Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (2a parte).

La dimensione aziendale, dunque. Non esiste una dimensione ideale, va ricercata caso per caso. Ma non c’è dimensione che possa consentire all’azienda di andare avanti se non si produce sufficiente reddito per ripagare gli investimenti: in altre parole se il rendimento del capitale non è superiore al costo del capitale, dunque se il risultato operativo=risultato della gestione caratteristica non è superiore agli oneri finanziari=interessi passivi.

Su questo punto è bene essere chiari: il rendimento del capitale non può in alcun modo essere inteso come plusvalenza “latente”, ovvero “implicita” nella valutazione di immobili, terreni, etc… In altre parole, che la terra costi moltissimo, così come gli immobili, per esempio ad uso alberghiero, non significa che il prezzo sostenuto sarà ripagato da ritorni adeguati, bensì che è in atto un fenomeno di gonfiamento artificioso e speculativo dei prezzi, che li spinge in su, in maniera del tutto irrazionale. Nella simpatica Riviera riminese, dalla quale abbiamo esportato in Regione il vice-sindaco Melucci (che ha affermato che a sua volta esporterà il modello riminese in Regione: auguri…) il fenomeno della bolla è palese nell’ambito delle valutazioni degli alberghi e degli stabilimenti balneari. In altre parole, che ci sia qualcuno che vende gli alberghi -o un bagno al mare- a prezzi d’affezione, ciò non significa che quel bene sia in grado di ripagare l’investimento, ma solo che esiste un fenomeno speculativo che ha una conseguenza molto semplice: si rientra dell’investimento solo quando e se si riesce a vendere, a propria volta. Non è difficile immaginare che lo stesso ragionamento valga anche per le aziende agricole, in Sicilia, in Toscana, ovunque.

Fare debiti per immobili che poi “si rivalutano sempre” o per comprare aziende che consentiranno il rientro dell’investimento solo in decenni, è del tutto irrazionale e privo di compatibilità finanziaria, tanto più se l’operazione viene effettuata a debito. Se venisse effettuata con denari propri sarebbe parimenti irrazionale, ma almeno il rischio sarebbe inferiore.

Nel concreto, di qualunque azienda si tratti, la dimensione dovrà consentire di generare reddito, compatibilmente con due esigenze:

  1. quella di generare liquidità sufficiente al mantenimento di condizioni di vita adeguate per tutti coloro che dall’azienda traggono sostegno, ovvero l’imprenditore, i soci, i familiari;
  2. che questa liquidità sia sufficiente anche a mantenere solvibile l’azienda in condizioni di normalità, ovvero che si paghino i debiti contratti alle scadenze pattuite.

Ogni altra situazione genera squilibri: se per pagare debiti vecchi devo farne dei nuovi, il problema non consiste nel trovare nuovi finanziatori, magari imprecando se sono di manica corta, bensì nel chiedersi come mai l’azienda non stia in piedi. La vera questione, infatti, non è mai quella della copertura del fabbisogno (chi mi dà i quattrini), quanto piuttosto della sua sostenibilità (sono capace di restituirli).

(segue)

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