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Regno Unito, Johnson promette New Deal da 5 miliardi.

Regno Unito, Johnson promette New Deal da 5 miliardi.

Investimenti statali per 5 miliardi di sterline, da destinare alle infrastrutture e ai servizi pubblici al grido di “costruire, costruire, costruire”. E’ questa la ricetta ‘keynesiana’ illustrata oggi dal premier conservatore Boris Johnson in un discorso a Dudley, non lontano da Birmingham, per sostenere la ripresa dell’economia nazionale investita dagli effetti della pandemia di coronavirus su produzione e occupazione. Johnson ha citato apertamente come esempio “il New Deal” del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, varato negli anni ’30 con una massiccia componente di intervento pubblico dopo il crac del 1929, e ha detto che il suo governo vuole “abbracciare la gente in un tempo di crisi”. Una crisi grave, ha ammesso, ma che può diventare una opportunità per “costruire case, migliorare l’Nhs (il servizio sanitario nazionale britannico), ricucire l’indifendibile gap di opportunità, produttività e connessione (online) fra le diverse regioni del Regno Unito”.

Questo sul Sole 24 Ore on line di oggi: aggiungerei, di mio, 5 minuti di vergogna nell’angolino della propria cameretta per tutte quelli che hanno straparlato contro Keynes senza sapere nemmeno chi fosse; e, l’altra cosa, siamo ancora così sicuri che la Tatcher fosse una grande statista?

P.S.: sul fatto che la Brexit sia stata una stupidaggine direi che il dibattito ha raggiunto conclusioni pacifiche e ampiamente condivise.

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ABI Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Capitale circolante netto operativo CIG (cassa integrazione guadagni) Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Se non ora, quando.

Se non ora quando.

Ovvero, se non ora, visto che tutto è garantito (?) dallo Stato e tutto o quasi sarebbe dovuto dalle banche, le quali nulla hanno da temere perché tanto pagherà la SACE o il Fondo Centrale di Garanzia, quando vogliamo metterci intorno a un tavolo per provare a capire che quello che serve per le nostre imprese non è credito facile o garantito, ma credito sostenibile. E magari rendersi conto che, nonostante le balle che vengono raccontate ovunque (Il Business Plan? Ma la banca X mica le lo ha chiesto? Ma la Banca Y mi ha dato 1 milione di € e non ha voluto niente e via di scempiaggine in scempiaggine).

Per questo rinnovo l’invito al webinar organizzato da R&A Consulting e al quale mi onoro di partecipare, introducendo la prima giornata. I relatori, a parte il sottoscritto, sono di tutto rispetto: e ci sono 6 crediti formativi. Vi aspetto.

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Fase presto (per ragionare sul Decreto Rilancio).

Fase presto (per ragionare sul Decreto Rilancio).

Da Il Foglio

Il decreto “Maggio”, finalmente arrivato in Gazzetta Ufficiale e quindi in Parlamento per la conversione, contiene una pluralità di misure a vantaggio delle imprese. Queste sono in parte di tipo risarcitorio, e sono quindi le più efficaci nel breve termine, perché dirette alle imprese colpite più o meno duramente dalla pandemia. Altre misure sono invece rivolte a tutte le imprese, presumibilmente per agevolarne la ripartenza (il “rilancio”) e, soprattutto, favorirne i piani di investimento produttivo. Le due diverse finalità, entrambe apprezzabili, minacciano tuttavia di tradursi in procedure attuative che affastellano misure eterogenee senza una chiara razionalità di impiego delle risorse. Mentre la finalità risarcitoria richiede infatti un’erogazione incondizionata di aiuti in proporzione ai danni subìti, l’obiettivo della facilitazione della ripartenza è più complesso e richiede un’articolazione appropriata dei sussidi, dei trasferimenti in conto capitale e degli altri incentivi. 

Tra questi, gli strumenti di espansione del capitale di rischio e di rafforzamento patrimoniale delle imprese dovrebbero avere un’assoluta priorità, sia per quanto riguarda le Pmi, sia per le medio-grandi, soprattutto per quelle che sono inserite nelle filiere produttive internazionali. Queste dovranno non solo fronteggiare, una volta uscite dallo choc di offerta endogeno, cioè dal lockdown, la caduta della domanda conseguente al lockdown degli altri paesi, ma anche un ambiente competitivo molto più complesso a causa della inevitabile almeno parziale ristrutturazione post Covid di queste filiere in molti settori. La condizione tradizionale delle Pmi italiane è stata sempre caratterizzata da una forte sottocapitalizzazione, ossia da una carenza cronica del cosiddetto capitale di rischio. Essa può essere attribuita a una varietà di cause, tra cui la struttura familiare delle Pmi, una legislazione fiscale tendenzialmente favorevole all’indebitamento bancario e la frequente ricerca di (imprevista) liquidità, oggi esacerbata dalla repentina caduta del flusso dei pagamenti conseguente alla crisi della pandemia. Quest’ultima rischia di creare un ulteriore problema, perché l’immissione di liquidità garantita dallo stato, se utilizzata come unica fonte di compensazione della caduta del fatturato, ha come conseguenza un incremento complessivo dei debiti, che tende a divenire, per la singola impresa, per il sistema produttivo, per le banche e per lo stesso governo, un peso difficilmente sostenibile già nel breve e medio termine. Appare quindi importante, nelle condizioni attuali, che la ripartenza dell’economia non sia perseguita esclusivamente attraverso incentivi all’incremento degli indebitamenti bancari, a crediti di imposta o ad altri strumenti temporanei che non incidono in modo strutturale sul capitale netto. Questi indebitamenti, infatti, inevitabilmente richiamano la necessità di remunerazioni a breve termine e di programmi di adattamento minimalisti che contrastano con le esigenze di lungo termine delle imprese, costringendole a percorrere sentieri di aggiustamento di corto respiro, che non ne assicurano la competitività e ne minacciano le capacità di resilienza rispetto a ulteriori choc di domanda e di offerta che potrebbero venire dalla ricorrenza di questa pandemia o da eventi imprevedibili della stessa portata.

Evidentemente i problemi sia di accesso al credito sia al capitale di rischio di imprese che si differenziano sia per dimensione sia per mercati di riferimento sono molto diverse. Tuttavia, dal punto di vista dell’attore pubblico, cioè del governo, almeno per due aspetti ogni intervento dovrebbe partire da premesse simili. La prima è che, se lo stato vuole intervenire nel mercato con strumenti che vanno oltre la creazione complessiva di un ambiente più favorevole all’attività d’impresa, allora dovrebbe prima chiarire quali sono i suoi obiettivi, qual è il suo piano o almeno la sua visione di crescita industriale dell’economia italiana, da cui deriva la sua azione di sostegno diretto, e quindi selettivo, delle imprese. Le modifiche dell’ambiente giuridico, sia di diritto societario sia più in generale di funzionamento della giurisdizione, e gli strumenti generali di alleggerimento fiscale temporaneo o strutturale dovrebbero essere inoltre coerenti con un programma adeguato di spesa e investimenti pubblici. La seconda premessa è che lo stato, quindi il governo, dovrebbe chiarire la corrispondenza tra fini, mezzi finanziari e capacità attuativa, o almeno averne una qualche idea.

Perché, per tornare al nostro dl “Rilancio”, la scelta è stata di giocarsi “one shot” l’aumento di indebitamento pubblico approvato dal Parlamento, come se fosse piovuta dal cielo una dotazione imprevista e si trattasse di decidere come spenderla. In realtà, la decisione di aumentare l’indebitamento deciso è stata sacrosanta, perché si trattava di tentare di frenare il collasso dell’economia e la caduta del pil e quindi impedire il risultato disastroso di avere una esplosione del deficit pubblico per perdita di gettito fiscale conseguente a tale collasso più che per spesa addizionale destinata a frenarlo. Ancora non sappiamo come andrà a finire, ma va distinto un deficit “non strutturale”, benedetto anche dai mercati e dall’Europa, da un programma futuro di finanza pubblica. Un tale programma non dovrà lesinare spesa per sostegno a crescita e investimenti, quindi spesa cui dovrà rispondere un rendimento tale da garantire la sostenibilità del maggior debito, ma dovrà certamente evitare di alimentare il finanziamento permanente di debolezze strutturali. Non si tratta evidentemente di vedere se ci sono dissensi su queste premesse, probabilmente non ci sono se ci si limita ai princìpi, ma la differenza tra le narrative e le realizzazioni sta tutta nella capacità di disegno e di attuazione delle policy. E allora, quel che disturba, al di là dell’apprezzamento per le buone intenzioni, è l’affastellamento in uno stesso decreto legge di provvedimenti destinati all’emergenza, al “ristoro” e alla “ripartenza”, già arrivati con notevole ritardo e provvedimenti quali quelli diretti a creare importanti fondi di intervento nelle imprese presso la Cdp e Invitalia, che richiedono certamente riflessione, maggiore definizione di fini e strumenti e molti altri passi procedurali. Non si tratta di schierarsi a favore o contro sogni di nuove Iri o nuove Gepi. Questi sogni sono peraltro smentiti anche da parti importanti della maggioranza e forse non appartengono ai proponenti, ma essi suggeriscono che appare per lo meno improprio unire nello stesso decreto misure urgenti di cui forse il governo potrebbe chiedere l’immediata approvazione in Parlamento come segno di unità nazionale e misure che, nello stesso spirito, richiedono una condivisione maggiore e dibattito più mirato. Sarebbe forse bene che queste parti fossero stralciate in sede di conversione del decreto e inserite in modo più congruo in un decreto separato.

Pasquale Lucio Scandizzo e Giovanni Tria

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria Disoccupazione Educazione Fabbisogno finanziario d'impresa Lavorare in banca

Lavori usuranti? Lavorare in banca.

Lavori usuranti? Lavorare in banca.

Sono iscritto, quasi di contrabbando, a un gruppo Facebook che si chiama “Dipendenti bancari”. Ho lavorato e lavoro talmente tanto con loro che mi sento uno di loro, anche se non mi permetto di fare interventi. Leggerli, tuttavia, soprattutto in questo periodo, è illuminante di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ovvero la totale disinformazione e mancanza, letteralmente, di educazione al rispetto del lavoro e ai rapporti umani. Premesso che non è mio compito difendere i dipendenti delle banche, lo sanno fare da soli, credo che arrivare a minacciare di morte o di percosse sia indicatore di uno stato d’animo che è divenuto incapace di giudicare la realtà e riesce a vedere solo il proprio immediato particolare e le proprie esigenze. Non aiuta, in tutto questo, la comunicazione, pubblica e privata, quella dei media e quella sui social che, soprattutto a seguito dell’emanazione del Decreto Liquidità, ha messo in prima linea le banche nell’erogazione degli aiuti, facendone l’ufficiale pagatore di un esercito senza soldi. E, infatti, il Decreto di cui sopra, non potendo erogare denari che non ci sono, eroga garanzie pubbliche (SACE ma soprattutto Fondo Centrale di Garanzia) che dovrebbero rassicurare -secondo il mainstream di giornali, politici di maggioranza ed associazioni di categoria- le banche.

Le banche, deputate a erogare in luogo dello Stato, dovrebbero essere rassicurate che:

  • non finirà tutto a schifìo (Mezzogiorno e mezzo di fuoco, regia di Mel Brooks);
  • ove finisse, non ci sarebbero conseguenze penali (il cosiddetto “scudo penale”) per chi ha finanziato soggetti poi falliti;
  • non servono istruttorie complesse (le scartoffie), basta andare in banca per ricevere denaro, come recita un’improvvido articolo apparso su Italia Oggi di lunedì 8 giugno a firma Roberto Lenzi.

Duole doverlo scrivere, ma nessuno dei punti sopraelencati pare potersi realizzare.

Quanto al primo punto, per la buona ragione che basterebbe che anche solo il 10% delle imprese che hanno ricevuto le garanzie poi andasse in default per vedere esauriti i fondi, rendendo vane e inefficaci le garanzie.

Quanto al secondo perché, Ministro di grazia e giustizia Bonafede, il diritto è divenuto, tutto il diritto, diritto penale, ogni sorta di diritto è solo e soltanto penale: e nel Decreto Liquidità non era prevista nella stesura originaria, né è stato aggiunto nel decreto di conversione, alcun tipo di esclusione di responsabilità penale per le banche che dovessero trovarsi a finanziare un’impresa che poi fallirà. Ricorso abusivo al credito, concessione abusiva di credito, bancarotta fraudolenta etc…

Quanto al terzo, e qui divento noioso, per alcuni motivi che vale la pena riprendere puntigliosamente.

Quando Roberto Lenzi nell’articolo citato di Italia Oggi parla dell’art.1 bis, cita un periodo che io non ho -letteralmente- trovato nella legge di conversione (magari mi sbaglio, pronto a correggermi) e che, peraltro, mi parrebbe in contrasto evidente con quanto si dice, per esempio, proprio a proposito di SACE, che deve operare con la dovuta diligenza professionale e che, sempre a detta di Lenzi, viceversa sarebbe esentata dal fare “accertamenti ulteriori”. Se restringiamo il campo alle garanzie che può concedere SACE già questo basterebbe per dire che l’articolo è scritto volutamente “male” (captatio benevolentiae) per imprenditori disperati e professionisti arruffoni, perché le garanzie SACE sono ben poca cosa sul totale e il vero protagonista per le PMI è il FCG. Il quale FCG, d’altra parte, non ha fondi a sufficienza anche solo nell’ipotesi che il 10% delle imprese beneficiarie siano poi insolventi. Mi dicono peraltro che l’articolo in questione sia stato brandito da numerosi consulenti per portare avanti le ragioni di pratiche di fido irricevibili.

Peraltro e cito il Decreto Liquidità convertito in legge: “art.2 lettera n) il finanziamento coperto dalla garanzia deve essere destinato a sostenere costi del personale, ((canoni di locazione o di affitto di ramo d’azienda,)) investimenti o capitale circolante impiegati in stabilimenti produttivi e attivita’ imprenditoriali che siano localizzati in Italia, come documentato e attestato dal rappresentante legale dell’impresa beneficiaria, ((e le medesime imprese devono impegnarsi a non delocalizzare le produzioni;” Come è possibile documentare e attestare qualcosa senza le dovute pezze d’appoggio, ovvero bilanci, business plan etc..? Come è possibile fidarsi della sola autodichiarazione, che coprirebbe il verbo “attestare” ma non “documentare”?

In sintesi, mi pare che la portata innovativa della certificazione sbandierata nell’articolo, sia più che altro presunta dall’Autore dell’articolo e dai suoi lettori interessati, tanto più che lo stesso Lenzi dice è l’imprenditore a dover dichiarare, sotto la propria responsabilità, che “i dati aziendali forniti su richiesta dell’intermediario finanziario sono veritieri e completi (…).” Nessuno esonera l’intermediario dal chiedere i dati e nessuno lo esonera dalla dovuta diligenza professionale.

Per cui, portiamo rispetto ai bancari: soprattutto a quelli che lavorano bene.

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Un contributo di Andrea e Rony Hamaui, da non perdere.

Un contributo di Andrea e Rony Hamaui, da non perdere.

Riporto integralmente da Lavoce.info

Debito pubblico in crescita, come gestirlo

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Terminata l’emergenza, il deficit dovrebbe trasformarsi in surplus e il debito accumulato dovrebbe rientrare rapidamente. Ma non sempre accade. Servono una politica monetaria coraggiosa, piani di rientro credibili ma soprattutto una spesa che stimoli la crescita.

La grande abbuffata di debito pubblico

“L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che entra realmente in possesso della collettività dei paesi moderni è il debito pubblico” (Karl Marx, Il Capitale, primo libro, 1867). Mai previsione del filosofo tedesco rischia di essere tanto vera, dopo l’abbuffata di debito che tutti gli stati stanno facendo in questa delicata fase. Le recenti stime del Fondo monetario internazionale ci dicono che nei paesi avanzati, entro fine anno, il rapporto tra debito pubblico e Pil crescerà mediamente di oltre il 17 per cento, con punte del 20 per cento negli Stati Uniti e del 22 in Italia, mentre le prospettive per il 2021 rimangono ancora molto incerte. Tutto ciò partendo da un livello d’indebitamento già straordinariamente alto, giacché alla fine dell’anno scorso il rapporto debito-Pil dei paesi avanzati aveva superato il 105 per cento, massimo storico dall’ultimo dopoguerra (Figura 1).


Fonte: Fmi.

La storia e la letteratura economica ci hanno insegnato che il debito pubblico, rispetto ad altre fonti di finanziamento come le tasse, sia un eccezionale strumento per realizzare consumption smoothing, ovvero attenuare la caduta dei consumi in concomitanza di grandi shock ed eventi eccezionali. Da sempre i governi lo hanno usato per finanziare guerre e fronteggiare catastrofi naturali. Il deficit di bilancio poi è un importante strumento per smussare la tassazione, spesso distorsiva, quando si devono sostenere investimenti (tax smoothing). Le teorie keynesiane infine mostrano come la leva fiscale e il conseguente debito pubblico siano un ottimo strumento per intraprendere politiche anticicliche, specialmente quando i margini offerti dalle politiche monetarie sono ridotti.

Eccesso di debito e instabilità finanziaria

Terminata l’emergenza, si assume che il deficit pubblico si trasformi in surplus e che i maggiori debiti accumulati rientrino rapidamente. Nella realtà il più delle volte questo non succede, come è evidente nella figura 1. Infatti, i governi hanno maggiori incentivi ad allargare i cordoni della borsa durante le fasi recessive di quanti non ne abbiano a restringerli durante le fasi espansive, soprattutto in paesi come l’Italia caratterizzati da cicli politici brevi. Inoltre, spesso, le aspettative di crescita su cui si basano i piani di rientro si dimostrano troppo ottimistiche e a uno shock reale negativo segue una crisi finanziaria molto costosa.

L’eccessivo indebitamento non è privo di conseguenze poiché in molti casi si accompagna a una forte instabilità finanziaria e a una bassa crescita economica, in una relazione non lineare e con una direzione di causalità non evidente. Nel secondo dopoguerra i paesi che crebbero di meno furono quelli vincitori (Usa e Regno Unito), gravati da un alto livello di debito, mentre esiste il forte sospetto che il rallentamento della crescita dei paesi avanzati osservato negli ultimi decenni (secular stagnation) sia dovuto, oltre che a cause strutturali come l’invecchiamento della popolazione e la bassa produttività, anche al crescente indebitamento (Figura 2). La qualità del debito conta molto giacché, se questo è detenuto principalmente da non-residenti, ha una durata più corta e non è utilizzato per finanziare investimenti, i suoi effetti risultano molto più destabilizzanti.

Figura 2 – Debito pubblico e crescita economica dopo la crisi.

Mai come ora è indispensabile sfruttare la leva fiscale per lenire i devastanti effetti della diffusione del Covid-19, senza però trascurare gli effetti negativi dell’enorme debito pubblico che tutti i paesi sono costretti ad accumulare. In primo luogo, è fondamentale che la politica monetaria, oltre ad assicurare molto a lungo tassi negativi, monetizzi parte del debito, seppure in via eccezionale per non perdere la propria credibilità. Lo stanno già facendo in maniera surrettizia tutte le principali banche centrali, acquistando titoli di stato. Tuttavia la Fed ha intrapreso questa strada con maggior determinazione quando ha deciso di non mettere un limite agli importi di titoli che intende comprare. In secondo luogo, è fondamentale gestire in maniera oculata il debito, garantendone la sostenibilità, raccogliendo a lungo termine, a bassi tassi d’interesse e con un piano di rientro credibile. Da questo punto di vista risulta molto importante l’utilizzo di Eurobond, del Mes, del Sure e del Recovery Fund, specie se questi saranno finanziati con l’espansione del bilancio europeo.

Come conquistare la fiducia dei cittadini e dei mercati

Tuttavia, forse, l’aspetto più cruciale è quello di spendere bene i soldi investendo in attività produttive che stimolino la crescita e favoriscano la ripresa economica. In altri termini, meno bonus babysitter, congedi parentali, bonus vacanze e sostegno al lavoro nero e più investimenti in capitale fisico e umano. Bisogna quindi cogliere l’opportunità per varare un grande piano che rilanci la produttività del paese e riduca il gap infrastrutturale dell’Italia. È giunto il momento di scelte coraggiose che favoriscano l’interesse generale a costo di sacrificare interessi di parte. Da questo punto di vista non giova emanare un decreto ogni mese che finisce per assecondare le diverse lobby: è più costruttivo delineare, come ha fatto la Germania, un piano ben articolato che tranquillizzi i cittadini e i mercati.

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Forconi, imprese marginali e altre storie.

Forconi, imprese marginali e altre storie.

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A me sembra, viste le categorie partecipanti, che questi non ce la fanno più a tenere la concorrenza e le tasse che cominciano finalmente a pagare sono la botta finale.
Però non è quello che li sta mandando in rovina. Un esempio su tutti: gli autotrasportatori tedeschi fanno lavorare i TIR 24h al giorno con turni a scorrimento: dopo 2 o 3 anni il camion viene sostituito, quindi tir sempre nuovi, logistica all’avanguardia, e impiegati che ottimizzano non facendo viaggiare mai vuoti i camion. Il padroncino Italiano anche sta sveglio 24h a lavorare non ce la può fare, anche senza pagare le tasse non ce la può fare. E ci credo poveraccio che vuol tornare a 20 anni fa, con mercati chiusi e protetti. Lo stesso si può dire di negozianti, tassisti agricoltori. Mi spiace per loro ma sono destinati economicamente a scomparire, è il capitalismo baby, se vi piace è così.. un grande con il barbone vi aveva avvertito che o diventavi un boss mondiale…o ciao
.”

BOBROCK3 dal sito de IlSole24Ore.com

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Alessandro Berti Crisi finanziaria Disoccupazione Economisti Ripresa Sviluppo

Fermiamo il declino! ri-approvo, ri-sottoscrivo e voto!

Fermiamo il declino! Ri-approvo, ri-sottoscrivo e voto!

Cari amici,

il primo invito rivolto a voi tutti è di moltiplicare il più possibile le attività di proselitismo, fund raising, e l’organizzazione di eventi territoriali per estendere la nostra rete e illustrare i dieci punti programmatici, che per noi sono pietra angolare imprescindibile per la verifica di un’offerta politica radicalmente nuova e all’altezza del compito di fermare il declino italiano. I coordinatori regionali hanno iniziato a lavorare a questo fine, la comunicazione quotidiana sui social networks grazie ai volontari impegnati si va intensificando, sul sito trovate le indicazioni delle trasmissioni radio televisive in cui siamo impegnati a rafforzare la nostra presenza, ogni giorno veniamo contrattati da nuove espressioni della società civile, professionale, e da chi non si riconosce nell’attuale offerta politica.

Negli ultimi giorni, tre eventi hanno catalizzato l’attenzione politica dei media. Su ciascuno di essi, qualche breve considerazione per mantenere noi tutti le idee chiare ed evitare equivoci sulla natura della nostra iniziativa. E sulla sua percezione da parte dell’opinione pubblica.

Cominciamo dal confronto interno al Pd. Matteo Renzi sale nei sondaggi di fiducia e popolarità, molti ci chiedono come consideriamo la sua ascesa. E’ presto detto. Apprezziamo l’energia e chiarezza con cui pone nel Pd il tema del rinnovamento della politica e della selezione delle sue classi dirigenti. Non sappiamo come la pensa su alcuni dei punti fondamentali e per noi essenziali, indicati nel nostro programma. Punti per noi irrinunciabili. Non possiamo né vogliamo esprimere alcun consenso alla sua azione, se e finché dichiarerà che in ogni caso il suo obiettivo resta all’interno dell’attuale perimetro del Pd. Vedremo come e se la sua iniziativa evolverà, ma restare nel recinto delle vecchie forze politiche per noi è segno di non comprensione che il problema è proprio quello di superarle, alla luce del pessimo bilancio da tirare del ventennio che abbiamo alle spalle. Di nuovo, Renzi rappresenta un fattore positivo rispetto alla vetusta e inadeguatissima oligarchia del Pd, ma il potenziale di rinnovamento che egli rappresenta finirà sprecato se viene costretto dentro alle maglie strette dell’ideologia che governa la politica del Pd.

Il secondo evento politico è quella della cosiddetta agenda Monti, o meglio la conferma tout court di Monti come premier anche per il futuro e a prescindere dalle prossime elezioni. E’ una questione potentemente rilanciata a Cernobbio, tradizionale appuntamento di ripresa estiva del confronto sui temi economici e finanziari dell’agenda nazionale. E’ un’impostazione inaccettabile, a nostro giudizio. Non si tratta di disconoscere la credibilità internazionale attribuita a Monti, rispetto alla totale sua perdita che giustamente travolse Berlusconi. Si tratta di guardare agli interessi del paese e a ciò di cui ha veramente bisogno. Per quanto ci riguarda, tre questionimolto rilevanti obbligano a ragionare diversamente, sul futuro politico dell’Italia dopo le prossime elezioni.

  • La prima è che dare l’impressione agli italiani che il loro voto abbia un’importanza pressoché nulla – perché si tratta di confermare la stessa premiership tecnica che peraltro rifiuta di sottoporsi a giudizio elettorale – non può che rappresentare un ulteriore incoraggiamento al puro voto di protesta. Con più di una ragione, visto che il ragionamento sottintende che sarebbero “buoni” invece i voti dati a Pd, Pdl e Udc che sostengono Monti, a prescindere dalla loro totale sconfitta politica e sociale, sfociata poi in una soluzione d’emergenza per evitare il collasso dell’Italia come detonatore dell’euro.
  • La seconda è che non comprendiamo in che cosa la più volte citata “agenda Monti” si differenzi davvero, sinora, dalla continuità rispetto all’impostazione di politica economica seguita in precedenza. Agli occhi degli italiani, come si vede anche nella distinzione netta nei sondaggi tra fiducia relativa a Monti e bocciatura del suo governo, l’esecutivo tecnico ha significato più tasse, nessuna cessione di attivo pubblico per abbattere il debito, nessun taglio di spesa che sia stato retrocesso ai contribuenti per far risalire la crescita potenziale, nessuna eliminazione di monopoli e privilegi. Se la discontinuità è mancata perché mancava il consenso popolare e per colpa dei partiti, come sostengono molti fautori della conferma di Monti, allora a maggior ragione solo un nuovo patto con gli italiani, che goda del consenso esplicito degli elettori su proposte precise, può produrre il sostegno necessario a invertire la politica economica imboccando la via di una profonda ridefinizione dello Stato e di ciò che occupa impropriamente, sia centralmente che nelle Autonomie. Questo è ciò che Fermare il Declino propone e che Pdl, Pd e Udc negano a priori.
  • La terza questione riguarda invece il dibattito sotteso al formarsi di un “partito-Monti”. La conferma sarebbe dovuta alla perdita di sovranità dell’Italia, alle clausole condizionali per gli aiuti europei, implicite anche nello stesso programma straordinario di ripresa di acquisti dei titoli eurodeboli recentemente varato dalla BCE. In altre parole, il governo italiano si decide a Berlino e a Bruxelles prima e più che nelle urne italiane, stante che il nostro Paese resta il sorvegliato speciale rappresentando il 19% del Pil dell’euroarea. Non sfugge a nessuno che si tratta di una questione molto importante, e con qualche fondamento. Vedremo come andrà tra poco il voto in Olanda, ma anche in quella nazione – per molti versi non nelle nostre penose condizioni di debito e crescita – sembra profilarsi una soluzione di grande coalizione. Proprio chi ritiene di avere una ricetta per ridare forza all’economia italiana e credibilità alla sua finanza pubblica, deve battersi perché l’elettorato comprenda che questa prospettiva esiste e che è nelle sue mani. Altrimenti, anche da noi prenderanno sempre più piede revanscismi e populismi nazionalisti, come quelli che sembrano alla base del sovranismo nazionale indicato da Giulio Tremonti come base di una sua eventuale lista elettorale.

Infine, il terzo evento che ha alimentato le cronache politiche è stato il convegno di Chianciano, dell’Udc di Pierferdinando Casini. L’intervento di Emma Marcegaglia ha fatto scrivere a molti che la Lista Italia di Casini sarebbe a questo punto già l’inveramento della nuova offerta politica per le prossime lezioni. Noi non la pensiamo affatto così. Abbiamo per questo risposto con un comunicato stampa inequivoco, che qui vi riportiamo:

“A proposito degli accostamenti che sono stati fatti tra l’iniziativa di Fermare il declino e le scelte prese dall’Udc a Chianciano, sottolineiamo che per noi sono dirimenti quattro questioni:

1) Un forte rinnovamento della politica, impegni espliciti nei meccanismi di selezione della classe dirigente, vincoli per i quali non si possa dire una cosa a Roma e una Palermo;
2) Un energico mutamento nella politica economica, con proposte serie per abbattere il debito statale con cessioni pubbliche e retrocedere tagli di spesa in meno imposte a lavoro e impresa, vincolante per noi insieme alle 10 proposte programmatiche che abbiamo presentato;
3) Ridefinire lo Stato, il suo perimetro e le sue mille articolazioni inefficienti, dal socialismo municipale al sottobosco degli enti statali;
4) Cambiare le persone: senza evidenti discontinuità nel ceto politico, non si dà una risposta credibile alla protesta di massa della società italiana.

Su questi quattro punti, l’Udc a Chianciano non ha dato risposte. Continuiamo dunque per la nostra strada. Non c’è molto tempo. Se i partiti credono di affrontare il declino dell’Italia con modesti aggiustamenti, saranno gli elettori a svegliarli”.

Non abbiamo messo in campo la nostra iniziativa per proporre e tanto meno diventare degli indipendenti sotto il simbolo dello scudocrociato, culla di Cuffaro e Lombardo. Se Marcegaglia, Passera e altri la pensano diversamente, questo riguarda loro. Non noi.

Non è affatto detto che da soli avremo, con così poche settimane davanti a noi e con così pochi mezzi esclusivamente frutto di raccolta spontanea, la forza di convincere gli italiani che il cambiamento profondo di cui siamo convinti cammina credibilmente sulle nostre gambe. Ma questo non significa che devieremo dalla chiarezza dei princìpi e delle proposte che abbiamo avanzato.

Fermiamo il declino!

Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Luigi Zingales

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Alessandro Berti Disoccupazione Educazione Università

I figli so’ piezz’ e core (allevare intensivamente i bamboccioni).

I figli so’ piezz’ e core (allevare intensivamente i bamboccioni).

Su richiesta di un amico incontro una coppia di coniugi con figlio (unico) al seguito, che mi chiedono consigli sull’iscrizione all’università, in particolare a Economia. Non mi soffermo sull’atteggiamento iperprotettivo dei genitori (uno dei due, facile indovinare chi, continuava a dire:”Adesso lui le spiega cosa pensa, adesso lui le spiega cosa vuole” ma non lo lasciava mai parlare)  e neppure sull’aria un po’ intimidita -forse anche un po’ scocciata- del figliolo; no, mi hanno colpito due cose.

La prima è stata il rovesciamento della questione riguardo alla vocazione: non devi studiare quello che ti piace, fosse anche filologia ugro-finnica, no, devi studiare quello che ti darà da lavorare e ti farà guadagnare, facendo fuori la libertà personale e, appunto, qualunque tentativo di verificarla, la vocazione. Mi sono trattenuto dal dire loro, come mi accade spesso con gli imprenditori, che le attività che reputo più redditizie sono il traffico di armi, lo spaccio di eroina e la tratta delle bianche. Resta che, in questo modo, il criterio per fare qualsiasi cosa sarà solo il tornaconto, a prescindere da inclinazioni, temperamenti, passioni personali: ed è un po’ triste.

La seconda riguarda quella concezione dell’università come il droghiere, che se è sotto casa, come il verduraio e il macellaio, è meglio; mi sono state sottoposte tre opzioni al ribasso, tutte nel raggio di 50 km dall’abitazione della creatura. Ed io ho rilanciato dicendo: il meglio è a Milano. Replica:”Non ha un’opzione di riserva?” Si prospetta l’allevamento intensivo del bamboccione, penso tra me e rilancio ancora, con un’opzione che costringa comunque a dormire fuori casa. Vivo rincrescimento dei due genitori, che vedono la creatura allontanarsi, at least, dalle loro sottane. Provo a spiegare che l’università sarebbe bene farla distante da casa, perché è un momento della vita altamente educativo e formativo, che io stesso l’ho fatto etc… Alla fine, dopo che ho detto a lei, celiando:”Signora, così avrà più tempo per occuparsi di suo marito, è vent’anni che lo trascura“, si alzano e vanno via, ringraziando.

C’è tantissima Italia in questi 45 minuti, potrebbero essere una sintesi perfetta dei mali del Paese, della poca voglia di rischiare, di provare, di fare qualcosa senza che qualcuno ti eviti la fatica. Ma, soprattutto, c’è una concezione sindacale dell’educazione per cui tu stai davanti, e tuo figlio dietro, non sia mai che si graffi camminando da solo, con te dietro alle spalle, pronto a sorreggerlo se dovesse cadere: c’è una concezione dell’educazione che fa a pugni sia con il gusto per il rischio, sia con la libertà personale.

Auguro a quel ragazzo di amare e rispettare sempre i suoi genitori e a loro la gioia di poter vedere i frutti del loro affetto: ma, soprattutto, gli auguro di imparare a correre, prima possibile, con le sue gambe. Lontano, almeno per un po’.

 

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#Greciasenzamedicine: per vedere di nascosto l’effetto che fa.

#Greciasenzamedicine: per vedere di nascosto l’effetto che fa.

La notizia della Grecia rimasta senza medicine, ha fatto il giro dei social network, diventando, in brevissimo tempo, l’hashtag più popolare (#Greciasenzamedicine) e l’oggetto delle dichiarazioni preoccupate di tutti. E non può che essere così, se in un Paese europeo si vive una circostanza di durezza e ferocia tali da far pensare a tempi che neppure immaginavamo essere tornati, quelli delle camicie brune (l’Alba Dorata, partito neo-nazista ellenico).

Purtroppo la durezza dei tempi non sembra aiutare la ragionevolezza, se coloro che invocano fallimenti a catena non si rendono conto che punire i banchieri pensando di non punire i risparmiatori è come spegnere un incendio in un museo selettivamente: lasciare bruciare, che so, i fiamminghi del ‘600 per salvare solo i rinascimentali italiani. Brucerà tutto ugualmente, perché l’incendio riguarda tutti. L’idea di B., quella di mettersi a stampare moneta, non è folle, anche se chi l’ha pronunciata mostra chiari segnali di avvicinamento al rimbambimento (a riprova dell’avanzare dell’Alzheimer, ha affermato che però lui scherzava, nel silenzio desolante dell’ufficio politico del Pdl e dei suoi fedelissimi): da tempo ne parla Krugman e tutti coloro che hanno a cuore l’esistenza non solo dell’euro, ma di un politica comune e di una banca centrale degna di questo nome. Solo che né Krugman, né altri economisti, italiani e non, hanno avuto a disposizione i cordoni della borsa ed il consenso semi-bulgaro del penultimo governo, quello degli inetti della libertà.

Mettersi a stampare moneta e salvare le banche non serve a salvare i banchieri: quelli li salverà solo l’inettitudine e la corruttela della magistratura e la loro contiguità al potere, in ogni caso. Mettersi a stampare di moneta serve ad evitare di assistere, non più di nascosto, all’effetto disastroso che fa la mancanza di liquidità nei sistemi economici e finanziari. Si chiama collasso.

 

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L’adeguamento fiscale (diventare marginali, uscire dal mercato e dirsi addio).

L’adeguamento fiscale (diventare marginali, uscire dal mercato e dirsi addio).

Da un commento ad un post di Filippo Facci su Chi suicida chi?

ro55ma says:
11 maggio 2012 at 14:49

“perché non dovremmo chiedere conto delle personalissime stime sui suicidi fatte dalla Cgia di Giuseppe Bortolussi”
Perchè la CGIA è un associazione di rappresentanza datoriale che, appunto, fa solo il suo mestiere, esattamente come lo ha svolto negli ultimi quarant’anni nei propri uffici di consulenza fiscale – a quegli stessi imprenditori di micro aziende artigiane – con strepitosi risultati in termini di risparmio per i medesimi ed evasione ed elusione fiscale per l’Agenzia delle Entrate.
Lo scandalo sta invece in chi, l’osso demagogico e lobbistico della CGIA, l’ha addentato e ci ha venduto copie e allarme sociale (ad ottoemezzo, ieri sera, da vergognarsi, ecc. ecc.).
D’altra parte, il problema è enorme e reale; solo per gli artigiani la percentuale dei 450.000 datori di lavoro con dipendenti, in procinto d’essere catapultata completamente fuori mercato dal semplice adeguamento fiscale è da capogiro: si parla del 30-50% di aziende che non sarebbero in grado di reggere e quindi chiudono e licenziano i loro dipendenti.
Che in questa situazione ci sia chi si preoccupa di trovare soluzioni (deroghe, condoni, ..?) utilizzando qualunque mezzo di pressione è “normale”, meno normale è che nessuno spieghi al Paese cosa sta succedendo..