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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Vigilanza bancaria

Banche locali e salvataggi: senza pregiudizi si costruisce sempre.

Banche locali e salvataggi: senza pregiudizi si costruisce sempre.

Il Sole 24 Ore on line di ieri riporta un lancio di Radiocor di questo tenore: “Si sblocca il dossier Carige ma non è ancora tempo di sospiri di sollievo perché l’operazione di salvataggio dovrà passare dal via libera decisivo dell’assemblea degli azionisti che potrebbe tenersi nel mese di settembre. Intanto però la struttura dell’operazione sembra aver ricevuto i consensi necessari da parte del sistema bancario e dalla Cassa Centrale Banca, partner industriale intorno a cui ruota l’intero riassetto della banca genovese. Secondo quanto anticipato da Radiocor, è stato trovato l’accordo tra il Fondo interbancario di tutela dei depositi e la holding delle banche cooperative per la copertura dell’intero ammontare dell’aumento di capitale da 700 milioni necessario al rafforzamento patrimoniale di Carige: lo Schema Volontario del Fondo ha approvato ieri la conversione del Bond da 313 milioni di euro, mentre 65 milioni arriveranno da Cassa Centrale che ha tenuto oggi il suo consiglio di amministrazione, il resto dell’ammontare (oltre 300 milioni) sarà comunque garantito dal Fondo interbancario che chiude così il cerchio dell’aumento anche nel caso in cui gli azionisti attuali decidessero per non partecipare alla operazione.”

E’ singolare che la Banca indicata come il peggiore concentrato del “localismo” e dei danni che esso ha compiuto (ampiamente dimenticabile la stucchevole polemica portata avanti da Sebastiano Barisoni dai microfoni di Radio 24 proprio sul tema di Carige e delle banche locali) stia per essere salvata da Cassa Centrale Banca, la più rapida delle tre banche uscite dalla riforma del credito cooperativo a darsi una struttura organizzativa e manageriale di livello nazionale, con un management che, lungi dal ripiegarsi su sé stesso e sugli immani problemi che comporta diventare uno dei primi dieci gruppi italiani, decide addirittura di rilanciare, grazie ad un free capital evidentemente adeguato. Solo due cose, in attesa di vedere gli sviluppi: alla faccia di Barisoni e dei molti uccelli del malaugurio, il localismo nelle banche è vivo e lotta con noi (forza CCB); se anziché lamentarsi e avere pregiudizi, provi a costruire, vengono fuori “cose belle”.

P.S.: per chi l’avesse dimenticato, la riforma delle BCC l’ha fatta Matteo Renzi.

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo BCE

Semplificazioni (?).

Semplificazioni (?).

Il Sole 24 Ore di oggi nella sezione Finanza e Mercati riporta un articolo di Davide Colombo dal titolo significativamente attrattivo “Bankitalia lancia la semplificazione per banche minori”. Si tratta delle nuove modalità con cui saranno attuati gli orientamenti e le raccomandazioni delle autorità europee in materia di banche less significant, appunto, le banche minori. Premesso che di banche minori ne esistono e ne esisteranno sempre di meno, stante una legislazione (vedi leggi di riforma delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo, tutte di fatto confluite in Gruppi “significant”) ed un indirizzo del regolatore palesemente orientati alla concentrazione del mercato e all’uso degli strumenti di Vigilanza strutturale, la semplificazione pare più di tipo formale che sostanziale.

Chi ha avuto modo di lavorare con e dentro le banche, soprattutto di minori dimensioni, sa bene che il principio di proporzionalità cui doveva essere informata tutta l’attività di vigilanza e la relativa compliance(ovvero l’adesione alle regole) è stato più che altro enunciato ma mai effettivamente applicato, sia per il “profluvio regolatorio” di cui parla Colombo nel suo articolo, sia per la chiara volontà di BCE e Bankitalia di non mollare la presa sul sistema bancario, riducendo il numero dei competitor.

La semplificazione, in poche parole, consisterebbe nel fatto che gli “orientamenti di vigilanza” a differenza degli “atti aventi natura normativa” potrebbero essere disattesi in quanto non vincolanti, a condizione che la banca che usi modalità diverse dimostri che le stesse soddisfano le disposizioni di legge e regolamentari cui gli “orientamenti” stessi si riferiscono. La comunicazione di Bankitalia relativa alla semplificazione, d’altra parte, dimentica un piccolo-grande particolare, ovvero che lo strumento della moral suasion, da sempre insegnato in tutte le aule universitarie dove si parla del ruolo della Banca Centrale, non solo non passa mai di moda ma è stato sempre più utilizzato negli ultimi tempi. BCE e Bankitalia sanno come farsi rispettare ma, soprattutto, sanno come farsi ascoltare: io non semplificherei.

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Banca d'Italia Banche BCE

Modelli interni, esternalità negative.

Modelli interni, esternalità negative.

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La notizia che la Bce abbia messo in discussione i modelli interni di rating delle banche sulle quali vigila direttamente non dovrebbe di per se rappresentare una novità di cui stupirsi, poiché già nelle regole dettate da Basilea 2 (oramai abbastanza datate) si contemplava, nei cosiddetti pillar, la valutazione nel continuo dell’adeguatezza dei modelli stessi e la loro capacità di collegare effettivamente rischio e assorbimento di capitale. A suo tempo tutti i modelli di rating interni furono validati da Bankitalia, compreso quello di MPS: ed è verosimile che, così come nel caso di altre grandi banche obbligate a redigere un proprio modello, le maggiori società di consulenza nazionali ed internazionali abbiano contribuito alla costruzione.

L’ottimo Luca Davi, nel suo articolo di oggi sul Sole 24Ore, ci ricorda che spesso i rating erano/sono fatti per limitare al minimo l’assorbimento di capitale, ovvero che, come dimostrato dalla crisi finanziaria del 2007, la capacità di assorbimento delle perdite era nella pratica molto più bassa che sulla carta.

Solo che, ora come allora:

  1. i modelli erano stati validati dalla Vigilanza di Via Nazionale;
  2. i modelli obbedivano ed obbediscono alle leggi della statistica e della matematica, non dell’economia aziendale.

Sarebbe ora di mettere in discussione l’assunto che il merito di credito sia valutabile in base alla statistica e che la probability of default sia un mero accidente stocastico: sarebbe ora di tornare all’economia aziendale. Ma costa troppo, e non è cosa, in questo momento: e poi, soprattutto, si dovrebbe buttare al macero gran parte della produzione scientifica degli ultimi 20 anni.

Buon lavoro a tutti i robot che stanno per arrivare, auguri a chi rimane: cosa sarà lavorare in banca?

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ABI Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Giulio Tremonti

Nessuno tocca le Bcc (ci ha già pensato Visco).

Nessuno tocca le Bcc (ci ha già pensato Visco).

Bankitalia_ignazio-viscoIl tweet rassicurante del Presidente del Consiglio ieri sera “nessuno tocca le bcc”, appena terminato il Consiglio dei Ministri, è senza dubbio indirizzato a tutti coloro che paventavano una modifica della normativa in materia bancaria penalizzante per le banche di credito cooperativo. Il testo uscito dal Consiglio dei Ministri ha stralciato le norme in materia di bcc e dunque, per il momento, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Forse.

L’apertura di una falla sul fronte della difesa di banche “differenti”, poichè improntate su un modello mutualistico e non di mera ricerca del profitto per ora tocca sole le grandi popolari, costrette (malgré-lui? ne dubito…) a diventare società per azioni, dotate di un attivo superiore ad una certa soglia. Nei fatti sancisce, prima ancora che un disfavore del legislatore, un’incomprensione culturale, un essere fuori dal tempo che la mancanza di testimonianza e di valori realizzati ha aggravato. Non si comprende il perché debbano esistere banche di credito cooperativo, piuttosto si aderisce a Banca Etica, in nome di valori che si sente difettare, ma le piccole banche, le banche di prossimità sembrano passate di moda. Eppure non è così lontano il 2008, quando Giulio Tremonti, con il suo bacio della morte, lodava le “piccole-banche-che-continuano-a-fare-credito” contro le grandi e cattive banche, colpevoli del credit-crunch.

Sono passati quasi sette anni di crisi e le piccole banche stanno peggio di prima: le loro virtù -minori sofferenze sugli impieghi, migliore capacità di assistenza alla clientela, capacità di comprendere le esigenze delle Pmi- si sono volatilizzate, non contano più o, più semplicemente, non ci sono più. I numerosi commissariamenti di piccole banche proposti da Banca d’Italia ed eseguiti dal Mef senza batter ciglio si sono accaniti sulle Bcc senza che nessuno alzasse un dito per difenderle, a cominciare da quei genii del senso dell’opportunità della Lega Nord: ed è chiaro che l’obiettivo della Vigilanza, secondo il classico trade-off della teoria finanziaria, è la stabilità, a scapito dell’efficienza. Si potrebbe aggiungere che l’operato di Banca d’Italia segue il vieto e frusto paradigma (mai dimostrato), che la dimensione più grande incorpori i vantaggi della stabilità, dell’efficienza, delle economie di scala: ho cominciato a fare il professore studiando queste cose e ancora non ci cavo le zampe, ci sarà un motivo.

Infine: è persino doloroso assistere allo scempio del credito cooperativo operato dalla Vigilanza, nella totale assenza e/o indifferenza non appena dei referenti politici (già: quali?) ma, soprattutto, delle rappresentanze istituzionali, Abi e Federcasse. Ma se dei primi è spiegabile l’indifferenza, dei secondi è peccato mortale l’ignavia. Che nulla, nemmeno la volontà di sviluppare un nuovo modello associativo, calato dall’alto, può giustificare.

 

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Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo BCE Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Vigilanza bancaria

Default è quando Banca Centrale Europea dice (La misurazione del rischio di credito 3: quello che le imprese neppure lontanamente immaginano).

Default è quando Banca Centrale Europea dice (La misurazione del rischio di credito 3: quello che le imprese neppure lontanamente immaginano).

Vujadin-Boskov

Riassunto delle puntate precedenti: come si misura il rischio di credito? E cosa comporta tale misurazione nei comportamenti e nei rapporti bancari?
Dopo gli incagli oggettivi, le sofferenze oggettive: ovvero se ci sono criteri per rendere meno opinabile la constatazione dello stato di difficoltà temporanea, devono esisterne altrettanti per dichiarare lo stato di insolvenza irreversibile e conclamato.
In altre parole, la dichiarazione dello stato di insolvenza non a sentimento, non dopo un bel “parliamone”, non in una riunione del consiglio di amministrazione nella quale si dice che “però poi i suoi dipendenti sono “mutualizzati” da noi” o ancora “però così poi smette di pagare i fornitori”. No, semplicemente una bella definizione di default oggettivo, rispetto alla quale non resta che prendere atto che la posizione del cliente è da svalutare, portare a sofferenza etc…
Anche in questo caso, se ci si chiede la genesi di un simile provvedimento (per amor di precisione il tutto trovasi all’art.178, regolamento UE 575/2013) è facile rintracciarla nella ritrosìa delle banche –in questo sempre incoraggiate da imprese altrettanto restìe a prendere atto della realtà- a dichiarare lo stato di deterioramento di crediti derivanti da operazioni spesso nate male e proseguite peggio.
E poiché la discrezionalità in materia implica, molto semplicemente, la sostanziale falsità dei bilanci bancari e l’inconsistenza del patrimonio in rapporto ai rischi, meglio eliminare la discrezionalità.
Ecco come:
“Il default di un debitore:
1. Si considera intervenuto un default in relazione a un particolare debitore allorché si verificano entrambi i seguenti eventi:
a) la banca giudica improbabile che, senza il ricorso ad azioni quale l’escussione delle garanzie, il debitore adempia integralmente alle sue obbligazioni creditizie verso la banca stessa;
b) il debitore è in arretrato da oltre 90 giorni su una obbligazioni creditizia rilevante verso la banca (n.d.a.: ovvero è in situazione di incaglio oggettivo).”
E ancora:
• “la rilevanza di un’obbligazione creditizia in arretrato è valutata rispetto a una soglia fissata dalle autorità competenti. Tale soglia riflette un livello di rischio che l’autorità competente ritiene ragionevole;
• gli enti hanno politiche documentate in materia di conteggio dei giorni di arretrato (una banca popolata da genii, recentemente commissariata, si vantava di aspettare 99 rate di impagato per dichiarare l’incaglio NdA) Queste politiche sono applicate in modo uniforme nel tempo e sono in linea con i processi interni di gestione del rischio e decisionali dell’ente”.
Inoltre, a parte ovviamente incagli, fallimenti e ristrutturazioni del debito con saldo e stralcio, si ha default quando:
• “la banca riconosce una rettifica di valore su crediti specifica derivante da un significativo scadimento del merito di credito successivamente all’assunzione dell’esposizione (traduzione dell’autore: bisogna monitorare il credito, sempre, e soprattutto bisogna evitare che scada…);
• la banca cede il credito subendo una perdita economica significativa”.

Infine, tanto per non dimenticare che il merito di credito non è un’opinione, la stessa direttiva disciplina all’articolo 179 “i requisiti generali per il processo di stima”, e in particolare, stabilisce che:
• “Le stime di basano sull’esperienza storica e su evidenze empiriche e non semplicemente su valutazioni discrezionali (…) Quanto più limitati sono i dati di cui dispone una banca, tanto più prudente deve essere la stima”.

L’ultimo punto merita un piccolo commento, rimandando altre considerazioni alla prossima puntata.
Esperienza storica ed evidenze empiriche fanno rientrare dalla porta l’analisi fondamentale, quella che i rating avevano scacciato nelle grandi banche e quella che la conoscenza diretta (e la storicità del rapporto) avevano fatto accantonare nelle piccole.
Non solo: appare evidente come la conoscenza del cliente non possa che essere fondata su dati (bilanci, performance, etc…) e non su mere opinioni di confidenza: “In Dio infatti noi confidiamo, ma tutti gli altri ci portino dei dati”, ci ricorda uno studioso USA.
Ne deriva che (chissà se di queste cose Sebastiano Barisoni ne parla a Radio 24?) minori sono i dati disponibili, scarni i bilanci e semplificate le contabilità, minori dovranno essere i rischi assunti: in altre parole, le idee le finanzi qualcun altro.

(segue: la puntata precedente è stata pubblicata il 1 luglio 2014)

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ABI Analisi finanziaria e di bilancio Banca d'Italia Banche Bolla immobiliare Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Vigilanza bancaria

Alibi.

Alibi.

Matteo_Renzi Matteo Renzi mi piace. Alle “prime” primarie, quelle dove perse con Bersani, lo votai pure. Mi piace quel che dice, avverto sintonia con gran parte dei suoi intendimenti, potrei pure rivotarlo alle politiche. Premesso che il Presidente del Consiglio non necessita dei miei inutili endorsement, quella frase sulle “banche che non hanno più alibi” continua a farmi pensare. Mi fa pensare perché mi sarei aspettato che Confindustria la cavalcasse immantinente, mentre Squinzi si è messo a dire che le imprese hanno salvato l’Italia. Gli ri-chiedo (l’ho già fatto retoricamente su twitter): quali? Quelle che hanno comprato il terzo capannone mentre ne avevano già due anzichè investire in tecnologia? Quelle che si lamentano dello Stato che non paga e poi però tengono i trentenni come co.co.pro. per anni? Forse Squinzi non è interessato. L’ABI, allora: forse l’ABI, per bocca del suo ineffabile presidente Patuelli o di qualcun altro. No, l’ABI ci ha tenuto a far sapere che la domanda di mutui è in ripresa: non sappiamo per comprare cosa, probabilmente “garanzie” che nel frattempo si sono certamente ri-valutate e che così diventano di nuovo liquide. All’ABI di Renzi non interessa. La Banca d’Italia? La relazione del Governatore è stata una delle più modeste degli ultimi anni, persino umiliante per il prestigio dell’Istituto quando afferma che gli interventi effettuati per crisi bancarie riguardano l’1% del mercato. Alla Banca d’Italia, a quanto pare, importa la corretta “classificazione a voce propria”, ovvero che gli incagli siano chiamati col loro nome e così le sofferenze. Non importa la cura per il credito deteriorato, ma che la febbre sia ben misurata.

L’impressione è che la frase del Presidente del Consiglio, certamente scaltra sotto il profilo politico e del consenso, sia caduta in una sorta di terra di nessuno. Una no man’s land sospesa da una parte tra banche (purtroppo e soprattutto locali) che ancora oggi dicono di voler portare a casa ricavi da servizi ma non facendo consulenza alle Pmi sulla gestione del fabbisogno, bensì vendendo polizze, carte di credito e fondi di investimento (e il margine di interesse? e la remunerazione della raccolta? e il fare banca per davvero?) E dall’altra tra imprenditori -o presunti tali- che continuano a chiedere denari per aprire bar, tabacchini, pubblici esercizi, edicole, ed altre ignobilia del terziario arretrato. Senza mai mettere un soldo. Senza calli nelle mani, mai, neppure in prospettiva. Oppure rinviando l’affronto dei problemi, quasi sempre economici e mai finanziari, come ormai accade da 7 anni.

Le banche non hanno più alibi. Ma a quanto pare, hanno molti complici.

 

 

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Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI

(D.O.R.) Diversamente Orientato al Rientro.

(D.O.R.) Diversamente Orientato al Rientro.
Lost_images

Ricevo e pubblico: come se l’avessi scritto io, ma molto meglio. Grazie.

(…)  Ma come chiama sé stesso chi non si professa “rientrista” ? “non rientrista” ? “sconfinista” ? “moratorista” o, in versione politically correct, “diversamente orientato al rientro? ” (D.O.R.).
Proviamo a tracciarne un profilo.
E’, per costituzione fisica e mentale, un semplicista; per lui Riccardo III era: “un gobbo sempre incazzato”; La Ricerca del Tempo Perduto: ” Come La Grande Bellezza, ma più lunga…“
La sue istruttorie, alla voce “Motivo della Richiesta” o “Natura del Fabbisogno” vengono invariabilmente compilate con un frettoloso “Liquidità”. La Capacità di Rimborso? Se la cava con un: “presente”. Autofinanziamento? Preferisce ignorare la richiesta.
Vittimista, è perennemento afflitto dalla sindrome della Cittadella Assediata. Il suo nemico non è, come dovrebbe essere, il Rischio di Credito, ma un’entità arcigna ed astratta definita genericamente “la Sede” ( o, spesso, come in Lost, “Loro”). Dentro le mura, oltre a sé stesso, vengono difesi anche i clienti, considerati, anziché partner d’affari, amici e sodali.
Gli uni e gli altri sopravvivono frugalmente attingendo a scorte di caffè, camparini e olive in salamoia, consumati al banco dei numerosi bar della cittadella, presso i quali si invitano a vicenda, fra strette di mano e pacche sulle spalle.
Il D.O.R. è astuto. Quando l’Ufficio Fidi o il controllo andamentale attacca una sua posizione affidata, sconfinante o in mora dai tempi in cui potevi comprare una 127 nuova, alle 8 lo trovi a presidiare la Direzione Generale. Sfodererà il suo repertorio di scenari apocalittici. Finale, scontato: “di questo passo dovremo chiudere la filiale”. La concessione di una moratoria è assicurata.
Può essere , anche, pericoloso. A volte, infatti, qualche D.O.R. approda alla direzione di un Ufficio Fidi.
La sua cultura e natura sono, però, insopprimibili. La sempre auspicabile dialettica fra Rete Commerciale e Uffici Tecnici scompare. La qualità degli impieghi si deteriora. Gli uffici addetti al Controllo Andamentale assumono interinali. Non importa siano specialisti di analisi andamentale. Basta una alfabetizzazione media, che consenta loro di scrivere con disinvoltura la parola “incaglio”.
Inevitabilmente, arriva una ispezione della Banca d’Italia. Gli Ispettori riconoscono i D.O.R. a pelle. Incontrarne uno li mette di buon umore. Sanno che si divertiranno. Negli occhi si accende la scritta “dubbi esiti” e vanno via di svalutazione. Quando il CDA gli comunicherà che è funzionario di una banca che chiude in perdita, il D.O.R. reagirà con lo stesso atteggiamento di una signora al ristorante al momento della presentazione del conto: gurdando da un’altra parte.
Perché esitono i D.O.R. ?
Siccome il finale deve essere serio, prendo in prestito un frammento dell’ Intervento di Carmelo Barbagallo Capo del Dipartimento di Vigilanza Bancaria e Finanziaria al convegno “L’impresa bancaria: i doveri e le responsabilità degli amministratori”:
“incentivi ad amministratori e ad altre figure aziendali (cd. risk takers) distorti da prassi di remunerazione non ben collegate ai rischi e all’andamento non di breve periodo dei profili economico-patrimoniali e di liquidità della banca. Le lacune si sono riflesse sugli assetti organizzativi e di monitoraggio degli intermediari: sistemi di gestione e controllo dei rischi frammentati e incompleti; flussi informativi poco tempestivi e affidabili.”

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Banca d'Italia Banche Banche di credito cooperativo Crisi finanziaria Indebitamento delle imprese PMI Unicredit

Da dove cominciamo?

Da dove cominciamo?

federico_ghizzoniCi sono due domande che mi sento rivolgere quasi ogni volta che mi capita di parlare in banca di credito deteriorato. La prima è praticamente automatica ed arriva dopo avere detto che occorre porre mano alle posizioni incancrenite, quasi sempre appartenenti a “clienti storici”, “nominativi sperimentati”, “gran lavoratori”, “ottima moralità”: come facciamo a dirglielo? Risposta: in italiano.

La seconda domanda, che segue lo sconcerto nell’apprendere che la lingua italiana è ricca di espressioni per dire ad un cliente insolvente che deve rientrare è, invece: da dove cominciamo? Anche oggi ho risposto con un’ovvietà: dai peggiori. D’altra parte, persino un’idiota capirebbe che mettere a rientro i migliori non è cosa, così come non funziona, nel dubbio, il lasciare tutto com’è. Soprattutto nelle piccole banche, dove il localismo viene troppo spesso scambiato per assistenzialismo, è naturale che non ci si decida, in particolare se si è sempre deciso di non decidere, ma le regole di Basilea 3 e le ispezioni di Bankitalia urgono, dunque si deve scegliere. Sul tema sarà opportuno ritornare, perché il ruolo delle banche come “agenti della contabilità sociale” di schumpeteriana memoria non può essere troppo a lungo tralasciato: diversamente sarebbero vuota retorica le frequenti invocazioni al mercato proprie di tanti che, tuttavia, al momento di staccare la spina si distinguono per doti insospettabili di misericordia economica.

Tant’è. Ma quanto comunicato da Unicredit, i cui conti sono stati affossati da accantonamenti per 13,7 miliardi (+46,8 miliardi su base annua) dimostra due cose, ovvero a)-che si può fare pulizia nei conti: b)-che dai conti ripuliti si può ripartire per generare reddito, perlomeno nelle intenzioni. Riporta Il Sole 24Ore che “per quanto riguarda il Piano Strategico 2013-18, che prevede un utile netto di 2 mld nel 2014 e di 6,6 mld a fine periodo, questo «è basato su fondamentali solidi, una forte cultura del rischio e uno scenario macro-economico in miglioramento» ha sottolineato Ghizzoni.”
C’è, soprattutto, una componente fortissima di riduzione dei costi del personale nel piano strategico di Unicredit, e questo non può essere dimenticato (nemmeno dalle imprese alla ricerca di una banca di “relazione”: non si fanno relazioni senza il personale); al contempo, intervenire sui costi operativi e sulla famigerata voce 130 del conto economico delle banche libera patrimonio ed aiuta il reddito solo se tali azioni sono accompagnate dalla volontà di sostenere le imprese, attraverso quella “forte cultura del rischio” menzionata da Ghizzoni. La sfida raccolta da Unicredit, in anticipo su molti concorrenti, consiste allora nel sapere gestire le relazioni con meno personale ma più preparato, più attento al rapporto con il cliente e maggiormente in grado, almeno sperabilmente, di valutarne correttamente il fabbisogno finanziario. Se Unicredit non tornerà a vendere derivati, come ai tempi di Profumo, la sfida lanciata con la pulizia dei conti ed i progetti per il dopo riguarda non solo le altre banche, ma tutto il sistema delle imprese, chiamato a scegliere e a farsi scegliere da finanziatori inevitabilmente più selettivi: nella consapevolezza che l’asticella, rispetto al passato, è molto, molto più in alto.

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Banca d'Italia Banche Vigilanza bancaria

Come una sentenza.

Come una sentenza.

The good the bad and the ugly_2 Un articolo di Maximilian Cellino sul Sole 24Ore di ieri rammenta a tutti che dal primo gennaio è entrata in vigore “Basilea 3”, ovvero l’insieme di regole che mutano il quadro regolamentare riguardo ai rischi che le banche possono assumersi. Coerentemente all’impostazione del giornale per cui scrive (ed a tante filippiche ascoltate su Radio 24, per esempio da parte di Sebastiano Barisoni) Cellino dipinge un quadro molto pessimistico, nel quale è facile riconoscere un colpevole, il regulator (ed i politici in generale) ed una vittima designata, ovvero le Pmi. Basilea 3, alla stregua di una sentenza già scritta, condanna le Pmi al credit crunch, con tutte le conseguenze immaginabili. Può essere certamente così, anche se le stesse preoccupazioni, più di dieci anni fa, occupavano le pagine dei giornali riguardo a Basilea 2 e poi quello che accadde fu credito più facile per tutti. Le imprese talvolta sembrano avere la memoria corta: quando invocano più mercato e più selezione dimenticano (forse?) che la selezione riguarda anche il merito di credito, ovvero la capacità di reddito e di rimborso. E che sostenere aziende decotte, da parte delle banche, sottrae risorse a quelle sane e falsa il mercato. Riparliamone.

Buon 2014.

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Banca d'Italia Banche Crisi finanziaria Vigilanza bancaria

Partite di giro (dei debitori).

Partite di giro (dei debitori).

A Urbino, nella città dove lavoro, esiste una via intitolata Giro dei Debitori, denominazione sulla quale qualche Collega docente di Storia potrebbe illuminarmi. A intuito posso immaginare che fosse adibita al pubblico ludibrio ed alla riprovazione di coloro che non pagavano, appunto, i loro debiti, portati in giro per la pubblica via. Periodicamente, in una sorta di giro concettuale, ritornano proposte per sanare il debito pubblico incentrate sulla Banca d’Italia, partendo dalla lontana idea prodiana (ma non solo) di utilizzare le riserve auree di Via Nazionale fino all’ultima, quella della rivalutazione delle azioni dell’ex-banca centrale in possesso delle banche.

Già: perché nonostante la legge di riforma della Banca d’Italia approvata nel 2005 prevedesse che le azioni dell’istituto fossero trasferite dalle banche al Tesoro (anche per porre rimedio all’incresciosa situazione per cui il controllo del Vigilatore è in mano, almeno formalmente, ai vigilati) non se n’è mai fatto nulla. Per l’ovvia ragione che mancavano i fondi e le banche non erano, giustamente, disposte a privarsi di un valore patrimoniale importante senza ricadute sul conto economico. Tant’è. Ora si vuole rivalutare in capo alle banche, che rimarrebbero così proprietarie del loro regulator nazionale, proprio quelle azioni che la legge del 2005 prevedeva fossero trasferite al Tesoro, al fine di poter tassare di più e meglio le banche, che non riuscendo a fare utili per vie normali, li farebbero per vie contabili. Ottenendo il paradossale risultato di rafforzare, ma solo contabilmente, quel patrimonio di vigilanza che Banca d’Italia, a furia di ispezioni e commissariamenti, sta sistematicamente demolendo. Partite di giro.