maledizione divina e non te lo chiede l’Europa e nemmeno la burocrazia di Bruxelles: te lo dovrebbe chiedere il tuo desiderio di capire dove sta andando la tua impresa, di misurare le sue performances, di migliorare sempre.

Perché il bilancio, anche se il mondo delle banche è ancora pieno di somari raglianti, grandi e piccoli, non riesce a nascondere le tue magagne. Che sono le tue, anche se tu pensi che non vedendole non esistano: il medico pietoso fece la piaga purulenta, ma il paziente ignorante morì senza accorgersene.

P.S.: ricordati, quando fai il bilancio in forma abbreviata e sei contento, perché il tuo commercialista ti ha spiegato che così risparmi; facci caso, stai ridendo come un idiota. Come un idiota che quando vede la nebbia e sta guidando, chiude gli occhi.

P.P.S.: è il 6 aprile e tutti i bilanci sono già fatti, pronti e chiusi. Piantala di dire stupidaggini e vai in banca.

 

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche

La porno-istruttoria (indecenza creditizia).

La porno-istruttoria (indecenza creditizia).

Aula di bancari, professionisti seri, esperti, nessun novellino, nessun neo-assunto, nessuno che è stato messo ai fidi dopo anni di organizzazione o contabilità, no: tutti addetti fidi di sede, tutta gente con esperienza, non mi aspetto sorprese.

Faccio male. Come sempre, dovrei smetterla di sorprendermi.

Faccio male perché ripercorrendo i mutamenti intervenuti nella gestione del credito negli ultimi anni parliamo di circ.285/13 ed altre amenità per addetti ai lavori, parliamo della metodologia della valutazione del merito di credito, del fatto che ormai l’analisi per indici è andata in pensione quasi quindici/vent’anni fa e quindi l’analisi per flussi, la capacità restitutiva, la cassa invece delle garanzie, etc…

Imbarazzo, sguardi un po’ persi; la sensazione di essere andati avanti senza che nessuno ti abbia seguito.

Prende la parola un partecipante e mi dice:

-Guardi prof che noi è solo da tre anni che usiamo l’analisi per flussi.

-E prima? Usavate l’analisi per indici?

-No.

-E che cosa usavate allora?

-Non usavamo nulla…

-In che senso?

-Ha presente il “cliente storico”, “buon nominativo”, “favorevolmente conosciuto”, “socio della banca”, “vicino ad esponenti aziendali”?

-Si.

-Ecco.

Mi è venuta in mente una sola parola: pornografia. Praticamente, inestirpabile.

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Capitale circolante netto operativo Cultura finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa

Il magazzino: un amante ingrato, un segnale di (in)efficienza, una macchina della verità.

Il magazzino: un amante ingrato, un segnale di (in)efficienza, una macchina della verità.
Macchina-della-verità

Nel Sole 24Ore del 27 marzo c’è un interessante articolo sulla “sfida” che il livello delle scorte pone ad una società quotata italiana, la Emak (cfr.”La sfida di Emak: meno magazzino per contrastare i mercati volatili.”). Certo, pensare che ridurre il magazzino serva ad affrontare le sfide dei mercati,  farà storcere il naso a più di un imprenditore: probabilmente agli stessi che del magazzino si innamorano, tristemente non ricambiati, pensando che “intanto però gli sconti-quantità, l’approvvigionamento etc…”. Il magazzino è un componente negativo di reddito, è un costo: più magazzino uguale più costi. Per giunta, costi che si deteriorano, diventano obsoleti, invendibili, fuori mercato. Per questo la sfida di Emak è una sfida che dovrebbe essere raccolta da ogni impresa, grande o piccola, perché il livello del magazzino segnala, nel migliore dei casi, l’inefficienza della gestione, l’incapacità di ottimizzare gli approvvigionamenti, la carenza di cultura finanziaria delle Pmi.

Da ultimo, in maniera quasi ossessiva nei conti annuali delle imprese, anche in quelle che sembrano avere oltrepassato la crisi, talvolta anche in quelli delle quotate, il magazzino segnala politiche di bilancio volte a mostrare un utile solo contabile, quando in realtà il reddito sarebbe nullo o negativo. Il magazzino, dunque, come una macchina della verità che -a differenza del poligrafo- non sbaglia mai: basterebbe utilizzare il rendiconto finanziario per comprenderlo.

Talvolta, più semplicemente, basterebbe il buon senso e la semplice analisi del conto economico: che ve ne pare di 1 miliardo e 400milioni di shopper di plastica (vulgaris: sportine) stipati in 500 mq.? o dell’equivalente di 250mila pallets (vulgaris: pancali) nel piazzale di un produttore dei medesimi? Non è tanto grave che qualcuno lo abbia scritto in un bilancio: è grave che qualcuno in banca continui a crederci.

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Bisogna fare sviluppo.

Bisogna fare sviluppo.

SviluppoIn uno strano mese di luglio, denso di lavoro inframmezzato da ferie (poche: per chi fosse interessato a come è andata, si rimanda a twitter), mi è capitato più volte di esaminare aziende che prima di compiere un passo vogliono verificarne la fattibilità, con un atteggiamento certamente molto diverso dal passato, recente e non. Allo stesso modo, e quasi in parallelo, più di un bancario, ma ovviamente anche dirigenti ed amministratori, mi ha dichiarato che “bisogna fare sviluppo“, togliendo il freno a mano che ha finora bloccato l’erogazione di prestiti.

Sembrano buone notizie, sembrano i primi passi di un modo finalmente “sano” di intendere le relazioni di clientela, improntato a ragionevolezza: al punto che una Bcc del Sud mi ha chiesto cosa pensassi di un’impresa della quale si dubitava ma che, in qualunque regione del Centro-Nord, sarebbe stata affidata immediatamente. Tuttavia, appunto, “bisogna fare sviluppo“: ovvero, si deve fare crescere il margine di interesse, si deve fare credito alle imprese, si devono cercare nuovi clienti.

Tutto bene? Anzi, sbrighiamoci a fare credito, perché è già tardi? In realtà “fare sviluppo” richiede molto di più di una mera disponibilità ad erogare risorse finanziarie. Mentre le categorie continuano la litania dei lamenti (non perché ci sia da ridere se un’impresa chiude, ma è semplicemente il mercato, bellezza!), mostrando tutti i limiti tecnici e culturali dei modelli associativi italiani, la questione che emerge è proprio quella della selezione: parola sgradevole probabilmente, ma anche l’unica che dovrebbero avere a cuore gli imprenditori seri e le banche che li finanziano o vogliono finanziarli. Senza selezione le risorse finanziarie saranno distribuite, ovvero allocate, in maniera sempre meno efficiente, L’efficienza allocativa, ossia l’efficienza nel modo con cui il mercato seleziona gli impieghi meritevoli di credito rispetto a quelli scadenti, è uno dei concetti che più di tutti mi hanno affascinato della materia che studio ed insegno. Ma, nel contempo, è uno dei concetti più desueti e distorti e, proprio per questo, più teorici ed inattuati. La valutazione del merito di credito basata sulle garanzie o sulle conoscenze, sulla “storicità” del rapporto o sull’esistenza di proprietà immobiliari, anziché rispetto ai fondamentali dell’equilibrio economico e finanziario, ne è un triste esempio.

Se si è coscienti di questo, “bisogna fare sviluppo“può diventare non una mera parola d’ordine di stampo commerciale o lo slogan dell’ufficio marketing, ma qualcosa di molto più interessante. Può diventare la partenza di un modo di fare banca che si confronti con la realtà in modo duro, serio ed impegnativo, che chiami le imprese a scegliere e farsi scegliere, valorizzando la cultura d’impresa e castigando la rendita. C’è solo un modo per fare tutto questo, a dispetto delle scelte di tante grandi (purtroppo non solo loro) banche: valorizzare il capitale umano, investire su di esso, svilupparne le competenze e la cultura d’impresa. Proprio per questo, la sfida è ancora più grande.