Si può fare.

Alcune sobrie, e purtroppo rare, considerazioni sul tema “crisi greca”:
“Un americano o un giapponese, sentendo dei morti e della Grecia isolata dal mondo per il blocco dei voli, può pensare a un’Europa già in piena guerra civile. Ad Atene, una città di più di 3 milioni di abitanti, alla manifestazione per lo sciopero generale c’erano però solo 18mila persone, lo 0.16 per cento della popolazione greca. A tirare i sassi era qualche centinaio e a incendiare la banca sono stati cinque disgraziati. Il 99.84 per cento dei greci non c’era.
A Riga, l’inverno scorso, andò in piazza il 5 per cento dei lettoni, ma non c’erano le televisioni di tutto il mondo a riprenderli.
Protestavano contro i tagli del 15-20 per cento alle retribuzioni pubbliche e private che erano in discussione per evitare di svalutare contro l’euro. Dopo la fase delle proteste qualcuno si rassegnò, qualcuno capì e molti emigrarono. Il Pil è sceso del 20 per cento e la correzione fiscale è stata di 12 punti. I lettoni, quindi, e gli estoni con loro, hanno fatto in due anni quello che si chiede alla Grecia di fare in quasi cinque. Si dica tutto del piano per la Grecia, ma non che è impossibile.
Per inciso, i baltici sono oggi fuori dalla crisi, crescono e hanno un avanzo delle partite correnti. Senza avere svalutato e senza aver fatto default.
I baltici sono stati i primi a entrare nel tritacarne della ristrutturazione (dell’economia, non del debito) e sono i primi a uscirne. Ora tocca all’Europa. Non si pensi che un giorno non toccherà anche all’America e al Giappone.
Chi oggi corre a comprare dollari non trascuri il fatto che le sole aste americane della settimana prossima sono pari a un quinto del debito greco. Il disavanzo pubblico americano è più alto di quello europeo e le partite correnti sono in disavanzo  del 3 per cento, mentre l’Europa è in pareggio. Di modificare il welfare in America non se ne parla nemmeno (e ancora meno fino alle elezioni di novembre). Fra un paio d’anni, forse anche prima, qualche teorico della fine dell’euro tornerà a parlare della fine del dollaro.
L’Europa, dal canto suo, ha ancora un arsenale di armi a disposizione. I mercati sopravvalutano spesso le capacità di prevenzione delle crisi da parte dei policy maker ma sottovalutano le loro capacità di reazione in caso di incidente. Si pensava ad esempio che la Bce sarebbe rimasta prigioniera dei suoi tabù sul rating dei titoli utilizzabili per i repo e così non è stato. In caso
di bisogno la Bce è sicuramente pronta a riprendere i finanziamenti senza limite alle banche. Quanto agli acquisti diretti di titoli pubblici sul secondario, dopo che l’hanno fatto Fed, Bank of England e Banca del Giappone senza produrre danni collaterali, anche la Bce potrà lanciarsi in questa avventura proibita.
Quanto ai venditori di euro (in nome della dissoluzione imminente dello stesso), a loro va il grazie degli esportatori tedeschi e italiani e il plauso di quanti hanno a cuore la sopravvivenza dell’unione politica e monetaria. Più l’euro scende più si allontana la sua fine.”
(Alessandro Fugnoli “Ex malo bonum”, passim, su http://www.kairospartners.com)

Se è vero che la crisi greca, a dispetto delle dimensioni minuscole dell’economia ellenica, ha provocato un terremoto nelle borse europee e mondiali, non vogliamo però perdere di vista quanto sta accadendo negli USA a livello di ripresa e, in particolare, di ripresa dell’occupazione. Venerdì è uscito un dato particolarmente buono: al netto dei lavoratori temporanei assunti per il censimento, sono stati creati 224.000 nuovi posti di lavoro. Le previsioni per il resto del 2010 si collocano tra i 200 e i 300mila nuovi posti al mese. Il tasso di disoccupazione, tuttavia, è leggermente peggiorato da 9,7% a 9,9% perchè molti lavoratori, che avevano abbandonato il campo scoraggiati, sono tornati a iscriversi alle liste di disoccupazione e a cercare nuovamente.
La riabilitazione è lenta, ma procede senza soste.

Una migliore certezza viene dal settore manifatturiero e dagli investimenti aziendali: il report del 3 di Maggio pubblicato dall’Institute for Supply Management (ISM) rivela che ad Aprile il settore è cresciuto oltre le aspettative. In particolare i nuovi ordini sono aumentati, e nuovi ordini significa maggiore produzione e perciò nuovi occupati.

La lentezza della ripresa nei paesi industriali non tragga in inganno; c’è chi continua a crescere e tirare l’economia globale, tanto che aumentano gli episodi di rialzo dei tassi (Norvegia, Australia e Brasile). Per vedere azioni analoghe negli USA e in Europa, date anche le recenti vicissitudini, riteniamo che occorrerà attendere il 2011.

Stelvio Bo (www.bonoplus.it)

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