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Crisi finanziaria Disoccupazione Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI USA

Il faut toujours épater le bourgeois (*).

Il faut toujours épater le bourgeois (*).

In un articolo comparso su Italia Oggi si menziona, sin dal titolo, che serve, appunto, a stupire a buon mercato, uno degli effetti più devastanti non già del Covid-19, quanto piuttosto della legislazione emergenziale che ne è seguita, soprattutto il famoso Decreto Liquidità. Ovvero, l’improcedibilità dei fallimenti, il divieto di licenziare, l’estensione sino agli estremi confini della terra della Cassa Integrazione, la dichiarata impossibilità di mettere a sofferenza posizioni della clientela da parte delle banche e così via.

Il fallimento, anzi, la liquidazione giudiziale, come lo definisce il codice delle crisi d’impresa, la cui entrata in vigore è stata posticipata a settembre 2021, non è solo una punizione per i reprobi, un castigo divino, una distruzione morale e materiale: senza voler imitare gli USA, la nostra legislazione, che pure dal 2005 mira a recuperare, salvare, proteggere anche i valori dell’azienda, deve fare il lavoro sporco di “ripulire” il mercato dai cadaveri, evitando, insieme con le banche, che si decompongano e “infettino l’aria” e coloro che ancora sono sani. Che i fallimenti si siano dimezzati non è affatto un buon segnale, né per le casse dello Stato -che nel frattempo ha pagato stipendi a gente che non lavorava in imprese sostanzialmente fallite- né per quelle delle banche e, che piaccia o no, neppure per le imprese: perché qualcuno che non avrebbe dovuto ha continuato a vivacchiare, ai margini del mercato, impedendo al mercato di funzionare, probabilmente senza neppure pagare i fornitori.

Purtroppo, dall’articolo di Italia Oggi, emerge una sola certezza, al di là del titolo davvero deplorevolmente ingannevole (si fa informazione anche con i titoli), ovvero che il dopo sarà peggio, i fallimenti più dolorosi, le crisi d’impresa più devastanti, il credito deteriorato maggiore di prima, perché, oltretutto, qualcuno che non avrebbe dovuto avrà comunque ottenuto qualche prestito garantito FCG. Nel frattempo, i bilanci al 31.12.2019 sono sempre “provvisori”, i business plan sono fantasie di consulenti e, come ho potuto ascoltare in un webinar settimana scorsa, le banche sono un fornitore come un altro, e quindi bisogna scegliere quella che fa pagare di meno, “mettendole in concorrenza (sic)“. Tante care cose.

(*) Dall’enciclopedia Treccani: locuz. fr. (propr. «sbalordire il borghese»). – Meravigliare a buon mercato la gente, con parole e affermazioni paradossali, con atteggiamenti anticonformistici o spregiudicati, per il gusto di stupire e scandalizzare.

 

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Banche Oro Strumenti finanziari USA

Prof, che ne pensa degli ETF?

Prof, che ne pensa degli ETF?

Tra i motivi di questa “mutazione” probabilmente è probabile che ci sia anche il boom degli Etf: il successo di questi strumenti finanziari è sbalorditivo e da mesi comporta una domanda di oro senza precedenti da parte delle società emittenti, che forse sta diventando difficile da soddisfare.

Solo nel mese di luglio gli Etf hanno accumulato oltre 160 tonnellate di metallo, da inizio anno ne hanno messe da parte quasi 900 tonnellate, calcola il World Gold Council (Wgc): volumi paragonabili a metà della produzione mineraria nello stesso periodo e superiori a quelli dell’intero 2009, anno record (finora) per gli Etf sull’oro.

La fame di oro degli Etf è così grande che da sola potrebbe mettere in crisi il sistema. Almeno un’emergenza si è già verificata quest’anno, quando l’Spdr Gold Trust, il maggiore Etf del mondo sul metallo giallo, ha dovuto procurarsi lingotti prendendoli “a noleggio” dalla Bank of England (col rischio peraltro che lo stesso oro sia stato conteggiato due volte, nelle riserve auree britanniche e nel patrimonio dell’Etf).”

Sissi Bellomo, Il Sole24Ore.com

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Banche Oro

L’amico Putin.

L’amico Putin.

(…) A colpire gli americani fu, nel 2017, la storia del ricchissimo oligarca russo Leonid Mikhelson, 64enne fedelissimo del presidente Vladimir Putin, la cui compagnia energetica Novatek era sotto le sanzioni degli Stati Uniti. Secondo Forbes, la ricchezza personale di Mikhelson nel 2019, si aggirava intorno ai 27 miliardi di dollari. Il principale partner commerciale di Mikhelson era il 67enne Gennady Timchenko, altro caro amico di Putin, titolare di Volga Grou. Sempre secondo Forbes il patrimonio personale è attualmente di circa 18,8 miliardi di dollari. I due uomini d’affari erano i principali investitori di Sibur, una società russa di trattamento del gas.

La banca dello Utah, attraverso il suo corporate trust, aveva fatto da scudo, permettendo così a Mikhelson di registrare segretamente nel 2013 un jet privato negli Stati Uniti. In altri termini nessuno poteva sapere quale fosse il reale beneficiario dell’aereo (la stessa Bank of Utah disse di esserne ignara) e del resto il sito web dell’istituto di credito prende ancora oggi le “distanze” dagli aerei che registra a suo nome, notando che il suo unico ruolo è quello di trustee. «In qualità di proprietario fiduciario, la Bank of Utah non mantiene il controllo operativo di nessuno degli aeromobili di proprietà del trust, ma trasferisce tale controllo a un operatore o a un locatario tramite un accordo scritto».

Roberto Galullo, IlSole24Ore.com, 8 luglio 2020

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Alessandro Berti Analisi finanziaria e di bilancio Banche Crisi finanziaria Fabbisogno finanziario d'impresa Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela Università USA

Chi non ha sensibilità, non ha etica (Su etica e professione).

Chi non ha sensibilità, non ha etica (Su etica e professione).

In una società in crisi economica e sociale: il ruolo del commercialista.

Il codice deontologico

Relazione a cura del

Prof.dr.Alessandro Berti

Associato di Tecnica Bancaria ed Economia degli Intermediari Finanziari

Scuola di Economia

Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”

 

Buongiorno a tutti.

Ringrazio anzitutto l’Ordine che mi ha invitato, nella persona della Collega Silvia Cecchini, dandomi l’opportunità di riflettere, per preparare questa mia relazione, su un tema così importante. Ringrazio ognuno di Voi che, in queste giornate così convulse, come da tradizione, ha deciso di investire un po’ del proprio tempo per condividere queste riflessioni.

Mentre pensavo all’ordine del mio intervento, avevo ben chiare due affermazioni, che ho spesso sentito riecheggiare nella mia esperienza ma che, per la prima volta, ho udito in un’aula dell’Università Cattolica, quando ero matricola a Economia.

Non c’è ideale al quale possiamo sacrificarci, perché di tutti noi conosciamo le menzogne, noi che non sappiamo cosa sia la verità.” Così si esprime André Malraux, sottolineando una vera e propria disperazione rispetto alla propria impotenza etica.

E Franz Kafka afferma: ”Anch’io come chiunque altro ho in me fin dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscito a spostare. Ce l’ho ancora questo centro di gravità, ma in un certo qual modo non c’è più il corpo relativo.” Il che è come dire che l’uomo ha un’esigenza di significato unitario, per sé e per le cose che fa, per tutto, ma che la vita è distante dall’ideale, il “corpo relativo”, appunto, è altrove.

Perché parlare di ideale, se in finale dobbiamo semplicemente discutere il significato (penso che usare il verbo “illustrare” sarebbe offensivo per ognuno di Voi, quasi che io, pure iscritto all’Albo, debba spiegare a dei Colleghi un elemento così importante del proprio lavoro e della propria appartenenza professionale) di un codice il cui scopo è sintetizzato nella definizione di deontologia, ovvero un neologismo coniato dal filosofo inglese J. Bentham, che appare per la prima volta nel 1834 in un suo trattato postumo; dal greco: [deon] dovere e [logos] discorso, studio. Ovvero, ad essere letterali e riduttivi, un insieme di regole comportamentali.

La deontologia parte dal presupposto che il fine non giustifica i mezzi, ma che il fine è il mezzo. La questione sarebbe ingiustamente relegata a codici etici per professioni ad elevato rischio morale –psicologi, medici, avvocati-  che pure offrono un campo amplissimo di indagine, se non si tenesse conto che essa sorge sulla base di un presupposto molto più grande.

Il presupposto di tutto sta come sempre nella libertà individuale (e per conseguenza nella posizione di potere che questa attribuisce a chi esercita una determinata professione), ponendo la necessità di un fondamento etico che stia a monte del libero arbitrio del singolo. Ho detto fondamento etico, e non regole, di proposito: più avanti spiegherò il perché.

Quale sia il fondamento etico del nostro codice, ciò che ci viene proposto dall’Ordine Nazionale (secondo me ad un livello minimo, elementare: che non significa ridurne la portata, ma semplicemente porre la questione della responsabilità personale, che va ben oltre il rispetto di tale livello minimo di regole) è ben sintetizzato nell’articolo 5, che mi permetto di rammentarvi:

 

Articolo 5

INTERESSE PUBBLICO

1. Il professionista ha il dovere e la responsabilità di agire nell’interesse pubblico.

2. Soltanto nel rispetto dell’interesse pubblico egli potrà soddisfare le necessità del proprio cliente.

Il tema dell’interesse pubblico coincide, a mio parere, con quello che mi sembra più rispondente al sentire di ognuno, non appena in questa fase storica ma più in generale, del bene comune. È facile individuare, agli antipodi del bene comune, il bene individuale o meglio, l’esasperazione della soddisfazione di quest’ultimo, l’individualismo.

“L’individualismo” -afferma Juliàn Carròn in un intervento del 2009- “è un tentativo di risolvere i problemi vecchio come l’uomo, implicando il rapporto tra il proprio bene e il bene altrui, la tensione tra io e comunità. Il fatto di non vivere da soli, bensì di essere sempre all’interno di una comunità, ci costringe a decidere in continuazione il modo di affrontare questo paradosso.

Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus.

Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.

Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il “lupo” che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere. Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti, malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza regole per ammaestrare i lupi. Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri. Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo.

In questo la modernità dimostra ancora una volta la mancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria. Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo. Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.” (J.Carròn, 2009)

Vi sono numerosi esempi di quanto affermato da Carròn, a partire dal più elementare, e drammatico, di tutti: la pena di morte, negli Stati degli USA dove è in vigore, non ha eliminato il crimine, né lo ha disincentivato. La più severa sanzione posta a tutela delle regole, la perdita della propria vita, non impedisce che l’uomo possa violarle.

Ancora, e venendo ad esempi più vicini alla sensibilità di chi è presente oggi, alla sensibilità di chi deve paragonare etica ed affari quotidianamente: le pene, per certi versi bizzarre (ergastoli plurimi, condanne secolari), ancorché severissime in vigore negli USA (45 anziché 150 anni di galera, come nel caso rispettivamente di Kenneth Lay –Enron- e di Bernie Madoff, truffatore da 47 mld. di €) non impediscono che si commettano reati finanziari. E Worldcom, con il fondatore Bernie Ebbers che a 63 anni ne prende 25 di galera, ovvero l’ergastolo, non è da meno.

Lo scrittore inglese G.K.Chesterton affermava che “l’errore è una verità impazzita.” L’individualismo, sotto questo profilo, risponde alla definizione chestertoniana, laddove esaspera, mettendola al primo posto, la ricerca di benefici individuali, anche a scapito del benessere collettivo, danneggiando altre persone o i loro beni.

Alcuni esempi, tratti dall’esperienza di un lavoro, quello che svolgo personalmente, spesso giocato nella terra di nessuno che sta tra la banca e l’impresa, tra il finanziatore e il debitore. Penso che parlare della propria esperienza personale valga più di mille esempi teorici, perché fa riferimento a qualcosa che si conosce direttamente.

Personalmente mi occupo di modelli per la valutazione del rischio di credito e di analisi del merito di credito, lavorando prevalentemente dal lato bancario nell’esame di situazioni aziendali sovente borderline, ovvero squilibrate sia sotto il profilo economico, sia sotto quello finanziario. In tale veste vengo spesso in contatto con documenti contabili la cui rispondenza ai requisiti di verità, chiarezza e precisione è del tutto inverosimile. È altrettanto frequente che, nel corso di seminari o di corsi di formazione, soprattutto in banca, ma anche nell’ambito di consessi imprenditoriali, si verifichino discussioni, in sede dell’analisi di casi aziendali, nelle quali il dottore commercialista, o presunto tale, sia chiamato in ballo con frasi del tipo: “La colpa se hanno così tanti debiti è dei commercialisti, che li hanno convinti a scaricare gli interessi passivi” oppure ancora “Sono i commercialisti che fanno i bilanci e sono loro che li presentano in banca”. Tralascio i commenti e le facili ironie, perché penso che sia opportuno riflettere ulteriormente, e proprio a partire dalla deontologia applicata, se volete, in modo pedestre.

Nella veste di consulente di alcune banche, peraltro, mi è capitato spesso di ascoltare, nell’ambito di riunioni di Consigli di Amministrazione o in altre circostanze, frasi del tipo: “Non possiamo andare contro i commercialisti, soprattutto se sono nel collegio sindacale: e poi rischieremmo che portino i loro clienti in un’altra banca”. La crisi si è incaricata, progressivamente ma inesorabilmente, di incrinare questa concezione improntata ad un rapporto banca-impresa incentrato esclusivamente sulla copertura del fabbisogno, anziché sulla sua valutazione in termini di natura, qualità e durata (secondo gli insegnamenti del mio Maestro, mio e Vostro Collega, il caro prof. Attilio Giampaoli, mancato proprio quest’anno): ma resta tuttora diffuso un atteggiamento che vede nella sola ricerca di finanziamenti a tutti i costi l’unico problema da risolvere per tante imprese in difficoltà.

Valga un esempio fra i tanti. Un’impresa “storica”, da molti anni sul mercato all’ingrosso dei prodotti casalinghi in plastica, con margini operativi in progressiva diminuzione, ha visto improvvisamente flettere il fatturato del 25%, causa concorrenza estera. Facile arguire che, a seguito di tale contrazione, il risultato operativo sia diventato negativo e con esso sia venuto meno l’equilibrio economico e di conseguenza quello finanziario: a causa di tali circostanze, una delle principali banche italiane ha ridotto le proprie linee di credito di circa 6 mln. di € (l’azienda era peraltro già sovra-indebitata, con un debito pari a circa il 50% delle vendite, evidentemente eccessivo per il settore).

Il piano di salvataggio, presentato da un noto studio professionale associato nel nordest, contemplava le seguenti ipotesi:

·   richiesta di nuove linee di credito per cassa, sostitutive, per circa 6 mln. di €, da erogarsi immediatamente da parte delle altre banche;

·promessa di vendere, tramite incarico irrevocabile, due capannoni vuoti (ovviamente poiché nel frattempo ne era stato realizzato/acquistato un terzo molto più grande ed altrettanto inutile) ad un prezzo quasi coincidente con la nuova linea di credito sostitutiva;

·rientro dell’esposizione e “ripristino della continuità aziendale”.

 

Posso giudicare del piano che vi ho sommariamente descritto unicamente in base a quanto mi è stato mostrato da una delle banche delle quali ero e sono consulente. Ma non vi era, in alcun modo, la benché minima menzione di quali aspetti, sotto il profilo economico e reddituale, fossero stati individuati per agire su di essi al fine di ripristinare l’equilibrio economico: evidentemente assente a prescindere dal rientro, solo sperato, rispetto al nuovo fido di cassa. Il piano non aveva alcun requisito di sostenibilità, apparendo, come in realtà era, unicamente un escamotage per ottenere nuova finanza, attraverso i buoni uffici di uno studio prestigioso: non si prospettava alcuna possibilità di ritrovare l’equilibrio economico che anzi, a ben guardare, sarebbe mancato già alla fine dell’anno in corso, a prescindere dalla vendita dei cespiti. Che ne è della deontologia, in questo caso? Che concezione della crisi d’impresa sottende un intervento professionale teso, né più e né meno che prima della crisi, a trovare nuova finanza? Quanto c’è di accondiscendente in un rapporto professionale che si esplica in piani di ristrutturazione (senza offesa per i piani) di questo tenore ed evita accuratamente di guardare in faccia la realtà per quella che essa è, ovvero che l’impresa è decotta ed occorre non appena nuova finanza, ma un piano di risanamento che contempli tagli, sacrifici, ripensamenti profondi della filosofia aziendale?

Potrei andare avanti, raccontando di aziende palesemente indebitate ultra vires, la cui unica preoccupazione, condivisa purtroppo con il commercialista, non era quella di ritrovare la strada maestra dell’equilibrio economico e finanziario, ma quella di trovare nuova finanza. Ovvero, di trovare debiti nuovi, e maggiori, per pagare quelli vecchi. Nel mese di giugno ho visitato una banca nella quale non mi recavo, per consulenza, da circa 7 anni. Con l’occasione ho chiesto loro notizie di un cliente al quale io stesso avevo fatto visita, per spiegare, da terzo esterno e non coinvolto, che l’indebitamento che avevano era insostenibile (una volta e mezzo il fatturato, naturalmente con un bel capannone nel mezzo: ma si sa, si scarica il capannone, gli interessi passivi, tutto è scaricabile, quindi tutto è buono…). I debiti, allora pari a 1,2 mln. di €, erano lievitati a 3,5 mln. di €: e non riesco a darmi risposte, se non quelle della cecità più bieca e schematica, di come ciò sia potuto accadere. Nessuno ha goduto di quei maggiori debiti, che ora, molto più di prima, strangoleranno l’imprenditore, la sua famiglia e, in proporzione, i conti della banca in questione: l’imprenditore è sopravvissuto a sé stesso, indebitandosi per mangiare, non certamente per vivere alla grande. A chi è servito tutto questo? E chi, se non il commercialista, avrebbe potuto fermare questo degrado?

Difficilmente avrebbe potuto lo stesso commercialista, peraltro, che nel piano presentato 7 anni prima e rifiutato formalmente dalla banca (ma poi accettato nei fatti), spiegava che il fatturato, pericolosamente in bilico, si sarebbe poi ripreso crescendo del 50% all’anno nei tre anni successivi. In che modo? Mistero.

Così come è un mistero che tuttora mi accada, ed anche di recente in una primaria azienda della provincia, di essere richiesto di fare una consulenza, un check-up aziendale in sintesi, su dati aziendali palesemente falsi, soprattutto per quanto riguardava il magazzino. Sconsigliabile, con il sottoscritto, trattandosi del mio pane quotidiano. Ma non tanto per la vicenda in sé, evidentemente assurda, quanto piuttosto per il prosieguo: il lavoro non si è mai concluso e la consulenza non è mai stata erogata perché il dato del magazzino, depurato dell’alterazione contabile, non mi è mai stato comunicato. La rinuncia all’incarico non è tristemente necessaria, sarebbe un’ovvietà affermarlo: il retrogusto amaro che ti rimane è quello di una visione talmente distorta della realtà da divenire essa stessa più vera del vero, al punto che, come in un social network di moda qualche anno fa, Second Life, si può immaginare qualunque cosa, purché lontana dal reale.

Cito ancora un caso. In una banca del Centro-Sud ci è stato chiesto una consulenza in termini di assessment sulla qualità del processo del credito. Abbiamo proceduto verificando l’intero processo, dalla fase istruttoria, a quella dei controlli, controllando anche i compiti del Collegio Sindacale. La verifica dell’attività svolta dal Collegio ha condotto alla conclusione imbarazzante che il Collegio stesso, in una banca, non in un’impresa qualsiasi, si limitava, letteralmente, alle verifiche trimestrali. Il problema non è stato tanto nell’evidenza tecnica di quanto analizzato, quanto piuttosto nel modo di condividerlo. Il consiglio di amministrazione (composto da altri Colleghi) non ha ritenuto di dover prendere atto ufficialmente di quanto emerso nella consulenza, chiedendo piuttosto al sottoscritto di condividere il giudizio stesso, con i membri del Collegio. Cosa che ho accettato –non so quanto correttamente sotto il profilo deontologico- solo a patto di poter esprimere integralmente il mio giudizio ai Colleghi. Vi lascio immaginare l’imbarazzo: ma credo che il silenzio sarebbe stato ben peggiore.

Se l’educazione è essere introdotti alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, tutte queste storie ci insegnano che è mancata la volontà di educare. Non di insegnare, non di ammaestrare, di ammannire consigli impancandosi a sapientoni: educare, ovvero essere responsabili, in termini di giudizio che qualcuno dà sulla realtà. Conosco la facile battuta su “Chi sa fa, e chi non sa insegna” e proprio perché la conosco non la sopporto, perché fa fuori tutta la fatica di chi, invece, si coinvolge nella fatica di stare di fronte alla realtà.

Ma se è vero che ci sono clienti che non si muovono di un passo senza prima avere fatto una telefonata, forse è proprio degli altri che dovremmo sentirci maggiormente responsabili, senza pensare che tutto si esaurisca in una parcella pagata. E se provassimo ad immaginare, proprio ora, proprio ora che c’è la crisi, ed in maniera così violenta, che il compito del commercialista sia, letteralmente, “educativo”, ovvero capace di introdurre alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, senza edulcorarla, alterarla, stravolgerla, ma soprattutto, appunto, senza eliminarne nessun pezzo?

Si badi bene, non sto sottovalutando l’importanza del lavoro. Ma mi chiedo quanto siano compatibili col decoro della professione non certi onorari, quanto piuttosto i contenuti di certe prestazioni, come quelle svolte dagli anonimi Colleghi di cui sopra. Che vengono svolte, ricordando la frase di Kafka con cui ho iniziato, letteralmente senza alcun centro di gravità.

Credo allora di poter condividere con voi una conclusione, sicuramente non l’unica, e per la brevità dei tempi e per l’inadeguatezza del relatore che avete scelto. Mi piace concludere ricordando quello che, tra tante altre cose, mi ha insegnato un Maestro dei tempi dell’Università Cattolica, Mons.Luigi Giussani: Egli sosteneva che “chi non ha sensibilità non ha etica”. Io credo che in queste parole si possa ben riassumere il senso della mia riflessione odierna, che vorrei diventasse condivisa, personalmente, da ognuno di noi. Ovvero, non ci sono regole, né codice etico, che possano sostituirsi alla sensibilità personale, intesa come lettura che della realtà viene data dalla propria libertà, sia pure filtrata da cultura, temperamento, circostanze. In questo, la crisi, che pure ha messo così gravemente alla prova noi ed i nostri clienti, rimette al centro, caricandola di nuovi compiti, la nostra responsabilità personale che non è appena professionale, e ci mancherebbe, ma, letteralmente, educativa, ovvero di realismo. Vi ringrazio per l’attenzione.

 Urbino, 17 dicembre 2013.

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Banche bisogni Crisi finanziaria Università USA

Una carriera costellata di debiti (it was lip-smacking).

Una carriera costellata di debiti (it was lip-smacking).

La lettura, perlopiù notturna, del sito del New York Times, offre spesso spunti per un tweet, talvolta, come in questo caso, per riflettere brevemente in un post sul sistema universitario americano. Il pezzo in questione parla del mancato pagamento, da parte degli studenti che hanno ricevuto il prestito d’onore da parte delle banche, garantito dallo Stato, delle rate del prestito stesso, alle scadenze pattuite. Apprendiamo così che 1 studente su 6 è insolvente, per un ammontare di 76 miliardi di dollari. D’altra parte, è questa è la parte che fa pensare che la divisione manichea tra buoni sistemi universitari e cattivi è, appunto, solo uno schema, la cifra totale dell’ammontare dei prestiti non onorati è così interessante da formare oggetto di un vero e proprio business per le agenzie di recupero crediti, che non hanno limitazioni nella raccolta dei prestiti in default. Ciò che fa dire a Jerry Ashton, responsabile di una di esse, che recuperare prestiti non onorati “was lip-smacking“.

L’articolo è interessante perché offre uno spaccato di vita americana che non ti aspetti, come la fuga, non proprio facile, dal Governo, di coloro che non hanno i soldi per pagare e cambiano 4 numeri di telefono in meno di un anno.

Come ha detto John Ulzheimer, responsabile dell’educazione dei consumatori presso SmartCredit.com, azienda che esegue servizi di monitoraggio del credito: “You are going to pay it, or you are going to die with it

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Cormac McCarthy Università USA

A me basta così (Cormac McCarthy, coyote e università).

A me basta così (Cormac McCarthy, coyote e università).

Domenica sono andata a Malpensa a prendere Mattia (il figlio di un’amica di Prato) che doveva partire per Cape Town per una conferenza… ma aveva sbagliato la data del biglietto…
In macchina mi racconta che è appena tornato dagli USA dove sta facendo il dottorato a Stanford e “lì mettono sempre il mese prima del giorno, devo essermi sbagliato per questa ragione…”
Continua il racconto degli ultimi mesi, di tutti gli stati e i luoghi visitati, “Ma il più bello è il New Mexico! Lì ci sono i veri americani, li vedi in bagno con il cappello da cowboy e gli speroni…”.
“Quando sono arrivato, sono salito sul primo taxi e l’autista era una ragazza bellissima, che non  conosceva le strade…. Perché l’America è così, uno si compra la macchina e fa il taxista. Dopo un po’ che giravamo, le chiedo se si ferma a cena con me. Volevo stare un po’ con lei. Mi è costato un casino… Ma non è successo nulla…Eh! Solo volevo passare il tempo con lei.
Ad un certo punto mi racconta che Cormac McCarthy vive in quella città, e tutte le sere va nel solito bar. Ci lasciamo dicendo che se ci fossimo rincontrati di nuovo, saremmo andati lì. Ma poi aggiunge che McCarthy è nel consiglio di Amministrazione dell’Università dove stavo andando, e che quindi sicuramente l’avrei visto là.
Appena sono arrivato in camera sono andato su internet in cerca del suo volto.
Poi un pomeriggio -perché lì c’è il coprifuoco alle 16.30 quando la città è invasa dai coyote – decido di fermarmi ed aspettarlo alla caffetteria dell’ultimo piano.
Alle 5 lo vedo, seduto ad un tavolino. Passo 44 lunghi secondi a fissarlo, poi lui alza lo sguardo e mi chiede: “Tu chi sei?” -lì funziona così, quando incontri una persona ti presenti …- Poi mi dice “Sono Cormac McCarthy, niente autografi né foto”.
Ma “A me basta così”.

E Mattia conclude “E’ un vecchiettino, un po’ scorbutico… Ma un vecchiettino”.

Grazie a Susanna per la condivisione della storia. E grazie anche a Mattia.

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Bolla immobiliare USA

Apocalypse town: these jobs are gone.

Apocalypse town: these jobs are gone.

Se guidi per tre ore, fuori orario di lavoro e trovi la fascia giusta su Rai3 passi serate bellissime. Prima W.A.Mozart ed il suo concerto per clarinetto ed orchestra, poi la presentazione del libro di Alessandro CoppolaApocalypse Town” sulla de-industrializzazione negli States e, in particolare, sul caso di Youngstown, nell’Ohio, dove la natura si rimangia la città.

Il problema non è, ad evidenza, appena di ecologia e di ritorno all’economia rurale (l’Autore, nel corso della trasmissione, raccontava che gli abitanti maledicevano l’aria pulita e rimpiangevano l’inquinamento, che significava lavoro). Il problema, anche negli Stati Uniti, riguarda l’uso del territorio e quello che Coppola definiva “lo stock di costruzioni in eccesso rispetto alla domanda”. In altre parole, la bolla. Città piene di abitazioni e di capannoni, per chi?
Il senatore McCain, già rivale di Barack Obama nella corsa alla Casa Bianca, visitando Youngstown diceva tristemente “These jobs are gone, gone, gone.” E forse sarebbe il caso di chiedersi che idea di impresa c’era dietro a quel costruire continuo, dietro a quel mettere mattoni uno dopo l’altro, in fila. Un’idea d’impresa non è mai qualcosa che nasce in astratto, è concreta, è personale; dipende dalla cultura che hai, cioè dipende dalla posizione umana, anche di fronte al rischio dell’intraprendere. Guardando a queste foto ed ascoltando Coppola, viene da pensare a quanto grande sia, prima di tutto, il lavoro culturale.

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Banche Crisi finanziaria Economisti Liquidità USA Vigilanza bancaria

Ingiustizie intrinseche.

Ingiustizie intrinseche.

(..) Recentemente, in un articolo sulla rivista online Slate intitolato «La generosità della Fed ha regalato 13 miliardi di dollari alle più grandi banche d’America», Yglesias scrive: «Che la Banca centrale stesse erogando prestiti di emergenza su ampia scala alle banche, in una forma o nell’altra, e che alcune persone non vedessero affatto di buon occhio questi prestiti, giudicati un turpe bailout fatto per consentire alle banche di rimanere sul mercato, è sempre stato chiaro. Ma quello che sta venendo fuori inequivocabilmente ora è che questi prestiti sono avvenuti a tassi tutt’altro che punitivi: le banche hanno ricevuto liquidità a prezzi scontatissimi e questo ha consentito loro di realizzare profitti finalizzati a risolvere, almeno parzialmente, grossi problemi di solvibilità».Drum, editorialista di un’altra rivista, Mother Jones, ha scritto il 28 novembre che è d’accordo con le osservazioni di Yglesias e che «i grandi crac finanziari producono sempre ingiustizie intrinseche. Per qualche ragione, però, abbiamo chiuso un occhio su queste ingiustizie quando è stata Wall Street che è venuta a mendicare soldi, mentre sono diventate un’ossessione quando alla porta si è presentato il resto della popolazione».

Paul Krugman

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Crisi finanziaria Economisti USA

Cassandre.

Cassandre.

Bloomberg fa sapere che la Cassandra Roubini ritiene che sia una missione impossibile quella di un atterraggio morbido per l’economia cinese, la cui crescita perde sempre maggiore slancio ed i cui problemi si manifestano con sempre maggiore evidenza. Dato il curriculum di Roubini, c’è di che cercare cornetti ed altri talismani: la Cina si era candidata, qualche giorno fa, a sottoscrivere il debito Europeo per sostenere l’euro, un atterraggio problematico si ripercuoterebbe su tutti i principali debitori mondiali, USA in testa. Forse cesserebbe, forse, il dumping dei prodotti cinesi all’estero: ma se i consumi non riprendono, anche questa è una magra consolazione.

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Banche profitto USA

Carte di debito.

Carte di debito.

La notizia che Bank of America si appresta a rendere più oneroso l’utilizzo delle carte di debito, dal momento che altri tipi di spese sono stati vietati dal Dodd-Frank act, ripropone la questione della redditività delle banche e, mai come in questo periodo, della congruità dei ricavi rispetto ai costi. Quest’ultimo aspetto viene spesso rovesciato dalle associazioni dei consumatori, che ritengono che siano i costi, soprattutto le retribuzioni dei grandi managers, ad essere incongrui ed incoerenti rispetto ai ricavi. Il vero problema della redditività bancaria, mai come in questo momento, è racchiuso nella drammatica modestia degli spread, che depotenzia i margini bancari, che subiscono da un lato la crescita del costo della raccolta, dall’altro la difficoltà a generare interessi attivi su prestiti che crescono poco, a causa della stagnazione e della scarsa propensione alla crescita delle economie mondiali. La crescita dei ricavi da servizi diventa così una sorta di via obbligata per recuperare margini reddituali, a prescindere talvolta dal reale contenuto/costo dei servizi offerti (fino agli eccessi, constatati in alcune banche, di conti a costo zero diventati all’improvviso e senza preavviso, a pagamento). E’ una via obbligata, ma è soprattutto una via breve, una strada chiusa: ciò che si staglia all’orizzonte delle banche è una ripresa in mano della propria identità, dei contenuti più profondi della propria formula di intermediazione. Cosa faranno le banche da grandi? Cosa faranno per i risparmiatori, cosa faranno per le imprese? Viene il dubbio che non lo sappiano nemmeno loro.